Tag: Marracash

Gli strani doni di Guésus Bambino – TheClassifica 50/2021

Gli strani doni di Guésus Bambino – TheClassifica 50/2021

All’interno: la classifica dei singoli natalizi. Ovviamente è piuttosto riprovevole.

Marracash & Fedez: il duello – TheClassifica 48/2021

Marracash & Fedez: il duello – TheClassifica 48/2021

Atroce sospetto: e se il King e il Biondo Patriota, duellanti senza tregua, si somigliassero più del lecito?

Vasco ai margini – TheClassifica 46/2021

Vasco ai margini – TheClassifica 46/2021

Il numero uno. Beh, per poco. Domani il disco di MiticoVasco verrà detronizzato, dopo una sola settimana, dal n.1 dei presunti album ITALIANI più ascoltati. Come un Ed Sheeran qualunque. Guardandomi in giro mi pare che nessuno colga – o meglio, che nessuno senta il bisogno di cogliere qualche significato in tutto questo, se non il normale scorrere del tempo e la vecchiezza, che come una Roma senza burle e senza ciance, non prove esige dal musico, ma (…eccetera). E tuttavia non c’è solo questo: nell’imminente incoronazione del King Marracash, dopo una settimana di passerella per il Komandante, c’è anche la definitiva fine di un’epoca. Certo, anche in questo nostro mondo di numeri, MiticoVasco può sempre rivendicare i suoi: quelli delle vendite spettacolari di dischi pagati veramente, e di anni di stadi riempiti schiacciando ogni tentativo di metterne in discussione lo strapotere, per non parlare del record mondiale del megaconcerto di Modena Park. In realtà non è nelle cifre, che sta
La fine di un’epoca. In questi ultimi anni un intero catalogo di suoni è stato messo ai margini da basi preconfezionate e autotune. E insieme alle bordate di chitarra e gli ineffabili “EEEEH!” di MiticoVasco, questo vocabolario canzonesco è stato messo a margine soprattutto per ciò che quei suoni tentavano di esprimere, quelle Sensazioni forti di un’Anima fragile, destinate a una generazione senza più santi né eroi. Forse è quest’ultima, la differenza più importante: oggi sono in giro innumerevoli santi e stormi di eroi, e credo che l’impagabile incipit del disco, XI Comandamento (che ricorda i suoi fasti da dj a fine anni ’70) (a me viene in mente Rockin’ rollin’ disco king di Paul Sabu!) contenga dell’insofferenza vera:
“Avanti il popolo del cambiamento, avanti il prossimo! Avanti il prossimo Comandamento… Bisogna arrendersi, a oltranza”
È una smorfia di rabbia che forse Fabri Fibra ancor più che Marracash avrebbe potuto esprimere, ma non qualcuno dei rapper più giovani – d’altra parte bisogna aver vissuto un po’, per sapere con una certa precisione cosa si disprezza. Però a esser finito ai margini delle canzoni, e non solo le sue, non è solo questo. È sempre più ai margini anche il tentativo un po’ patetico di confrontarsi con chi ascolta: quale rapper potrebbe anche solo concepire Siamo solo noi? “Sono solo IO”, casomai. E quale signorino dell’indie pop potrebbe trasmettere quella carica primordiale al suo pubblico? Ma poi, del resto: quale pubblico desidera quella carica, se non nella forma glamour dei Maneskin, con tutta la loro contagiosa favola da sguaiata boyband (con FEMMINA)? Probabilmente l’unica energia che ha un qualche valore nella musica del 2021 si manifesta sotto forma di aggressività verbale – e tra l’altro anche un po’ meno rispetto a due-tre anni fa.
Proprio perché si trova a margine, quindi proprio qui nei paraggi, provo una specie di struggimento vero nell’ascoltare Siamo qui. Il titolo non è strampalato come sembra – se non altro perché istintivamente porta a rispondere a MiticoVasco: “O komandante, nostro komandante, Siamo qui, ok; e magari siamo solo noi, ma dove??? Dove siamo, o Vasco?”
Lui non ne ha la più vaga idea, veh. Oggi come quarant’anni or sono. Quel che può fare, come quarant’anni fa, è cercare stili che vestano bene le sue parole e i suoi slanci. Solo che non ha più negozi in cui prendere i vestiti – oh, mica può andare in quelli dove vanno Gué Pequeno o Coez. Allora, prende dall’armadio roba che ha già messo. E qualche volta gli va anche bene: per esempio, in La pioggia alla domenica o Prendiamo il volo, che sono davvero la quintessenza di Vasco
(“I sogni che non so perché non hai mai fatto… E io che non ne posso più / Perché ho capito che non mi diverto / Perché non ha più senso un aeroplano senza un aеroporto / Che dove si va? E come si fa? / Chе non si arriva e non si parte / Come la pioggia alla domenica / Come un Natale che non nevica / …E neanche la TV”)
Oppure nell’ineccepibile Tu ce l’hai con me, in cui ripesca le sue infatuazioni di rock “industrial” anni ’90. Ma ci sono momenti di questo album in cui l’espediente di prendere roba dal proprio armadio lo porta a sbagliare cringiosamente vestito: per esempio, la pasticciatissima Un respiro in più reclamava la forma di ballata acustica alla Vivere (Già fatto? Ma è davvero un’obiezione?). Poi, in generale, sia quando va bene che quando va male, MiticoVasco ha ancora la capacità di dire delle cose, e lo affermo con austera serietà. Perché se state ghignettando, dovete dimostrarmi che negli ultimi dischi di Sferoso Famoso o Gazzelle ci sono due frasi da salvare, e nel disco di questo 70enne non ce ne sono almeno venti.
Il problema grosso e quasi insormontabile però è quello della musica. Non tanto nel rock più ferroso (gli stessi Maneskin, per l’appunto, sono una microtestimonianza che ci si può fare ancora qualcosa) ma in quel tipo di ballata dolceamara in crescendo che è stata in questi ultimi vent’anni la Stalingrado in cui il Komandante ha resistito all’assedio. Quando la risfodera (almeno tre volte nel disco) ho l’orrenda sensazione di ascoltare un album in cui Tommaso Paradiso rifà Vasco, e ne esco con il cupo desiderio di rigare delle macchine fighette a caso (…nella speranza demente di beccare quella di Tommaso Paradiso). Beninteso, Vasco Rossi non è la prima rockstar che deve fare i conti con l’età – non mi riferisco solo alla sua età ma proprio a questa età moderna di cui tutti ciangottano. Non è per caso che a un certo punto, e ben prima di lui, Bowie o Gabriel o Jagger hanno smesso di provarci – e Vasco non è Robert Plant, non può infilarsi nelle nicchie con un sorriso sornione. Per me va già bene che in Siamo noi ci siano quattro pezzi che possono stare con dignità in una mia playlist blascosa. E almeno in questo, c’è della modernità: orsù, lasciamo tutti perdere gli album, che sono finiti vent’anni fa come le ideologie: raccattiamo quel poco che troviamo per strada, e facciamo colazione anche con un toast, del resto. Spesso.
Resto della top 10. Il numero uno della settimana scorsa, Rocco Hunt, è smontato rapidamente dal trono scendendo al n.6, mentre il suo predecessore Ed Sheeran gavotta al n.9. Ottimo ingresso al n.2 dei presunti album per Madman, con MM Vol.4: slittano di una posizione altri ex primatisti: Blanco (n.3), Ultimo (n.4) e Salmo (n.5). Entrano al n.7 i Modà – ah, quanti ricordi, vero? – e al n.8 Taylor Swift, con il suo secondo album di cover di Taylor Swift. Rkomi al n.10 conclude la lucente diecina, nella quale abbiamo un’adeguata quota rosa (una FEMMINA) e un inquietante levata di scudi dei non ITALIANI (addirittura due).
Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten e irrimediabilmente ABBA (n.19), Il Volo (n.20) e Loredana Berté (n.42). Da segnalare tra le Nuove Uscite il n.18 dei Silk Sonic, il n.27 di Dave Gahan, il n.32 di Damon Albarn – mentre il Buon Anniversario della settimana è per Nevermind dei famosi Nirvana, che ri-entra al n.22. Escono invece dalla classifica generale Millennium Bug X degli Psicologi (dopo 32 settimane), Dolce vita di Shiva (dopo 22 settimane) e Blue banisters di Lana Del Rey, che è durato 3 settimane come Crisalide di Beba. Tra le majors, ritorna sopra il 40% dei dischi in classifica Universal, e sospiriamo tutti di sollievo.
Sedicenti singoli. Uh, momenti tellurici: c’è addirittura una novità sul podio, ed è costituita da Pastello Bianco dei Pinguini Tattici Nucleari (dei quali un giorno bisognerà anche parlare) che dopo 11 settimane avanza dal n.5 al n.2, alle spalle del preoccupatissimo Salmo, da più di un mese al n.1 con Kumite. Fra i duetti di Sferoso Famoso, quello che conserva la posizione più alta è quello con Madama, Tu mi hai capito, che scende dal n.2 al n.3. Ovviamente niente singoli tra i primi dieci per MiticoVasco.
Lungodegenti. Nessuno dei moderni evergreen da 100 settimane e passa è uscito dalla classifica dei presunti album; per una volta preferirei non snocciolarli tipo rosario, mi limito a bofonchiarne gli autori malmostosamente: Marra Pinguini Salmo Lazza Ultimo Gazzelle Capoplaza Geolier HarryStyles e ovviamente il segnetto di Ed Sheeran, non l’ultimo, quello prima, in classifica da 246 settimane. Però ha perso quasi venti posizioni in una settimana, è al n.78. Chissà, forse era meglio se non pubblicava un nuovo segnetto e continuava solamente a minacciare di farlo. A proposito: molte righe fa ho parlato dell’incoronazione di Marracash, il cui album è uscito in concomitanza con quello di Adele. Magari sbaglio, eh. Ora come ora, invero, su Spotify non c’è proprio partita, ci sono undici pezzi di Marracash tra i primi dieci.
(ovviamente sono undici tra i primi undici – però suonava bene)
In compenso Adele potrebbe contare sul peso che continuano ad avere i cd sulle classifiche. E persino sulla quantità di recensioni positive che sta tirando su. Ricordiamo comunque che non è ITALIANA ed è anche spudoratamente femmina, quindi in teoria deve volare basso. Ma l’algoritmo e le conversioni se la ridono delle nostre teorie, amici: qualunque verdetto verrà fuori e qualunque sentenza noi ne potremo incautamente trarre, la verità è che non c’è modo di prevedere nulla di questi giuochetti, anche se sarebbe così simpatico, it would be so nice come cantavano i
Pinfloi. Esce vivaddio dalla classifica A momentary lapse of reason, mentre The dark side of the moon scende dal n.70 al n.74. Ancora fuori dalla top 100 The wall che sta chiaramente aspettando di capire se riusciremo a salvare il Natale, potete scorgerlo lì ancora più ai margini, che aspetta solo di venirci a trovare tra le mura di casa mentre ci chiediamo Is there anybody out there?
Grazie per aver letto fin qui. A presto.
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Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

E i Maneskin e HarryStyles e gli ABBA e Blanco e i Pinfloi e la tipa dei Brass Against. E bisognerà parlare dei Pinguini Tattici.

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Forse lui non parla di nessuno. Ma di certo, nessuno parla di lui.

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Adesso son tutti criminali / A nessuno frega più un cazzo della musica / Siamo diventati il sottofondo di un podcast / un balletto per TikTok”
(Salmo, Criminale)
 
Questo è un buon momento per riprendere questa rubrica come se niente fosse. Perché Salmo mi ha fatto il favore di rimanere per tre settimane al n.1 della classifica FIMI dei presunti album. Possiamo commentare il fatto con elegante inattualità, liberi dall’urgenza febbrile e spasmodica che sconquassa le testate vere.
Ne approfitto per accludere la top ten attuale, perché mi è d’ausilio nella prolisseide. Qual è la prima cosa che notate?
(questa potrebbe essere una variazione interessante del test di Rorschach, forse dovrei brevettarla)
Forse notate che ci sono addirittura DUE gruppi non ITALIANI. Lo so, anch’io fremo di indignazione. Però sono quel tipo di gruppi inglesi che piacciono ai boomer, noi giovani possiamo ignorarli spensieratamente. Pensate, uno dei due non esiste nemmeno più e loro continuano ad ascoltarli.
Poi, cos’altro?
Forse notate che c’è una FEMMINA. Capisco la vostra costernazione, ma potremmo liquidare l’incresciosa circostanza ricordando che in fondo è sempre la stessa femmina, l’unica nella top 20, che mette d’accordo tutti, perché Madame è la giovane con tutti i disagi che ci piace supporre nei giovani con tutti i disagi, e nel contempo è anche il fiore all’occhiello di Sanremo 2021, e il suo album è l’unico sopravvissuto della Sacra Kermesse.
Già, perché forse avete notato che i Maneskin non sono più tra i primi dieci. La verità è che piacciono troppo ai non ITALIANI: è ovvio che hanno qualcosa che non va.
Forse notate che Sferoso Famoso è risalito pancia a terra nelle zone alte della classifica. Forse funziona la strategia di continuare sistematicamente ad aggiungere singoli all’album (che ora è arrivato a 17 tracce).
Forse non ne potete più di questo test e volete arrivare al punto. Ebbene, il punto è che se togliamo da questa diecina i due gruppi inglesi con quella loro musica vetusta e pretenziosa, abbiamo solamente straordinari prodotti di straordinari giovani ITALIANI. Sì, anche Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici, in fondo ha da poco compiuto 27 anni, l’età in cui le rockstar morivano (lui non morirà). Tutti supergiovani tranne
Il numero uno. Ovvero, Flop di Salmo. Che è un animale in via di estinzione. Ha 37 anni, e piace ai quindicenni come ai quarantacinquenni. Qualche anno fa questo concetto era più che accettabile, diciamo che lo è stato dai Beatles ai Coldplay, ecco, proprio loro, torna comodo averli qui con noi oggi, seduti in mezzo a noi. Ma questo concetto non è più accettabile per il mercato discografico ai tempi dell’Algoritmo Onnipotente. Momento profezia: non credo che a fine decennio vedremo situazioni del genere, artisti intergenerazionali. Voglio dire: a qualcuno devi vendere orrende teenscarpe, a qualcun altro devi vendere orrendi boomerocchiali, no? O voi pensate davvero che Sferoso Famoso nel 2029 troverà ancora chi ascolterà le sue gnagnere autotunose che ripetono senza sosta come da ragazzino gli dicevano che non valeva niente e oggi proprio grazie a questa qualità è riccoso e celebritoso (vedi il nuovo singolo di cui sopra) (Uhlala, n.3 tra i sedicenti singoli).
Ogni tanto mi chiedo se rispetto agli altri big shot più o meno quarantenni del rap italiano (Fabri Fibra, Marracash, Gué Pequeno) Salmo non raccolga anche alcune delle aspettative che anni fa il pubblico adulto consegnava a MiticoVasco. Forse me lo ha fatto pensare il ritornello in cui parla di uno “stupido motel”, forse A Dio mi ha ricordato Portatemi Dio. È un’ipotesi, se non vi piace non mi offendo, non so nemmeno se piace a me. E se anche fosse vera, non saprei bene spiegare come si sia creata questa ipotetica connessione. Siccome ho conosciuto Salmo quando ancora metteva la maschera
(ho anche una foto dove la indosso per un attimo, me l’aveva prestata un secondo. Chissà dove ho salvato quella stupida foto. Ma in fondo, pensandoci, potrei postarne una sua e dire che sono io) (no, ok, l’ho trovata, eccola – vedete? Sono io)
posso solo pensare che dipenda da alcuni fattori casuali, e altri che non lo sono: c’è una iniziale matrice hard-rock in tutti e due, c’è una credibilità guadagnata con le unghie di concerto in concerto, maturando mentre la critica li ignorava, schiamazzando a favore di altri enfant-prodige. Ad accomunarli c’è anche, come nella migliore tradizione ITALIANA, lo sguardo non metropolitano (Zocca, Olbia). Però ritengo che ci siano grosse differenze di rabbia e di lucidità tra i due, a vantaggio di Salmo, ma anche di poesia, a vantaggio di MiticoVasco. Perché il rap game, mi spiace doverlo confessare, è più facile del rock game e della sintesi che richiedeva. Nel rock game non avevi sedicimila rime in cui dilungarti, dovevi dare alla tua generazione Siamo solo noi e Vita spericolata. Mentre il testo più popolare di Salmo, secondo Genius, è Perdonami. “È meglio se fuggi / Tu non c’hai la stoffa, bro, taglia e ricuci / In Italia nessuno lavora, ma rubano in casa e poi vanno da Gucci / E cazzo ti ostenti se vivi di stenti, sei un tipo stipato che sogna stipendi / Staccare gli assegni / Pirata ai Caraibi / Ho un flow da karate, ti levo i carati dai denti”.
Se siete digiuni di salmerie, fidatevi: Salmo è anche questo, ma è anche molto meglio di così. Certo, uno dei problemi – Salmo lo sa e i rapper del suo livello pure – è che pochi gli chiedono più di così. Se l’album di Salmo si chiama Flop, se i rapper nel 99,99999999% dei loro pezzi parlano di SUCCESSO, è perché vivono in una dimensione che non prevede nient’altro. Però, colpo di scena, è così anche per il pubblico. Non tutto il pubblico, ma certamente il grosso del pubblico – quello che in questo momento muove il sole e le altre stelle, perlomeno finché l’Algoritmo Onnipotente non deciderà altrimenti. E sicuramente il SUCCESSO è l’unico messaggio che preme ai brand, alle tre multinazionali della musica e al giornalismo musicale che foraggiano con due-tre crostini (e quando è festa, un tarallo). “Sono in trappola, fatemi uscire”, dice Salmo in ben due (2!) tracce di Flop. Lo so amico, ma non ti posso aiutare – e poi in fondo, sei in trappola ma al n.1. Si vede che ti sei meritato entrambi.
Resto della top 10. Come ha detto anche il prof. Barbero rischiando di essere impopolare, se volete stare sul podio della classifica dei presunti album è meglio essere maschio, ITALIANO e con un nomo brevo e facilo che finisco per O, como Salmo, Blanco, Chiello che è n.3, però non è cattivo come negli FSK. Per lui, farò parlare i titoli di testate che penetrano nel palpitante cuore della bella musica – io non ne sono in grado, quindi mi fido di loro. Okay, è vero, la prima non è una testata, è Spotify medesima – ma che differenza c’è, in fondo?
Mi spiace apprendere che indie e trap erano in crisi. Mi spiace perché le consideravo stramorte da tre anni, se sono in crisi vuol dire che sono vive – mai una gioia, proprio. Entrano al n.4 i Coldplay – non stupitevi, anche il decoroso Everyday life aveva ottenuto solo un n.3 nel 2019. Detto della risalita di Sferoso Famoso, dal n.10 al n.5, non si schiodano dalla prima decina Madame, Rkomi e i Pinguini, dei quali un giorno bisognerà avere il coraggio di parlare. Oggi per fortuna non ce l’ho. Tra i PTN e Sangiovanni si insinua, beato lui, Let It Be dei Beatles, al n.9.
Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten Lil Nas X e Deddy, Amico di Maria – come tutti noi. Poi, non mi ricordo cosa raccontavo in questa abituale parentesi. Forse cose tipo: sapete quanti album ha in classifica la Universal? A ‘sto giro, 44 su 100. Stanno perdendo terreno. Se continua così, cadranno alcune teste. Ma non temete, non faranno molto rumore. Ah, ora ricordo: qui segnalavo chi era uscito di classifica e dalle grazie degli ascoltatori ITALIANI, dopo tanto tempo – o dopo pochissimo tempo. Facciamo che riprendiamo dalla prossima, ora passiamo ai
Lungodegenti. Uno torna dopo tanto tempo, e ritrova il segnetto ÷ di Ed Sheeran che gavotta a metà classifica, sempre tra il n.50 e il 59 come succede ormai da quasi cinque anni: sono 242 settimane di permanenza, record assoluto di sempre, e se in passato ho snobisticamente schifato questo disco, oggi gli devo riconoscere un merito: spezza ogni teoria sul vintage e la retromania, perché oggi risulta ancora più insipido e insulso di quando è uscito. Alle sue spalle, con 193 settimane di permanenza c’è Peter Pan di Ultimo, poi con 183 c’è 20 di Capo Plaza, con 154 Playlist di Salmo, con 151 Punk di Gazzelle (ahahaha!) (scusate, tutte le volte che devo constatare che questo è un evergreen della musica contemporanea mi rendo conto di quant’è imbecille il mio lavoro – guai a voi se vi lamentate del vostro). E poi ci sono Re Mida di Lazza con 138 settimane, e Colpa delle favole di Ultimo e Fuori dall’Hype dei Pinguini usciti 133 settimane fa
(…ragazzi scusate ma sono ancora tutti qui dove li avevo lasciati, gli ITALIANI continuano ad ascoltare nevroticamente questi album da quasi tre anni, qualcuno dovrebbe fare qualcosa. Non so chi, forse Figliuolo)
e poi Emanuele di Geolier con 106 settimane e Persona di Marracash che è al n.13 pur avendo da poco festeggiato i due anni di permanenza, si è fatto sostanzialmente tutto il Covid in classifica. Ma a proposito di malattie,
Sedicenti singoli. Colpo di scena! La megadonna degli anni 10, Adele, va al n.1 con la sua immemorabile Easy on me scalzando Kumite di Salmo; debutta al n.3 Uhlala di Sferoso Famoso, un brano del quale alcuni critici supponenti e radical chic dicono che fa uno schifo sovrumano, ma io li depreco e deploro: per me non si possono liquidare queste canzoni con simili giudizi dalla propria torre d’avorio, bisogna scendere in strada con un coltellaccio e inseguirle lanciando proclami deliranti, non so come si inseguano le canzoni per strada ma io sono disposto a farlo, basta subire, patrioti alle armi, “Avanti!” egli gridò dalle retrovie, come dicono i
Pinfloi. The dark side of the moon è al n.65. Non vedo però The wall in classifica. Gente però sul serio, non posso lasciarvi soli un quadrimestre che subito… Va beh, c’è Nevermind al n.91.
Grazie di aver letto fin qui. Statemi bene.
La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Un’epoca di musica pop è finita. E forse è giusto. Ne sta iniziando una nuova, di musica inconsistente. E forse è giusto.

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

Sì, si parla anche di Pinfloi, ma poco poco. Va bene, d’accordo, non è vero.

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

PREMESSA PER CHI NON È ABITUATO. Vorrei potervi dire che le charts annuali che sto per sottoporvi hanno un significato reale. Ma non è così. Come possiamo comparare la performance di un album uscito a gennaio e quella di uno che è uscito a novembre? Anzi, a controllare le date di uscita dei più venduti tra gli album, viene da dire che a dominare il 2020 è stato il 2019. Del resto, per fare l’esempio più ovvio, l’album di Marracash (disponibile dal novembre 2019) ha avuto tutto il 2020 per colonizzarci, laddove evidentemente Sferoso Famoso, uscito nel novembre 2020, non ha vinto quest’anno ma ce lo ritroveremo tutto trionfoso nell’Analisona del 2021 (intanto, colgo l’occasione per rendere omaggio alla madrina di questo appuntamento: Annalisona) (…non che il suo 2020 sia stato da incorniciare, purtroppo).
Ma dicevamo: ha senso pontificare su classifiche come quelle della FIMI, le principali e più rappresentative in circolazione in Italia, anche se mescolano dati di natura opposta, dai cd – e nemmeno tutti (per esempio non quelli delle edicole) agli ascolti ossessivi e condizionati dalle playlist – e nemmeno tutte (per esempio, non conteggiano YouTube)?
RISPOSTA. No!
RISPOSTA ARTICOLATA. No, non ha senso, però magari se ne possono trarre due indicazioni. Forse persino tre. Se in qualcosa di quello che state per leggere riuscirete a trovare qualche spumeggiante aspetto musicalsociologicoestetico utile a chiarirvi il lato lagnososchiamazzante questo impareggiabile Paese, forse non tutto questo sarà andato sprecato.
Ma se vi ritroverete a concludere che è solo una sarabanda di nomi e penose manfrine necessarie a tener su una qualche illusione di panorama musicale, io non ho niente da obiettare. Alla fine è solo un’occasione per fare un po’ di conversazione, oppure di prendere atto che siamo passati dall’inizio del decennio alla sua fine.
Comunque, per gentilezza, per avere la migliore approssimazione possibile del SUCCESSO, cercherò di mettervi a disposizione classifiche di varia natura, e non solo quelle della FIMI (che saluto) (ciao, FIMI!) (viva la FIMI) e non solo quelle italiane, e non solo quelle delle “vendite”. Ehi, non lo fa nessun altro! Cioè, sì, ok, lo fanno separatamente, ma così non si capisce niente. Io invece, mmmh, vi manderò di nuovo a scuola, io vi darò ogni centimetro delle charts, oh!, vi darò whole lotta classifiche. A cominciare da quella dei concerti più visti nel 2020.
Ehi, complimenti ai Dream Theater – e pure a Gazzelle, davanti a Renatone… Come? Cosa? Sento qualcuno che da là in fondo mi dice che le classifiche vanno contestualizzate, che da sole non significano niente eccetera. Oh, ma devo dirvelo io? Dove siamo, in una telecronaca Rai, che avete bisogno di qualcuno che vi aiuti a capire cosa vedete? Va beh, facciamo un’altra premessa.
PREMESSA SUL FATTO CHE IL 2020, DI QUA E DI LÀ. Può darsi – lo dicono tutti – che sia stato un anno particolare. Sapete, stop ai concerti, niente Olimpiadi, niente Fuorisalone, niente Sangue di San Gennaro. In compenso ci sono stati i talent e ovviamente Sanremo (niente può fermare Sanremo). Tuttavia, l’unica cosa che distingue realmente questa Analisona da quella del 2019 è che manca la classifica dei concerti più visti. Per il resto, quello che avevamo visto succedere nel 2018 e 2019, si è confermato nell’anno testé concluso. Il Riassunto per chi non ha tempo non è troppo diverso da quello di dodici mesi fa.
RIASSUNTO PER CHI NON HA TEMPO
1) solo gli ITALIANI fanno musica che piace agli ITALIANI – gli stranieri producono cose che non ci sfiorano- a meno che non vengano trasmesse su Netflix. Quest’anno, soprattutto grazie ai singoli, sono andati un pochino (ma pochino) meglio dell’anno scorso – ma per questo dato, il sospetto è che Covid ci covi;
2) le donne, se proprio vogliono aprir bocca, devono ritornellare graziosamente attorno all’Uomo Forte, idea fissa della nazione dagli antichi Romani in poi (and counting). L’anno scorso la classifica era espressione della straripante virilità ITALIANA – ma quest’anno abbiamo fatto persino di meglio e le abbiamo quasi rimandate in cucina, ovviamente a fare le pizze fatte in casa;
3) non formate una band, MAI, a meno che non riusciate a ottenere lo slot della Simpatia Sanremese (da Lo Stato Sociale ai Pinguini Tattici Nucleari). In caso contrario, non si vende niente e oltretutto ci si ammala;
4) casomai, come fanno tutti, fate un FAD, Featuring A Distanza – la DAD, Didattica A Distanza, ne è una derivazione, basandosi sulla stessa idea di mandarsi dei temini a distanza;
5) partecipare a un talent non basta: dovete farne almeno DUE oppure andare a Sanremo (che poi è il talent più vecchio) e poi, come con Elodie e Gaia, dopo più tentativi il pubblico sfinito prenderà atto che non mollate: si arrenderà e vi tributerà il successo che meritate;
6) su Spotify va forte il rap italiano, su YouTube vanno fortissimo Sanremo e le sue lagne di qualità, ma soprattutto YouTube consacra le hit estive ITALIANE brutte e banali (non aggiungo “cretine e dozzinali” perché ho un grande rispetto per i nostri PRODUCERS, che col loro tocco da Re Mida riescono a produrre paccottiglia cafonazza e tirarsela. Qualche mio collega li gratifica scrivendo che sanno il fatto loro. A me verrebbe semplicemente da chiedergli l’iban e organizzare una colletta, ponendo fine alla loro miseria infinita. Ma è una mia debolezza buonista;
7) in Italia quelle che potremmo chiamare Star Globali riscuotono una quantità assai esigua di trippa per gatti. Del resto non appaiono al GF Vip né all’Isola dei Famosi, quanto possono realmente valere? E tuttavia, tra i campioni del 2020 che sto per nominare, nessuno riesce completamente a imporsi come asso pigliatutto in nessuna parte del mondo, in genere c’è qualche campione locale che impone la legge del quartiere. Stefani Joanne Angelina Germanotta (Lady Gaga), Abel Makkonen Tesfaye (The Weeknd), i 방탄소년단?, 防彈少年團 (Bangtan Sonyeondan, per gli amici, BTS) e Dua Lipa (…l’unica col vero nome. E nella mia umile opinione è più bello dei nomi d’arte degli altri tre) si sono fatti rispettare in classifica con album di alto livello nei rispettivi generi, e Bad Bunny è l’uomo più streamato dal genere umano secondo Spotifone. Ma credo siano coinvolti nella Grande Perdita di Importanza della Musica (in cui rientra quella dell’album, ovviamente). Forse tra qualche mese l’IFPI, federazione della discografia mondiale (tipo la federazione dei pianeti di Star Trek) dichiarerà Taylor Swift artista dell’anno anche per il 2020. Ma non sta lasciando granché il segno, vero? Se vi è simpatica, spero che questa Umile Opinione non vi offenda. Anzi, faccio ammenda pubblicando un comunicato stampa che, come tutti i comunicati stampa su chiunque, ne comunica il SUCCESSO. Ma che Swift sia da anni la superstar della musica sul pianeta, e ciononostante il 99% del pianeta non saprebbe cantare una sua strofa nemmeno sotto minaccia di una trasmissione di Mario Giordano, è un argomento a favore della Rétromania.
8) questo riassunto è lungo, lo so. E non so nemmeno se riassume. Ma a proposito:
9) confrontando le canzoni che arrivano in top 10 di Spotify e Apple Music, le azzeccatissime hit italiane hanno una durata sensibilmente minore di quelle straniere, siamo vicini al minuto; quasi tutte le irresistibili creazioni dei nostri producers durano meno di 180 secondi, a riprova che il pubblico ITALIANO non si stancherebbe mai di ascoltare cretinate concise – ed è ora di riconoscere che Giorgia Meloni lo ha capito prima di tutti.
INFINE, SEMPRE PER CHI NON HA TEMPO: UN MINUTO DI SADISMO (aka: i FLOP). Chiariamo una cosa: tutti gli artisti che vi piacciono sono straordinari e l’arte non si misura con le classifiche, perché non è che nel 1875 qualcuno valutava se Degas aveva venduto più di Renoir e se Cèzanne non aveva ottenuto il quadro di platino. Cioè, in realtà qualcuno che lo faceva, c’era (mercanti! Fuori i mercanti dal tempio! Eccetera!) ma il SUCCESSO non significa niente, è un valore così anni 80 e 90 e 00 e 10. Ciò non toglie che, sulla base degli ottusi dati di vendita, qualcuno nel 2020 NON è andato così bene. Ora: volete realmente sapere di chi si tratta?
Lo volete, voi???
Siete persone orribili. E purtroppo siete nel posto giusto.
Ovviamente bisogna mettere nell’equazione anche le aspettative, o il livello cui l’artista era abituato. Per cui limitiamoci a citare alcuni album di artisti importanti i cui album del 2020 non hanno ottenuto certificazioni nel 2020 – e quindi dovrebbero essere rimasti sotto le 25mila copie: Piero Pelù, Samuele Bersani, Annalisa, Ghemon, Max Pezzali, Francesco Bianconi, Negramaro, Francesca Michielin, FSK Satellite con Padre, figlio e spirito, Achille Lauro con il disco – pardon, il progetto del 2020, Fiorella Mannoia, Carl Brave con Coraggio. Ma per l’appunto, ci è voluto coraggio per pubblicare dei dischi nel 2020, e plaudiamo a chi ha rinunciato alla prudenza mercantile per dare qualcosa al suo pubblico. Che poi, sono in ottima compagnia: quest’anno, dischi che si sono fatti valere in tutto il mondo come quelli di BTS, Drake, Taylor Swift, Bob Dylan, Eminem, Ariana Grande e Juice WRLD hanno avuto gli stessi problemi col nostro pubblico dal palato fine. Per ora.
E ADESSO, PER CHI HA UN SACCO DI TEMPO: CLASSIFICHE!
ALBUM PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
In sintesi. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. E i primi 6 posti sono a posto.
Poi, pop italiano, indie-rock italiano (più o meno), canzoni per bambini italiani – e infine, per non esagerare con la varietà, rap italiano.
Rispetto alle elezioni del 2019, il rap italiano aumenta la sua percentuale. Agli ascoltatori italiani, in sintesi, piacciono molto gli italiani che parlano moltissimo. Più che in passato. Poi c’è da discutere su quante di queste parole resteranno.
Il numero uno. Premetto che è La Mia Umile Opinione, ma non credo di dire una cosa aberrante se dico che Persona di Marracash è il migliore tra i dischi che negli ultimi dieci anni hanno occupato la primissima posizione in queste classifiche annuali (per concedervi di argomentare, giacché questo non sia un monologo e vi sentiate liberi di commentare mentre scrivo, vado a elencarli) (Vivere o niente, L’amore è una cosa semplice, Mondovisione, Sono innocente, Lorenzo 2015cc, Le migliori, Segnetto di Ed Sheeran, Rockstar, Colpa delle favole). (se il titolare dei titoli non vi viene nemmeno in mente, forse ho implicitamente ragione) (e non dite che sono mezzucci. Anche se so benissimo che lo sono: adoro i mezzucci). Persona è un disco che alza il livello dello scontro, e mi pare di poter dire che l’album di ThaSupreme fa la stessa cosa in un’altra direzione. Non mi sento di dire la stessa cosa del n.2 di Sferoso Famoso, però come hanno detto critici e addetti ai lavori, era giusto che Sferone facesse un disco fastidioso e insulso, per sfondare all’estero. Dati alla mano non ci è riuscito, ma i comunicati stampa ripetono di sì (e noi giornalisti musicali obbediamo, in modo che forse un giorno Spotify o una major facciano di noi delle persone oneste). Mr.Fini di Gué Pequeno non ha accontentato tutti ma è un disco ambizioso da parte di uno che giocava a fare quello che le ambizioni se l’era fatte togliere da un dottore di Detroit (cit.); allo stesso modo forse gli album di Ghali ed Ernia non saranno ricordati come pietre miliari, ma mi sembra abbastanza chiaro che entrambi hanno alzato il mirino. Poi, parecchio rap italiano nuovo e non nuovo ha invece cercato di vivacchiare allo stesso modo, con gli stratagemmi facili. Ma non gli ha detto benissimo. Vi sto annoiando? Siete anagraficamente indifferenti al rap italiano?
Ecco, torniamo a un problema importante. Il rap italiano abbonda, e nel biennio 2019/20 sono usciti alcuni dei migliori dischi di rap italiano di sempre. Ma come il pesce persico del Nilo nel Lago Vittoria, il genere sta alterando l’ecosistema e non per colpa sua (beh, insomma. Lui ci sguazza. Questo fanno i pesci, no? Rari son quelli che volano). Il rap italiano, per DNA sta contribuendo all’implosione di quel che resta della musica tricolore, anche se va a suo merito aver reinserito nella società una generazione di discografici completamente privi di udito. Personalmente non ho nulla in contrario al totalitarismo rappuso, posso farmi una ragione delle infinite banalità da quartiere nei testi, e della piattezza sonora di cui la maggior parte degli ascoltatori 13enni si pasce deliziata: il rap mi garba comunque più dell’indie e caso vuole che professionalmente mi porti più soldi degli altri generi. Però non posso nascondere la sensazione che le classifiche ufficiali ne esagerino il peso e l’impatto rispetto a quello che viene realmente ascoltato in Italia. Ora come ora, lo scenario sembra sbilanciato a favore di un mezzo (il telefonetto, le piattaforme), di una fascia anagrafica e di un tipo di fruizione, mentre la verità è che in Italia si ascolta anche tanta altra roba. Spesso brutta (…molto spesso). Che attualmente risulta messa ai margini. Basterebbe, per argomentare, il confronto con la classifica dei…
SINGOLI PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
Qui il livello di vita mojita e Mariadefilippismo si fa vorticoso: le hit estive continuano a imporre la loro spietata legge, che è poi la legge della ripetizione, felicemente mutuata dalla propaganda nazista: il massimo risultato è ottenibile ripetendo la canzone dell’anno prima – se non un identico featuring (Sandrina Amoroso, Ana Mena). C’è anche, immancabile un presobenismo ebete che come olio di palma lubrifica la produzione seriale delle azzeccatissime hit da spiaggia. E forse è per disperata autodifesa immunitaria che in top 10 si fa strada un 30% di brani stranieri, tutti caratterizzati da un clima vintage che è quasi un rifugio dal cinismo con cui sono state assemblati gli zombie sonori che si trovano sul podio – e beninteso, Superclassico di Ernia (n.4) non è da meno: nessuno mi toglie dalla testa che il famoso “Dio, che fastidio” sia rivolto alla propria stessa canzonuccia, e al Coez che Coeziste con la parte nobile di ogni giovane artista disposto a immergersi volontariamente nella fanghiglia indieurban.
Trivia: tra gli album le tre major si spartiscono quasi tutto, col Leviatano Universal che incamera il 44% della distribuzione dei titoli in top 100 (Sony 24 titoli, Warner 22) (l’italiana Artist First segue a distanza con 5). Tra i singoli, però, Universal è meno universale e piazza tra le prime cento 37 delle sue azzeccatissime hit, contro 29 per Sony e 27 per Warner. Nella top 30 dei singoli, la performance Sony è addirittura migliore: 11 indimenticabili motivetti contro i 9 straordinari tormentoni della rivale (7 per Warner).
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PERÒ SPOTIFY, PERÒ YOUTUBE.
1) Spotifone. La app svedese col bollino verde dice che questi sono gli album e i singoli più ascoltati in Italia. Pur tifando smaccatamente per i rapper, emettendo per finissime ragioni strategiche i suoi verdetti a fine novembre non fa un gran favore al suo pupillo Sferoso Famoso, il cui album quindi è come se non fosse uscito nel 2020. Lo stesso vale per MiticoLiga e San Claudio Baglioni, che però non sono il tipo di mondo felicemente rappuso, rigorosamente maschio e amabilmente patriottico che Spotifone caldeggia. Per quanto riguarda i singoli, però, si sbilancia a favore di Irama con Mediterranea (69 milioni di ascolti a fine anno) davanti a Good times di Ghali (67 milioni) e M’manc (Shablo feat. Geolier e Sfera Ebbasta). Difficile capire il peso in classifica delle inseguitrici di Spotifone (Amazon, TimMusic, Tidal, Deezer). Però vale la pena considerare la situazione del n.2 mondiale:
2) AppleMusic. La mela ha detto che quest’anno i suoi ascoltatori hanno continuato ad ascoltare con piacere Dance monkey di Tones And I, che era al n.1 in Italia già nell’ottobre 2019.
Non fate quella faccia. Anche all’estero ha comunque retto per tutto il 2020.
Stando al comunicato ufficiale, il resto della top 5 è occupato da Blun7 a Swishland (ThaSupreme), Karaoke (Boomdabash e Sandrina Amoroso), Mediterranea (Irama), Ti volevo dedicare (Rocco Hunt, con J-Ax e Boomdabash). Tutto questo, ammettiamolo, ci dice che rispetto agli utenti di Spotify, quelli di AppleMusic sono un pochino più lenti e probabilmente un pochino più adulti. In Applelandia, il rap si appoggia visibilmente al pop, e al n.1 c’è addirittura una STRANIERA – e sorvoliamo sul fatto ancora più strano: è una femmina. Poi ci sarebbe
3) YouTube. Che però non conta per la classifica, almeno per ora, anche se è il principale strumento di ascolto di musica degli italiani. E qui risultano al primissimo posto Boomdabash e Alessandra Amoroso, con quasi 100 milioni di visualizzazioni; il secondo posto viene assegnato a Francesco Gabbani, ignoratissimo dal Paese Ideale ma non dal Paese Reale, e il terzo a Rocco Hunt e Ana Mena con A un passo dalla luna. A dire il vero, mentre scriviamo, quest’ultima totalizza ben 6 milioni di visualizzazioni in più del brano portato da Gabbani a Sanremo, ma questo è quel che accade quando si sparano i verdetti un mese prima della fine dell’anno. Poco male, di sicuro Rocco non se la Mena (ahaha. Scusate).
In generale, si sa che YouTube è la fonte di musica per un segmento di ascoltatori più adulto e nazionalpopolare (…avrete notato la comparsa della parola “Sanremo”), che non manda Tha Supreme ed Ernia in top 10, privilegiando Baby K, Chiara Ferragni (meglio del marito, quest’anno) ed Elettra Lamborghini, queen e idole eccetera. Qui di femmine, per qualche motivo, ce n’è a pacchi.
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TALENT
1) da XFactor 2019 non era uscito nessuno in grado di farsi notare in classifica. E la recente edizione del 2020 non promette meglio;
2) da Amici 2020 è venuta fuori Gaia, che ha ottenuto un disco d’oro con l’album Nuova genesi e un platino col singolo Chega, premiato anche da YouTube. Non siamo dalle parti di Irama, ma col singolo è andata meglio di Alberto Urso (e ci mancherebbe).
3) Diodato, vincitore di Sanremo 2020, ha ottenuto un disco d’oro con l’album Che vita meravigliosa e un doppio platino con Fai rumore. Chiude l’annata entrando nella top 50 degli album, al n.46. Ok, Gabbani e Mahmood erano andati molto meglio, ma facevano un altro genere, via. Quest’anno da Sanremo sono usciti bene Elodie, che forse è finalmente uscita dalla angusta categoria delle ancelle del cantante macho (leggi alla voce: Francesca Michielin), ma soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, con doppio platino per il singolo Ringo Starr e platino per l’album Fuori dall’hype: il paragone con Lo Stato Sociale del 2018 sarebbe banale, e infatti eccolo: a conti fatti i Pinguini hanno avuto meno visibilità, ma più ascolti.
Trivia: l’album di Levante, quando è uscito nel 2019, non era entrato in classifica; ora ce lo troviamo grazie alla partecipazione a Sanremo 2020.
METOO. Per fortuna le feminazi non hanno contagiato il nostro maschio popolo, e gli ITALIANI ne hanno accettate soltanto 9 tra i cento album più venduti. Elodie è l’unica nei primi 30. Tre sono straniere. Tanto vale citarle tutte: Elodie, Billie Eilish, Dua Lipa, Lady Gaga, Levante, Elettra Lamborghini, Elisa. Solo tre di loro hanno un cognome. Al confronto, il 2019 con addirittura 13 femmine in top 100 era stato un anno tutto rosa nel quale la fragorosa virilità ITALIANA era stata messa a repentaglio. Precisazione: non sto contando Sofì dei MeControTe, Mina con Fossati, Lady Gaga con Bradley Cooper (comunque l’ho già citata come solista).
STRANIERI IN TERRA STRANIERA.
(…che carini a distinguere tra “venduti” ed “equivalenti”, no?) (possono ancora permetterselo)
Si nota quella cosa che dicevo prima? Nessuno stravince universalmente. Per i Britanni, addirittura, il sig. Capaldi è il n.1 per due anni successivi. Comunque hanno addirittura due album rap in top ten, per loro è quasi inaudito. La Francia è sovranista quasi quanto noi, nella top 100 hanno la nostra stessa percentuale “local” dell’80% circa, dichiara la Snep. La Francia è anche il posto in cui il podio è completamente occupato dal rap “interno”, come l’Italia. I todeschi hanno un eclettismo encomiabile: hard-rock, rap, Schlager, cantautorismo. E un filo di nazionalismo in meno. Non molto, ma ammetterete che da parte loro, eccetera. Ovviamente inutile sperare che i Britanni ascoltino qualcuno che non canta nella loro lingua. Ma qui mi fermo, perché non è che mi pagate per insultare i Britanni (però che sogno sarebbe).

Principale differenza: anche negli USA, YouTube raddoppia le presenze femminili. Attenzione però: Taylor Swift non compare. Se è per questo, nemmeno Harry Styles o BTS o Fleetwood Mac. L’hit single, per lo streaming, rimane una faccenda urbanissima. Nessuna star del country – mentre tra gli album, avrete notato che anche tra gli equivalenti c’era al n.10 Luke Combs, che al cappello da cowboy preferisce i cappellini tipo baseball, sua concessione semi-Swiftiana alla modernità.

Vedete bene, lì in fondo? Direi che come singolo, Blinding lights compete con i boss del quartiere portando a casa un podio ovunque, tranne ovviamente in Italia, volete mettere con la magia del sound becerone che ci vibra ignorante nel petto? (… non trovate bello che “Ignorante” sia stato l’aggettivo più esaltante del nostro decennio?) Eccoci allora a parlare di
STRANIERI IN TERRA ITALIANA
Tra i presunti album sono 22 in tutto su 100; nessuno in top 10, solo tre in top 30. Volendo fare i pignoli, sono anche meno di quel che sembrano. Nel senso che i Pink Floyd hanno in top 100 due album, i BTS pure, Ed Sheeran e Lady Gaga anche. Però non voglio piegare i sacrosanti dati alle mie convinzioni: in fondo siamo passati da 8 a 10 nomi stranieri in top 50 e pertanto abbiamo un +4% perentorio e senza se, e senza ma: anzi, di questo passo torneremo ai pericolosi livelli del 2005, quando gli stranieri in classifica erano 45 su 100: volete davvero che la brutta musica nostrana sia sostituita da brutta musica straniera? Lo volete voi??? “Nooooo!” Nei sedicenti singoli poi abbiamo tre stranieri in top 10 (nessuno tra i primi cinque), e 17 in top 40, insomma diciamo che nel mordi e fuggi senza impegno delle hit è più facile ottenere tre minuti di attenzione ITALIANA. I cosiddetti album richiedono oggettivamente troppa attenzione, e non siamo mica a scuola. Non prendiamo lezioni da nessuno.
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ALTRI ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE
RADIO GAGA. Rispetto alla parte iniziale del decennio la programmazione, Nella Mia Umile Opinione, sembrerebbe all’insegna della spericolata arte di compiacere contemporaneamente a) i discografici insistenti b) un pubblico non freschissimo ma forse più incline a ritmo e musicalità di quello dello streaming, e se proprio non se ne può fare a meno, c) divertirsi anche un po’.
Le classifiche di EarOne tratteggiano una programmazione che dà un colpo al cerchio, uno alla botte piena, e uno alla moglie ubriaca, mantenendo peraltro le percentuali geografiche in una parità secondo me accettabile. Tra l’altro da 3 anni la top 100 è sostanzialmente divisa a metà tra musica ITALIANA e internazionale, con impercettibile aumento delle eccellenze del territorio. Fornisco le cifre per chi dubita della mia parola, peste lo colga: 52 italiane in top 100 nel 2020, 51 nel 2019, 50 su 100 nel 2018.
Trivia: sempre affascinante la popolarità ermalmetiana di LP, distribuita dalla piccola X Energy, non altrettanto rilevante in altre classifiche.
VINILI. Non riesco a dare importanza a questa classifica, mi dispiace, credo valga quanto quella dei libri di musica o delle t-shirt (…quella, sarebbe interessante). Però sono un glaciale professionista e pertanto ve le allego. Per il quarto anno di fila, The Dark Side Of The Moon eccetera. Perde una posizione la raccolta dei Queen (dal n.3 del 2019 al n.4 del 2020), ne guadagna due Nevermind, tre posizioni in più per Legend di Bob Marley, rientra in top 10 Abbey Road, mentre Sgt.Pepper non è in top 20 perché non ha una bella copertina. The Wall arretra di tre posti, mentre lo Springsteen di quest’anno va meglio (n.5) di quello dell’anno scorso (n.7).
Rimarchevole il secondo posto dell’unico a intrufolarsi (sostanzialmente, in un mese) nell’acquario classic rock: SferosoFamoso, che probabilmente è andato bene come regalo di Natale (la copia autografata a 85 euro, esclusiva Amazon); ci sono due album italiani in top 10, e sono degli unici due artisti nati dopo il 1970. Sono una discontinuità rispetto agli anni scorsi e ci spostano verso il più grande tra i due imperi dalla cui luce abbagliante veniamo illuminati.
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Perché in America, al primo e secondo posto ci sono due dischi e cantanti nuovi (e il primo è un inglese), nel Regno Unito invece trionfa il vintage, e non dipende dal famoso video che impazza su TikTok, col tipo che canticchia Dreams. Vi rivelerò un segreto: molto prima che il tipo canticchiasse Dreams sul suo skateboard i Fleetwood Mac avevano due album tra i 30 più venduti di tutto l’anno nel Regno Unito, nel 2019: la raccolta 50 years (n.13) e Rumours (n.30). Di fatto i Fleetwood Mac, i cui membri meno vistosi sono britanni, sono stati il secondo classic act più popolare in una nazione che è più ancorata agli anni 70 rispetto a noi e agli yankee.
MIGLIOR VITA. Ormai nelle theclassifiche settimanali non menziono più gli artisti che hanno abbandonato queste nostre zone rosse e arancioni e gialle per andare nella Grande Zona Nera, e del resto in quella annuale entrano solo Pop Smoke (n.50) e i Nirvana di Kurt Cobain, quello che si è fucilato, mitico!. Sì, sono solo due: gli italiani non hanno versato uno stream per Juice Wrld, Ennio Morricone o Eddie Van Halen, e sono del tutto spariti i Queen (4 album in top 100 e uno in top 10 nel 2019). Come D’Annunzio, stiamo andando verso la vita.
PINFLOI. Non è stata una buona annata. The wall scende dal n.63 al 77, e The dark side of the moon pur rimanendo il vinile più venduto come nel 2017 e 2018 e 2019, lascia il n.49 e va a occupare proprio quel n.63 come un saprofita. Per prevenire un ulteriore calo Roger Waters dovrebbe prendere in considerazione l’idea di dare le sue canzoni più angosciose a qualcuna delle sedicimila serie tv sulla monarchia britannica, gli ITALIANI le guardano tutte avidamente. D’altra parte è consolante sapere che c’è un popolo che da secoli, per legge eroga miliardi alla stessa famiglia di incommensurabili citrulli e non è il nostro.
Si potrebbero dire ancora tante cose. Ma non ce n’è motivo. Grazie per aver letto fin qui, siete stati molto gentili. Andiamo a darci sotto col 2021, ora.
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PS: …un momento! Come dite, bambini? Ah, ma certo, boomer che non sono altro, dimenticavo TikTok. Qui circolano un po’ di classifiche diverse, non so di chi fidarmi, è un po’ tutto un balletto. Ma per l’appunto: eccone una semi-attendibile sui balletti più telefonosi del 2020:
E con questo, ho fatto il mio dovere: è stato un piacere.
La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

Al n.1 un disco inutile che serve a un po’ di cose. Per esempio, a ipotizzare che un rap idiota convenga a molti.

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

E poi Jake La Furia e Berlusconi, Emis Killa e Barbara D’Urso, gli FSK Satellite e la mala milanese. Va bene, l’ho presa un po’ larga.

Gigi D’Alessio e la Gomorra generation – TheClassifica 37/2020

Gigi D’Alessio e la Gomorra generation – TheClassifica 37/2020

‘O prologo. Io, Napoli non la capirò mai. Non è un grosso problema, si può stare bene anche in posti che non si capiscono. Però non la capisco – e non è solo perché vengo da una città facile da capire. Come l’Italia, alla fine. L’Italia è un posto semplicissimo. L’Italia è fascismo e chiacchiere. Per sempre. Fascismo e chiacchiere.
(anche nel senso del ghiotto dolce ipercalorico carnevalesco) (e questi aggettivi, per l’Italia funzionano tutti)
Ma Napoli con l’Italia c’entra e non c’entra – in un modo che, naturalmente, non capisco. La parte più italiana di Napoli è l’area attorno alla stazione, indaffarata e un po’ losca come attorno a tutte le stazioni d’Italia, persino Bolzano e Matera (…Venezia no, per forza di cose. Però c’è Mestre che compensa). Le ultime due volte che ci sono arrivato in treno, pioveva – cosa che ho apprezzato molto, perché non era nelle cartoline. Che sono quelle cose che i napoletani mandano per confonderci. Qualcuno forse anche per confondersi – ma è una timida ipotesi, la premessa rimane che io Napoli non la capirò mai e Nella Mia Umile e Personale Opinione neanche voi. Sì? Chi ha parlato? “Io, qui in terza fila – volevo dire che io sono di Napoli”. Beh, se è così mandaci una cartolina. Non si fa più? Mica vero. Per esempio, lo ha fatto in modo ineccepibile
 
Il numero uno. Erano dodici anni che Giggetto D’Alessio non andava al numero 1 nella classifica dei presunti album. Ora, con la mossa Max Pezzali, riverniciando i suoi successi con la generazione rappusa (tra gli altri: Clementino, CoCo, Enzo Dong, Franco Ricciardi, Geolier, LDA, Lele Blade, MV Killa, Samurai Jay, Vale Lambo e ovviamente Rocco Hunt) si toglie questa soddisfazione con l’album Buongiorno. Nel quale non ci sono solo rapper napoletani e non ci sono solo rapper (per la generazione boomer e le radio, ci sono alleati come J-Ax e Boomdabash) ma l’enfasi è sul suo “riprendersi la strada”, farsi consacrare eroe neomelodico del popolo e della città, tra i muri con le facce di Maradona e Totò. Musicalmente non è niente di inconcepibile, da Liberato a Niko Pandetta, con Rocco Hunt a fare da punta dell’iceberg (o d’o Vesuvio), sono anni che i due generi convergono. Il punto però è lui, Giggetto. Ricordo una conversazione di un bel po’ di anni fa con una persona facente parte dei 99 Posse, che lo associava apertamente a
(quale organizzazione? Che peccato, non mi ricordo) (ah, che disdetta) (forse il Codacons)
e che vi piacessero o no i 99 Posse, credo che né loro né altri di quella generazione avrebbero condiviso il palco per la gloria di Gigino. Questa generazione, invece, considererebbe un plus se si scoprisse che veramente D’Alessio ha come mandante il Codacons (ehm). Del resto, notoriamente, Roberto Saviano lo cita in Gomorra come cantante preferito dai camorristi e lui stesso ha ammesso di aver “cantato alle feste dei boss”. Per un sacco di rapper, è il sogno di una vita. Ma in generale credo che l’idea di ciò che è “strada”, di ciò che è “popolare” sia stata uno dei carrarmati che hanno sfondato più costruzioni culturali negli ultimi decenni. E saltare sul carrarmato dei vincitori è sempre la cosa giusta da fare. Dice Gigi: “Credo che sia la prima volta che si realizza un progetto come questo, che vede riuniti tutti insieme gli esponenti del mondo urban di una città (…) Io li chiamo ‘i ragazzi dell’iPhone’, perché le loro composizioni nascono con velocità incredibile attraverso le note sul telefono. Ho avuto la grande opportunità di scoprire il loro mondo e di aprirgli il mio, anche se nonostante la giovane età di tutti, ognuno conosceva questi brani del mio passato. E li hanno affrontati con emozione e grande rispetto. Il risultato di queste commistioni è stato sorprendente. Una bella sfida, oggi che la lingua napoletana è finalmente sdoganata e possiamo esprimerci in totale libertà, senza pregiudizi”. Gli Arcade Boyz, youtubocritici nordici, annuiscono vigorosamente: “Gigi D’Alessio è sempre bistrattato e bullizzato dai mass media solo perché è napoletano. La tv ti insegna a prendere per il culo un musicista completo come lui solo perché canta in napoletano (…) Che i suoi dischi siano pregni di realtà è evidente, i testi che troviamo in quest’album non li troviamo nel rap: c’è una denuncia sociale e uno spaccato di realtà che spesso viene ignorata”.
Bene.
Vedi un po’ come ti ritrovi, rap italiano, se deve venire Gigetto D’Alessio a mostrarti la realtà. Comunque il dado è tratto, e mi aspetto ceffi ben peggiori in fila per farsi traghettare verso le generazioni dello streaming dai propri giovani paesani. E mi aspetto di sentir dire che le canzoni di Antonacci e Zampaglione sono pregne di realtà e denuncia sociale e che il rap dovrebbe imparare da loro. Aspetto i carrarmati con serena rassegnazione.
 
Resto della top ten. Sfiga per Riki di Amiki e il suo Popclub che entra al n.2 nella settimana di Giggetto – tutto quello che gli posso dedicare è questa riga. Scende al n.3 Gué Pequeno, mentre rimbalza dal n.82 al n.4 la Dark Polo Gang con i tipici quattro pezzetti in più aggiunti all’EP uscito in primavera e andati al n.1. I featuring di Massimo Pericolo e Geolier non sono bastati a rimetterli sul podio, segno che i cd senza firmacopie non stanno andando da nessuna parte. Cosa che in parte riguarda pure l’ex numero uno, Irama, sceso rapidamente al n.5. Chiudono la prima decina Ernia, la compilation Rtl Power Hits Estate 2020, Geolier, gli incredibili Pinguini Tattici Nucleari (ancora in top ten a oltre sei mesi da Sanremo) e Tedua. Il quale mi dà l’occasione di far notare che con gli EP quest’anno si va spesso al numero uno (Dark Polo Gang, Achille Lauro, Lazza, Irama, e appunto Tedua). In breve: Spotify killed the album stars.
 
Altri argomenti di conversazione. Persona di Marracash ha lasciato la top ten. Ci ha messo un po’: 45 settimane. Potrebbe essere il record di sempre, ma non possiamo esserne tecnicamente certi: sicuramente lo è nell’era moderna delle classifiche di vendita: quasi dieci mesi consecutivi tra i primi dieci posti della classifica dei presunti album: onore delle armi per questo disco. Che peraltro, non è che precipiti: è al n.11. Magari venerdì sera si intrufola di nuovo nei quartieri alti. Per il momento, da questi escono anche ThaSupreme (n.12) e Katy Perry (n.60) (bonk!). A differenza del Regno Unito, dove è riuscito a insediarsi al primo posto in classifica, Goats Head Soup (1973) dei Rolling Stones da noi entra al n.22, cosa che depone a favore dei loro fan e conferma tutto il male che penso degli inglesi.
 
Sedicenti singoli. Stessa top ten della settimana scorsa con piccole varianti interne, e il principale è un piccolo segnale autunnale: è vero che molte canzoni chiringuite occupano la prima diecina, ma al n.1 c’è Rocco Hunt, al n.2 Hypnotized (Purple Disco Machine) e al n.3 Ernia. Sono due rapper su tre – anche se con pezzi estremamente pop come A un passo dalla luna e Superclassico.
 
Lungodegenti. Oltre due anni di permanenza continuata in classifica per Potere (Il giorno dopo) di Luché
(en passant: lui nell’album di Giggetto non c ‘è)
che è uscito 115 settimane fa, dieci settimane prima di 20 di Capo Plaza
(che non c’è nemmeno lui. Ma magari non lo volevano perché è di Salerno, vai a sapere)
poi Pianeti e Peter Pan di Ultimo (132 e 135 settimane), Rockstar di Sfera Ebbasta (138), il segnetto ÷ di Ed Sheeran (184 settimane). Ma non preoccupatevi, l’album da più tempo in classifica è dei
 
Pinfloi. Sono 201 settimane che The dark side of the moon è rientrato nella classifica FIMI, le festeggia salendo al n.64, e aumentando la distanza con The wall, che è al n.76. Aggiorniamo l’elenco dei dualismi: TDSOTM è il mare, i cani, ed Apple. TW è la montagna, i gatti e Windows. Ma mi voglio rovinare, aggiungo un’altra distinzione fondamentale: Dark side è i boxer, The wall è gli slip.
(…voi avrete capito che l’obiettivo è arrivare a panettone vs pandoro) (non si può evitare) (aspettate serenamente) (grazie per aver letto fin qui, a presto)