Tag: Modà

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

Il prete più longevo d’Italia è tornato a parlare al POPOLO.

Gli Ultimi e i Primi e i Soldi – ClassificaGeneration, Stagione III, episodio 6

Gli Ultimi e i Primi e i Soldi – ClassificaGeneration, Stagione III, episodio 6

La mia missione è sempre stata scrivere per i quattordicesimi. A loro nessuno pensa mai. Solo alle tredicesime.

Negramaro, ovvero: alle prese con un verde coniglio – ClassificaGeneration, cap. X

Negramaro, ovvero: alle prese con un verde coniglio – ClassificaGeneration, cap. X

Classifica FIMI dei sedicenti album: i Negramaro debuttano al n.1 in classifica con Amore che torni mentre Cristina D’Avena cede il primato ma non il n.2, ragion per cui Max Pezzali entra al n.3. Gianni Morandi centra la top 10 con un po’ di fatica (n.8), mentre le raccolte coi duetti di Ramazzotti e i motivetti degli Afterhours falliscono l’impresa.
Tra i presunti singoli, La musica non c’è di Coez non molla nemmeno di fronte all’assalto del beniamino del WEB, l’ineffabile Shade con Irraggiungibile (n.2) e di Madman con Trapano (n.3).
 
Quindi, Negramaro. Qui si va sul personale.
 
Personalmente mi generano un senso di fatica fisica, ma confesso che lo scrivo con una certa cautela. Perché tanti anni fa, per averli ricoperti di strali in una certa misura fastidiosi
(in quanto compiaciuti. Ero convinto di essere l’unico critico simpaticone d’Italia. E all’epoca dei fatti, cioè nel 2005 all’indomani del decollo inarrestabile di Mentre tutto scorre, non ne circolavano tanti)
fui accusato di snobismo su una rivista dal piglio alternativo, da parte di uno dei primissimi blogger. Non era ancora così diffusa l’accusa di spocchia contro chi non provava un guilty pleasure per quella o altre canzoni enfatiche, popolarone e piene di ONESTÀ! ONESTÀ! ONESTÀ! (…dopo tutto non si sapeva ancora quali depravazioni del nostro pop fossero in agguato negli anni successivi).
Francamente il figuro scriveva come un peraltro utile quadrupede da fattoria e spero che la vita ne abbia fatto strame, ma devo ammettere che mi fece pensare. Era una delle prime volte (beh, non l’ultima) che uno mi insultava pubblicamente perché irridevo artisti per cui aveva simpatia. Con l’avvento dei social la cosa divenne poi più comune e meno sconcertante. So che alcuni tra voi – come del resto qualche colossale idiota a Vice – mi associano a un recente incidente con Elisa (che è molto Negramara a sua volta) ma non è stato davvero niente di che, rispetto a precedenti faide coi fan di altre star più importanti – su tutte, MiticoVasco, che con beffarda sagacia mi additò ai suoi discepoli sulla sua nascente pagina facebook. Ma lui è MiticoVasco ed è il numero uno, quindi anche quando ne scrivo male ha ragione lui (oh, su questo non transigo). E di una cosa sono certo: se ne scrivo male (errando!) non è per snobismo. Anzi: tanto me ne sono pasciuto in gioventù, che gli snobismi me li ha levati lui a forza.
Ma allora i Negramaro, che ora sono al numero uno ma non reputo dei numeri uno? Perché mi dispiacciono, nel senso proprio del dispiacere, che è ciò che provo quando sento le frasotte che i loro fan ritwittano ispirati in un turbine di cuori, quando nel singolo Fino all’imbrunire mi sento dire che gli uccelli mi diranno come volare per raggiungere orizzonti al di là del mare – e a dirmelo con incerta vocina infantile ma con la tracotante dolcezza dei cuori puri è M.S., nipotina del cantante?
 
Beh, non lo so. Ma ho provato a capirlo parlando con il cantante medesimo, due anni fa.
Non rammento se la seguente intervista fu pubblicata, fu una delle ultime che feci per Rollinstòn che in quel periodo era piuttosto incline a non uscire. Sicuramente non si trova online, quindi colgo l’occasione per riciclarla qui: lo faccio come esercizio di espiazione per il mio snobismo.
(…ehi, per il vostro non so cosa fare)
 
Chi scrive, come si suol dire, non è mai stato tenero coi Negramaro: è giusto premetterlo subito con chi legge e con l’intervistato, Giuliano Sangiorgi. Ma tale è l’importanza che il frontman della band si è guadagnato presso il pubblico e nella canzone italiana (Celentano, Jovanotti, Mina, Elisa, Battiato, Baglioni: i nomi più pesanti della nostra musica hanno collaborato con lui) che vale la pena parlargli, cercare di capire cosa significa la musica per lui e cosa i Negramaro vogliono fare dall’alto del successo conquistato. Lui peraltro, anche chi non è tenero con lui potrà notarlo, dà risposte piuttosto significative.
 

Lo devo premettere: come si suol dire, non sono mai stato tenero con te.
Va bene. Sei onesto come cerchiamo di esserlo noi. Ognuno è libero di criticarci, ma faccio notare che non abbiamo mai cercato di ammiccare o fare musica alla moda.
Ora che mi ci fai pensare, è anche vero, certo non siete la definizione più ovvia di pop italiano. Però un certo gusto per un rock enfatico l’avete creato voi. E non ha avuto buoni epigoni.
Non abbiamo mai prodotto un disco in sintonia con l’epoca, perché credo sia la sostanza a fare l’estetica, e noi per raccontarci puntiamo alla sostanza. Credo sia per questo che i nostri pezzi riescono a durare. Senza nulla togliere alle canzoni che colgono il momento. Non si tratta mai di canzonette. Anche quando sono leggere, contengono delle verità, magari anche in un piccolo dettaglio.
Condivido, ma insisto con il rock enfatico. Ti piacciono i Modà?
(non risponde)
Okay. Perché canti sempre in modo così straziato?
Non direi. Non ho mai scritto cose tristi e non canto in maniera triste… Casomai irruento. Ho una malinconia di base ma è ciò che spinge alla ricerca della felicità. Non ti ci portano una stupida allegria né la rassegnazione. Come cantavo in Estate, la posizione perfetta è in bilico: una tensione ideale, di perenne ricerca interiore per apprezzare la felicità che sta arrivando. Quanto al canto, non pensavo di fare il cantante ma il rapper: il mio primo disco fu Don’t believe the hype, Public Enemy. Mi sono ritrovato a farlo io ma sto ancora aspettando che i Negramaro trovino un cantante…
Nonostante la tua visibilità, non mi pare che tu sia visto come grande comunicatore. E anche se ora, personalmente, non posso negare che tu sia disponibile e gentile, non penso che tu pubblicamente passi per “simpatico”. Ti sei mai posto la questione?
Vivo serenamente ciò che faccio, faccio quello che mi piace, lascio parlare le canzoni. Credo che la musica non debba avere la faccia di chi la fa. Quando ascolto De André non mi chiedo se era simpatico o umile, sento quello che voleva dirmi. Chi ci segue sa che sul palco gioco, ma forse chi ci vede da fuori non lo può cogliere. Francamente mi imbarazza molto ragionarci…
Scusa, so che sto usando una certa franchezza brutale. La uso un’ultima volta, ora: tu canti spesso il meteo. Nei testi sono frequenti nuvole, pioggia, vento.
Non è una cosa che cerco, se si riaffacciano è perché c’è continuità tra quanto sento dentro di me e quanto cerco fuori di me, un dissidio tra la carne e il cielo e le nuvole: ognuno di noi è in tensione tra fisicità e slanci più eterei.
Per quanto riguarda la musica, hai una progressione di accordi preferita?
Mesi fa leggevo un saggio sulla perfezione dell’accordo di La maggiore. Ho notato che ne ho cantate molte in quella chiave e non so perché. Forse perché è la nota del diapason, un vibrare dell’anima quasi ascetico.
Pensi che i Negramaro abbiano affinità elettive con qualche gruppo straniero?
Penso che abbiamo un nostro suono. Certo, c’è chi è più simile al nostro modo di sentire, come Jacquire King (Kings of Leon, Tom Waits, Josh Ritter) che ci ha mixati a Nashville.
A me sembra che ultimamente stiate andando verso i Coldplay.
A me no…
Nella band siete in tanti, e c’è un leader riconosciuto da pubblico e media. Questa cosa è sempre stata facile da gestire, o avete imparato ad affrontarla col tempo?
Si impara a camminare insieme ma anche a volare, per cui è tutto un equilibrio su pesi che si distribuiscono di volta in volta.
Ma concretamente, essendo in tanti, non potete suonare tutti, in tutti i pezzi.
Ci si alleggerisce se si deve, si plana su ampie distese di serenità, si vola basso quando le nuvole sembrano schiacciarti, per poi risalire col cielo sereno…ops, hai visto? Di nuovo nuvole e cielo, non è colpa mia…ne sono attratto.
Qual è tra le tue strofe, quella per cui la gente stravede, che cita o ritwitta e magari si tatua? In pratica, qual è la tua “La vita è un brivido che vola via?”
Secondo te?
Per me l’apice della negramarezza è “Fermale tu queste cazzo di lacrime”, ma io non faccio testo. Te lo aspettavi, quando l’hai scritta, che diventasse così popolare?
No, però se da un lato mi fa piacere dall’altro mi fa pensare.
Che la gente piange molto?
Probabilmente sì. Ed è significativo. In positivo. Significa un’emozione fortissima, incontrollabile, vera. Quanto ai tatuaggi, mi stupisce in maniera disarmante vedere nostri versi sulla pelle delle persone e penso “Ma se un giorno sbagliassimo una canzone, o facessimo cose che non approvi, cosa faresti? Taglieresti un braccio?” La pelle è così importante per me che non riesco a macchiarla, non ho tatuaggi… Lascio che il tempo si racconti su di me.
Ah, caspita.
In realtà, ho solo una  paura fottuta del dolore, haha!

 

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

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Peggiori video, uscite social, album, canzoni, polemiche, morti del 2016.

LeClassifique 102 – MiticoLiga, MiticoVasco, e la vecchiaia del rock italiano

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I quattro nomi fondamentali del rock italiano, insieme nella top 10 degli album più venduti. Non lo vedremo più.

TheClassifica 80. Ultime grida dall’anno scorso

TheClassifica 80. Ultime grida dall’anno scorso

TRILOGIA DELLE FESTE
Capitolo IV: Natale 2015 e la sua posizione nei confronti di noi giovani. (contiene: TZN)
Capitolo V: un anno di noi. (contiene: ancora TZN)
Capitolo VI: panettone di informazioni semidivertenti sull’ultima classifica del 2015. (contiene: Pinfloi)

(seh, lo so che è lunga. Se non siete per il binge reading, leggetela a puntate)

Capitolo IV

Ciao, amici! Fatevi guardare. Siete bellissimi. Così in forma, rilassati, piacevoli al tatto e all’odorato. Cosa mi raccontate? Cosa avete trovato sotto l’albero? Per caso Adele, Marco Mengoni, Coldplay? Sono i tre album più venduti nella settimana di Natale – quella in cui si fanno parecchi regali, e si vendono parecchi dischi. Due attività irragionevoli che in alcuni casi, fantasmagoricamente, coincidono. Che cosa stranissima, no? Regalare un disco, dico. Fa molto anni 80, in qualche modo. Oggi, regalare un disco è un gesto costipato. È forse l’oggetto più perdente in circolazione – oddio, anche gli orologi se la giocano. So cosa mi direte: un cd forse sì, però dai, il cofanetto… oppure, ancora meglio, il vinile… Belli, costosi. Evocativi di mondi fatati.

Oh, ma ditelo pure. Tanto il cappello introduttivo è finito, e stiamo per addentrarci nella parte muscolare di questo scritto. Permettetemi di mostrarvi l’infografica che segue, relativa al trio di album più regalati gli anni scorsi. Guardateli mentre sfilano, gli spettri dei Natali passati – vediamo se ci vedete quello che vedo io.

2005: De André, Renato Zero, Robbie Williams
2006: Laura Pausini, Elisa, Renato Zero
2007: Ligabue, Zucchero, Gianna Nannini
2008: Laura Pausini, Giusy Ferreri, Irene Grandi
2009: Andrea Bocelli, Vasco Rossi, Laura Pausini
2010: Zucchero, Ligabue, Michael Jackson
2011: Michael Bublé, Tiziano Ferro, Adriano Celentano
2012: Jovanotti, Zucchero, Eros Ramazzotti
2013: Ligabue, Laura Pausini, Mario Biondi
2014: Tiziano Ferro, Vasco Rossi, Gianna Nannini

E poi, come già detto,

2015: Adele, Marco Mengoni, Coldplay

Ci sono un po’ di album di canzoni natalizie che straniscono i dati, quindi i nomi di Irene Grandi, Michael Bublé e Mario Biondi vanno presi con le presine per non scottarsi, magari con su motivi natalizi, renne e ghirlande. Ma lo vedete quello che vedo io, critico visionario, ponte tra una generazione che ha fatto i soldi straparlando e un’altra che straparla sognando i soldi? Riuscite a notare il salto quantico di questo Natale? No, non è la prevalenza degli stranieri (dei britanni, prevedibilmente) sugli italiani, anche se è vero che non sussiste nei precedenti elenchi di strenne. No! Hanno indovinato quelli che hanno risposto “Nessuno del terzetto di alta gamma ha debuttato nel secolo precedente”.

Ok, aritmeticamente doveva succedere prima o poi – inoltrandosi in questo secolo, intendo dire.
Però è successo nel 2015. E un po’ io ce l’ho, la sensazione che il pimpante giovanilismo di facciata di governo e opposizione abbia finito per fare breccia. Così come Boldi e De Sica sono stati sostituiti da Zalone e Berlusconi da Renzi, allo stesso modo Pausini e Antonacci non appaiono nel presepe, pur presenziando in top 5 in guisa di pastorelli. Significa che lo svecchiamento, tanto invocato, è arrivato? Non saprei – io nel dubbio, dubito. Però già che sono qui vi sottopongo il dato, affinché ci posiate qualche arruffato pensiero.

E dei tre re magi, che dire?

1. Adele. Di lei ho già parlato tanto. Per chi capitasse qui solo ora, ecco gli highlight di tanto pontificare, copincollati con malagrazia da TheClassifica 76 (sto inventando: non ricordo proprio il numero). Siccome è il disco dell’anno, merita questo remix.

⦁ “Io non trovo niente “da smontare” in Adele. Trovo che sia l’antitesi di ciò che è “montato”. Non è un prodotto, non ha studiato da star. Ora è un format, ma non lo era quando ha iniziato”.
⦁ “C’è una continuità evidente tra il primo disco 19, che forse un po’ di gente si è dimenticata, e il nuovo numero, questo 25. Vi annoia? Non può farci niente, Adele è questa cosa qui: una ragazzona maestra nell’arte di creare una tristezzina amichevole, consolatoria, e poi scagliarla in cielo e muoverla vorticosamente come Topolino fa con le stelle nell’Apprendista Stregone di Fantasia“.
⦁ “Sono ammirato, quasi sbigottito da come un approccio alla musica così lineare e vecchio stile riesca a mettere in riga tutti gli iperproduttori maghetti del plink e del “uuuh!”, nonché tutti quelli che sbavano per il fantasma di una contemporaneità confusa, molto presunta, molto presuntuosa. La verità che il successo di Adele mette sul tavolo, è che l’orecchio, come la pancia, non è felice se ci infiliamo cose artefatte. E appena può va a cercare la buona minestrina di nonna Adele”.

2. Coldplay. Di loro invece no, non avevo parlato. Non vi stupirò con una difesa acrobatica: A head full of dreams è brutto. Sì, BRUTTO, come le brutte persone. Di una bruttezza pacchiana. Buon per gli haters, anche loro hanno ragione ogni tot; però il disco brutto capita sempre ai grandi gruppi e ai grandi solisti – e io insisto, sfidando il vostro beffame, che i Coldplay sono un grande gruppo. Anzi, a distanza di, boh, sarà un mese?, spezzo una lancia per il singolo, quello che fa Dedadà o qualcosa del genere. Quando passa per radio, crea un abisso con tutto il resto dei singoli da top 30. Adesso, vogliamo fare un processo al resto dei singoli da top 30?
No, non ora, amici. Devo passare a Marco Mengoni, ho molte cose da dire su di lui.

3. Marco Mengoni. E invece no – le molte cose su Mengoni me le tengo come argomento principale della prossima TheClassifica, la cui uscita, mi dice l’editore, è prevista nelle prossime 48 ore. Questo perché è venuto il momento di riflettere su una cosa, a proposito di Marco Mengoni. Ovvero: volevamo una popstar. Sì, volevamo tanto una popstar. Volevamo intensamente una popstar, con tutto il nostro febbrile anelito. E ci hanno dato quella popstar.

E adesso?
E adesso?
E adesso, eh?

Capitolo V 

La FIMI ha reso noti i dischi più venduti di TUTTO il 2015. Caramba, che solerzia: un tempo lo facevano tipo a giugno. Anche qui vi sottopongo una slide. Eccola:

GLI ALBUM PIU VENDUTI DEL 2015
1) Lorenzo 2015 CC – Jovanotti
2) TZN – The Best of Tiziano Ferro – Tiziano Ferro 
3) Out – The Kolors
4) 25 – Adele
5) Parole in Circolo – Marco Mengoni
6) Il Bello D’esser Brutti – J-AX
7) Sanremo Grande Amore – Il Volo
8) Le Cose Che Non Ho – Marco Mengoni
9) Passione Maledetta – Modà
10) Giro Del Mondo – Ligabue

Undici cose da dire, sui social, sugli album più venduti del 2015.

1. Il più vecchio è MiticoLiga 2. Mi, i TheKolors! 3. Ehi, c’è una straniera! 4. Non c’è il rap. 5. Però ci sono due ex-rapper. 6. Quello de Il Volo è un EP di cover. Costa poco. 7. C’è due volte Mengoni. 8. Eh, sì. 9. DUE album di Mengoni. 10. Ok, c’è altro? 11. Sì! Guardate la gallery qui sotto, sui più venduti degli anni precedenti.

2014.
1. SONO INNOCENTE, VASCO ROSSI
2. THE ENDLESS RIVER, PINK FLOYD
3. TZN – THE BEST OF TIZIANO FERRO

2013.
1. MONDOVISIONE, LIGABUE
2. GIOIA … NON È MAI ABBASTANZA!, MODÀ
3. BACKUP 1987-2012 IL BEST, JOVANOTTI

Bene. Intanto mi pare di poter dire che Jovanotti e i Modà, vendono tantone. Ma soprattutto, all hail Tiziano Ferro. Per due anni consecutivi sul podio dei dischi più venduti e con lo stesso medesimo aggeggio. Beh, salute. Io non credo proprio fosse mai successo prima, a nessuno.

(e con questo, qui ho finito, e passo alla parte terza)

Capitolo VI

Lui si era ucciso per Natale. Molto regalato anche il box di Francesco Guccini, altrimenti non sarebbe sceso dal n.10 al n.21 già a partire da Santo Stefano (o come diciamo noi dei media, “boxing day”). Spiace che nessuno lo abbia preso per San Silvestro, si poteva usare La locomotiva per fare il trenino. Pochi hanno regalato The ties that bind del Boss Springsteen, solo n.40. Ma naturalmente quello che tutti volete sapere è chi ha vinto la disfida dei dischi di canzoncine natalizie. Ebbene, Grandmaster Bublé, al n.16, stacca Il Volo, n.20 (ma si consolano con tre titoli in top 30). Mette di buonumore vedere che Tony Hadley (n.41) sopravanza Mario Biondi, Andrea Bocelli, Mariah Carey e Mina.
Miglior vita. Mi duole dirvi che la tradizione di commemorare i defunti a Natale è andata un po’ persa: niente John Lennon nella top 100, ma neppure Fabrizio De André. Solo 8 album di artisti che hanno lasciato questa valle di LOL. Li guida Pino Daniele al n.46. 
Il fattore. Urban Strangers non hanno fatto il botto previsto ma okkupano il n.12 anche dopo le feste; Giosada galleggia al n.25, i Moseek faticano intorno al 70mo posto.
Pinfloi. The dark side of the moon al n.56 precede The wall al n.58, ma mi pare di poter dire che non c’è rancore tra le due parti. Wish you were here giustamente sta molto dietro, al n.79, rmente la raccolta One foot on the door ricompare in classifica solo dal 26 dicembre in poi, nel deprecabile precariato di un n.97. Stanno bene e vi salutano (anzi, vorrebbero che voi foste lì) l’album di David Gilmour (n.36) e il The wall di Roger Waters (n.66). Ma so cosa vi state chiedendo: e The endless river, il paladino della vinilità? Dopo aver passato nove mesi in classifica tra il n.30 e il 50, di colpo a novembre nel giro di tre settimane è uscito dalla top 100. Si dev’essere improvvisamente sparsa la voce che non era un granché.

TheClassifica 79 – Cose che nessuno dice sui Modà

TheClassifica 79 – Cose che nessuno dice sui Modà

In teoria i Modà al n.1, nell’ennesimo cambio della guardia di quest’anno (il sedicesimo, a fare il preciso, in sedici settimane) mi verrebbero pure comodi, ché aMargine è un po’ giù di like. E niente porta su i pollici e i retweet come gli articoli 

TheClassifica 70. Lorenzo Fragola, timido e schifo. Sì, con la f. Eh.

TheClassifica 70. Lorenzo Fragola, timido e schifo. Sì, con la f. Eh.

Se sentite un caratteristico rumore di ginocchia che strisciano, sono io a produrlo. Sono qui ginocchioni sui miei ginocchioni per chiedere scusa ai Modà. E non solo! Pure a Biagio Antonacci. Avevo ritenuto che Kekko Silvestre fosse l’autore dei testi più brutti e insulsi della 

La torrenziale chiacchierata con Marracash

La torrenziale chiacchierata con Marracash

Parto dalla prima cosa che ho pensato sentendo il disco. Hai messo gli Oasis in un brano hip hop, per i fan sarà lesa maestà.
Ma io adoro il rock. Sono un ex metallaro.
Qualcuno dirà “Ah, bel metallaro, si è venduto all’hip hop”.
Mi spiace ma a me pare che il metal sia morto, non vedo nuovi Metallica o Motorhead. Io se penso al metal ricordo cavalcate strumentali, sette minuti seguite dalla parte acustica, è quello il bello della nicchia, anche il metal scardinava il rock da hit single. E se l’hip-hop va anche lui verso quella roba lì invece che scardinarla, si snatura. Io ad esempio Macklemore non lo riconosco come hip-hop. È come il Black Album per i Metallica, qualcosa che i rocker non riconoscono come rock.
Da ex rocker, sai spiegare perché il rocker sclera davanti al rapper? 
Perché non vede nel materialismo la ribellione che cerca. Il materialismo è alla base dell’hip hop. Che in Italia diventa papponismo, la roba italiana trash. Io ero povero, venivo da un contesto iperpopolare e una famiglia di operai e ne facevo la mia forza. Io ti rispetto se hai fatto i soldi col lavoro. Nel disco un pezzo parla di materialismo, e dice: vorrei poterti dire che faccio una vita di merda ma non è così, la realtà è che io e quelli come me hanno preso una bella casa, hanno le fighe, vanno a Londra e ci stanno tre mesi. Ma dopo 28 anni senza avere niente, non mi vergogno se grazie al lavoro ce l’ho fatta.
Mentre il fan del rock ha bisogno di credere che non sia così.
Ha un po’ bisogno di farsi prendere per il culo, perché sono tutti griffati. Jovanotti è attento alla moda, ha la ragazza che ci lavora, ma non lo dirà mai. Perché non è in quell’estetica. Non dice che ha la casa a New York, perché la gente apre la polemica.
Ma non c’è una via di mezzo tra il vantarsi e il fingersi disinteressati ai beni materiali? E il dire ai fan: non c’è niente di male, non pensate a questo?
Io dico di sì. Ognuno di noi quando si compra qualcosa vuole farlo vedere alla fidanzata o agli amici, le donne sanno come è bello avere una borsa nuova e noi sappiamo come ci si sente su un’auto nuova. Certo, se le tue canzoni vertono solo su quello, che hai il Rolex eccetera, che palle. Ma è un’ipocrisia anche se fai il depresso e vai a ritirare un premio vestito di mmerda. Io non capisco questa cosa italiana, che non esiste lo star system. Tant’è che in Italia il gossip non è sugli artisti, è su gente che nessuno sa cosa fa, non è su Laura Pausini o Giuliano dei Negramaro.
Cosa c’è nel disco?
Parto da cosa non ho messo: qualcosa che in realtà ho contribuito a creare. Sono stato tra i primi, con Fabri Fibra, a giocare la carta dell’ironia pungente con Stupido, che poi si è diffusa – ma ora non la trovo più così divertente. L’hip hop, proprio come questo Paese, è capace solo di due cose: uniformarsi, o distaccarsi con battute simpatiche sulla situazione, con la satira.
E tu non ce l’hai, una gran voglia di ridere?
Mi ha scocciato questa attitudine italiana, il ridere delle cose, l’ironia di comodo che testimonia una spartizione: da un lato tronisti di varia natura, tronisti dello spettacolo, della politica, della cultura, del giornalismo. Dall’altra, opinionisti su Twitter. Io mi sono rotto, non voglio fare battute. Nessuno riesce a prendersi sul serio. E quindi a prenderci sul serio.
Una delle nuove rime è “Sono affamato, datemi un’altra fetta di mercato”. E in effetti sarebbe anche ora che l’hip-hop non fosse il genere dei 16enni.
Magari fossero 16enni! Io vedo sempre più 12enni. L’hip hop italiano è a tanto così dal trasformarsi nella versione 2.0 dei Finley. Il pubblico è così giovane che spesso non ha gli strumenti per capire.
Perché ai 30enni non piace?
Il 30enne non ha tanta voglia di sentire pezzi che “parlano della vita”. Non gli puoi andare a parlare della vita attraverso la musica, non gli interessa, vuole ballare o rilassarsi, quindi ascolta cose in cui il testo non è particolarmente importante. Per questo la dance attecchisce più tra i grandi.
Quindi, non arrivando a un pubblico adulto, non è vera questa cosa che siete i nuovi cantautori.
Ci paragonano ai cantautori ma siamo più vicini alla poesia, a Dante, perchè il nostro campo è la metrica. Se tu non hai la metrica non sei un rapper, sei Jovanotti. Che usa il mezzo del rap ogni tanto perché non sa cantare bene, usa il rap perché è comunicazione, come Macklemore, che per me è i new Black Eyed Peas. Se non c’è attitudine e non c’è metrica, tecnicamente non sussiste il rap.
Non siamo a Spit, ma sento chiudersi la gabbia. Cioè, se il rap DEVE fare così, DEVE avere canoni precisi invece che espandersi… Eppure è nato basandosi sulla disco music degli Chic con la Sugarhill Gang. Cioè, è nato in campo altrui, prendendo a prestito regole che già c’erano, rompendole.
Il rap è sempre un frullatore di altre cose, nasce dal campionamento. Eminem ha fatto una rivoluzione, è stato il primo a lasciar perdere funky e soul, ha campionato roba bianca e diversa… Ma va avanti. Escono continuamente cose che portano linfa vitale. Drake parla di sentimenti, anni fa a uno come lui gli sparavano. Kanye West è una rivoluzione, a livello testuale e musicale ha rivoluzionato tutto ma nessuno si sognerebbe di dire che non è hip-hop. Lui può fare una canzone perché è dentro questa cosa, così come Eminem può fare robe pop ma è talmente dentro quella roba lì perché ha la tecnica dalla sua.
L’ultimo di Eminem è piaciuto alla critica, ma al pubblico italiano non è piaciuto granché. Questo secondo te cosa significa?
Che gli italiani non sanno l’inglese, anche se imitano l’America. Per me la serie Boris è l’Italia, puoi applicare quella roba alla discografia, alla grafica, al giornalismo, alla tv, alla politica. Cialtronismo a massimi livelli e ignoranza.
Cosa vuoi dire quando dici che l’Italia è passata da Saviano a Savino?
Come nel rating, abbiamo perso una A, quindi passiamo da uno che prende sul serio ciò che fa – e viene accusato di aver fatto i soldi – a un adorabile paraculo. È un sintomo. Corona e Belen sono legittimati, lui no. Invece è il contrario, i ragazzi sarebbe meglio se volessero fare i soldi diventando Saviano invece che Corona.
Però l’hip-hop si è affermato coi pezzi tronfi del tipo che entra nel club e si fa la tua tipa e tu zitto. Lo hanno fatto tutti, anche tu nel King del rap.
Haha, lo so, l’hip-hop medio ha come messaggio che lui fa i soldi e tu sei un coglione.
E le hai fatte anche tu.
Come no!
Sono anche divertenti, chi più chi meno – però alla lunga non portano alla mentalità che dicevamo?
King del rap per me contiene trovate lessicali, metriche e di punch-line che io senza fare il modesto trovo geniali, come se avessi fatto alcuni dei migliori assoli in circolazione. Un conto è fare questa roba senza effort, senza ispirazione. Sento spesso questa roba fatta a livello basic senza trovate né originalità. La punchline ha un sottostrato culturale interessante, anche in una cazzata c’è un riferimento culturale.
Ma non sto discutendo il livello. Il problema secondo me è come in Spit, è stata creata una gabbia, e tu puoi individuare il più bravo a muoversi nella gabbia. Che però gabbia resta.
Hai ragione ma è anche vero che io ho fatto anche roba sperimentale che è stata poco cagata a livello culturale; non c’era la componente autocelebrativa e c’erano Bloody Beetroots e Crookers prima che l’elettronica diventasse fighissima. Ho fatto un pezzo come In radio proprio per questo motivo, perché noi siamo quello che siamo, ma c’è un concorso di colpa dei media. Se io faccio il pezzo più ballad vado su Radio Italia, ma se non è vagamente dance Linus non lo passa. E Linus lo devo ringraziare perché si è accorto delle rime di Badabum cha cha, altrimenti sarebbe rimasto un tormentone. Così alla fine quello che si è cercato di fare nel rap è stato cercare la via più facile, ha aiutato a farsi notare anche Fibra, un po’ più dance, alle radio faceva comodo, era più vendibile. Io nel secondo disco avevo Giusy Ferreri, volevo andare in radio a tutti i costi. Però credo sia un mio pezzo, col featuring di Giusy che la gente sa chi è e da dove viene. Però così facendo siamo tutti dovuti andare verso il pop, come i Dogo con Antonacci, Fibra con la Nannini. Questo ha generato il mostro che è oggi l’hip-hop italiano, che ora come ora è proprio tronismo. Molti di noi, anni fa avrebbero fatto i tronisti, oggi al posto loro in discoteca chiamano noi. Abbiamo successo, siamo pieni di figa e di…
Sei pieno di figa? 
Ehm, onestamente non mi lamento, anche se non riempio i tabloid come altri. Perderei quella credibilità. Io nei dischi poi critico questa cosa e se finissi a scoparmi queste tipe di cui non ho rispetto… La roba della tipa figona, prima o poi ci passi se fai questo lavoro. Hai sempre l’illusione: “Questa è una zoccola ma con me sarà diversa. Se sei bravo dura tre mesi. Conosco artisti che ci cascano.
Conosco giornalisti che ci cascano.
E non mi piace il metodo italiano di mettere il sesso su un piedistallo, di farlo diventare così importante perché alla fine l’italiano è sempre Lino Banfi, il becero che non riesce a scopare e quando vede una figa fa “Uuh, uuh!” – perché all’estero la gente scopa normalmente senza menarsela troppo, mentre qui, non so perché, forse perché c’è il Vaticano, diventa parametro di tutto. Allora ci sono donne che riescono a ottenere lavoro e visibilità tramite il sesso. L’altro giorno ho visto su YouTube un servizio sulla modella di Blurred Lines. I commenti degli stranieri sono sulla tecnica del fotografo, la location – quelli degli italiani sono tutti “Minchiacheffiga”.
Forse lo pensano anche gli stranieri, ma l’italiano ci tiene, a commentare minchiacheffiga.
Guarda, io in questo periodo ho un certo rigetto per il nostro Paese. Mi incazzo. Lo odio perché lo amo.
Cosa hai messo di questo, nel disco?
Tanto ma un po’ ho anche paura di risultare frustrato, di fare quello che si lamenta.
Beh, ma sarebbe coerente: tutti ci lamentiamo.
Sì ma a livello di bar, o di tweet. Se lo fai in musica sembri un palloso rompicoglioni. Oltretutto io lo sconterei di più perché ho fatto spesso il simpatico, essendo un lato della mia personalità. Non sono hardcore a tutti i costi. Forse anche questo può confondere. Diciamo che ho fatto un disco che confondesse di meno.
Ma parlando di simpatia: non trovo uno con cui tu non abbia collaborato. A parte Caparezza, ovviamente. Tu sei il grande crocevia dell’hip-hop, si va da Salmo a J-Ax, da Co’ Sang a Club Dogo. Questo crea una distorsione, dà un argomento a chi dice “é tutto uguale” perché vede anche una scena che sembra compatta.
Ci sono molti nei media che usano l’hip-hop come ariete contro la musica italiana, ma esclusivamente per fare sensazione. Al giornalista piace dire “Che figata, l’hip hop italiano va bene in classifica, tutti entrano al n.1”, e mette assieme Salmo e Moreno, Fedez e Marracash. A nessuno salta in mente di fare un discorso simile col rock. C’è un po’ più di know how, è chiaro che nessuno mette insieme Manuel Agnelli coi Sonohra.
No, però se stai fuori dal mainstream, puoi dire che Ligabue è uguale a Fedez. Dipende dal campo che scegli. E non è del tutto sbagliato accomunarli, perché sono rilevanti tutti e due.
Fedez? Per te è rilevante? Io lo accomuno al primo disco degli 883, che comunque anch’io ascoltavo molto da ragazzino. Ha quell’impatto lì.
Che in ogni caso è un impatto. Lo vedo, che sta chiaramente mirando al mondo teen – ma penso sia furbo, quindi è un passo avanti rispetto ad altri che mirano lì. Lui stesso mi ha detto che non si aspetta che nessuno sopra i 20 anni lo ascolti, e non posso non dargli atto che tra quelli che parlano ai teenager, è quello che cerca di far passare più robe. Poi la credibilità a me non interessa.
No? (ride)
A me interessa come e perché uno piace al pubblico. Voglio sapere quanto mi devo preoccupare.
Mah, in questo Paese la credibilità c’è solo nella ristorazione, come dicono in Boris.
C’è gente dell’ambiente che sospirerebbe a queste parole.
Ma sì, dai, la verità è che in questo paese puoi fare quello che vuoi e poi ti si perdona tutto. Puoi scoparti chi vuoi, puoi contraddirti. Puoi prendere una base già usata sei mesi fa da un altro. Per dire, il tuo amico Fedez…
Ecco, l’espressione “il mio amico Fedez” non prelude a nulla di buono.
No, dai, sto scherzando – però sono cose importanti. Dire che Fedez, perché non fa il duro, è nuovo rispetto a Gué Pequeno non è sufficiente. È come dire che i Modà sono rock – però in Italia lo sono, i rocker che non fanno più i duri.
Ma dimmi che il Rolling Stone americano non avrebbe messo Fedez in copertina. Hanno messo Miley Cyrus. E su Katy Perry hanno fatto un pezzo bellissimo, che ti fa capire bene il fenomeno e il personaggio, però se lo facessimo noi in Italia metà dei nostri lettori partirebbe coi Nonvicompropiù.
L’interesse per i rapper è arrivato adesso dopo anni e anni dopo il periodo in cui il rap era veramente interessante, dopo dischi usciti in un momento in cui c’era veramente qualcosa da dire. Come ho detto prima, questa cosa che tu trovi interessante, quella di mischiare il rap col pop, è una cosa che noi tentiamo di fare dall’inizio. Gianna Nannini + il rapper: era già stato fatto. Una, due, tre volte. Questo in un momento in cui i dischi indie in Italia sono tipo quello dei Cani. La tendenza all’estero è opposta: Drake che è il più grande in assoluto ha un disco veramente difficile oltre ad avere un gusto che ci sogniamo. Quasi underground, tutto triste, tutto lento. Lo vedi in Drake, in Kendrick Lamar; mentre contaminare il rap mettendoci la cassa delle patatine all’italiana, il mixaggio con voce altissima featuring pop riciclato per me è una roba vecchissima, non trovo che artisticamente sia rilevante. Sono d’accordo che meriti la copertina come fenomeno. Doppio platino da esordiente, ci mancherebbe. Diciamo che Moreno mi fa più male rispetto a Fedez.
Fedez sembra spalleggiare Grillo. Anche tu avevi aderito al live del Movimento 5 Stelle.
Non lo rifarei. Sono uno di quelli che ci ha creduto ma poi mi sono informato e ci ho trovato del marcio. C’era molta gente che ci voleva credere tantissimo, era il cambiamento epocale che tutti volevamo così tanto da non approfondire abbastanza. Ma è fuffa.
E quindi?
Siamo alla bancarotta. La classe dirigente ha rinunciato a salvare questo Paese. Se lo sono venduto. Anche se noi non vogliamo rendercene conto. Quando sarà finito il credito che godiamo per Pavarotti, pizza e Lamborghini, la gente e i capitali se ne andranno: per il mondo non stiamo producendo niente che valga. Siamo la Grecia, l’Albania.
Dai, dì che hai fiducia nella gente.
Non molta. La maggioranza passa il tempo sui social commentando le cose degli altri invece che farle. È una parodia della democrazia: il mondo dei social network incita alla bassezza. Non possiamo più far finta che la massa della gente non sia stupida.
Hahaha, non l’avevo mai sentito dire con tanta naturalezza.
Una volta potevi guardare altrove, ma i social network ti stanno tirando addosso tutta la stupidità. Non voglio essere anacronistico. Ma guarda i commenti che riguardano i musicisti: il pubblico la pensa come Simona Ventura, se il tale ha venduto 50 milioni di dischi, vale. È la logica di Corona, se faccio i soldi ho ragione, se ti lamenti stai rosicando. L’Italia ha un problema proprio in questo, tutti si sono convinti che Berlusconi arrivava alla gente quindi aveva ragione. È facile fregare la gente. Fabri Fibra con Guerra e pace ha cercato di fare un disco concettuale, ma per arrivare al pubblico oggi non puoi più puntare sul pezzo, devi passare dai media mettendoti una carota in culo. Alla fine Gué Pequeno è stato un genio, ha fatto il disco hip hop di quest’anno ma si è inventato la cosa della Minetti: farà il disco di platino, e lo farà anche per quello. La prima volta che ho letto un’intervista sensata a un rapper è stata la tua a Gué Pequeno, perché per quanto controverso lui sia, c’erano delle cose che tutti avrebbero voluto chiedergli e lui controbatteva e tirava fuori qualcosa.
Ti ringrazio per la sviolinata che ovviamente porto a casa. Ma non funziona solo così. Siamo diventati ipersensibili ai giudizi.
Certo, viviamo per il giudizio degli altri.
Ma questo significa anche rischiare di meno in un’intervista, in un articolo. Io stesso le prime volte che la gente scriveva al giornale insultandomi, notavo più gli insulti dei complimenti. Questa cosa tocca persino Ligabue o Vasco che vendono un milione di copie, sclerano per i dieci che li criticano. Ecco, una cosa interessante dei Cani è che sembra tenere conto già dell’atteggiamento della comunità giudicante. È un passo più avanti perché lui stesso è di quella pasta lì, è più veloce nel trovare il proprio possibile punto debole rispetto a quelli che vivono per trovare punti deboli. E questa cosa, questo clima di processo e autoprocesso permanente, in Italia c’è stato negli anni 70, sto pensando a L’avvelenata di Guccini, a Gaber, a De André. E nel rap sta tornando fuori.
Nella critica però non c’è. Noi possiamo anche accettare il vaffanculo però dovete dire anche, ogni tanto, questo pezzo è artisticamente interessante, cosa che non vedo in nessuno. Io penso di saper scrivere testi come pochi in Italia in questo momento, ma la verità è che vengo valutato o sulle cazzate, o su quanto venderò. E se anche l’hip-hop ha contribuito a creare questa cosa, la critica dovrebbe superarlo. E capire che ho un profilo diverso da Moreno o Fedez.
Ma tu dai peso ai critici?
Più che le testate, seguo delle persone. Mi piace questo tipo, Quitthedoner, conosci? Non nasce come critico, faceva articoli d’inchiesta. E anche PopTopoi, è uno che seguo. Ha l’aria di uno che nasce come fan più che come critico, si vede che è un entusiasta – ma ha uno sguardo più largo rispetto a tutti gli altri blogger. Tanto comunque, sui giornali mi pare che manchi una critica formata, magari sul rock c’è di più, sul rap non c’è, tranne Michele Wad Caporosso che scrive con alti e bassi, ma non c’è qualcuno che veramente commenta e intervista e parla di hip hop col giusto know how.
Non guardare me, io certo non ce l’ho e non lo voglio avere, a me il know how e i generi non interessano.
Ma se tu lasci tutto alla gente, la gente finisce per parlare di Gue che scopa la Minetti, perché si arriva a “La Minetti però se la vorrebbero scopare tutti”. Se la critica non sa fare il suo mestiere, Fabri Fibra per arrivare non deve fare il pezzo deve passare dai media facendo il twerking come Miley Cyrus. Sto seguendo X Factor, non da molto: negli anni della Rai non lo seguivo. Beh, quello che vedo è che quando lasci decidere al pubblico fa cagate, non fa passare quelli più bravi, e questo perché i giudici non fanno i giudici, come i critici non fanno i critici, ci si basa sui like. Però è facile fregare la gente. Non puoi lasciar criticare ai social. Ci vuole un contraltare secondo me. Ci vorrebbe un’analisi ancora più indagatrice di una volta. Altimenti esce un disco, ci metto contenuti ma chi li giudica? Se non ho la fortuna di azzeccare il pezzo pop che va in radio e diverte, la gente non ha voglia, non si concede nemmeno il secondo ascolto, c’è talmente tanta roba, c’è Spotify. I ragazzi per scegliere cosa comprare guardano la top 20 di iTunes.
Ma allora visto anche che per il primo singolo ti sei basato sugli Oasis, oggi una canzone non fa il suo mestiere? Non riesce più a farlo?
Questa è bella. Non riesce a fare la differenza da sola, dici?
Sì, ad “arrivare”, misteriosamente, imperscrutabilmente.
Siamo ancora dalle parti di Simona Ventura però, ovvero al fatto che il pubblico non può avere del tutto torto. Ma poi questo pubblico li compra i dischi? La ascolta la musica? La realtà ci dice di no. Allora, c’è un inganno dietro.
Però Spit…
Lì è evidente che il genere coincide con i suoi telespettatori, non c’è gente che è lì per vedere cosa farà Morgan, o per i balletti. È anche più facile, chiaramente. Però limiti drasticamente il numero di quelli che sono lì per caso. Il pubblico di Spit non è lì per uno spettacolo.
Ma c’è anche lì la competizione. Che è congeniale al machismo dell’hip-hop, il fare a chi ha il microfono più lungo.
Non so, io col machismo penso di essere in buoni rapporti, ma senza esagerare… Non vado in palestra, non sono ipertatuato.
Ma è ancora così competitivo l’hip-hop?
Perché, il rock no? Il miglior chitarrista, la migliore voce: sono cose che si sono sempre guardate. Comunque siamo in un periodo competitivo in generale. L’hip-hop riflette la competizione spietata nel sistema.
E voi siete i Supereroi. I ragazzi si chiedono quale di voi sappia volare, quale di voi si faccia più fighe, quale di voi fa le rime migliori, quale di voi sia più minchiappericoloso.
Mmh, questo può essere vero, sì.
Ma allora questo aspetto supereroico, che nasce dalla competizione, accentua il legame tra hip hop e ragazzini e allontana i giovani con qualche anno in più, che stanno facendo i conti con la realtà. E non a caso ascoltano roba deprimente.
Se io e altri, tipo Fibra, lo abbiamo fatto, è stato per stilema. Salmo di certo no. Comunque il target di riferimento della musica si è abbassato in generale, da Justin Bieber a Miley Cyrus, perché è uno degli ultimi mercati rimasti. È la strategia di McDonald’s, punta sui bambini perché costringeranno gli adulti a pagare.
Credo che ai ragazzi piaccia l’hip-hop perché questa generazione è molto disillusa. Magari per loro sarà un bene, non aspetteranno un redentore.
Il problema è che ci sono dei danni ormai strutturali. Vedo che i ragazzi, compresa la mia ragazza che è molto giovane, hanno tantissima roba e non approfondiscono niente, hanno una superficialità e una mancanza di cultura che persino io che ho fatto l’Itis, bocciato due volte, io che ho i genitori che parlano un pessimo italiano, che i miei amici spacciavano e finivano in galera, eppure leggo libri… Quando ero ragazzino e vedevo dei film li volevo proprio vedere, nel mio giro anche se eri uno spacciatore della Barona non potevi non vedere Trainspotting o ascoltare i Doors, perché altrimenti eri un povero coglione. Mentre loro, l’unica cosa in cui sono molto preparati sono la moda e la tecnologia. Libri non ne leggono, i film non li guardano…
I Soliti Idioti sì.
Ma non nasce da un film. Sono preparati solo sui brand, sugli smartphone, sulla coolness.
Ogni generazione si è sentita dire dalla precedente “Siete dei debosciati”.
Ma oggi c’è uno scalino. Che forse è internet. Che è una cosa davvero grossa che ha profondamente cambiato la vita. Se tu passi il tempo sui social commentando le cose degli altri invece che farle, tu oggi commenti gli status di un tipo che dice che brutta giornata, oggi c’è traffico…
O commenti X Factor. Commenti le partite. Commenti Spit
Però questa roba qua è una parodia della democrazia.
Ma il commento tutti insieme di qualcosa è a suo modo una socialità. Un tipo di socialità, tutti su un divano virtuale. Ma come si sente dire sempre, i ristoranti sono pieni, i bar pure… La gente esce.
Certo, qualcuno lo fa ancora. Così chi commenta? Forse i più coglioni, haha! Ci sono gli opinionisti di twitter che ne fanno un lavoro, tipo Guia Soncini, Selvaggia Lucarelli.
Però dai, è divertente. Per la prima volta a guardare il concerto del Primo Maggio ci divertiamo.
Sì ma i commenti sono distorti dalla voglia di essere visti. Il problema non è il divertimento. Il problema è che così tutte le opinioni si mescolano, e finiscono per non valere veramente niente, per ogni cosa c’è l’ondata pro e l’ondata contro.
Vero.
E la verità è che l’opinione più divertente vince ma non dovrebbe essere così. Perché il fatto che tu abbia trovato la battuta non implica che tu ne sappia più di me. La gente critica Katy Perry ma senza sapere veramente perché. La figura del critico a me manca. Esce il mio disco e l’unico terreno di dibattito è YouTube? Lì è buttare canzoni nel baratro. Cosa faccio a fare un pezzo come Parole chiave, i termini fondamentali del nostro secolo, cosa la faccio a fare se la gente non ha gli strumenti per capire e non si accorge. Cosa guardo a fare Mulholland Drive di David Lynch se poi non ho letto la spiegazione del suo significato? 
Uh, la famosa spiegazione di Mulholland Drive! Qui mi inviti a nozze.. Guarda, lasciami dire – io sono uno dei pochi critici che si fanno menate sul fare il critico. Ma ogni giorno, davvero. E i famosi strumenti del critico. Prendiamo ad esempio Mulholland Drive. Quando l’ho visto ho pensato: “Non sto capendo una madonna, ma mi piace”, perché lo stavo guardando come ascolto un disco, per il susseguirsi di queste ondate di incubo, poi di umorismo, poi di erotismo, poi di musical… Poi però ho trovato anch’io su internet LA spiegazione, quella che penso abbia trovato anche tu, e lì ho detto Wow, sì, ha senso. Ma ha senso un’opera per la quale dopo hai bisogno di una spiegazione – e tra l’altro così articolata che ti cambia completamente la sensazione di ciò che hai visto? Ha senso giocare a nascondere il senso?
Però ti è piaciuto già la prima volta.
Sì, ma il film che ho visto e quello che mi è stato spiegato sono quasi due cose diverse. Così ho la sensazione che il regista abbia voluto fare un film che fosse il Bartezzaghi della Settimana Enigmistica. Se a capire l’opera d’arte può essere solo quello con le chiavi, allora capisco chi ama gli Iron Maiden e capisco chi preferisce una musica che arriva subito.
Però le nicchie sono un fenomeno naturale, Lynch non è Spielberg. Al giorno d’oggi come fai ad aver voglia di far qualcosa di veramente rilevante? Il mondo dei social network ti incita alla bassezza. Perché passa la voglia.
Addirittura.
Perché dovrei fare qualcosa di ambizioso per una massa di tamarri che, se faccio Parole chiave, risulta il mio video con meno visualizzazioni? Oggi Mozart scriverebbe quello che ha scritto, se invece di un riferimento fatto di eletti si fosse trovato a sottoporre il suo lavoro alla gente?
E quindi cosa può fare un povero King del rap?
Azzeccare il pezzo pop che va in radio e diverte. Altrimenti la gente non ti concede il secondo ascolto. C’è talmente tanta roba. E tanta fretta di commentare qualcos’altro. Se alla gente poi piacciono davvero veline e truzzi io mi inchino.

TheClassifica 42 – And after all, we’re only ordinary bands

TheClassifica 42 – And after all, we’re only ordinary bands

Io tendenzialmente disapprovo i critici, invariabilmente più giovani di me (ogni giorno ne nasce uno) che esprimono in modo aggressivo e comicamente brutale il loro fastidio. Capisco che l’aria che tira è quella lì, c’è questa sensazione di imminente dies irae, un anelito di Grande 

TheClassifica 24 – Ligavisione

TheClassifica 24 – Ligavisione

Sono in una salona semibuia, a Milano, quasi Stazione Centrale, in mezzo a 200 persone. Tra una speaker di Radio Italia, piuttosto conosciuta, e una ragazza che temo abbia un blog del Liga. Sono su una sedia in quarta, quinta fila. Mi accorgo che l’ufficio 

TheClassifica 5 – In a desperate land

TheClassifica 5 – In a desperate land

(thumpathumpathumpathumpathumpathumpa) (dlen dloin) (dlennn dloin. Dlang. Dlanggg dloing) 

Moreno. Merda. Sono ancora soltanto alla n.1. E già ci trovo Moreno. Ogni volta penso che mi risveglierò in un’epoca in cui non facevo il critico musicale, facevo ancora l’università – e al n.1 della classifica degli album ci troverò Sting (Ten Summoner’s Tales) o i Depeche Mode (Songs of Faith and Devotion) o gli U2 (Zooropa). Dovesse andarmi male ci troverei Phil Collins o Bryan Adams. E se invece dovessi trovarci un italiano, potrei trovarci i Litfiba (Terremoto). O gli 883 o Diario Carboni. Se dovesse andarmi proprio male ci troverei Zucchero (Miserere) Pino Daniele (Che Dio ti benedica), De Gregori (Il bandito e il campione), Eros Ramazzotti (Tutte storie). Mi andasse in modo disastroso, ci troverei Marco Masini (T’innamorerai), ma per una sola settimana. Erano i numeri uno del 1993. Ma io devo commentare questa classifica. Sì. E’ quello che voglio. Tutti ottengono quello che vogliono. Io volevo una classifica, e per i miei peccati me ne hanno data una. E’ una classifica veramente deprimente. E quando l’ho letta tutta, ne ho voluta subito un’altra. Non quella di vent’anni prima. Anche solo quella della settimana prima, in cui Elio & le Storie Tese erano in testa invece che al n.3, dietro a Emma Marrone (n.2). Mi basterebbe quella, tanto è quasi uguale, con la top 10 sempre occupata da Fedez (n.4), Mengoni (n.5), Jovanotti (n.6), i Modà
(…vi ho già detto cosa penso dei Modà?)
Depeche Mode (n.8), Bublé (n.9), Renato Zero (n.10). Con Frankenstein di Enrico Ruggeri che non solo esce dalla top 10, ma crolla dal n.10 al n.30.

“Io canto navigando anche quando il mare è altomoreno-donadoni-18022013
e se un guadagno non ci sarà
farò stile libero in un bagno d’umiltà
so che loro non lo sanno e un dito punteranno
ma io resto uno smoking appena uscito dal fango”.

Questa, con Moreno Donadoni al n.1 e Verdiana Zangaro al n.11, è la classifica vuota, la classifica imbottita, con canzoni piene di paglia. Ahimé. Vedete, io ho osservato dei giornalisti che strisciavano davanti a Maria De Filippi. E’ un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare, scivolare davanti a Maria De Filippi e sopravvivere. Ho visto degli orrori, orrori che hanno visto anche i miei colleghi, ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di chiamarmi snob – questo sì, avete il diritto di farlo ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario, a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore. L’orrore ha un volto ed è quello di Moreno. Bisogna essere Amici dell’orrore. L’orrore e il terrore morale sono Amici. Ricordo quando ho fatto parte di qualche giuria anch’io, sembra siano passati mille secoli. Siamo andati a Spit di Mtv per ascoltare dei ragazzini; una volta andati via dallo studio, dopo averli ascoltati tutti, un vecchio in lacrime ci raggiunge correndo, non riusciva a parlare. Allora tornammo indietro, Maria De Filippi era passata e aveva preso il bambino, Moreno. E stavano lì, ammucchiate, un mucchio di piccole canzoni come quelle incluse nell’album Stecca di Moreno, e mi ricordo che io ho, io ho pianto come, come una povera nonna, avrei voluto cavarmi le orecchie, non sapevo nemmeno io cosa volevo fare. Ma voglio ricordarmelo, non voglio dimenticarlo mai, non voglio dimenticarlo mai.

“E’ tempo di ringraziamenti non mento coi sentimenti
al momento ci tengo a emozionare tutti i presenti
per me essere qui è come Tenco
un gesto estremo
ecco ciò che sento parola di Moreno”

E a un certo punto ho capito, come se mi avessero sparato, mi avessero sparato un diamante, un diamante mi si fosse conficcato nella fronte e mi sono detto: Dio, che genio. E che grinta, naturalmente. Ma soprattutto, che volontà. La volontà di fare quella sottospecie di rap per ragazzine, e la volontà di Fabri Fibra e Paola Zukar che producono Moreno, e così assecondano la volontà di Maria De Filippi di annientare questo Paese con un gesto, perfetto, genuino, completo, cristallino, puro.

Allora ho realizzato che Maria De Filippi è più forte di noi, e i suoi giornalisti che sorridono in tv, erano più forti di me, perché loro riescono a sopportarlo, e a sopportare di essere odiati da tutti gli altri giornalisti invidiosi dei soldi di Maria, ma anche del loro esser diventati dei personaggi, riconosciuti per strada; del fatto che i cantanti li cercano loro e si fingono loro AMICI, i discografici che li considerano AMICI, le radio e le tv che li cercano mentre gli altri giornalisti li schifano rancorosi perciò sono stati costretti a diventare AMICI, e a girare sempre insieme. Ma loro non erano mostri, erano uomini – grossomodo, diciamo. Ma questi giornalisti avevano un cuore, avevano famiglia, avevano bambini, erano colmi di note spese, ma avevano avuto la forza. La forza…di farlo. C’è bisogno di critici con un senso morale e allo stesso tempo capaci di utilizzare il loro primordiale istinto di andare da Maria De Filippi, senza sentimenti, senza passione, senza giudizio – senza giudizio. Perché è il giudizio che ci indebolisce”.

Andrea Laffranchi @alaffranchi
Annalisa sssh, metti tutti a tacere #brava #Amici11
Paolo Giordano @PaoloGiordano66
Annalisa ha fatto progressi mica male. Studio in festa qui ad Amici.
Andrea Laffranchi @alaffranchi
Il mio vicino @lucadondoni applaude la Bjork di @NaliOfficial. Un anno dopo si è svegliato… #Amici11
Andrea Laffranchi @alaffranchi
qualcuno dia la sveglia a @PaoloGiordano66 si è accorto adesso di @NaliOfficial #Amici11
Paolo Giordano @PaoloGiordano66
@alaffranchi @NaliOfficial Chiedi ad Annalisa quando mi sono accorto di lei.
Andrea Laffranchi @alaffranchi
@PaoloGiordano66 @naliofficial ho la collezione delle puntate dell’anno scorso…
Paolo Giordano @PaoloGiordano66
@alaffranchi @naliofficial Allora guarda i voti che le davo.
Paolo Giordano @PaoloGiordano66
@alaffranchi @lucadondoni Insomma, abbiamo scoperto che l’unico a capire Annalisa Scarrone è stato Laffranchi.
Andrea Laffranchi @alaffranchi
@PaoloGiordano66 @lucadondoni sei brava ma non mi arrivi, sei fredda, c’è un muro fra te e il pubblico…
Paolo Giordano @PaoloGiordano66
@alaffranchi @lucadondoni Infatti adesso ha ridotto molto quel muro. E forse il merito è anche di chi glielo ha fatto notare.

”.

L’orrore… l’orrore… l’orrore.

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(ka-boom)