Tag: Pink Floyd

Gli strani doni di Guésus Bambino – TheClassifica 50/2021

Gli strani doni di Guésus Bambino – TheClassifica 50/2021

All’interno: la classifica dei singoli natalizi. Ovviamente è piuttosto riprovevole.

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Benvenuti. Oggi in questo podcast vi daremo preziosi consigli per affrontare le sfide globali di questo millennio. Partiamo da una good practice: Barilla, la famosa fabbrica ITALIANA. Fate come loro: fate un sacco di cose – qualcuna vi riuscirà un po’ meh, però inevitabilmente, qualcuna riuscirà bene. E quindi complimenti agli amici della Barilla – è stato un piacere fare questo product placement per loro. Ed ecco un altro consiglio.  Bisogna saper fare di tutto, anche i product placement.

Bisogna saper scrivere delle band tedesche degli anni 70, del blues revival degli anni ’80, del nu metal anni ’90, e del Rocco Hunt del 2021.

Che son buoni tutti, a fare il figurone parlando degli artisti trendy e virali, ma ignorando l’album più venduto in circolazione.

Troppo comodo.

Anch’io, come voi, invece che un pezzo su Rocco Hunt, vorrei leggere il centesimo arguto saggino su cosa c’è VERAMENTE dietro al successo dei Maneskin, oppure ulteriori retroscena su Phil Spector e perché sommerse di archi e cori The long and winding road. No amici, anche voi dovete raccogliere la sfida della contemporaneità e leggere come stanno le cose veramente oggi.

Perché nel mondo reale, devi saper fare le hit estive ITALIANE boomdabascie ma anche i featuring con i rappusi criminusi che la drò e i brò e le trò.

Devi saper cantare e rappare in dialetto e in italiano. Devi fare i featuring coi napoletani e coi milanesi e coi romani.

Devi fare i pezzi con l’accenno sociale (senza sbilanciarti) e quelli sulla vita semplice col caffelatte quelli sugli zeri che hai sul conto e l’intro motivazionale con Lele Adani. Sì, il pressoché calciatore Leleadani – che mentre parla incespica e arranca esattamente come quando giocava a pallone, ma è un famoso che va in tv, e in quanto tale ogni connotazione di ridicolo è annullata (…per la scienza, questa è nota come Costante di Morganetto Castoldi. La si studia da anni, non viene mai confutata).

Devi saper portare il rap nel neomelodico, e il neomelodico nella trap, e lasciarci lì a meravigliarci di quanto abbiano in comune.

Devi ricordarci che ti sei guadagnato tutto e che c’era chi non credeva in te, e devi commuoverti per il coraggio che hai avuto, e dire che tutti in fondo potremmo farcela come te – alé!

Devi stare tra la strada e la spiaggia, e la spiaggia e la strada, e alla fine basta evocarle e tutti siamo contenti, perché tanto non sappiamo bene a quali leggi rispondano, viste da un telefonino non sono nemmeno così diverse.

Se sai fare tutto questo, è giusto che tu vada al…

Numero Uno. Rivoluzione di Rocco Hunt è un disco perfetto per prendere il posto del segnetto = di Ed Sheeran, perché gli somiglia in modo insospettabile. È un disco che non lascia niente al caso, con tutti i featuring importanti e tutti i generi al posto giusto: è il prodotto di un operatore molto attento e capace di fabbricare un disco come si fabbricano snack. La crescita professionale dell’autonominato Poeta Urbano è stata veramente notevole, ma ammetto che la considerazione contiene una specie di discriminazione (quelli migliori di me direbbero bias) come se un prodotto musicale di area rap ben calcolato e dosato potesse essere solo una prerogativa del giro milanese. Come se scendendo sotto Roma ci fosse sempre un’immancabile trade-off tra formula e spontaneità guagliona – in realtà siamo tutti abbastanza adulti da sapere che l’uso del dialetto (anche a Roma, forse soprattutto a Roma) spesso è un espediente per forzare nell’ascoltatore un senso di sincerità.

Personalmente, credo che Rocco Pagliarulo da Salerno oltre che di un consistente business plan sia dotato di una sua sincerità, e credo che questa venga fuori proprio dal fatto che cerca di fare tutto quello che serve. Credo che le cose migliori del disco siano nei pezzi in cui gira attorno agli ospiti che minacciano e fanno i duri: sembra divertirsi a fargli fare la voce grossa rimanendo un passo indietro, compiacendosi del rispetto che si è guadagnato tra i malamente senza esserlo. Perché malgrado il titolo del disco, Rocco Caccia è tutt’altro che un rivoluzionario, è un conservatore come il 90% dei rapper – ma occhio: non di quel conservatorismo che venera il mercato, il capitalismo e l’individualismo come i suoi settecentoventi milioni di colleghi che si distinguono dal gregge. No, lui lo è nelle rime sul suo bambino (in Fiocco azzurro, sigillate da quest’ultimo che gli dice “Papà, non fare il monello”) oppure nelle considerazioni mariomerolesche: “Vulesse credere ancora ch’esiste nu Dio ca c’osserva e perdona / Si se spacca ‘a famiglia, a suffrì songo ‘e figlie”. Perché scava scava, eccole lì le basi: i figli, so’ pezzi ‘e core. E lui è così conservatore che attribuisce ancora un ruolo emotivo alla musica, che molti PRODUCERS rap combattono con efficacia: la loro missione, di fronte a testi che vanno eliminando connotazioni emozionali che vadano oltre quelle basiche del rapper di inizio secolo

(soddisfazione per la propria ricchezza) (strapotenza sessuale) (umiliazione degli altri umani) (rancore per chi non credeva che l’artista potesse conseguire le precedenti) (amore per la mamma, guardami mamma, è per te mamma)

diventa quasi inutile differenziare i suonini che vengono apposti sui ritmini. Per il sig. Hunt no: il suo dna neomelodico gli impone di caratterizzare con uno sfondo musicale standardizzato ma coerente gli scenari che prepara per i suoi testi. Del resto pezzi come la succitata Fiocco azzurro raccontano cose tanto semplici quanto personali, che è una cosa che un rapper professionista cerca di non fare, perché il personale non interferisca col personaggio. Certo, poi se scavi ancora di più, magari nella top 30, scopri che Rocco Pagliarulo non ha un singolo singolo tra i singoli più ascoltati in Italia. Ne ha solo uno tra i primi cinquanta

Sedicenti singoli. E quel pezzo, al n.33, altri non è che Un bacio all’improvviso – in pratica la hit estiva con Ana Mena, sempre lei. Il che significa che Rocco Hunt è qui per restare, e tornerà con noi tra qualche mese con un singolo con qualche featuring – o forse andrà a Sanremo, vai a sapere; per contro l’album Rivoluzione è un po’ un fuoco di Pagliarulo, non so se rimarrà in top ten, ma in fondo non è importante. E ora non guardatemi così, lo so che potevate impiegare questi cinque minuti a leggere un articolo sulla tipa dei Brass Against. Mi spiace. Per farmi perdonare vi dirò qualcosa da usare in conversazione. Tra i tanti video con più di 20 milioni di visualizzazioni su YouTube, Rocco Hunt insiste per tre volte su un concetto: una fanciulla del popolo che straluna a fronte dell’incontro con il guaglione che ce l’ha fatta.

Lui per contro straluna di rado, è sempre rilassato. Anche quando è preso in mezzo fra quattro ex giocatori dell’Inter appare divertito, sornionamente protagonista e un po’ democristiano come un arbitro.

Sedicenti singoli. Già che siamo qui, sbrighiamo la pratica: tra le canzoni che appagano la nazione come sempre c’è poco movimento a differenza di quanto accade tra i presunti album: c’è ancora Kumite di Salmo al n.1, e sul podio ci sono sempre i duetti del simpaticissimo Sferoso Famoso: quello con Madama (Tu mi hai capito) e quello con Blanco (Mi fai impazzire), coi loro bei titoli-hashtag ribelli eppur pucciosi. C’è una sola nuova entrata tra le prime trenta, ma è effettivamente molto alta, è Come nelle canzoni di Coez al n.4. Blanco ha due pezzi in top ten, nella quale ci sono addirittura tre non ITALIANI (Farruko, EltonJohn/DuaLipa, Adele), tra i quali non c’è più Ed Sheeran. A proposito, che ne è di lui?

Resto della top ten. Il segnetto =, numero uno nella settimana di uscita, scende al n.5. Al n.2 e al n.3 e al n.4 ci sono il tenente Blanco, il capitano Ultimo, il generale Salmo. Entra (un po’ mestamente) al n.6 l’ultimo Voyage degli ABBA, insieme ad altre due new entries: Loredana Berté (n.8) e Il Volo con l’omaggio a Ennio Morricone, che non può protestare (n.9). Rimangono aggrappati alla top ten Rkomi (n.7) e i Pinguini Tattici Nucleari (n.10), dei quali prima o poi bisognerà parlare.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla prima diecina gli album di Sferoso Famoso e Madama (ma in questo caso è solo momentaneo, son sempre lì che fluttuano), Alessandra Amoroso e Nayt (in questi casi è un po’ meno momentaneo). Escono del tutto dalla classifica, e piuttosto celermente, gli album di alcuni venerabili maestri: Duran Duran, Elton John, PFM e Dream Theater (dopo due settimane), Carmen Consoli (dopo sei settimane), Joe Bonamassa, Oliver Onions e Mastodon (dopo una settimana). Prima che saltiate a facili conclusioni generazionali, aggiungo la dipartita dell’Amico di Maria Aka 7even – freschissimo vincitore italiano di un MTV Award a furor di social. Interessante che le due circostanze si verifichino negli stessi giorni. Infine, guadagna l’uscita a testa alta Bloody Vinyl, dopo un anno e cinque settimane di permanenza con picco al primo posto. A proposito: il n.1 di Rocky Hunt è anche un piccolo trionfo per Sony, che raramente era stata così vicina a Universal negli ultimi dieci anni: 30 dischi in classifica vengono dalla multinazionale giapponese, contro 39 della multinazionale francese.

Siccome in ogni articolo e in ogni intervista bisogna infilare i Maneskin. Il loro album Teatro d’ira vol. 1 è al n.13. Il precedente Il ballo della vita è al n.20. Il loro singolo più ascoltato, Mammamia (uscito il mese scorso) è al n.27. Questo è quanto, questa rubrica non ha alcun commento da fare ma aprite qualunque media sociale e asociale, e ne troverete una cinquantina già pronti: pescatene uno e condividetelo.

Lungodegenti. Fine line di Harry Styles entra nel club degli album da 100 settimane in classifica, lo accogliamo volentieri anche se non è ITALIANO. Nel club ci sono altri undici album (non pochi) usciti almeno due anni fa e un bel po’ di loro stanno molto in alto, il che ci rivela che i giovani di oggi insistono sui dischi del passato, non come i boomer che si stancano subito delle nuove uscite e probabilmente soffrono di disturbi dell’attenzione, consumano tutto velocemente eccetera. Ecco l’elenco, in ordine di apparizione e in forma di immaginetta in modo che i podcast nostri rivali non copincollino l’elenco risparmiandosi questo stupido sbattimento:

Bene. Questo podcast volge quasi al termine, ma prima della sigla, ecco lo spazio del nostro sponsor principale, i

Pinfloi. A momentary lapse of reason scende ragionevolmente dal n.13 all’83, mentre The dark side of the moon prismeggia dal n.77 della settimana scorsa al n.70 di questa settimana. Continua a rimanere incresciosamente fuori dalla classifica The wall. Ma aspettate solo la quarta ondata, e poi ne riparliamo.

Grazie per avere ascoltato questo podcast che si è aperto e chiuso con la faccia di Rocco Hunt, sappiamo che non lo direte ai vostri amici ma non è stato così brutto, vero? A presto.

 

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Forse lui non parla di nessuno. Ma di certo, nessuno parla di lui.

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Flop di Salmo non è un flop. Ma cos’è? Cosa succede in città? C’è qualche cosa, qualcosa che non va.

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Pre-mura. Tutti i cantanti famosi sono straordinari. Anche quelli non famosi. Chiunque incida un pezzo. Chiunque non lo incida. Sono tutti artisti favolosi che meritano successo e soldi e immortalità – e anche invidia da parte degli invidiosi, via.
…Bene. Ora che l’ho detto, mi sento a posto. Ho fatto il mio dovere di critico musicale. Perché da anni stiamo convergendo su questo, e non è che sia un dramma. Va così, ed è interessante di per sé, tipo l’effetto serra.
Cosa sto dicendo. La vittoria dei Maneskin all’Eurovision Song Contest ha spalmato un dibattito su chi fosse legittimamente legittimato a fare osservazioni – di qualsiasi tipo – sull’evento. Ma soprattutto sul gruppo. E in particolare, è emerso un dissing di natura anagrafica sulla provenienza delle osservazioni negative – credo che accada da quando è entrato in circolo l’anti-boomerismo, che è un bandierone che, curiosamente viene sventolato da tutte le generazioni. Compresi i presunti boomer, che sono spesso ansiosi di fustigare i propri coetanei (…è sempre un piacere). Questa volta so di poterne uscire indenne perché ho un piccolo stolido debole per i Maneskin e non mi sono mai pubblicamente sbilanciato in giudizi contrari. Ho dei miei pensierini semiarticolati su di loro, ma non crediate: me li tengo per la prossima settimana, perché non si sa mai che possano tornare al…
Numero uno. Che questa settimana, però, sia tra i presunti album (col disco di debutto) che tra i sedicenti singoli (con la new entry Malibu) pertiene a Giovanni Pietro Damian, in arte Sangiovanni, nato nel 2003 a Vicenza, che NON ha vinto Amici di Maria ma è il principale idolo di questa nidiata di maschi ITALIANI (lontani, i tempi in cui Maria lanciava cantantesse: le Emme, le Sandrine, le Elodie) (fateci caso, erano ancora i tempi dei cd). Ecco, a differenza dei Maneskin, a me il giovane Damian non piace proprio, lo trovo melenso e appiccicoso come le patatine al formaggio, ma certamente contemporaneo. Rispetto a lui, Irama sembra Jeff Buckley: i suoi testi sono spudoratamente irritanti e leccosi, e somigliano molto ai dialoghi delle baby-sitcom su Rai Gulp, essendo espressamente composti per brani diretti a dodicenni (spero che apprezziate il fatto che non ho scritto “a delle dodicenni”, e nemmeno “a dei dodicenni”). Ma ho 12 anni, io? Tecnicamente, no. Quindi non posso giudicare. Solo chi ha 12 anni può recensirlo – non è così? Poi, a guadagnare con Sangiovanni saranno, oltre a lui, tanti maggiorenni – però l’astensione da un giudizio critico, visto il pensiero dilagante sull’incompatibilità tra anagrafe e legittimità di critica, mi sembra ineccepibile. No? Ma un attimo: mi corre l’obbligo di segnalare che alla finale di Amici di Maria erano presenti, e ostentati con feroce sottigliezza da parte della belva di Mornico Losana (PV), ben ventotto rinomati giornalisti musicali ITALIANI (pensate quanti ne esistono). Essi hanno assegnato il premio della critica al succitato Giovanni Pietro Damian, e alle sue canzoncine pucciosette. Che io sappia, tutti e ventotto sono maggiorenni – alcuni di loro, da un bel po’. Quindi, anche se in teoria non avrebbero titolo per esprimersi su cantanti per dodicenni, si sono mostrati in sintonia.
(in realtà, io e voi sappiamo benissimo che tutti loro, lucidi malgrado l’estasi erotica di un’inquadratura su Canale 5, hanno annusato i social e lo streaming e hanno fatto in modo da votare quello che già godeva dei consensi del pubblico) (giacché il ruolo del giornalista moderno è legittimare il successo o, in mancanza, la ricchezza) (altrimenti, da domani si ritrova a fare le gallery intitolate Scopri che fine hanno fatto i Ragazzi della Terza C) (però facciamo finta di non saperlo, va bene?) (cerchiamo di uscire vivi da questa palude)
Se i pennivendoli in questione sono saltati compatti sul carro del predestinato, si deduce, hanno titolo per parlarne. Se invece io, parlando col 12enne che ancora alberga in me, lo sento dire che Sangiovanni gli fa uno schifo spaventoso, devo temperare il suo frustrato parere con la prudenza dell’età matura. E tuttavia, sia chiaro che resta un’ingiustizia. Perché gente, questo significa che stanno bullizzando il 12enne che è in me, e il suo civile ancorché brufoloso dissenso. E in un periodo in cui tutti si lamentano dei torti subiti da piccoli, specie le celebrities, ecco che io mi ritrovo vessato e irriso anche molti dodic’anni dopo. Non è orribile, tutto ciò? Lo so, non può essere orribile quanto le pucciosità di Malibu e Lady e Gucci bag e in definitiva tutti i 16 minuti di durata del primo prodotto di Sangiovanni (sì, sedici minuti. D’altronde sono solo sei pezzi. E pensate che mi ritrovo dei colleghi che dicono che sono spocchioso quando uso l’espressione “presunti album”). Tra l’altro Sangiovanni, stando a quanto hanno rivelato i suoi genitori ai media ingolositi, non era un ragazzo facile: sfogava il suo disagio tra le mura domestiche attraverso violentissimi momenti di rabbia. Ma la musica lo ha guarito. Ne sono lieto e giulivo – ma io resto convinto che là fuori ci sia una certa quantità di dodicenni che il disagio lo proverà ascoltando Sangiovanni. Solo che non lo esprimono perché hanno paura di essere bullizzati dai loro coetanei. Beh, non so quanti siano, magari sono solo due. Ma SO che esistete, amici – e date retta, non cercate amici tra gli Amici. Cercateli a margine.
(hehe)
Resto della top ten. Visto che Sangiovanni è entrato al n.1, ne consegue che anche Caparezza come i suoi predecessori è durato una sola settimana in vetta, e la sua discesa al n.5 implica che siamo al diciottesimo diverso leader dei presunti album in diciotto settimane. E giacché maggio è mese Mariano, gli Amici di Maria saltano alla gola della classifica FIMI con tutta la loro brama di morte: al n.2 entra Deddy, e al n.4 Tancredi: solo Rkomi, rimanendo aggrappato al podio, rovina l’en plein del talent di Mediaset. Debutta al n.6 lo stimatissimo Iosonouncane, davanti alle rielaborazioni acustiche di Zucchero; completano la top 10 Gué Pequeno & Dj Harsh, Madama e i nostri rappresentanti all’Eurovision festival, i Maneschi. Come anticipato, gli Amici scorribandano anche tra i…
Sedicenti singoli. Anche qui Sangiovanni è re, grazie a Malibu, che debutta al n.1, e Tutta la notte che risale al n.3; in mezzo si insinua l’altro rapper per famiglie Aka 7even, quarto Amico (maschio) di Maria, con la sua accattivante proposta per l’estate: Loca. Per fortuna tra poco sarà giugno e a queste canzoncine orrende si sovrapporranno le aberranti hit estive impreziosite dal tocco di Mida dei PRODUCERS.
Altri argomenti di conversazione. C’erano altre nuove uscite importanti tra i presunti album: abbiamo un n.11 (Giordana Angi, Amica dell’anno scorso), un n.14 (Alfa), un n.15 (il rappuso Baby Gang), un n.20 (The Black Keys), un n.21 (Margherita Vicario), un n.23 (J. Cole) e un n.66 (St. Vincent). Poi ovviamente sono entrati in top 100 un tot di dischi di CapireBattiato, il più alto dei quali è The Anthology (n.19). Piccola nota curiosa: fino al giorno prima della dipartita di Battiato, su Spotify pochissimi avevano ascoltato La voce del padrone, come dimostrano i circa novemila ascolti di Sentimiento nuevo. Il giorno dopo, quel particolare brano è entrato tra I PIU’ POPOLARI, con oltre 90mila ascolti (mentre vi scrivo, oltre 300mila). Questo perché è stato inserito da Spotifone tra i primi brani della playlist This is Battiato. Perché vedete, poi arriva quello che dice “Ma è sempre stato così” – aggiungendo “Ma cosa vuoi che contino le playlist”. Accludo screenshot degli ascolti del popolare album, pochi minuti dopo la ferale notizia. E quelli di oggi. Non sono taroccati (non sono capace. E poi, incredibilmente, c’è un limite al tempo che ho da perdere). Possiamo concludere che gli ascoltatori dell’album – e non dei brani cercati spontaneamente o inseriti nella nostra vita dalle playlist, sono quelli testimoniati da Segnali di vita.
Non benissimo. Semplice di Motta esce di classifica due settimane dopo l’uscita – però, una schioccante soddisfazione per lui: è durato come DJ Khaled (che in compenso in USA è entrato al n.1). L’altro Gionata del rap italiano, Gionata Ruggeri in arte Gionnyscandal invece è durato una sola settimana. Beh, come Van Morrison – al quale, l’accostamento farà certamente piacere. Meridionale di Aiello è durato 9 settimane, mentre I mortali² di Carne & Pesce abbandonano la classifica dopo 10 settimane, malgrado il traino della Musicaleggerissima.
Lungodegenti. Come forse sapete, questa sezione è un po’ ripetitiva, ha lo scopo di meravigliarsi della presenza di alcuni di questi undici album tra i super long-seller, e chiedersi se sono così belli da essere in classifica da più di due anni. Andiamo quindi ad aggiornare: si tratta di Pinguini Tattici Nucleari, Fuori dall’hype (111 settimane), Ultimo, Colpa delle favole (111 settimane); Salmo, Playlist live (132 settimane), Lazza, Re Mida (116 settimane); Billie Eilish, When we all eccetera (112 settimane), ancora Ultimo, Peter Pan (171 settimane), Gazzelle, Post punk (129 settimane); Capo Plaza, 20 (161 settimane); per l’ultima volta Ultimo, Pianeti (168 settimane); Elisa, Diari aperti segreti svelati (134 settimane). Infine, ho sperato fino all’ultimo, ma questa settimana arriva il trionfo di Ed Sheeran, che col suo penultimo album Segnetto eguaglia il record di 220 settimane consecutive nella classifica italiana appartenente ai
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon, proprio questa settimana, ritorna in classifica a farsi umiliare, mentre ovviamente The wall non accetta la cosa e interrompe la sua più recente striscia di settimane consecutive uscendo a quota 52, un anno esatto – e con lui, esce anche Live at Knebworth 1990, entrato al n.4 solo tre settimane fa. Non posso omettere un particolare eclatante: il vecchio prismone (ri)entra al n.86. Segnetto/Divide si trova al n.68, satanico contrario e antagonista. Grazie per avere letto fin qui, a presto.
Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Addio a un genere che era in decomposizione anche da vivo. Ma quanto lo amavano i media.

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Pre Sto. Con amici e colleghi – ma anche con nemici e scollegati – mi ritrovo spesso a fare magnifici discorsi sulla musica. Su com’era, com’è. Sulle sue storie, sulle sue instagramstorie. Su cosa ci dice del mondo com’è, e come non è. Su come ci ha cambiati e come cambierà senza cambiarci più. E ormai questi discorsi mi paiono così migliori di tutti gli album in circolazione, che temo di ritrovarmi un giorno a vagheggiare album immaginari come gli assoli di chitarra immaginari del povero Joe, rockstar mancata immaginata da Frank Zappa. Non sarei nemmeno originale: lo fece per primo (tanto per cambiare) Magister Bertoncelli recensendo un LP di Crosby, Stills, Nash & Young così plausibile che la casa discografica inondata di richieste fu costretta a smentire. Lo ha fatto di recente Reg Mastice in un libro, e lo fece vent’anni fa mescolando hype e whatif il caro, scomparso Modern Humorist, che rivelò che l’imminente Kid A dei Radiohead avrebbe portato alle estreme conseguenze il pessimismo della band, con un disco di teen-pop prodotto da Max Martin, ospiti Scary Spice e Aaron Carter, e titoli accattivanti come Download my heart e Yo quiero bailar. La Storia ci dice che Kid A non è stato quel tipo di disco. Ma mi piace immaginare che un po’ ci abbiano pensato, a fare un disco pop insopportabile – ma che poi gli sia mancato il coraggio e abbiano dovuto accontentarsi del disco che quasi tutti considerano il loro capolavoro
(mmh, io no) (so che ve lo aspettavate) (confido che non vi interessi sapere qual è il mio preferito) (…non interessa nemmeno me)
Ecco, questo coraggio di fare un disco caruccio (“cuuuute” come diciamo noi giovani) e sciabadabadoso non è certo mancato a
Il numero uno. Con la classifica che ha chiuso il mese di aprile, Multisala di Federico Bertolini in arte Franco126 (come i centoventisei gradini della scalinata di Trastevere) è diventato il 15mo album diverso in 15 settimane a occupare il trono dei presunti album, dal quale per qualche giorno può guardare tutti quanti con alterigia. Da gennaio, 15 artisti diversi hanno avuto la loro settimana di trionfo, per poi ritirarsi in buon ordine – avanti il prossimo, gli lascio il posto mio. Viceversa, tra i singoli non si muove quasi niente. E così è come se il Paese fosse schiacciato tra gli spotifati ossessionati dalle Nuove Uscite (gli album) e i forzati della Top 50 (i singoli) che ogni giorno si fanno rassicurare dalle stesse musiche leggerissime e di #successo. Di per sé, Multisala è un altro album piasciòne da cantautorino indie co’ dentro er friccicòre d’aaaaaa primavéra de Roma, capitale ITALIANA dove da vent’anni la legge spietata dello showbusiness impone a cantanti e attori di forzare un accento romanesco pure quando non ce l’hanno, e persino se non sono dell’Urbe – per ostentare vicinanza alla GENTE, seguendo un filo lòggico ‘mportante. So che facendo notare questo dettaglio sembrerò più milanese di quello che sono, ma dentro di me (…come in ogni milanese, credo) c’è un romano mancato, e anche da dentro me stesso trovo tale espediente un po’ penoso. Ma devo ammettere che molto dipende dal fatto che ai primordi dei miei ascolti di musica, quando per la prima volta mi arrivavano canzoni di Battisti o di Baglioni o De Gregori, non deducevo immediatamente la loro provenienza, e credo che molto dipendesse dal fatto che non era la loro primissima preoccupazione farla percepire a me o agli ITALIANI. Il che mi sobilla un
Volo pindarico sul neoprovincialismo. Giovani virgulti, voi non ci crederete e io stesso l’ho capito solo dopo (anche perché ero infante, e infantile) ma l’Italia in cui sono cresciuto aveva una voglia di sprovincializzarsi immensa, tanto che ci si lamentava di esterofilia dilagante. Nella musica Michael Jackson, Bruce Springsteen, Madonna, Duran Duran – i quadrumviri dominanti degli anni 80, peraltro se ci pensate ben distribuiti dal punto di vista musical-ideologico – presero il sopravvento nel giro di due anni, da Rio (1982) e Thriller (1983) a Like a Virgin e Born in the USA (1984). Ognuno dei quattro (Nella Mia Umile Opinione) aprì poi la via per qualcun altro, non sarò certo io a sminuire Prince o Sting, Depeche Mode o U2, che erano già in giro ma avrebbero preso il testimone già a uno stadio evolutivo più avanzato – e lo dico, ovviamente, da incallito estimatore di tutti quanti. Ma ora vi spiego dove voglio arrivare.
1981 vs 2021. Farò ricorso alle classifiche che il premiato sito Hitparadeitalia ha provato a eternare, sapendo (come lo sanno loro) che l’attendibilità delle charts che ci sono state tramandate è un po’ labile, ma sicuramente imparziale. Questi erano i dati che ci venivano dati (per questo li chiamiamo dati). Proprio quarant’anni fa, per la prima volta nella Storia, i primi tre singoli più venduti dell’intera annata furono tutti e tre stranieri. E tranne il n.2, di un gruppo del quale nessuno sapeva niente (e temo che oggi il Corsera li chiamerebbe meteore) possiamo ancora considerare quei particolari brani come vicini a un’idea di musica che era commestibile sulle nostre tavole. Anche al quarto e quinto posto però ci sono canzoni non ITALIANE, e sono di FEMMINE.
Ma voi non guardate chi è davanti, guardate chi insegue: Ricchi e Poveri, Cecchetto, Loretta Goggi, Albano & Romina, Gianni Togni, Riccardo Fogli. Lo riconoscete? È Sanremo, col suo ghigno mortale: ritenuto spacciato pochi anni prima, come ogni zombie che si rispetti si riprende e rialza la testa. Nel 1982 si ha ancora un podio straniero, e il 45 più venduto è addirittura Der Kommissar, il rimosso rap austriaco di Falco. Ma Claudia Mori, Riccardo Fogli (vincitore di Sanremo) e Albano & Romina non mollano. Ed ecco arrivare
La mia riverita ipotesi. A un certo punto negli anni 80
(prendetevi un momento per deprecarli come sempre) (fatto?) (bene) (che non si dica che a parlare qui è una qualche nostalgia) (l’unica legittima è per le telecronache, che le faceva Bruno Pizzul da solo, e non i più babbioni del vostro liceo, in coppia) 
dicevo, negli anni 80 scattò una reazione al provincialismo di un decennio come gli anni 70 che avrà anche avuto i suoi pregi, ma in Italia culturalmente tendeva all’autarchia quasi quanto il Ventennio. E se nei consumi di massa la reazione si esprimeva nel graduale rigetto delle onnipresenti scatolette Fiat 126 ITALIANE del nababbo di Stato Agnelli, nel consumo di musica, anche quella più di consumo (…è per sottolineare questo, che vi sottopongo i 45 giri e non i 33 giri, per non parlare dei concertoni delle star internazionali negli stadi, sempre una faccenda che data dagli anni 80) si manifestò in un altro tipo di rigetto. Nella ricerca di qualcosa che fosse in antitesi con l’onnipresente pop ITALIANO di Tozzi, Riccardo Cocciante, Pooh, Zero, l’altrettanto rimosso Alan Sorrenti. Niente di personale nei loro confronti (anzi, dei primi due difendo la musicalità, sottovalutata rispetto ai testi), e certamente non sono qui a decantare Nikka Costa o Lio, che manco so chi fosse, apprendo oggi da Wikipedia che era portoghese naturalizzata belga. Sto dicendo che l’apertura dei confini musicali fece aprire tutta la musica italiana, dal pop ai cantautori. Per risollevare lo stramaledetto Festival, Pippo Bau iniziò a inseguire gli ospiti internazionali, e fu per questo che gli adulti di oggi rimasero fatalmente agganciati alla kermesse, e moriranno kermessando. Poi, se notate, nella classifica del 1983 che vedete gli italian boys in qualche modo rispondono, e al n.1 di Flashdance replicano I like Chopin di Gazebo e Vamos a la playa dei Righeira, due clamorose appropriazioni di nuovi stilemi in chiave ITALIANA – proprio come Vacanze romane dei Matia Bazar (n.4). In quella top ten il Belpaese risulta oggettivamente subissato. Non una grave perdita, vedendo come a difendere l’eccellenza ITALIANA c’è Corrado, con la eccellente pipì di Carletto, al n.9. Lo stesso succede inevitabilmente negli album, con l’irruzione tra i primi album più venduti di MiticoVasco, con delle Bollicine molto più funky che rock (perché noi Vasqueros della prima ora e mezza sappiamo bene che lui era un tamarro da discoteca). E trai più venduti di quell’anno, tra Thriller, Flashdance e Sinchronicity, ci sono altri due cantautori che riscuotono un entusiasmo di massa che negli anni 70 potevano solo sognarsi, cioè Dalla e Battiato, due che erano cresciuti guardando lontano, fuori dai confini – per poi eventualmente tornare a passare l’estate su una spiaggia solitaria, dove il mare luccica e tira forte il vento…
Lo stivaletto. Siccome siete gente vispa, sapete meglio di me che in queste settimane si discetta di comicità. Non credo mi deriderete se prendo atto che il mai sopito filone degli stereotipi regionali è tornato ai suoi massimi, da Casa Surace e Pio & Amedeo al Milanese Imbruttito (e tutti gli altri, dai). Evidentemente, per qualche tipo di viscerale ripiegamento antiglobal, viviamo un periodo di coccoloso ritorno all’ideologia dello Strapaese caldeggiata dal nonno di Alessandra Mussolini. Ma in quel caso l’autarchia era il vicolo cieco in cui lo scemo aveva infilato i nostri nonni; oggi è soprattutto una smania mentale, tanto che le multinazionali sono costrette a mettere bandierine tricolori sui loro prodotti per garantire a milioni di ex secessionisti che il dentifricio e la carta igienica sono fatti con ingredienti ITALIANI. Ebbene, io quando sento Gazzelle, Coez, Achille Lauro, Carl Brave o quando sento Franco126 pronunciare la parola “cabbbarèt” con tre B, mi sento preso in giro come quando vedo quelle bandierine.
(anche se discograficamente parlando, è giusto precisare che là fuori non è molto diverso; la chiusura verso l’esterno è una reazione diffusa ovunque, dalla Francia alla Germania alla Spagna. Curiosamente solo gli USA sembrano immuni, e continuano ad ascoltare britanni, latinos, persino sudcoreani)
Cionondimeno, l’accento che anvedi ahò profuso a profusione dalla Nuova Scuola Romana è solo un piccolo sintomo, trascurabile. La malattia è ben altra. E qui, per una volta mi tocca dare ragione a
Quello Che Scuote La Testa E Dice Che È Sempre Stato Così. Perché è vero, dal punto di vista melodico è inequivocabile, siamo di nuovo di fronte a un ribaltamento, a un rifiuto di quello che è stato – e si manifesta nella Vendetta delle Lagne all’ITALIANA. Il disco di Franco 126 è caruccio, le canzoncine sono fatte bene, i testi sono pensati per entrare nei tweet come nella Smemoranda, pieni di “forse” (anzi, di “fòrze”) e di rime adatte a un pubblico che dopo il decennio del rap maschione inizia a sentire il bisogno di canzoni paciughine con una spruzzata di “street cred”. Ci sta, lo capisco. Il dramma è che mancando riferimenti internazionali possenti, il ritorno alle radici ITALIANE si manifesta nel modo più raccapricciante. Perché chi come me è condannato dall’anagrafe ad aver vissuto il passaggio dalla “musica leggera” (si chiamava davvero così, e all’epoca non era un aggettivo hipster e coolissimo) subita durante l’infanzia alla successiva reazione in nome del pop e rock internazionale, che avrebbe colorato gli anni del teenagerato, non può non riconoscere stilemi che sperava sepolti, zio cantante. L’indie pop urban, con quel suo nomignolo modernista, sta riproponendo smaccatamente le gnagnere di Pupo, Collage, Sandro Giacobbe, Franco Simone. E ne sono così affranto che quasi ho nostalgia di quando Tommaso Paradiso tentava di ricalcare Umberto Tozzi, mondo cano. Si stava meglio quando si stava malissimo. Ciononostante, i critici della generazione successiva alla mia sembrano euforici di tanto mosciume. La mia prima spiegazione è: o prendono soldi, o prendono droga. La seconda è meno ottimista: sanno che siamo sempre stati questa roba qui. Che la Canzone ITALIANA, malgrado l’ostinazione degli esterofili come Fred Buscaglione o dei Renato Carosone o dei piccoli Maneskin che cercano di rinvigorirla, è sempre stata questo miagolìo strascicato con sapor di melodramma: a Sanremo, nel 1951, lo capirono subito. I traditori della Patria sono quelli che hanno cercato di cambiarla, sedotti dalle forze demo-pluto-giudaico-massonico straniere. Come ammetteva fin da subito l’intuitivo – ed esterofilo – Bennato (Edoardo), i rinnegati, stirpe neghittosa ed empia, siamo io e, temo, la maggior parte di voi, che nei periodi di procella cerchiamo, ogni volta, di dirottare questa barcarola. Ok, lo so, speravate in una spiegazione a nostro favore. Mi spiace. Mica sono qui a consolarvi – vi intrattengo un po’, ma poi chi vi conosce a voi? Vi rinnego pure a voi, da subito, ce l’ho dentro. Comunque, già la prossima settimana staremo parlando di altro ancora perché al n.1 ci andrà Rkomi. L’altra Nuova Uscita è Motta, che però sullo streaming ha numeri impietosi. Ma se vende quaranta vinili può farcela, staremo a vedere. Passiamo ora al
Resto della top ten. Il regno di Achille Lauro è durato, come da programma, una settimana, e il suo album scende al n.6; rimane saldo in seconda posizione Gué Pequeno con DJ Harsh, e Madame che risale al n.3 garantisce la presenza di un album sanremese sul podio, mentre i Maneskin scendono al n.5. Debutto al n.4 per Solo esseri umani (Valori / Amore / Vita), quarantaduesimo album in studio dei Nomadi, featuring Enzo Iacchetti nella title-track. Poi raffica hiphop/urban a concludere la prima diecina: Mace, Capo Plaza, infine Sferoso Famoso ed Ernia che risalgono ai n.9 e 10.
Altri argomenti di conversazione. Detto di Franco126 e dei Nomadi, non ci sono altre nuove entrate in top 50. Niente di niente. Ma ripetete con me: “è un periodo eccitantissimo per la musica”. Sinceramente, sembra che sopravviva (faticosamente) un album al mese, non c’è da meravigliarsi che ne escano sempre meno. Fuori subito dalla classifica gli Offspring (erano entrati al n.29), mentre Max Gazzé può dire di avere qualcosa in comune con Taylor Swift: entrambi sono durati due settimane; abbandona dopo un mese Maxtape di Nerone. Tra le nuove entrate in top ten della settimana scorsa, scendono dal n.5 al n.20 i Coma_Cose, dal n.6 al 17 Greta Van Fleet, dal 9 al 23 Emanuele Aloia.
 
Sedicenti singoli. I fan del golden boy Ultimo non riescono a scalzare la Musicaleggerissima dal n.1, pertanto il nuovo inno Buongiorno vita si deve accontentare di un dignitoso secondo posto, col podio chiuso da un’altra vedette della kermesse ligure: Madama, con Voce. Il pezzo di Ultimo è anche l’unica novità nella top ten dei singoli, perché a costo di ripetermi, tutti amano le Nuove Uscite, ma non le nuove canzoni. C’è anche una canzone non ITALIANA, è al decimo posto, Friday di Riton x Nightcrawlers feat Mufasa & Hypeman, al n.1 in Polonia e Belgio (Fiandre). Ma la vedo salire inesorabilmente in Slovacchia. Non sarò io a ironizzare su una nazione che ha mandato al governo un partito che si chiama Gente Comune e Personalità Indipendenti – nessuno, qui, è nella posizione per farlo.
 
Lungodegenti. Tempo di aggiornare la situazione per gli album che piacciono tantissimo e sono in classifica da almeno due anni – evidentemente sono i più belli dal 2018 a oggi. Per cambiare un po’, ve li sottopongo con la posizione attualmente occupata (nella prima colonna), seguita da quella della settimana precedente e dal numero di settimane consecutive di militanza in top 100.
 
…Ma naturalmente il più immarcescibile (nonostante le apparenze suggeriscano l’esatto contrario) è il segnetto di Ed Sheeran.
Che è a quattro settimane dal battere il record di permanenza dei
 
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon è tornato a uscire di classifica, una settimana dopo che era rientrato. Il mio amico Dan The Man, insider in Feltrinelli, mi dice che la casa discografica continua a non mandarlo nei negozi, malgrado le richieste. Mi chiedo se ci sia un complotto in merito. Ma la sindrome da accerchiamento è più tipica di The Wall che del suo fratello maggiore hippie, e il muro bianco non ha motivi di gridare allo scandalo visto che, anche grazie all’assenza del prismone nei negozi, le sue vendite aumentano di un pizzico facendolo salire dal n.59 al 55. E visto che il convitato di pietra di questa puntata è stata la Fiat, non credo mi possiate obiettare che The Wall è Gianni Agnelli, col suo disprezzo infinito per il genere umano; The Dark Side Of The Moon è Susanna Agnelli, con quel tocco di compassione per i suoi (…sia detto con cautela) simili. Inutile dire che Wish You Were Here è invece Umberto Agnelli, melanconico, spaesato e inadatto alla società.
Grazie per aver letto fin qui, a presto.
La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Un’epoca di musica pop è finita. E forse è giusto. Ne sta iniziando una nuova, di musica inconsistente. E forse è giusto.

Madame Kermesse – TheClassifica, episodio 14/2021

Madame Kermesse – TheClassifica, episodio 14/2021

C’è una rapper FEMMINA al n.1 della classifica ITALIANA degli album. Di questo passo dove andremo a finire?

Cosa fare in provincia di Varese quando sei morto – TheClassifica, episodio 13/2021

Cosa fare in provincia di Varese quando sei morto – TheClassifica, episodio 13/2021

Secondo uno studio di un’università inglese, in Italia ci sono quattordici milioni di giovani rapper – numero di poco inferiore a quello delle università inglesi che si tengono su con degli studi insulsi.
Di questi quattordici milioni di rapper, almeno quindici milioni sono straordinari artisti ripieni di un’intensità che voi e io non capiamo per limiti personali sconsolanti. Ma non è questo il caso dell’attuale
Numero Uno. Nuovo cambio della guardia al n.1, e qualcosa vorrà dire, forse siamo incostanti negli affetti, forse è smania da NuoveUscite, sta di fatto che il rap ITALIANO maschio torna al primo posto della classifica FIMI dei presunti album con Solo tutto, di Massimo Pericolo. Alias il 28enne Alessandro Vanetti da Brebbia, alias un piccolo posto sul Lago Maggiore dove un giovanotto vispo si sente morire, ragion per cui la sera va a Varese o Gallarate o Busto Arsizio e sta anche peggio, e si persuade presto che l’unica è spacciare droga o entrare nella Lega e spacciare il Paese come la cornucopia di parlamentari e ministri varesotti che hanno varesottizzato la nazione. Vanetti ha scelto la prima. E a differenza dei secondi, l’ha pagata: è stato messo al gabbio e non manca di ripeterlo. Perché d’altro canto (pardon) questo fanno i rapper, ripetono in continuazione le cose che gli capitano nella vita, che tendenzialmente sono quattro o cinque – cosa, quest’ultima, che mi meraviglia e mi fa pensare, perché a Max Pezzali da Pavia sembrava che capitassero molte più cose. Oppure, ipotesi a ciel sereno: vuoi vedere che Max Pezzali a Pavia, oppure J-Ax a Cologno Monzoso – osservavano un po’ meglio? E, altra ipotesi, vuoi vedere che il rap dopo 40 anni di Storia è incappato in questo problema, che fu lo stesso del rock prima di morire, cioè il genere sta generando anche nei migliori dei suoi una capacità limitata di guardarsi davvero attorno e raccontare? Oppure è la fascia di pubblico discograficamente rilevante che gli impone di limitarsi, i 13-16enni maschi che non ce la fanno ad ascoltare altro che slogan su soldi, brand, droga e troie troiose, che chiedono il rap di pancia, tanto per evocare un dibattito sulla comicità che tiene banco in questi giorni.
(a proposito: burp)
(…grazie, grazie. Siete straordinari anche voi, fantastici, è esilarante esilararvi con queste allusioni e metamessaggi) (anzi, sentite questa) (metaburp)
Personalmente, con distacco e disdegno e dispaccio, faccio un po’ il tifo per il giovane Pericolo, perché alcune, e sottolineo ALCUNE sue strofe (per noi giovani: barre. Come quel posto che piace ai toscani), per quanto ovviamente rancorose come quelle dei suoi lamentosi colleghi, sono autenticamente telluriche. Tante altre no. Ma alcune sì.E non mi riferisco solo a 7 miliardi, e al proclama “Fanculo la scuola, mi fumo la droga” o al bestemmione che lo precede, che pure vengono (pardon: venivano) entrambi gridati in coro da migliaia di ragazzi e ragazze ai suoi concerti, un po’ per l’estasi della birichinata ma soprattutto per la sensazione di essere al suo stesso ground zero, sul Lago Maggiore o in qualche altro luogo di un Paese in caduta libera continuata. I pezzi di Solo tutto sono quindici, e sono troppi. Molte barre sono noiose, potrebbero barrirle uno qualsiasi degli altri tredici milioninovecentonovantanovemilanovantanove rappusi maschi ricolmi di un sincero desiderio di possedere una Lamborghini che non sono riusciti a diventare parlamentari leghisti maschi (ma ci hanno fatto un pensiero). Pericolo Vanetti accontenta più che può la gioventù lobotomizzata con quei birignao lagnosi che esaltano il 15enne ITALIANO maschio ma si sente che certe cose al gabbio le ha imparate davvero, e ha più cose da dire rispetto alla media. Poi, è ben vero, non è immune alla smania della birichinata, e lo dimostra anche il titolo ribaldo del suo singolo – putacaso – più ascoltato (nel quale ospita Salmo, che da anni ama stupire il borghese. Forse anche troppo). Ma per quanto riguarda il suo vero impatto, è mio dovere notare anche che quel singolo, e per un album di rap italiano è sempre un po’ strano e un po’ sintomatico, non è entrato nella top 10 dei
Sedicenti singoli. Qui la top 5 è sempre konsakrata alla kermesse tenutasi un milione di anni fa, con la Musica leggerissima di Dimartino e Colapesce al n.1, Voce di Madama al n.2, e Chiamami per nome di Fedez & FrancescaMichielin che risale sul podio al n.3, scambiandosi di posto con Zitti e buoni dei Maneskin (n.4), mentre La genesi del tuo colore di Irama rimane pertinace al quinto posto. Nessun singolo di Massimo Pericolo è entrato in top ten, il che è un po’ stranino, per questo tipo di prodotto, e mi fa pensare che anche questa settimana porterà un avvicendamento in vetta. In compenso sale massimopericolosamente al n.7 Lady di SanGiovanni, il concentrato di fastidio rappuso escogitato da MariaDeFilippi. Top ten (ma anche top 12, a fare i precisi) tutta ITALIANA perché solo noi al mondo sappiamo fare bellissime canzoni ITALIANE, sono una di quelle eccellenze di cui andare fieri come le Frecce Tricolori o Casa Surace.
Altri argomenti di conversazione. Madame (n.2) e Maneskin (n.3) si tengono aggrappati al podio, sul quale si trovano pertanto tre artisti che iniziano per M. Per il discoanniversario, questa settimana è il turno del rap ITALIANO maschio con Il ragazzo d’oro di Gue Pequeno, edizione 10 anni dopo, che si insedia al n.4. Regge sempre egregiamente Mace al n.5, resiste eroicamente in top 10 Justin Bieber (n.6). A un anno dall’uscita risale al n.7 Future Nostalgia di Dua Lipa, al n.8 beccheggia Capo Plaza, entra al n.9 Malifesto di Malika Ayane e chiude la decina più prestigiosa Gemelli di Ernia. Fuori dalla top ten debuttano Maxtape di Nerone (n.14) e gli Evanescence (n.20) (ah, quanti ricordi) (già, quanti? Due? Non ricordo). Poi, Dimartino e Colapesce sono subito scaraventati fuori dalla top 10, dal n.3 al 18. Escono di classifica Il meglio dello Zecchino d’Oro dopo 30 settimane, i Foo Fighters dopo 7 settimane, Ornella Vanoni dopo due mesi, Mecna dopo 23 settimane. Ma a proposito di #uscite
Non benissimo. Tutto quanto ha prodotto Lo Stato Sociale è svanito dalla top 100: non ho capito bene cosa abbiano voluto fare, ma sono sicuro che era molto arguto e che il comunicato stampa mi rassicurerà in merito; sta di fatto che dopo due settimane la raccolta è uscita dalla classifica – mentre i dischi solisti in stile Kiss non ci sono mai entrati. Rimane invece tra i cento album più ascoltati in Italia La voce del padrone di CapireBattiato anche se lascia la top 10 scendendo dal n.5 al 74 (finito l’anniversario, gabbato lo santo), mentre tre album che erano in passerella la settimana scorsa curiosamente si ritrovano ora stipati nell’angusto spazio tra il n.62 e il n.64: Lana Del Rey (che aveva debuttato al n.7), Drefgold (il cui repack era rimbalzato al n.10) e Ghemon (che era entrato al n.8).
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Lungodegenti. Bisogna fare una festicciola: sono usciti proprio due anni fa – e da allora non sono mai usciti di classifica – Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari, ma soprattutto Colpa delle favole di Ultimo, che a lungo si fregerà questo record di avere tre dischi in classifica da più di due anni (in effetti, i primi due sono con noi da più di tre anni). Potrei anche produrmi in un’iperbole da comunicato stampa tipo “Unico artista ad avere tutta la discografia in classifica da più di due anni”, ma c’è Billie Eilish che fa saltare tutto col suo unico album (105 settimane). Concludiamo il riepiloghino con Re Mida di Lazza (109), Post Punk di Gazzelle (122), Salmo con Playlist Live (125), Diari aperti segreti svelati di Elisa (127), 20 di Capo Plaza (154), e l’immancabile ma evitabile Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 213 settimane fa e quindi a meno di due mesi dal sottrarre il record di permanenza continuata ai
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Pinfloi. The dark side of the moon era al n.36 la settimana scorsa.
(pausa drammatica)
Questa settimana
(faccina sgomenta) 😮
è di nuovo fuori dalla classifica, a 6 settimane dal suo rientro.
Non credo che sia di nuovo indisponibile nei – ehm – negozi, anche se riconosco che è un po’ anomalo questo sprofondo dal n.36 al numero 0 per un disco che, numeri alla mano, vende sempre, e sempre, e sempre (detto con la voce delle gemelle di Shining). Sta di fatto che questo comporta una settimana trionfale di rivalsa rancorosa per The Wall, che pur scendendo dal n.65 all’82 sventola la sua bandiera bianca da 46 settimane. Questa circostanza mi induce a paragonare The dark side of the moon ai servizi segreti bulgari, oggi malinconicamente dimenticati, e The wall al KGB, sempre in gambissima, specie nella persona del suo ex colonnello un po’ assassino, e forse proprio per questo stimatissimo da migliaia di varesotti che non lo considerano un Massimo Pericolo.
Grazie per aver letto fin qui. Vi premio con una foto di Ultimo.