Tag: Max Gazzé

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

La rivincita orgogliosa della più schifosa musica leggera italiana, con la benedizione di una generazione di critici che si droga assai male.

Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

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Vengono qui e ci portano via le nostre donne e i nostri festival della canzone italiana.

Il bacio della morte delle radio italiane

Il bacio della morte delle radio italiane

In questi giorni le radio della furibonda eppur spensierata nazione sono tutte schierate al Festival della Canzone Italiana, con immenso dispiego di forze – ma sempre con l’abituale scanzonata leggerezza. Perciò, mi sembra il momento ideale per commentare lo scanzonato contributo delle radio alla musica italiana. E scanzonato mi sembra l’aggettivo più adatto.

Dovete sapere che nella graduatoria delle canzoni italiane più trasmesse dalle radio nel 2017 (dati EarOne) svetta, e non credo l’avreste mai detto, Partiti adesso di Giusy Ferreri.
Che però, putacaso, non è tra i primi 100 singoli più (venduti?) (ascoltati a pagamento?) (gettonati?) del 2017 nella classifica finale diffusa dalla FIMI.
Nel 2016, per contro, la canzone italiana più trasmessa – sempre secondo l’autorevole EarOne, non ve lo ripeterò più – era stata, e non credo l’avreste mai detto, Ti sembra normale, di Max Gazzé.
Che nella top 100 invece ci era entrata! Con un autorevole numero 98. Aveva fatto peggio, in quell’annata, di Volevo te di Giusy Ferreri, n.94 – e 18mo brano italiano più diffuso quell’anno. In pratica, venendo trasmessa un po’ meno, LaGiusy ha avuto qualche chance in più.

Concediamoci ora un minuto per le prime sottili ironie.

(se non ve ne sovvengono, niente di male) (però non sarò io a suggerirle) (me ne starò qui serio come un inappuntabile funzionario)

Tra le granite e le granate di Gabbani, trasmessa persino più di Occidentali’s karma, vincitrice di Sanremo 2017, ha ottenuto un n.67 nella classifica annuale dei singoli. Beh, poteva andare peggio, diciamo; dopo tutto ha staccato la terza più trasmessa, Come nelle favole di MiticoVasco, n.88 – però dai, che gli frega a Vasco dei singoli, no? In realtà è la radio, che sta usando Vasco Rossi per darsi un tono, giusto? Appena giù dal podio le cose iniziano a migliorare sensibilmente: al n.4 c’è Pamplona di Fabri Fibra featuring quello che tiene aa’ Lazzzie, n.11 tra i singoli, e al n.5 la fatidica Senza pagare dei due pentastellati col Rolex. Ma al n.6 c’è Tiziano Ferro, il cui componimento Lento/Veloce, usato come escort dal Cornetto Algida, boccheggia al n.86 a differenza de Il conforto, duetto con Carmen Consoli, che si giova di una minore attenzione da parte delle radio (14ma più trasmessa) ottenendo un n.45 per la FIMI.

A questo punto è lecito iniziare a chiedersi se, al di là degli spiccioli di Siae che arrivano per la diffusione in pubblico di una canzone, a chi sta in una casa discografica (a partire dalle tre tirannosaure che occupano 27 delle prime 30 posizioni) convenga o no che un brano sia – amichevolmente, beninteso – spinto presso un network radiofonico. Viene il dubbio che sì, che gli spiccioli provenienti dallo streaming siano anche inferiori a quelli che vengono diritto dai diritti.
E a questo è altrettanto lecito affiancare l’ipotesi che un pezzo che le radio martellano, non susciti negli ascoltatori un arrembante desiderio di cercare quel brano anche su Spotify, Applemusic, Deezer e quella cosa della Tim. C’è un apparente effetto di saturazione.
Ancora più lecito inferire – lo stavate già facendo, ed è lecito! – che chi ascolta la radio non faccia uso dei mezzi succitati, perché la radio è un device vecchio, buh, potere ai giovani! E in parte c’è del vero. Cionondimeno le radio continuano a usare la musica – e questo perché? Soltanto perché agevola la loro missione di fare da sottofondo nei negozi, nelle palestre e dalle parrucchiere? Si sa che nelle ore di punta, alla gente che sta in macchina si danno programmi vuoti di musica e pieni di parole – e se possibile, parole foriere di ghignate pazzissime: show scanzonati, e non solo perché senza canzoni.

Però non è solo così, la musica è un accessorio per le radio ma guai a sbagliarlo: la gente, farabutta, è capace di cambiare stazione. Ed è per questo che a me affascina calare il terzo asso della mia ampia manica, ovvero la canzone più trasmessa nel 2015 secondo EarOne: Share the love di Cesare Cremonini (anche lui uno a cui putacaso ci piace il Cornetto Algida) n.24 nella classifica di vendite di quell’anno – bella Zésare, finora sei il migliore. Ma il punto non è il risultato.

Il punto sono LaGiusi, Gazzé e Cremonini.
Il quale, colpo di scena, è stato l’italiano più trasmesso anche nel 2013!!! Con Logico #1.

Questi nomi mi inducono ad avanzare l’ardita teoria che segue.
Le radio cercano di trasmettere qualcuno che non dia troppo sui nervi. Che non abbia molti amici, ma anche molti nemici. Intendo dire, senza nulla togliere a Zésare, che i big shot italiani sono altri: MiticoVasco, TZN, la Pausona, Jova, MiticoLiga, Fedez. Solo che, se non ve ne siete accorti, hanno anche un cospicuo numero di detrattori. E i loro singoli sono spesso delle encicliche, non vanno via lisci (tranne nel caso di J-Ax & Quellaltro quando vanno apertamente per il tormentone regghetòne). Così, meglio dosarli, e mandare avanti altri: alle radio convengono cantanti meno ingombranti, che non polarizzino in fazioni politiche, e conviene soprattutto quel tipo di canzone un po’ casual che non impegna.

Visto che ho aperto con Sanremo, mi sento di constatare che in anni fortunati, di queste canzoni Sanremo ne ha tirate fuori una, al massimo due – in generale sono brani dance dal testo un po’ più ambizioso degli altri (Silvestri, Max Gazzé, Gabbani, a ‘sto giro LoStatoSociale).
Ma forse anche in questa fattispecie, chi porta una canzone gradita alle radio fa bene a preoccuparsi.

TheClassifica 86, 87 e 88. Zucchero e catrame

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La verità sulla mia lotta contro i poteri forti – ai quali comunque non mi piego giammai.

TheClassifica 51 – Dogo Silvestri & Gazzé

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Ehi, zii. Scusate, vi ho trascurato. Oggi vorrei parlare solo dei Club Dogo. Solo dei Club Dogo. Nient’altro. Solo dei Club Dogo. Ma magari dopo. Prima di tutto, Ensi. Sì, è storia di due settimane fa, avrei dovuto scriverne allora. Ma sono stato attainted in 

TheClassifica n.3. Italia, you lost hit

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Ancora Emma Marrone. Ancora n.1. Quarta settimana.
Come direbbe il signor Gump, non ho altro da dire su questa faccenda.

Mentre al n.2 è risalito Federico Lucia in arte Fedez con Mr.Brainwash – L’arte di accontentare. Sta andando davvero benino. Chissà.

No, okay, dannazione – ecco un altro dilemma su Emma. Io la sento passare solo nelle radio per very normal people (e che se ne vantano, pure). E d’altro canto, non è che ci voglia un esperto di musica per sapere che in giro ci sono solo due canzoni italiane che abbiano saltato il muro e siano arrivate anche ai non fan: Marco Mengoni con L’essenziale che ha vinto Sanremo, e – ancora da Sanremo! – Sotto casa di Max Gazzé. Andando a vedere la classifica dei singoli, è praticamente l’opposto di quella degli album, dove gli stranieri sono in tre. In questo momento ci sono solo due singoli italiani in top 10, e sono Gazzé e il succitato Fedez con Il cigno nero. Vent’anni fa, la settimana del 15 maggio del 1993 la top 5 era costituita da Sei un mito (883), Sì o no di Fiorello, Radio Baccano di Gianna Nannini, Io no di Jovanotti, e Cose della vita, il clamoroso bluesone di Eros Ramazzotti. Sono cinque hit completamente diverse tra loro, ma credo che ancor oggi abbiano un tiro invidiabile. Penso di poter dire che sono rimaste tutte e cinque impresse a chi c’era all’epoca, e non solo a chi aveva vent’anni – ma anche trenta, quaranta. E in tutto questo, su quella primavera 1993 iniziava a stagliarsi l’ombra di Laura Pausini, nella fase di transizione dal primo biglietto da visita La solitudine all’implacabile, estiva Non c’è.
Oggi, Emma.
Ripeto: Emma.
E ora, davvero, come direbbe il signor Gump, non ho altro da dire su questa faccenda.

Ma Fedez?
Okay, va bene, mi sbilancio. Sarebbe facile, sarebbe comodo, sarebbe rassicurante collocare un rapper 23enne nella Galassia Bimbaminkia. Secondo me è tutt’altro che uno scemo o un plastico “idol”. Nella Mia Umile Opinione racconta in modo decente, finalmente, un universo che gli adulti tendono a ignorare schifati, un po’ come succede in It di Stephen King. L’ho intervistato, e mi ha detto: “ Sicuramente non punto ad avere un pubblico più grande di me. Per i più grandi io sono immaturo, dico cose che agli adulti sembrano scontate, magari stupide. E credo che sia molto difficile che un 40enne possa fare suo quello che canto io”. In effetti è durissima.
(però “Faccio brutto” io un po’ l’ho fatta mia) (immagino che la maturità di certi 40enni non vada sopravvalutata) (però voi non canzonatemi, o faccio brutto)

Ancora rap, ma di altro lignaggio al n.3: entra – e credo sia la sua prima volta – in top 10 il rapper più citato da quelli che si metterebbero da soli un dito in un occhio piuttosto che scrivere “ke” e “nn”. Jacopo Dargen D’Amico, 33 anni, milanese, il Jacopo Frusciante dell’hip hop italiano. Uscito dal gruppo Le Sacre Scuole perché troppo inclini a un rap caricaturale. Poi loro sono diventati i Club Dogo e hanno acquisito soldi e successo e sono minchiappericolosi evvedi quanti colpi ci dà Ghe Pechegno alla Minetti. Lui però ha acquisito carisma da guru! E risiede in un tempietto dove vengono a omaggiarlo i giovani Nardinocchi, Fedez e Andrea Volonté, ma anche i vecchi J Ax, Max Pezzali ed Enrico Ruggeri, tutti presenti nel disco. Fa figo lavorare con lui. Fa figo citarlo. Ascoltarlo non mi pare. Io ad ascoltarlo non mi sono sentito figo.
(ma a citarlo sì, sempre) (provate)
Vi dirò perché non mi sono sentito figo: Dargen D’Amico secondo me ha capito che al rap manca la figura dell’artista intellettuale. C’era quello slot lì che era liberissimo e lui l’ha preso. E adesso ci sta marciando un po’.
Un po’ troppo.
Però uno che ha scritto
“Il rap per me è fare finta, ma non fare finta, faccio finta di far finta, in realtà il rap per me è dire cose che non credo, vedere cose che non vedo”
– beh, ha la mia attenzione.

Corro giù lungo la top 10 per dirvi di Michael Bublè e Modà al n.4 e 5. Di Jovanotti, Mengoni, Depeche Mode, Renato Zero al n.6, 7, 8, 9.

(…imbarazzante quanto si ispiri a EMMA)

Al n.10, sorpresa, rientra nella decina nobile P!nk, il cui album è uscito 32 settimane fa. Rientro dovuto alla diffusione dell’unico singolo decente dal disco, il duetto con l’imberbe idolo delle ragazzine Nate Ruess dei Fun. Il pezzo è una ballata uptempo da matrimoni e karaoke (…se ne fanno ancora? Di entrambi, dico). E’ il minimo sindacale del pop. Ciò che si dà quando nessuno chiede di più. Sapete, alla fine temo che molti di noi siano come P!nk. Intendo dire che siamo meglio di così, ma tanto quel meglio, nessuno ce lo chiede. Se poi diamo un’occhiata intorno, è rassicurante vedere quante scartine ci circondano, no? E allora, haha!, cerchiamo di trarne vantaggio. Ebbene, P!nk, con quel punto esclamativo da teenager che si tira dietro da 13 anni, ha iniziato così la sua carriera: come quei partiti che fanno campagna elettorale insistendo sulla propria diversità (“Smettete di paragonarmi alla dannata Britney”, lo diceva anche nei singoli), chiamando alla riscossa le ragazze che si sentivano Missundaztood perché non erano Fuckin’ Perfect – salvo poi fatalmente ritrovarsi alla buvette per fare magnamagna con le esecrate Britney e Beyoncé (..e.tutte e tre insieme in uno spot. Per la Pepsi, ovvio) e farsi scrivere il suo pezzo migliore (naturalmente, Get the Party Started) da Linda Perry proprio come Christina Aguilera. Dalla fine degli anni 90, Alecia Moore in arte P!nk è stata il Di Pietro del pop: fa leva sull’onestà, ma i suoi album non contengono alcuna riforma; non c’è opposizione, bensì il solito elettropop rimasticato, uguale a quello delle altre – solo che lei fa battute e dice parolacce. Da quando è diventata mamma, continua a giocare la parte della monella come una Luciana Littizzetto della Pennsylvania: “You’re an asshole but I love you”, canta in True Love; “I’ve had a shit day, you had a shit day, we had a shit day”, gorgheggia in Blow Me, sapendo che milioni di segretarie ne faranno il proprio stato su Facebook. Oppure zoccoleggia con fierezza (“I’m a slut like you”) superando a destra Ke$ha e Katy Perry. Cosa rimane, di una popstar intelligente e con una gran voce? Mica tanto. Nel complesso direi che a Cyndi Lauper è andata un po’ meglio.

Sono usciti dalla top 10 Nek e, con grande ma opportuna rapidità, le Little Mix.
Al n.12 si fermano le speranze dei Deep Purple di rivedere la nostra top 10. Tanto cordoglio per Jon Lord, tanta attenzione grazie anche alla copertina di un noto mensile (quale, quale?), ma alla fine, eccoli una sola posizione sopra Fabrizio Moro (“Prima di sparare, pensa”) (capito chi è?) (sei anni fa).
Peraltro in America i Deep Purple sono entrati al n.115. Iggy Pop, al n.96. Non che ai Depeche Mode abbiano tirato petali di rosa: sono al n.107 dopo 6 settimane, peak position il n.6 – e l’America amava i Depeche Mode. Aggiungi Eric Clacson al n.101 dopo 8 settimane, e niente, forse Obama e i suoi amici ci stanno dicendo che il rock non è più tanto gradito. Al n.1 hanno il solito lagnone countrypop (Kenny Chesney), al n.2 c’è Michael Bublé, al n.3 Justin Timberlake (da noi, n.43).

Concludiamo rimanendo su gente in disgrazia! Tra gli album sui quali stanno svolazzando gli avvoltoi segnalo il nuovo disco di Jimi Hendrix, n.91, e The Heist di Macklemore & Ryan Lewis, n.92. Sono quelli di Thrift shop, l’antirap di due bianchi sfigati che hanno detto alle star nere griffate Gucci come stanno davvero le cose – nonché la vendetta del sax, lo strumento più esecrato degli ultimi vent’anni.
Qui sta uscendo di classifica, in America è ancora in top 10.
And this is fucking awesome.