Tag: Mika

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

Il prete più longevo d’Italia è tornato a parlare al POPOLO.

Skin e gli altri che soloinItalia. Una top 10 (mendace)

Skin e gli altri che soloinItalia. Una top 10 (mendace)

Come immagino sappiate, a X Factor è comparso, per bilanciare i milanesi Elio e Fedez (e Mara Maionchi, bolognese di nascita ma meneghinizzata dagli anni) un altro tocco di internazionalità accanto a Mika: il giudice al debutto è Skin degli Skunk Anansie. Accompagnata da anni dal commento velenosetto: “Che nessuno conosce fuori dall’Italia”. 
Non è così vero. Ma questo può aspettare. Il punto principale, secondo me, è la connotazione derisoria data a questa eventualità. Perché il suo primo presupposto è:

(primo presupposto) Che il popolo inglese e quello americano, di default, abbiano gusti migliori dei nostri.
Se ne siete convinti, ditelo pure: non vi mangio mica. Certo, sono tentato.
L’unica concessione che posso fare è che un tempo essi abbiano avuto maggiore consuetudine col linguaggio musicale del rock. Ma possiamo ancora dirlo, 60 anni dopo Elvis? Con tutta questa globalizzazione e contaminazione? Con tutta questa terminologia inglese usata in ogni angolo della penisola anche per bestemmiare? Vero, loro continuano a collocarsi al centro del mondo. Vero, ci vendono le loro perline e carabattole, e noi ci prostriamo adoranti davanti ai grandi déi occidentali. Ma sarebbe il caso di darci un taglio, amici. Anche all’interno di un’industria completamente dedicata e razionalizzata – dal processo compositivo alla distribuzione al giornalismo musicale, ben più collaborativo del nostro – da anni la musica degli alleati angloamericani batte in testa.
(…con questo non dico che la nostra sia in salute sbarazzina. Ma un po’ di autostima le farebbe bene. In passato le ha fatto bene)
Nelle due U, USA e UK, il gusto musicale sta andando a rane da un bel po’ di tempo, solo che loro sono così furbi – e sinergici, come si dice in queste lande – da nasconderlo. A se stessi, e soprattutto a noi sudditi. Best next things che escono dalle fottute pareti, e noi ci arrendiamo senza discutere, immancabilmente sicurissimi del fatto loro.

(secondo presupposto) Che il popolo italiano abbia dei gusti deteriori.
Di solito, come prove, si adducono Albano&Romina. Ma non farete molta fatica a scaraventarmi addosso qualche nome che considerate indifendibile, del quale magari vergognarsi per le fortune estere – o per essere la versione spaghettara di qualche fenomeno angloamericano (dai rapper a Giusy Ferreri).
Non la penso così. Come non penso che il nostro gusto per la musica sia migliore. Penso sia diverso. Faccenda che ha a che fare con molte cose, dal modo in cui la nostra lingua ci porta a parlare (anche se, yo, in modo sempre più diluito con fonemi foresti) al fatto che qui da noi la musica è stata considerata con un certo riguardo già in secoli in cui peraltro nasceva la maggior parte degli strumenti musicali che usiamo tutt’oggi – e che i nostri avi la declinavano in tante modalità già in epoche in cui quelli, al massimo, componevano marce di pompa e circostanza o facevano a chi picchiava più forte sui tamburi.

Ma in ogni caso, la differenza di dna sonoro era più evidente tanti anni fa, quando per esempio Genesis e King Crimson venivano apprezzati prima qui che in patria per semplice sintonia musicale (il boom americano di Invisible touch dei Genesis è un buon esempio di quanto ne capissimo più noi). Oggi tra la nostra sensibilità e quella degli stranieri più belli e più ricchi lo scarto è molto minore, e fenomeni come quelli del prog (o dell’ital-disco, volendo) sarebbero assai anomali. A fare la differenza dal punto di vista geografico non è più il genere, ma la lingua: banalmente, non passa il rap americano, vende tanto quello italiano.

Ciò detto, il pregiudizio musicale nei nostri stessi confronti è abbastanza scemo. Tanto che ora vi sottoporrò (lo so che aspettavate questo, ma vi dovevate pur beccare la mia filippica) un elenco di nomi dei quali si dice – e in certi casi è vero – che sono più al centro della mappa in Italia che nei paesi di lingua inglese. A voi decidere se fanno tutti schifo. Partiamo appunto da 

1. Skunk Anansie
Con Post orgasmic chill arrivarono al n.16 nel Regno Unito – e non è un brutto risultato, se pensate al gruppo ispido che era. Certo, da allora in poi, Londra li ha defashionizzati: Wonderlustre è andato al n.1 in Italia, n.12 in Olanda, n.9 in Polonia, n. 58 in UK. L’ultimo tour, quello di Black traffic, prevedeva una sola data a Londra, 3 in Italia, 5 in Germania. Quindi, sì, gli inglesi non li amano. Doesn’t make you right, oh no.
2. Placebo
In effetti sono piuttosto calunniati. All’inizio riscuotevano lo stesso tipo di successo ovunque (diciamo da top ten nella settimana dell’uscita del disco); con l’ultimo Loud like love sono andati bene in Europa continentale (n.2 da noi e in Austria, n.3 nei più consistenti mercati di Francia e Germania, n.1 in Svizzera. Aggiungiamo un n.9 in Australia, che è una scena particolarmente visibile per gli ex compagni di impero). Ma non sono entrati in top 10 nel Regno Unito (n.13). Di sicuro sono sempre andati malone in Usa.
3. Spandau Ballet
Forse una delle prime band accusate di convincere solo noi fessi. In realtà furono forse una meteora nel mondo anglofono, ma pur sempre una meteora di quelle grosse: l’album True (1983) andò al n.1 in patria (dove non mancava concorrenza), n.13 da noi, e registrò un commendevole n.19 nella land of the free, home of the brave. La tendenza si era già invertita, forse per mancanza di incisività ritmica, con il pur rispettabile Through the barricades, n.1 da noi, n.6 nel Regno, irreperibile oltreoceano. Il (di molto) successivo Heart like a sky fu notato (non molto) solo in Italia (n.9). Quanto al disco della reunion Once more (2009) è certificato come disco d’oro in Italia e disco d’argento nel Regno Unito. Però occhio: il nostro disco d’oro significa 25mila copie, il loro disco d’argento ne vale 60mila.
4. Rammstein
Un caso curioso di concordia, forse dovuto al fatto che per gli inglesi se non parli inglese sei un selvaggio spregevole, e per gli italiani, pure. Oddio, è pur vero che con il complessino qui, non stiamo parlando di gente ammodino. Sta di fatto che in questo secolo i loro dischi sono andati al n.1 (o ai numeri immediatamente successivi) in tutta Europa, e non solo nel mondo ostrogoto ma anche in Francia e Spagna. A tenerli a bada attorno al n.20 sono giusto Italia, Regno Unito e Stati Uniti (e a voler fare i precisi l’Ungheria, toh).
5. Ben Harper 
Abbastanza stimato sotto la Statua della Libertà, ma il suo management è sempre molto attento a tre Paesi in particolare: Francia, Italia, Australia, dove riscuote più credito. I dati per Give Till It’s Gone (2011) parlano di un n.15 in Usa e un n.2 in Italia. E’ molto possibile che alla dogana inglese impediscano l’ingresso ai suoi dischi, ivi compresi quelli che hanno vinto dei Grammy Awards.
6. Manu Chao
Quivi è un nome cospicuo, ma a guardare le vendite dell’ultimo disco non scherza niente nemmeno in Francia, Spagna, Belgio, Austria, Svizzera e financo Norvegia. Nella grande Babylon, si limitano a citarlo, a volte, nelle riviste musicali, e sicuramente misspellano il suo nome. Vedete, non canta in inglese, quindi non riceve attenzione nella coolissima, internazionalissima Londra, my dearies. Blimey!
7. Patti Smith
Nome storico del “soloinItalia”, a causa dei concerti negli stadi strapieni di Bologna e Firenze negli anni 70, per lei inarrivabili altrove. E tuttavia, per quanto la si leghi a un mondo underground e alternativo, Easter e Wave entrarono in top 20 in Usa e UK all’uscita. Gli ultimi dischi hanno ottenuto risultati decenti (top 20, sempre) solo in Italia, Norvegia e Svezia. Cionondimeno, non esistono solo le vendite degli album in questo mondo, che lei gira raccattando premi prestigiosi: Ordre des Arts et des Lettres dal ministero della cultura francese, Rock’n’roll Hall of Fame, National Book Award, Polar Music Prize, quelle robe lì.
8. Dream Theater
Un percorso piuttosto prog, non a caso. Inizialmente amatissimi in Italia e Finlandia, poi anche in Giappone e Germania; alla fine, e dai e dai, hanno fatto un po’ breccia anche in USA (n.7) e UK (n.15) con l’ultimo disco.
9. Cranberries
Veramente stravenduti ovunque al loro apparire, sono stati gradualmente accompagnati ai margini nel mondo anglosassone; il loro ultimo disco Roses, entrato in top ten in Italia (n.9), si è fermato al n.37 in Gran Bretagna.
10. Anastacia
Ah, questa non ve la aspettavate. Negli Stati Uniti non la prendono in considerazione se non al momento di pagare le tasse – su quel che guadagna qui in Europa (principalmente in Germania). Negli ultimi dieci anni, un quinto e un sesto posto in Italia, un nono e un diciassettesimo posto in UK.
11. (…lo avevo detto che era una top 10 mendace) Morcheeba
Non completamente ignorati in patria come si diceva un tempo, ma in effetti sempre un po’ meglio nelle classifiche di vendita italiane rispetto alla perfida Albione. Tranne gli ultimi dischi, che fanno schifo ecumenicamente qui e lassù. Gli è rimasta una fan base affezionata in Francia, che li ha sospinti generosamente al n.25. Ma di più non si poteva chiedere.

 

L’Olimpo del pop

L’Olimpo del pop

TITOLO VERO: “Le dieci canzoni pop che non ti aspettavi: quelle che hanno cambiato la storia, lasciato il segno, e comunque sono sicuramente meglio della musica che ascolta Madeddu” (note (di) amargine: salve a tutti) (per la seconda volta nella sua breve vita, questo sito 

Che ci facevo lì

Che ci facevo lì

Intanto, premessa. Due parole. “Titolo gratuito”. Ecco, tanto per chiarire. Posso dire che mi hanno offerto un risotto con le carote (riscaldato). Che ho gentilmente declinato. Il talent amichevole coi critici – a loro volta amichevoli con lui – è decisamente un altro, non faccio nomi 

TheClassifica 30: è morto Lester Bangs

TheClassifica 30: è morto Lester Bangs

Insomma, il 2 febbraio 2014 il critico americano Lester Bangs è morto (e nuovamente di overdose) anche per la generazione che lo ha veramente idolatrato e imitato, cioè la nostra. Il Bangs di Philip Seymour Hoffman in Almost Famous è l’icona romantica, la coscienza-archetipo non solo del criticorock, ma anche del Prometeo che quest’epoca ha liberato: lo sfigato. Le leggendarie parole che Cameron Crowe fa dire a Bangs nel famoso dialogo telefonico (mezzo milione di visualizzazioni su YouTube, la quote più condivisa del film su IMDB) sono la riscossa assoluta di una stirpe di titani – nonché la messa a fuoco dei due, tre dogmi fondamentali e immancabilmente fauvisti della criticarock purista:
“Non diventare loro amico”.
(…Bangs era amicissimo di Lou Reed, saliva sul palco dalla J.Geils Band e si accomodava a scrivere la recensione a fianco del gruppo che suonava, John Cale produsse il suo delirante tentativo di disco)
“Prenderanno il rock e lo faranno diventare l’industria di ciò che è figo”.
(come dire che c’era stata un’età dell’oro in cui non lo era – l’epoca di Elvis, forse?)
“I fighi non hanno spina dorsale”.
(già, quei debosciati. Tipi da morire di overdose)

Non fatemi più scemo di quello che sono: io adoro leggere Lester Bangs. Poche volte nella vita ho letto elucubrazioni pesantissime, imbastite su una filosofia patetica, che mi abbiano strappato altrettanta ammirazione e sincero divertimento. Le pagine che preferisco, ancora più della famosa intervista con Lou Reed a colpi di tossicodipendenza e puerili provocazioni (“Di scrivere belle canzoni sono capaci tutti”) sono quelle in cui descrive esterrefatto e indignato l’enorme (ancorché sepolto, penso da una specie di revisionismo critico) successo dei Jethro Tull in America, per lui inaccettabile.
Il problema è questo: Bangs-Hoffman ha non solo scatenato in noi critici rock italiani (gli sfigati par excellence) la vocazione all’intrattenimento guascone, all’iperbole sognante, all’egocentrismo acrobatico (forse più di quanto abbia fatto un altro che ha generato frotte di epigoni: David Foster Wallace).
Ma ha anche sospinto tre quarti del plotone nella sua palude preferita: un luogo rockissimo in cui non bisogna mai fare i conti con ciò che piace veramente alla gente. Facile fare il cowboy quando sei nel tuo immaginario Far West (*). Prova a venire con me nella classifica italiana di questa settimana, Lester. Dimmi di Springsteen (il Boss) che conserva il numero 1, facciamo con settemila copie vendute, e Valerio Scanu che soffia il n.2 ad Alessandro Casillo (che scende al n.7). Scanu che è un artista indie (potete controllare, se volete) e che (lo dice Red Ronnie, e ne ha fatto una crociata) è boicottato dalla multinazionale nazionale: Feltrinelli.
(lo so, state ghignando che Feltrinelli ha ragione) (brutte, brutte persone che siete) (non dovrei frequentarvi) (vale la pena notare che il titolo dell’album che Scanu non ha potuto presentare in Feltrinelli si chiama: Lasciami entrare)
Dietro Scanu c’è Mika, come da tre mesi a questa parte. E con Springsteen, Scanu e Mika abbiamo un podio fatto da gente il cui successo non è precisamente radiofonico. Povere radio, non contano una mazzina. Ieri ho sentito questo dialogo affascinante a RTL 102.5.
Fabrizio Ferroni: “Compleanni di oggi! Mark Spitz”.
Cristina Borra: “Non so chi sia”.
Ferroni: “Un tuffatore, mi pare. E poi, Paolo Fresu”.
Borra: “Boh”.
Ferroni: “E anche Giancarlo Golzi”.
Borra: “Mah”.
Questa è la radio più ascoltata d’Italia, ed è la più ascoltata d’Italia perché è il niente, non comporta niente, riduce lo sforzo intellettuale e musicale a zero: non bisogna nemmeno sforzarsi di cercare la frequenza, è la radio perfetta per un popolo con una libidine autodistruttiva come nemmeno i lemmings.
(e prima che qualche grammar-nazi mi aggredisca: lemmingS l’ho scritto con la s per citare un pezzo di tanti anni fa)
(*) (ogni allusione a Mucchiselvaggi e Buscaderi è assolutamente involontaria, ma ora che me ne sono accorto, alludo)

Ma scendiamo più in basso di Mika. Al quarto posto comincia dolcemente a scivolare Mondovisione di MiticoLiga. Al n.5 e al n.6, due new entry! Greta, amica di Maria, con Ad ogni costo, e Dente, con Almanacco del giorno prima. Su Dente, non vi anticipo nulla, per correttezza verso un noto mensile, e anche perché lo vedo domani per intervistarlo, e lui non sa ancora che ho recensito il suo album con la mazza da croquet. Non diteglielo. In fondo non è pertinente ai fini dell’intervista, no? E poi è in buona compagnia: mi sono accostato al suo disco, a quello di Brunori SAS e a quello de Le Luci della Centrale Elettrica più o meno con lo stesso approccio felpato degli ussari polacchi con l’esercito Ottomano in rotta nella battaglia di Vienna.
Al n.7, ecco Alessandro Casillo. Al n.8, ecco Giorgia. Al n.9, ecco Laura Pausini. Al n.10, ecco Elisa. Via, via, non c’è niente da vedere qui. Andiamo al n.11, dove c’è Fibrillante di Eugenio Finardi, nuova entrata, prodotto da Max Casacci. Non sapevo nemmeno che uscisse il disco, si vede che l’ufficio stampa Universal si è di nuovo dimenticato di me. Ecco, Finardi era il rock italiano. Ma alla fine gli è toccato essere cantautore. Con qualche difficoltà: “Mi sentivo uno di quelli che a Disneyland vanno in giro vestiti da Topolino”. Non faceva dischi da sedici anni. E gli si potrebbe voler bene anche solo per questo: ci vuole più coraggio a non farli, i dischi, che a farli. Chissà com’è il disco. Una cosa è certa: è entrato in classifica più alto di Omar Pedrini, n.17. Poco, rispetto alla sua esposizione, vero? In ogni caso, gli vogliono bene tutti. E’ una persona gentile e disponibile. Per un bresciano, è parecchio.
Escono dalla top ten One Direction (n.12) Modà (urrà!) (oh, ma esulto col massimo rispetto) (n. 15) e Zen Circus (dal n.9 al n.32. Eh, beh). Però ci sono altre nuove entrate: n.19, Doctor Clapis con Il mio bambino in vendita a pochi euro, n.20 Rayden, rapper torinese, con Raydeneide; n.36 David Crosby con Croz, n.60 Roberto Cacciapaglia con Alphabet.

Ho aperto con Lester Bangs. Chiudo, coerentemente, con un po’ di pillole:

Michele Bravi, vincitore di X Factor, sale dal n.51 al n.46;
Lana Del Rey al n.45 è da 105 settimane in classifica. Sono due anni che un passabile quantitativo di italiani entra in un negozio e compra Born to die di Lana Del Rey. Disco che etichettammo più o meno tutti come un flop – perché con quell’hype, avrebbe dovuto vendere tantissimo, eccetera. Non mi ricordo, forse gli diedi tre stelle e mezzo. Vi farò sapere;
– Mentre Artpop di Lady Gaga scende al n.66;
– E mentre Lorde sale dal n.77 al 37, guadagno di quaranta posizioni. Tra Lorde e Lana Del Rey c’è un’affinità musicale. Però Lorde dice che i testi iperdrammatici di Lana le danno sui nervi. E dire che sembrano tutte e due le loro stesse zie;
The Dark Side of the Moon soffre il maltempo e scende dal n.44 al n.59.
Wish You Were Here si avvantaggia del maltempo e sale dal n.62 al n.54.
– Vi siete chiesti chi è Doctor Clapis? Ho googlato io per voi. E’ uno degli youtuber del momento. E’ distribuito da Sony. Tra le sue canzoni, Jenny la troia, Palla di merda, Finocchio di luce.
Sapete, spero che un giorno Doctor Clapis fondi un partito.

TheClassifica 26 – Be hungry, Be yoncé

TheClassifica 26 – Be hungry, Be yoncé

Nella classifica italiana, tutto fermo o quasi. Nella classifica americana, tutti sono scossi da Beyoncé. Facciamo fuori subito l’Italia. Che tanto. Premessa: questa è la classifica di ciò che si vendette dal 9 al 15 dicembre. Quindi di sapere in tempo utile quello che si 

TheClassifica 25 – X Men

TheClassifica 25 – X Men

Al n.1 MiticoLiga. Come la settimana scorsa. Vi ho già detto che le canta tutte allo stesso modo, vero? Okay. E’ la medesima cosa che posso dire di Michele Bravi, vincitore iersera di X Factor. A me è sembrato cantarle piatte e quasi afone come 

TheClassifica 23 – “Rosebud!”

TheClassifica 23 – “Rosebud!”

Cosa abbiamo da dirci io e te, Classifica? No, davvero, cosa vuoi che ti dica? A Milano nevica dopo sei giorni di sole paradossale, e gli imperi cadono a pezzi, e rideremo delle farfalle dorate – ma intanto la raccolta di Laura Pausini è sempre al n.1. Ancorché in attesa di essere sollevata dall’incarico dal nuovo disco di MiticoLiga, in una transizione festosa quanto l’avvicendamento tra Natta e Occhetto. Visto anche dove votano i due fenomeni in questione. Ma poi, al numero 2, entra Giggetto D’Alessio! Rispetto al suo disco precedente, che era entrato in classifica al n.4, non v’è chi non veda come il centrodestra tragga sempre benefici dal promuoversi tramite Mediaset (Canale 5, prima serata, Questi siamo noi). Epperò rimani sempre dietro nei sondaggi, Giggetto. Mentre al numero 3, ecco il piacionismo renziano rampante – il quale, come è nella sua natura, rampa. E Jovanotti rampa in modo piacionissimo: n.3, in salita dal n.15, con Lorenzo negli stadi backup tour 2013. Che la FIMI valuta come presente in classifica da un anno esatto, 52 settimane. Questo, anche se 52 settimane fa il tour negli stadi non c’era ancora stato, e come potrebbe dirvi qualunque esperto, 52 settimane fa non era nemmeno il 2013. Si tratta evidentemente di tutt’altra creatura rispetto alla raccolta Backup, uscita un anno fa: questo è un live, quello era un greatest hits in studio. E’ un disco DIVERSO. Cionondimeno, sorridendosi piacioni, la FIMI/Gfk e Jovanotti decidono che è più bello se qualcosa da lui pubblicato risulta in classifica da un anno e accorpano le vendite, bella Lorè, hehehehehe, ma sì, facciamola pure questa cosa che se la fanno i responsabili delle charts inglesi, provvedono immediatamente a infilarli in una teiera. Continuiamo così, taroccando e piacionando, e ricordate che è, e sarà sempre, tutta colpa del Berlusconismo – since 1861. Tirem innanz.

Laddove Artpop di Lady Gaga lascia precipitosamente la top ten (…dopo. Una. Sola. Settimana) scendendo dal n.2 al n.14, si conferma al n.4 Mika con la sua raccolta di successi (sì, ci sono tutti e tre).
E qui forse dovrei dire, bipartigiano, qualcosa come “non v’è chi non veda come la gaiezza tragga sempre benefici dal promuoversi tramite Sky”. Invece no!, vi sottopongo due spigolature. La prima, è che ho scoperto che i due album incisi da Mika prima di questa raccolta di successi sono andati bene in Europa, anche benone in Francia, benino in Gran Bretagna, discretamente in Canada, ma davvero male, ma male negli Stati Uniti dell’America. Massimo piazzamento, n.29, contro una presenza in top ten ovunque. Per contro, Katy Perry, la persona con più follower con questo pianeta (48 milioni and counting), segue solo 127 persone, e tra queste c’è Mika.
(segue più persone di me, Katy Perry) (a proposito di Twitter: se non seguo voi, non è perché me la tiro) (è perché ho dei limiti oggettivi) (cioè, non è spocchia, di persona sono una pastona, davvero) (chiedete a chi volete) (però non ho mai afferrato benissimo come funziona Twitter, e soprattutto vado in ansia se qualcuna delle persone che seguo twitta più di 4-5 cose al giorno, mi viene come l’angoscia di avere in casa le persone più simpatiche del mondo che però non tacciono veramente mai) (non parlo di voi, però questo blocca le mie relazioni, dottore, è tutto nella mia infanzia) (però voi non prendetevela, davvero) (perché vi voglio bene, e molto. Più di certe persone che voi credete che vi vogliano bene, invece NO) (comunque entro Natale prometto di followare un po’ di persone in più)
(tanto vi dovevo) (e tanto vi dovrò)
(mmh, mi sembra impossibile che MiticoLiga non abbia mai scritto questa riga qui sopra)

Al n.5 c’è Robbie Williams col suo disco swing. Che secondo me questi dischi, a differenza di Michael Bublé (col quale duetta, in un trionfo di pacchianeria) Robbie riesce a venderli non perché siano sensati, ma perché la gente gli vuol bene
(ma MAI quanto bene voglio io a voi)
E d’altra parte come fai a non volergli bene quando canta No one likes a fat pop star – dimostrando, di fatto, il contrario. Al n.6 c’è …Adriano, di Adriano Celentano: è una raccolta di, capperi, 4 cd, che non è stata promossa con un programma televisivo – una volta tanto – ma solo con dichiarazioni di Claudia Mori sulla gaiezza di Rosalinda Celentano. E d’altro canto avendo usato tutti gli altri stratagemmi promozionali, cosa ti rimane. Al n.7, il disco natalizio di Mina, entrato un po’ basso ma aspettate che inizi a nevicare sul serio. Dietro di lei, via gorgheggiando, al n.8 la riedizione del disco di Emma, al n.10 la riedizione del disco di Mengoni, al n.9 Giorgia. Escono dalla top ten, oltre a Gaga, anche Renato Zero, Fiorella Mannoia ed Emis Killa, cosa che lascia le prime posizioni in uno stato di derappizzazione completa che non si verificava credo da marzo. ll che mi fa dire: sì, è stato il grande anno dell’hiphop italiano, eccetera. Però a Natale, no le chiacchiere, boys. Si torna all’ovile. E d’altra parte, Iddio lo benedica il rap italiano, almeno ci dà facce nuove, viventi, contemporanee. Stavo ragionando con un amico di una cosa di cui mi sto accorgendo colpevolmente tardi, ovvero il ritardo cronico degli appassionati italiani di musica. O anche: “Quelli che scoprirono i Doors negli anni Ottanta, i Rolling Stones negli anni 90, gli anni Ottanta negli anni 00, e Iggy Pop quando la tv iniziò a passare ossessivamente quella sua canzone, quella che fa tarara, tarara, tarara, tarara“). Se anche ci fosse in giro qualcosa di abbastanza forte e soprattutto COOL da polarizzare l’attenzione oggi, il pubblico italiano se ne accorgerebbe tra vent’anni. Nemmeno nel pop, con tutto che ci riempiamo la bocca di quanto sia pop la fase attuale. Le nostre charts e le nostre radio sono diversissime da quelle dell’Occidente.

Peraltro, per qualche motivo che non mi arrabatto a capire, Eròsse Ramazzotti balza dal n.55 al n.12.
(“Come no? E allora cosa stai qui a fare? Dai delle informazioni. Ci vuole un attimo, googla, scopri se è stato da Fazio o da Maria”) (“Ma no, non mi interessa, non è rilevante”) (“Perché invece le tue gnagnere sull’ansia da Twitter lo sono? Fai il tuo lavoro, pelandrone”) (“Lo sto facendo! Sto facendo della criticamusicale 2.0”) (“Infilandoci le parentesi e il meteo e la tua misera vita?”) (“Ma certo! E poi non sono mica così invasivo, se il lettore viene qui è una libera scelta; non vado mica addosso a nessuno, se ci pensi il blog non porta nemmeno il mio nome e non vado quasi mai in tv”) (“Eppure sei un così bel ragazzino. Dovresti”) (“Eh, quanto hai ragione”) (“Eh, lo so”) (“Eh, non me ne parlare”) (“Eh, ma d’altro canto”) (“Eh, ma poi la tv è scomoda”) (“Eh, effettivamente. Bisogna prendere la metropolitana e poi il tram”) (“Eh, mica vorrai andarci in macchina” “Eh, no. Con questo tempo”) (“Eh, ora basta. Di cosa stavamo parlando?”)

Raffica di nuove entrate contraddistinte da quell’umiltà apprezzatissima da Simona Ventura: al n.22 Lodovica Comello, cantante per bambini; n.23, Giovanni Allevi, pianista per bambini – col disco natalizio; n.30 gli Stadio, con una raccolta; n.31 Raffaella Carrà, con una raccolta; n.32 Cristina D’Avena, unica vera rockstar italiana, con una raccolta.
The Wall scende dal n.27 al n.39, nell’ambito di una settimana difficile per i Pink Floyd: anche The Dark Side of the Moon scende dal n.30 al n.41; lamenta più o meno la stessa perdita Wish You Were Here, che passa dal n.33 al 45. Sempre 11-12 posizioni, come se prendessero i dischi e li spostassero col righello. Mmh.
Sbraca dal n. 32 al n.54 il disco che doveva salvarci, Reflektor degli Arcade Fire, uscito 4 settimane fa. Sale dal n.84 al n.77 The Best of Nickelback vol. 1.
(sta arrivando una blanda punchline finale)
…“Volume 1???”

Ciao, statemi bene.

PS: aggiornamento.

Il giorno dopo la pubblicazione della graduatoria che ho sopra commentato, la FIMI ha modificato la classifica ufficiale, decidendo che effettivamente Jovanotti è sul mercato con due dischi diversi, dal titolo diverso, dalla copertina diversa, quindi non era tanto carino accorparne le vendite, facendo ottenere a Jovanotti un numero 3 in classifica. Pertanto il live in questione è stato sopravanzato sul podio da Mika, ed è sceso al n.4. Mentre la raccolta Backup, che evidentemente la maggioranza silenziosa ha smesso di comprare come fulminata dall’apparire del vero, è riapparsa molto più in basso, al n.31, inserendosi proprio tra gli Stadio e Raffaella Carrà.
Vi starete forse chiedendo a questo punto quanto venda Raffaella Carrà – e tutti i dischi dal n.32 in poi, visto che aggiungendo un numero31 a un numero4 si otteneva un numero3. O forse non ve lo starete chiedendo perché siete persone caratterizzate da una invidiabile, cicciosa serenità.

TheClassifica 22 – Lady Pausa, Lady Gaga, Lady mensioni contano eccome

TheClassifica 22 – Lady Pausa, Lady Gaga, Lady mensioni contano eccome

Ecco arrivate nei negozi le pese massime. Laura Pausini. Lady Gaga. Una va al n.1, l’altra al n.2. Il contrario sarebbe stato interessante e blandamente epocale. Però no. Bene, se non vi spiace comincio dalla Gaga. Vivo come una sconfitta il fatto di scrivere che 

TheClassifica n.16 – C’è bisogno di afffffetto

TheClassifica n.16 – C’è bisogno di afffffetto

Non si può proprio stare tranquilli. E non perché ci sia stato un altro cambio al vertice – no, non c’è stato. Ma la cosa fa un po’ specie lo stesso. Sandrina Amoroso, prodotta da Michele Canova, rimane al n.1. Mentre Luca Carboni, che invece