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Charlie Was

Charlie Was

Charlie Watts su un pianeta non suo.

Le bizzarre fortune della parola Rockstar – Il caffé sull’amaca

Le bizzarre fortune della parola Rockstar – Il caffé sull’amaca

Guai a usare parole più precise o contemporanee, come popstar o rapper (per non parlare di trapper, che fa Davy Crockett).

IL CAFFÈ SULL’AMACA. Il rassicurante “danger” di Iggy e delle rivoluzioni rock

IL CAFFÈ SULL’AMACA. Il rassicurante “danger” di Iggy e delle rivoluzioni rock

Gimme danger di Jim Jarmusch è un documentario divertente, fatto con poca musica e forse con pochi mezzi (volutamente?). gimme-danger platinatoSoprattutto, con poche immagini di repertorio: certi frammenti video si ripetono anche quattro volte nel corso del racconto, che comunque è oggettivamente senza pause. Iggy Pop è in forma e ha voglia di raccontarsi, gli altri reduci dell’avventura Stooges vengono fuori come soggetti altrettanto interessanti dopo aver passato nell’ombra la loro vita (per alcuni peraltro giunta alla fine).

Chi si aspetta un film d’auteur da parte del regista di Dead man sarà un po’ deluso. Oppure no: Jarmusch ha fatto un film da fan come li fa Martin Scorsese, che fin da The last waltz ha fissato il paradigma del regista di rango che davanti agli idoli di gioventù si butta ginocchioni gridando “Non sono degno!”. Gimme-Danger_Iggy_JarmuschNon c’è nulla di nemmeno vagamente critico in Gimme danger: è una delle tante celebrazioni video di un’icona della musica, ad uso dei devoti, come ce ne sono mille: la cosa buffa è che così tante siano fatte così con lo stampino, come se non ci fosse altra strada che confermare al fan che non si sbaglia, che il suo beniamino è il migliore di tutti, che prima non c’era niente di simile, e chi non lo sa va compatito.

Nulla poi della brutalità dei rapporti all’interno di un gruppo mostrata da Let it be dei Beatles o Surviving the Police di Andy Summers (e ogni tanto da Sum of the parts dei Genesis). police copelandPerché per quanto suoni strano, certi documentari sulle star del pop hanno più coraggio rispetto a quelli sul rock – il pur eccellente Crossfire hurricane sui Rolling Stones riesce a glissare su un paio di decenni di pubbliche coltellate tra Jagger e Richards. Nei documentari pop invece a volte viene seminato il tarlo del dubbio, della fallibilità dei divi e della loro insicurezza umana – vengono in mente In bed with Madonna o Three to get ready dei Duran Duran, in cui il gruppo si accorge che sta perdendo terreno e ne prende atto con sofferenza ma insospettabile onestà (un prodotto celebrativo avrebbe tagliato la scena in cui John Taylor in riunione col management dice: “No, Joan Rivers non se ne parla, è esattamente il tipo di programma cui NON dovremmo partecipare”. duran riversUn secondo dopo, ecco il gruppo che ride sotto le telecamere alle battute di Joan Rivers). Oppure Take That: for the record, in cui i quattro abbandonati raccontano con sincero dolore di come si siano sentiti feriti da Robbie Williams, finché non gli viene detto, a bruciapelo: “Robbie ha qualcosa da dirvi”. Silenzio atterrito. “…Lui è qui?” “No, vi manda un videomessaggio”. Appare Robbie in uno schermo: “Ciao, ragazzi. Mi dispiace, ma non penso sia una buona idea rivedervi”. Loro lo guardano come schiaffeggiati. Stringe il cuore.

La cosa più bizzarra che Gimme danger contribuisce a mettere in luce è forse il bisogno spasmodico di certi generi musicali di porsi come rivoluzione assoluta, verbo salvifico. “Ho spazzato via gli anni 60”, svela garrulo Iggy, mentre David Bowie al suo fianco si sganascia. paul george“Niente è stato più come prima” dice Jarmusch fuori campo. “Questa musica ha influenzato tutto quello che noi sentiamo oggi”.

Sugli anni 60, chi lo sa – sembrano sempre in giro. Come tutti gli altri decenni, del resto. Ma su come gli Stooges abbiano cambiato o influenzato “quello che sentiamo oggi”, basta orientare un pochino le orecchie, sia verso il mainstream che verso le nicchie, per capire che oggi il pianeta sta ascoltando tutt’altro.

Ma poi, quello che sta diventando sempre più desolante – e rivelatore – è il modo in cui certi generi e i loro fan hanno bisogno di sentirsi dire che hanno fatto davvero la rivoluzione, che “Niente è stato più come prima”. Sto pensando al punk, forse sto pensando anche alla new wave, al grunge, sto pensando al vecchio hip-hop, ormai vicino ai quarant’anni, e ancora lì a pretendere che lo si tratti da supergiovane. Non è il modo migliore per crescere.

 

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

Peggiori video, uscite social, album, canzoni, polemiche, morti del 2016.

Labranca: un’intervista sugli Who, sul rock, sullo stile, su Labranca

Labranca: un’intervista sugli Who, sul rock, sullo stile, su Labranca

“Il bello del rock è l’incoerenza, cantare ‘Voglio morire stasera’ e poi andare via dal concerto in una Bentley. E del resto tu a 15 anni vuoi morire perché sai di non essere una rockstar”

Marginalità, cap. V – Teoria del litio e della vergine

Marginalità, cap. V – Teoria del litio e della vergine

Ho una teoria.

(ehi, bentornati! Come state? Woops, scusate: quello che è tornato sono io. Mi spiace avervi fatto aspettare così tanto. Spero abbiate trovato qualcosa da fare nel frattempo)

E tra poco questa teoria ve la servo – anzi, ve la impiatto. Sarà la portata centrale di questo menu, anche se non era quello di cui pensavo di scrivere per il ritorno delle Marginalità in tutta la loro blaterante grandeur.

Sapete, non è nemmeno così facile scegliere l’argomento, specie se uno manca da un po’ e si sente in dovere di tornare col botto. Perché col botto? Perché comunque la si voglia mettere, questi numerini quassù nei rettangoli colorati, che pure non mi cambiano in nulla la vita dal punto di vista economico, dopo un po’ diventano un ricatto. Tipo “Ho fatto 20 like meno dell’altra volta – dovevo postare di sabato mattina, che la gente sta più su internet. Dovevo trovare un tema più figo. Dovevo andare addosso ai Negramaro. Dovevo andare addosso agli Iron Maiden, a J-Ax, a Mika. Dovevo andare addosso al Corriere della Sera”.

(“Ehi, guarda! Lo sta per fare di nuovo!” “Tienti pronta a segnalarlo ai capi. Stavolta, stavolta non la passa liscia”)

La nostra vita si muove pur sempre lungo direttrici di approvazione. Anche quando si va fuori dal coro – in fondo, è quasi sempre per fondarne un altro. Per quanto uno possa essere narcisisticamente convinto di poter intrattenere chiunque anche col più insipido e decotto degli argomenti, la nostra vita si muove pur sempre lungo direttrici di approvazione.
Cionondimeno credo che i social network stiano per creare loro stessi un bizzarro rimedio omeopoatico per un male che hanno creato: la saturazione da argomento. Perché per dire, io ce l’avrei, un opinione su Giovanni Lindo Ferretti. Come avrei un opinione sul disco dei New Order e una su Inside and out e una su Netflix e una sui Pooh e una su Sara che molla X Factor.
Ma non è vero che se arrivi dopo, oh, ma basta scrivere l’opinione più interessante. 

La verità è che coi social siamo diventati come i Minions in quella gag in cui si spostano tutti insieme come uno sciame scemo: c’è una fase iniziale in cui tutti seguono un argomento. Poi, tempo quattro, cinque ore, parte il “No, ma dite la vostra su…” L’ironia, l’insofferenza, il naturale rigetto sono come i Langolieri di Stephen King: arrivano e mangiano ogni cosa senza ritegno.
Di fatto, sui social come su tutti i media vige la legge dell’utilità marginale. Ovvero, il primo biscotto è buono, il secondo ehi, buono davvero, il terzo mmh, mica male, il quarto ah, ora sto bene, il quinto dai, mangiamo anche questo, il sesto oh, forse sto esagerando, il settimo sì, però è l’ultimo, l’ottavo AAAARGH! – e non è mica facile non farsi influenzare dal fatto che la gente solo leggendo il titolo griderà AAAARGH! Così l’ottavo articolo del giorno sui vent’anni di What’s the story degli Oasis potrebbe anche essere bello come quello di Francesco Farabegoli su Bastonate, ma se lui non ha avuto la fortuna e l’accortezza di essere il primo della scatola, io lo lascio lì a irrancidire.

Il che cosa comporta?

Intanto, che sono già a metà del pezzo e ancora non vi ho sottoposto la TEORIA. Ma questo è voluto! Negli ultimi mesi ho scritto una quantità per me intollerabile di pezzi a piramide, mettendo la notizia nella prima frase come voleva il mothafuckin Corriere
(“Ha scritto mothafuckin, corriamo a segnalarlo ai capi” “Aspetta, cosa vuol dire?” “Che importa?” “Metti che me lo chiedono” “Uno che va a letto con la madre tipo Edipo” “Tipo chi?” “Un re” “Una celebrity? Allora è un complimento” “Hai ragione. Maledizione. Facciamo una gallery di gente a letto con la propria madre, presto” “Prima che la faccia Repubblica”)
Ma io, vi dicevo, ho questa bizzarra convinzione che se siete qui, da ME non volete notizie. Anzi, le notizie vi stomacano. Siete saturi. Così come delle opinioni su argomenti già langoliati, come delle foto degli arcobaleni alle nove di sera (“No, ma mettetela, una foto di arcobaleno”).
Quindi, c’è spazio per il tipo sagace che scrive di una roba che non c’entra niente – e ci mette venti minuti per arrivarci.

(con questo però prometto che le prossime marginalità saranno più frequenti e brevi) (ma sempre marginali)

E ora, eccoci. La teoria.

(anzi, no)

Premessa alla teoria.

A dire la verità non capisco perché ci sono arrivato solo adesso. Voi magari ci eravate arrivati già nel 2003. Però non mi avete avvertito! E d’altra parte, non c’erano né i blog né i social. Forse a quell’epoca nessuno aveva teorie.
Dicevo: mi sono reso conto che al centro della mia cronologia continuano ad esserci i Beatles. Io non li ho vissuti se non come eredità, mio padre comprava i loro dischi. Ma anche crescendo negli anni 80, per il giovane aspirante critico musicale o comunque per quello cui la musica piaceva TANTO, il big bang erano loro. Mi piacevano più i Rolling Stones? Fa niente. Non è che tifando per i vichinghi, potevi ignorare che prima c’era stato Gesùcristo e che si contavano gli anni da lui. Se poi scoprivo che c’erano stati Elvis o Chuck Berry, era ancora più semplice: la si chiamava preistoria (oltre tutto era in bianco e nero e nessuno sapeva nemmeno bene se erano vivi o no) e la si apprezzava come tale.

Di colpo mi sono reso conto di questo fattore che almeno in parte spiega la piega etica-estetica che sta prendendo una generazione nemmeno tanto giovane per la quale i Beatles sono la preistoria. Per non parlare di quella subito dopo: a 15 anni, sono preistoria anche Blur e Oasis e White Stripes. Quanto a U2 e Guns’n’Roses e Bruce Springsteen e Michael Jackson, li vedono come io vedevo i film di Hitchcock. Me lo presentavano come il re del brivido, e io potevo anche apprezzare la storia – un po’ lenta, eh, e che dialoghi rigidini – ma fondamentalmente mi chiedevo il brivido dove stava.

In ogni caso non credo di avere in bacino di utenza troppi 15enni (e se ce li ho, bene: che tengano il passo di quello che sto dicendo, magari gli è utile). La premessa è che la generazione che si accinge a ridipingere le pareti dell’immaginario nella fase attuale (quella tra i 25 e i 35 anni, diciamo) ha un altro big bang.

La teoria.
Il big bang dei circatrentenni di oggi sono Nirvana e Madonna. E questo crea un gap che noi ragazzoni tardivi non vediamo. Ma che rende difficilissimo parlare di musica con loro. Perché stanno parlando di altro. 

Specifico, perché è importante, che nel caso di Madonna, non sto parlando della ragazzetta da strada stonata tipo Cercasi Susan. No, la Madonna definitiva è quella che già guarda sprezzante tutte le altre, che bitcha di qua e di là e fa la corsa su quelle più giovani ma sempre rivendicando di aver fatto tutto prima lei (anche quando non è vero). La Madonna iconica.
I Nirvana per contro sono diventati più icone di quanto io stesso avrei pensato. So di dare un dolore a molta gente, ma quando uscì In utero, la maggior parte di noi non pensò: “Che meraviglia totale che mi lacera tutto e che solo io e altre persone dolorosamente stupende possiamo comprendere”.

No, la maggior parte di noi scemi pensò: “Bah”.

Poi arrivò il live su Mtv, ed era esattamente questo: un live su Mtv.

Quindi il tipo si sparò, e okay, questo ebbe la nostra attenzione. Chissà cosa pensò Madonna.
(io dico che pensò a Courtney Love) (o alla bambina) (perché sì, Madonna pensa sempre alle bambine, perché è madre, perché ha inventato la consapevolezza femminile) (prima non c’era, dicono) (e tutte queste altre cose che rendono uno stupido manifesto ogni cosa che fa)
Madonna è l’esatto opposto dei Nirvana in termini di adesione iconica. Ma lo sono entrambi, e sono icone proiezionali in un modo completamente diverso da quello che era venuto prima

(con la possibile eccezione dello scemo dei Joy Division, che non a caso diventa icona per le generazioni successive alla sua più di quanto lo sia stato per la propria)

Madonna e i Nirvana, a differenza dei Beatles (ma anche a differenza di Elvis, per quanto possa sembrare incredibile) mettono sempre l’io, io, IO al centro di tutto. Le canzoni dei Beatles, a metterle insieme tutte, sono più un “Noi”, o “Lei” o “Quel tipo on the hill” o “Quello di cui tu hai bisogno”; al massimo I’d love to turn YOU on. Persino Mick Jagger (che è Mick Jagger) non parla a nome di un io (Keith Richards lo fa decisamente più di lui, ma tanto non scriveva quasi mai i testi) e nemmeno i Led Zeppelin o i Pink Floyd o i Clash o i Duran Duran o gli U2.

Springsteen già ci va vicino, volendo. Però non del tutto volontariamente.

Ma è Madonna a ricalibrare ogni riferimento attorno alla persona che canta, costringendo l’ascoltatore ad aderire completamente. Buffamente, i Nirvana prendono una costola (storta) di questa attitudine, così come la prendono i rapper di seconda generazione, e da allora le canzoni sono sempre meno di tutti quanti: sono “il vestito che è stato reso leggendario da”, come scriverebbe il Corriere.

(“Eccoci, eccoci!” “Ma sei ancora lì? Io mi sono stancata di leggere, è troppo lungo, lascialo perdere e dammi una mano a copiare questa gallery di body painting a una sfilata di Magdeburgo” “Wow! Importantissimo! Subito! Colonnone centrale!” “Prima che lo faccia Repubblica”)

Solo che mentre per Madonna l’evoluzione è istericamente assertiva, i Nirvana si flagellano di disprezzo di sé e ironia. I Nirvana si discutono di continuo, perché è la loro inclinazione e la loro carta vincente: “Ah, io non mi sopporto, e non vi sopporto – perché non mi sopporto, però mi dispiace, però aaargh, però sto male, però va bene, aaargh”.

E anche se non ce ne siamo accorti subito, è stato tra questi due poli, nei quali poi si è comodamente inserito il rap (nella sua versione di prodotto urban style su scala industriale, quindi insospettabilmente riconducibile a Madonna) che l’autoreferenzialità ha fatto il suo golpe, e che nessuno scriverà più una canzone per noi.

(la boutade su MiticoVasco la fate voi o la faccio io?) (fatela voi)

Conclusione.

Basta, nient’altro da aggiungere, sono arrivato. Madonna e Nirvana alla base dell’onnipresenza insopportabile dell’ego in ogni cosa contemporanea. Detto questo, in ogni caso, i Pooh sono più importanti di Giovanni Lindo Ferretti. Sempre stati. Non hanno influito come lui sulle vostre vite di sbarbi? Lo dite voi: ogni giorno in cui vi svegliavate Yuri pronti a sparare, vi bastava uscire di casa per imbattervi nel Dio delle città.

(The Rolling Stone files) Nile Rodgers – intervista

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Nile Rodgers. La sua carriera non scherza. Ma sapeste la sua vita.

TheClassifica n.2. Emma Brown e le larghe intese

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Emma. Terza settimana al n.1 della classifica degli album. Disco d’oro. Maledizione. Proprio i serpenti, dovevo trovarci. E niente, tocca parlare di Emma, credo sia la prima volta. Vediamo. – Io continuo a pensare che finora Emma Marrone non abbia dato gnente, ma gnente alla 

Arriva un Crossfire Hurricane. Meglio tardi che mai

Arriva un Crossfire Hurricane. Meglio tardi che mai

La Beatles Anthology è il racconto di un’era attraverso una band. Crossfire Hurricane è il racconto della rockband che ha inventato tutte le rockband. E come tale, è una cosa con qualche pretesa in meno. Appena un po’. Crossfire Hurricane_GQ_02Oct12_imagenet_b_642x390

Fermi, adesso. Non è stucchevole proporre il sempiterno confronto tra Beatles e Rolling Stones, perché più di altri prodotti consimili usciti nella continua autocelebrazione di quel vegliardo chiamato rock’n’roll, Crossfire Hurricane (nei cinema il 29 e 30 aprile. Poi basta, puf, solo in dvd – già in commercio) somiglia alla straordinaria, irripetibile Anthology – tuttavia sceglie di rispettare la proporzione. Anche nel formato: i pochi anni di vita dei Beatles, sono spalmati su 8 DVD. Per contro, i tanti anni di vita dei Rolling Stones, sono condensati in due ore di film.

Personalmente, avendo buttato tanto tempo della mia vita a leggere biografie e guardare ogni tipo di materiale filmato attinente ai vecchi besughi (sentendomi raccontare la stessa strana storia in cento varianti come fosse quella di Pinocchio) incorono senza meno Crossfire Hurricane come la migliore cosa mai realizzata per raccontarli, in cinquant’anni (…meglio tardi che mai). Ha molti meriti: non è strettamente documentaristica come 25×5, non è pallosa e antiquaria come Shine a Light di Scorsese, e rispetto ai libri non è frutto di una fantasia narcisistica come Life di Keith Richards – né tampoco insipida come According to the Rolling Stones. Rispetto a tutti questi, poi, come racconto è perfettamente godibile anche da chi non è strettamente un fan. Il Rollingstoniano osservante dirà che parecchia roba parecchio importante è stata lasciata fuori. Eppure, il racconto risulta impeccabile ed esauriente, Ma tagliamo corto: ecco in cosa Crossfire Hurricane non è un rockumentary prevedibile:

1. Il colpo di scena finale. Ovviamente non ve lo anticipo. Ma siamo dalle parti del finale dei Sopranos e del Sesto Senso. Cioè, si rimane davanti allo schermo pensando: “Doh!”

2. Le voci da vecchietti degli Stones, soprattutto Mick Taylor e Bill Wyman – e la voce per contro sempre scioltissima, in modo quasi inammissibile, del 70enne Jagger.

3. I frammenti di diverso cinema presi a prestito: il Jean-Luc Godard di One Plus One per le sessions di Beggars Banquet, il cinema-verité di Robert Frank per Cocksucker Blues, il reportage drammatico di Gimme Shelter, il già citato Scorsese e altre immagini griffate (Hal Ashby, Peter Whitehead, Michael Lindsay-Hogg, Julien Temple).

4. Chuck Berry non viene mai, mai, mai citato. Jagger cita Little Richard, ma nessuno, nemmeno Keith Richards, cita il padre del loro sound. Forse c’è qualcosa sotto.

5. Le immagini incasinate ed eccitanti dei primi anni mostrano come per qualche motivo a loro stessi inspiegabile, gli Stones causano disordini in qualunque città del mondo si presentino (da Varsavia a Milano). Poi, c’è Altamont, il grande abisso, la controWoodstock di morte e delirio a poche settimane dai tre giorni di pace e amore. Da lì in poi, i Rolling Stones si prendono la responsabilità di far virare la musica. Parte la stagione del glam, del jet-set, di Angie e It’s only rock’n’roll (una dichiarazione programmatica e una sorta di presa di distanze dalla simpatia per il diavolazzo del 1968) che consentirà al punk di presentarsi come la musica della rivolta. Ma a quanto si vede, non era che un circuito che si era interrotto. Viene da pensare, incidentalmente, anche al rancore di Pete Townshend per essere stato ammassato tra i dinosauri dai giovani punk, quei discepoli di un movimento nato tra gli stilisti.

6. “Non puoi essere giovane per sempre. No?” (Mick Jagger, 2013)

7. A partire dal 1969, con il grande disastro di Altamont per l’appunto, è evidente che nessuno nel gruppo ha più una vaga idea di cosa succede nel mondo. E questo è IL problema del rock, di tutti gli artisti rock: anche in questo caso loro sono i primi ad entrare in questa fase: quella dei rocker professionisti. Con tutta la mitologia pret-a-porter di contorno: “C’era un ruolo disponibile, ed era fatto apposta per me”. (Keith Richards)

8. Non c’è nessuna retorica nel racconto, nessuna concessione eroica, tranne ovviamente da parte di Richards. “Dovemmo andarcene da Londra perché eravamo diventati troppo pericolosi”. Jagger: “A Keith piace dire così, ma la semplice verità è che ce ne andammo in Francia perché eravamo massacrati dalle tasse”. Oppure: “Quando ci informarono che Brian Jones era morto, ci guardammo e dicemmo: Finally”.

9. Il concerto rock è un’invenzione che si deve per metà ai Rolling Stones (il restante 50% lo suddividerei in cinque fette tra Led Zeppelin, Who, Jimi Hendrix, Jim Morrison e Pink Floyd) (…non lo dico per fedeltà) (a uno dei nomi succitati voglio molto più bene che ai Rolling Stones) (in effetti, personalmente da tanti anni non sopporto i Rolling Stones) (sto cercando di essere – come si dice – obiettivo). Nemmeno Elvis aveva bene idea di cosa fosse un rock show, per cui quelle volte che si esibiva dal vivo prendeva spunto dagli happening country nelle fiere del Midwest. E’ molto buffo vedere Jagger in cerca di espedienti da palcoscenico, cercando di rifarsi soprattutto alle star nere, da James Brown alla piccola Tina Turner. D’altro canto, come succedeva anche per i Beatles, nella prima metà degli anni 60 i concerti erano rapide, incasinatissime apparizioni in mezzo a migliaia di ragazze urlanti (Bill Wyman: “Vedevamo sotto le sedie un fiume scorrere, ed era la loro urina”), gente che dava di matto, la polizia che manganellava. “Scommettevamo su quanto tempo saremmo riusciti a suonare prima che la situazione diventasse incontrollabile. “Stasera dieci minuti?”, ci dicevamo. “Venti? Cinque?”

10. “Certo che i giovani sono insoddisfatti. Sono insoddisfatti di quella generazione che comanda le loro vite”. (Mick Jagger, 1965)

11. I giornalisti degli anni Sessanta, del tutto impreparati di fronte al rock e quindi a loro modo molto più spontanei, non andavano a cercare ossessivamente un LEADER nel gruppo. Ritenevano egualmente interessanti tutti i componenti, e non lasciavano Charlie Watts e Bill Wyman in un angolo. Poi, a partire dalla fine del decennio, l’intervistato è praticamente solo Jagger – che peraltro, paragonato a frontman di altri gruppi, è molto più riflessivo e onesto (lui, il Grande Cinico) di quanto uno si aspetterebbe.

12. “Non lasciare che la verità rovini una bella storia”. (Bill Wyman, 2013)