Tag: Maria De Filippi

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Pre-mura. Tutti i cantanti famosi sono straordinari. Anche quelli non famosi. Chiunque incida un pezzo. Chiunque non lo incida. Sono tutti artisti favolosi che meritano successo e soldi e immortalità – e anche invidia da parte degli invidiosi, via. …Bene. Ora che l’ho detto, mi 

Musica ObBRObrissima – TheClassifica, episodio 10/2021

Musica ObBRObrissima – TheClassifica, episodio 10/2021

Sarebbe superficiale dire che quelle degli Amici di Maria sono canzoni orrende: c’è il tocco di Mida dei PRODUCERS italiani che le rende perfettamente nauseabonde.

Tolkien e le canzoni di Amici – Classifica Generation ep.27

Tolkien e le canzoni di Amici – Classifica Generation ep.27

Ho la sensazione che con questa Giordana Angi facciano sul serio. Oddio, pareva che pure con Riki e Thomas facessero sul serio. Ma sono abbastanza convinto che lei non ingrosserà le fila delle gallerie mensili “CHE FINE HANNO FATTO I VINCITORI DI AMICI?”.
(se non altro, perché è arrivata seconda) (comunque, chissà che fine hanno fatto i primi precari di redazione che hanno fatto le prime tra queste gallery)

Giordana Angi in sé è interessante per tre motivi. Il primo è il PERSONAGGIO. Che non mi interessa.
(sì, ho appena detto che è interessante, ma mentivo) (lo so: concorrente apertamente lesbica nella trasmissione per eccellenza tra quelle per le famiglione del popolone) (quella che il sovrano dei sovranisti dice di guardare) (i media trovano il personaggio interessante, il pubblico pure) (vedete media, qui?) (vedete pubblico?) (bene) (ora, se la smetto di interrompermi, possiamo andare avanti)
Il secondo motivo interessante, è che ha una certa abilità nello scrivere. In realtà sarebbe interessante anche se non ne avesse nessuna, vero? Quindi vediamo di non dare in escandescenze. Però soffermiamoci su questo: ha 25 anni e nel 2012 era a Sanremo Giovani. A quanto pare, ha provato per cinque anni ad entrare ad Amici.

Ed è qui che arriva il terzo motivo. Ovvero, in tutti questi anni votati a capire come entrarvi, Giordana Angi ha assorbito Amici. È diventata Amici. Come tutti gli eroi fantasy, da Luke Skywalker ad Arya Stark a Daniele Capezzone, ha intrapreso controvento il viaggio mitico verso la verità mistica assoluta del suo universo: ha studiato le esoteriche arti degli oscuri creatori di canzoni da talent: Federica Camba e Daniele Coro, Roberto Casalino e Dario Faini (che oggi incede rivestito di respekt col nome Dardust), e ha imparato a spostare le emozioni del pubblicone che chiede una NARRAZIONE di giovanili ardori e patemi, di indomite ribellioni e teneri flirt, di rivalità senza quartiere e amicizie fraterne tra Lilo, Lele, Lulu, Lalo e Lolo – e che tutto questo sia impastato nell’amore unanime, devoto, umile e succube per Maria De Filippi, che in silenzio contempla e disprezza ogni creatura vivente con ferocia suprema come il Nyarlathotep di Lovecraft.

E quello che Giordana Angi ha scoperto è che alla fine di questo decennio, a differenza del frivolo pubblico di X Factor che chiede la novità per poi annoiarsene in due settimane, il pubblicone di Amici vuole il tipo di canzone che voleva alla fine del decennio scorso (dopo la crisi dei subprime). Ha scoperto la più pura essenza del brano Amico, e la applica con alacre fervore. Prendiamo, da Voglio essere tua, attuale n.1 tra i presunti album,

1. Voglio essere tua. Parte piano. Quasi con un parlato. Poi la voce sale di un’ottava – entra la batteria, ed ecco un pieno emozionale, cantato con una voce e un pathos esattamente a metà tra la superospite perfetta di Amici e la santa martire più iconica. Che incidentalmente, sono sorelle: Loredana Berté e Mia Martini. Poi però si placa. Riflette. No, non ce la fa, non c’è verso di placare queste emozioni piene di sincerità piena di cuore pieno di cicatrici piene di desiderio pieno di emozioni.

2. Le 4 Milano. Parte piano. Poi la voce sale all’ottava superiore, entra la batteria picchiando sui tom, e c’è un crescendo. Poi però si calma. Si interroga. No, non ce la fa, non c’è verso di calmare questo desiderio pieno di sincerità pieno di emozioni piene di cicatrici piene di cuore.

3. 400 proiettili. Parte piano. Quasi un parlato. Poi sale all’ottava superiore, tutta emozionale. E a un certo punto la batteria inizia a picchiare, con la solennità dell’ineluttabile. Poi però scende. Rallenta. No, non ce la fa, non c’è verso di rallentare questo cuore pieno di coltellate dritte al cuore pieno di proiettili nelle arterie;

(il cuore compare un sacco di volte. Il cuore è un concetto da ribadire. Giordana ha cuore. Chi la ascolta ha cuore. Gli ITALIANI hanno un cuore. Persino i critici musicali hanno un cuore. Infatti di solito partono piano. Poi salgono all’ottava superiore, tutti storytelling. Poi si chetano. Dubitano di se stessi. No, non ce la fanno, non c’è ragione di dubitare di una prosa incespicante tutta pagine di Smemoranda e orgogliosa marginalità)

4. Mi hai lasciato senza dire niente. Parte piano. Poi sale, quando inizia ad accusare di essere stata lasciata sola “In questo fottutissimo casino”; grida perché il rancore va gridato, e negramarizzato con il meteo: “Mi sento sola in mare aperto, dentro la tempesta dovrà pur tornare il sole, eravamo così belle tra la gente, mi dicevi”.

5. Paura di morire non ne ho è un pezzo magistrale. Così come Tommaso Paradiso si trasfigura in Umberto Tozzi, Giordana Angi diventa Mia Martini – ma in un brano in reggae lineare che ha lo stile di Loredana Bertè e la sua filosofia: “Niente da perdere, tutto da vivere, mi godo il momento mi prendo il meglio”. Implicitamente poi il titolo ne evoca un altro antico e Bertésco che contiene, tutta anticristosa, la bestemmia suprema del suo ordine religioso: AMICI non ne ho.

In pratica, le canzoni che piacciono al pubblico di Amici sono canzoni-hobbit. Perché la canzone di chi ama Amici, ovvero ogni buon ITALIANO, non parte promettendo un’epica fin dalle prime note come il tipico brano sanremese – no, si preoccupa di dubitare di quell’epica, nella parte iniziale e poi dopo la prima battaglia. In pratica si muove come qualsiasi protagonista di qualsiasi quest eroico secondo la teoria de Il viaggio dell’eroe di Joseph Campbell: ritrosia iniziale, illuminazione, terribile confronto con il mistero e con la propria più intima natura, accesso a una nuova consapevolezza. Ed è il caso di essere consapevoli che con o senza il suo attuale sponsor Tiziano Ferro, Giordana sarà ancora nei quartieri alti alla fine del prossimo decennio. O forse no.

Resto della top ten. Entra al n.2 Tradizione e tradimento di Niccolò Fabi, e al n.3 l’album di debutto del rapper napoletano Geolier. Scalano al quarto posto i Modà e al quinto l’ex numero uno Renato Zero. Forse un po’ più basso del previsto l’ingresso di Mecna e Sick Luke, sesti davanti a Lazza, Ultimo e Night Skinny – con Gemitaiz e Madman sull’ultimo vagone del trenino della top ten. Che è una top ten tutta ITALIANA, come piace al POPOLO. Ragion per cui, mi rifiuto di chiamarla “top ten”: la chiamerò Decina in cima. Peccato che abbia finito di parlarne.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla Decina in cima (aha!) Levante, Mika (primo degli stranieri, al n.15), Machete Mixtape e Rocco Hunt. Escono invece dalla classifica il Re Mida in versione solo piano di Lazza, che ha incuriosito i fan per una settimana di permanenza al n.19, ma è già sotto il n.100. Fuori subito anche il live dei Simple Minds e quello degli Helloween, Ghosteen di Nick Cave e i Darkness; ci sono state due settimane di gloria per gli Opeth e sei per i Tool. Entrano al n.23 i Lacuna Coil e al n.72 Tones And I. L’élite degli album da più di cento settimane in classifica parte sempre da Hellvisback di Salmo (193 settimane), The dark side of the moon (154), ÷ di Ed Sheeran (137 settimane), Evolve degli Imagine Dragons (121), Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (120), The wall (103).

Sedicenti singoli. C’è una nuova numero uno anche tra i singoli: scivolano via subito Lazza & Sfera FEATURING Capoplaza (dal n.1 al n.6) e conquista il primo posto Dance monkey dell’australiana Tones And I, ovvero La ragazza Con La Voce Strana Nel Video Molto Strano. Sale al n.2 Ti volevo dedicare di Rocco Hunt FEATURING J-Ax e Boomdabash, e resta aggrappato al n. 3 Fred De Palma FEATURING Ana Mena con Ancora una volta, la loro hit dell’estate FEATURING tutte queste zanzare che ancora non sono passate a

Miglior vita. Dieci album su cento sono di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di influencer. Ne è capofila Emozioni di Lucio Battisti al n.36. Ma ormai non possiamo più girarci attorno: manca ormai da mesi, ci siamo persi Nevermind, ultimo avamposto del rock presso i giovani. Ma no!, non è vero, scherzavo, sapete che resiste baluardico quel rito di passaggio che chiamiamo

Pinfloi. The wall sale dal n.74 al 60, mentre The dark side of the moon cresce un po’ meno ma cresce, dal 45 al 44; secondo i sondaggisti, questo elettorato diviso tra le preferenze per il più vecchio dei due album rispetto al più 40enne è una chiara risposta all’ipotesi di Beppe Grillo di togliere il diritto di voto agli anziani. L’unico problema è che per metà dei sondaggisti la risposta è un chiaro “no”, per l’altra metà è un chiaro “sì, caspita – e includiamo anche i 40enni, vero?”.

Il cuore immacolato di Maria De Filippi. ClassificaGeneration, Stagione III, ep. 17

Il cuore immacolato di Maria De Filippi. ClassificaGeneration, Stagione III, ep. 17

La gran voglia di Claudio Villa che promana dal giovane vincitore di Amici nonché dagli spettatori di tutti i talent e tutti i Sanremi.

Mentre noi parliamo d’altro, Irama – Classifica Generation, stagione III, ep. 5

Mentre noi parliamo d’altro, Irama – Classifica Generation, stagione III, ep. 5

Sanremo: bene (come l’anno scorso) i singoli, male (peggio dell’anno scorso) gli album. Per qualcuno, male sia il singolo che l’album.

Classifica Generation. Stagione 2, Episodio I. Siete preoccupati?

Classifica Generation. Stagione 2, Episodio I. Siete preoccupati?

Ehi. È passato un po’ di tempo, vero?
Sì.
E non ho altro da dire su questo argomento.

Intro lunga. (…vi tocca, dopo tutti questi mesi senza Thegenerazione)
Ricordate quando c’era sempre chi citava: “Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene”. Con ironia ma non troppa, non avevamo ancora sviluppato l’ironiadelweb. E succedeva spesso di sentir dire – o di dire, o scrivere o leggere “Andrà a finire malissimo”. E tutti i discorsi sul vergognarsi di essere italiani. Le brutte cose che pensavano di noi all’estero, buh.
Vi ricordate quanti proclamavano “Qui l’unica è andarsene” “Se vince Berlusconi lascio il Paese”. “Se RIvince Berlusconi me ne vado”. Ricordate la prima pagina del Manifesto? La lucina che si spegneva, e “Buonanotte”. O era Liberazione? O era Diario?
Però dai, non eravamo realmente preoccupati. Compreso chi mormorava “Fin qui tutto bene”. Sfogava il suo piccolo sdegno e poi tornava a sentirsi un gran bel tipo.
Vi ricordate Berlusconi e lo show continuo? Le corna, il kapò, la selezione delle entraîneuse per Gheddafi, il lettone di Putin, le canzoni con Mariano Apicella. Noemi Letizia. Topolanek. I ministeri a certi ceffi da spavento. Calderoli, LaRussa, Castelli, Scajola, Gasparri, Previti. La Meloni ministro della Gioventù – la Santanché no, solo sottosegretario. Che Dagospia la chiamava Santadeché – ah che monellaccio, Dagospia. E ovviamente la Brambilla, la Prestigiacomo, la Minetti, la Carfagna. Vi ricordate quando Sabina Guzzanti in piazza Navona tuonò «Tu non puoi mettere alle Pari Opportunità una che sta là perché ti ha succhiato l’uccello»? Berlusconi Caimano, Berlusconi Psiconano, Unto, Papi, Banana. Una generazione ci è cresciuta.
Eppure dai, potevamo anche essere indignati ma NON preoccupati. Perché fin lì, tutto bene. E poi avevamo deciso che era tutto pop. Tutta una grande chiesa che partiva da Jerry Calà e arrivava a Frida Kahlo. E poi c’erano la scena indie e la scena rap e la scena elettronica, tutte scenose. Inoltre nei momenti bui ci si aggrappava sempre a qualcuno. A uno Zapatero, un Obama. Alla Regina d’Inghilterra, persino. A Emma Bonino, a Nichi Vendola. Ad Agnoletto, a Travaglio, Nanni Moretti, Gino Strada, Veronica Lario, Fiorello. Chiunque, Gesùmmaria, purché soffiasse un pochino contro Berlusconi.
Ma ora, posso chiedervi – siete preoccupati? Dico ORA.
Sì, vero? Eh.
Ma sapreste dire perché adesso sì e prima no? E sapreste dire se in tutto ciò c’entra Alessandra Amoroso?

Situazione. Da settembre a oggi ci sono state 6 settimane, e altrettanti n.1 nella classifica degli album. Eminem, Ernia, Gué Pequeno, Thegiornalisti, Dark Polo Gang, Sandrina Amoroso. Quattro rapper. Per inciso, Ernia è già fuori dalla top 30.
Il prossimo n.1 dovrebbe essere Emis Killa. Ha un instore tour che farebbe frappé chiunque, 21 firmacopie in 14 giorni. Ma non sottovaluto un bis di Sandrina. Almeno fino al 26, quando andrà al n.1 Irama. Seguito da Elisa. E forse da Biondo – lo dico perché nessuno sa ancora quando abbia deciso di andare al n.1 Salmo.

Ma veniamo al dunque. Sandrina Amoroso. Il suo album, a indicare gli anni di carriera, si chiama 10. Al n.2 in classifica c’è Valerio Scanu, che come Gazzelle appartiene al mondo dell’indie. Uso questa espressione, che ho sentito da Alessandro Cattelan quando Gazzelle è andato a pigolare la sua Gazzellità a X Factor, perché è vera: Scanu ha fondato una sua etichetta cinque anni fa, dopo esser stato scaricato dalla EMI (solo nel 2010 aveva vinto Sanremo). Il suo album si chiama (putacaso) Dieci a indicare gli anni di carriera. Al n.3 c’è Cambiare adesso della Dark Polo Gang. Al n.1 tra i singoli ci sono i Maneskin.
Ricapitolando: n.1 Amici, n.2 Amici, n.3 dei rappusi coi Rolex. Tra i singoli, n.1 X Factor.

Ma veniamo al dunque (di nuovo). Sandrina Amoroso (di nuovo). Ho una certa simpatia personale per lei. Più di Emma Marrone o altre Amiche di Maria, incarna l’idea cenerentolesca di quella che non era nata per essere principessa – e invece, guardate! Viceversa Emma Marrone, nata per essere regina, quest’anno ha annaspato (Essere qui, uscito a gennaio, ha finora certificato un disco d’oro. Il precedente era stato doppio platino). Sandrina ha cominciato col prendersi questo numero 1, poi si vedrà.
Che cosa è decisivo, nel voto del POPOLO a favore di Sandrina? La simpatia personale, la lealtà della fan base (la cosiddetta Big Family) oppure l’identità sempre identificabile? Emma, come altre talentesse, ha iniziato a perdere colpi nel momento in cui ha cercato di cambiare come artista, e cambiare gli autori. Sandrina rassicura già nel singolo intitolato La stessa:

«Torneranno le mode, le canzoni d’estate ma io sarò la stessa».

Ed è vero, in dieci anni di carriera, Sandrina ha perfezionato quel manifesto ideologico che nelle edizioni esplosive dal 2008 al 2011
(quando non eravamo preoccupati)
ha fatto lanciare da Amici Marco Carta, Valerio Scanu, Sandrina, Emma Marrone e Annalisa (e soprattutto una generazione di autori che tesse il nulla come gli astuti sarti che cucivano i Vestiti dell’Imperatore) a fissare il perimetro del pop defilippiano. Che intendiamoci, non nasce dal niente, sublima cose che funzionavano benone, da un generico empowerment al femminile allo struggimento negramaresco per il meteo, dall’emulazione della vocalità muscolare e motivazionale della Pausini a quella iperstraziata di Mia Martini. Nel 2018 tra i quindici autori di Sandrina c’è, è vero, il rinomato Cheope Rapetti (figlio di Mogol Rapetti), e c’è anche Paolo Antonacci per il quale la definizione figlio d’arte mi suscita obiezioni di coscienza – ma ben più decisivo è che ci siano Federica Abbate, Dario Faini, Daniele Magro, Roberto Casalino, Federica Camba, Daniele Coro, i soliti sospetti del Mediaset-pop italiano: scrivono praticamente per tutti e il loro magistero consiste prima di tutto nel non far preoccupare chi ascolta con una parola o una nota azzardata. Sandrina di suo ci mette la voce e il personaggio, perché ancora prima delle sue canzoni è lei che il pubblico compra, come ulteriore outsider di provincia che si è sudata l’amore della nazione, ulteriore bruttoanatroccolo che spicca il volo (notate quante favole sto citando oggi, non è nemmeno storytelling, è favolytelling). Ma perché il personaggio risalti, le canzoni devono essere – sostanzialmente – le stesse dal 2008. In questo modo Sandrina finisce curiosamente per somigliare al mondo che l’ha lanciata. Mediaset oggi è identica a quando nel decennio scorso ha fissato, tra Le Iene e la D’Urso, tra i programmi-bettola di ReteQuattro e la bestialità fragorosa dei reality, tra Amici e i tronisti, l’attuale linguaggio del POPOLO. Mentre ai figli del POPOLO ha pensato un’armata di rappusi col Rolex domiciliati presso la major che controlla metà del mercato italiano.
E per ora, non ho altro da dire su questo argomento.

Centenari. Hellvisback platinum, di Salmo, 140 settimane in classifica. Sfera Ebbasta, 109 settimane. The dark side of the moon, 101 settimane. Vascononstop, 100 settimane. Vi pare tanto?
Bicentenari. Tiziano Ferro, con TZN, è da 202 (due. cento. due) settimane di seguito nella top 100. Ora è numero 65. QUESTO è tanto. Nessun album, mai, così tanto in classifica. Siamo a quasi quattro anni di fila.

Miglior vita. In classifica, guidati da John Lennon (Imagine, n.38) solo 4 artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di infrastrutture. Del resto uno dei corollari del nuovo calcolo delle classifiche era far fuori i morti. Di nuovo.

Pinfloi. A foot in the door, raccolta che io non posso che deprecare istericamente (non puoi raccogliere i Pinfloi. Sono loro, seduti sulla riva del fiume, che raccolgono te) guida il drappello al n. 38. Ma la buona notizia è che The dark side of the moon sale dal n.53 al 46, e forse ci indica che il POPOLO pregusta tutto il Money che la pace fiscale farà scaturire generoso (oppure che era in pausa la Serie A ed è stata un po’ una Eclipse). Quando il possibilismo di The dark side sale e il pessimismo di The wall scende (dal n.69 al 78) la lettura del sondaggio è elementare: il pubblico ha fiducia nel futuro e nell’operato del Governo Conte – quindi, di nuovo, chi siete VOI per sentirvi preoccupati? Non dovreste preoccuparvi.

IO, legittimamente, sono preoccupato. Ma ho dei signori motivi, IO.

E non ho altro da dire su questo argomento.

Polemistan, cap. X – Le migliori polemiche del marzo 2018

Polemistan, cap. X – Le migliori polemiche del marzo 2018

MiticoVasco, Maneskin, Cattelan, Salvini e altri portavoce del nostro malessere.

Riki, Thomas e il sadismo di Maria – ClassificaGeneration, cap. VIII

Riki, Thomas e il sadismo di Maria – ClassificaGeneration, cap. VIII

Nella fase di massima esposizione di X Factor, chi si prende il n.1 per un mese? Ma gli Amici, naturalmente.

Classifica Generation, ep. IV. DeFilippi Domine

Classifica Generation, ep. IV. DeFilippi Domine

Primo, secondo, terzo posto: Maria, Maria, Maria.

Le tre major in brodo di nespole, perché Riki, Thomas e Federica incidono per loro, uno per ciascuna. Una prova di forza nei confronti dei rivali: non solo X Factor, cui una roba del genere non è mai riuscita e che fa sempre più fatica a piazzare i suoi finalisti in classifica. Ma anche nei confronti di Rtl 102,5, sia come casa discografica che come futura radio della suddetta X Factor, perché la indie più potente d’Italia incassa solamente un quarto posto dai suoi ex fenomeni The Kolors, principini del 2015 e a loro volta usciti da Amici. Come dire: non era Rtl. Era lei. Maria! Say it loud and there’s music playing, say it soft and it’s almost like praying… Maria, Maria.

Vero è ben che Maria da un po’ non dava una tale dimostrazione di strapotere in classifica. Cionondimeno, questa è venuta in un momento topico. Non seguo Amici – e per par condicio ho smesso di seguire X Factor, c’è una soglia di noia e livellamento verso il basso sotto la quale non sono disposto a scendere, non è snobismo (…la frase “Non è snobismo” finirà per ucciderci tutti); è che ho davvero già dato tanto alla totale inconsistenza, nella vita. Però grazie alla febbrile e costante attenzione dei nostri maggiori quotidiani, ho la percezione laterale che quest’anno ad Amici ci sia stato uno scandalismo continuo, liti tra Morgan e Maria, i ragazzi e i giudici, dev’essere stato morbosamente appassionante.

Siccome questa rubrica me lo impone, li ho ascoltati. Tramite Spotify, dove tutti e tre fanno numeri clamorosamente bassi, e credetemi, raramente ne ho visti così bassi per dei fenomenini della gioventù (accludo prove) mentre su YouTube viceversa marciano a milionate.

(e qui voi e io ci scambiamo un’occhiata significativa, e non aggiungiamo altro)

Li ho sentiti senza averli visti, cosa che potrebbe quindi essere determinante: magari vedendoli, scoprirei che hanno personalità. Sentendoli, invece, Riki (Riccardo Marcuzzo, n.1) e Federica (cognome Carta, n.3) mi suonano saporiti come la pasta in bianco del giorno dopo riscaldata, poi lasciata lì, riscaldata di nuovo, prova un tocchino di burro o una goccia d’olio, spruzza anche del parmigiano, magari due foglie di… – NO, non insistere guarda, dovrei proprio morir di fame per trovarla buona. Mi pare al contrario che il n.2, Thomas (cognome Bocchimpani) sia vivo in misura accettabile, nonché vertebrato. Ma siamo in democrazia, quindi è il n.1 a dettar legge.

Riki ha 25 anni, l’età in cui Amy Winehouse era già irrecuperabile; è di Pessano con Borgnago (non so nel resto d’Italia, quassù usano molto i paesi in joint-venture, tipo Vertemate con Minoprio), ha studiato Design della comunicazione e del prodotto, è cantautore, e il suo stile è molto fragolistico, nel senso di Lorenzo Fragola. “La corsa con te in braccio fatta per le scale, confondere lo zucchero al posto del sale, e ridere di niente che poi ci porta a foto di noi, ad un selfie venuto male. La pioggia allunga il cocktail fatto per restare ed il tuo mondo vola e intanto il ghiaccio cade, tu piano ti addormenti che poi ti porto dentro se vuoi mentre ti resto a guardare” recita Perdo le parole, il suo inno. Facciamola breve: i testi flirtano spudoratamente con l’imbarazzo vero, in compenso musicalmente non ha alcuna originalità. Occhio: questo non è più vissuto da nessuno come un difetto, anzi.

Qui il discorso da nostalgici è in agguato, e bisogna evitarlo con cura, perché non porta a niente. Ma penso che si possa dire, col distacco del darwinista e a temperatura ambiente, che i prodottoni commerciali dei decenni passati, i vincitori dei Festivalbar, al confronto c’era da invitarli al Greenwich Village in modo che declamassero tra Dylan e Ginsberg i testi di Non me la menare o Tranqui Funky, Ti pretendo o Bella stronza (e dal punto di vista di ritmo e melodia si prendevano più rischi, anche Raf e Masini). Il mainstream in arrivo sembra deliberatamente più vuoto e informe di quello che ci siamo lasciati alle spalle. Mi spiace cogliere in questo l’influenza dei media – perché nei media ci lavoro (…okay, non proprio con plastica disinvoltura, lo ammetto) ma come fai a non coglierla quando dal n.1 al n.4 hai nomi imposti da una trasmissione tv? E la verità dei nostri media è che a un certo punto hanno scommesso forte, MOLTO più forte di prima sul quasiniente; e in questo decennio molto più che negli anni rombanti di Berlusconi hanno abbassato l’asticella il più possibile – e io lo dico oggi come lo dicevo ieri (mi sentivate? …No, eh? Uff) che non è un ordine partito da Berlusconi, sarebbe piacevole pensarlo, invece sono decisioni prese da cento, mille, diecimila omini e donnine tutto sommato come me, forse come voi, qualcuno più influente e più in alto, poi giù, sempre meno – fino ad arrivare a me e voi, che siamo l’anello mancante tra il mediapeople e gli esseri umani (hehe).

Rispetto a un mainstream così piatto, Fedez o Mannarino finiscono per risultare alternativi, non so se mi spiego; Jovanotti poi ne esce come Michelangelo Buonarroti, in fondo ogni tre singoli svenevoli ne piazza regolarmente uno che guarda in faccia l’ascoltatore come se fosse senziente.

Chi ci salverà? Ghali? Lo Stato Sociale? Brunori Sas? Levante?

Ovviamente no. Sta ai cento, mille, diecimila omini chiedersi quanto veramente se la sentono di tenere ancora l’asticella così bassa, così bassa, facendo della propria vita un limbo. Ma non il quartiere alla periferia del Purgatorio – sapete, architettura razionalista, nebbiolina, campetti di pallacanestro dai quali dopo due giorni spariscono le retine. No, intendo proprio il limbo lalallallà la la, la la, Chubby Checker che canta, e avanti piegati senza rialzarsi mai.

Il resto della top ten. Cinque nuove entrate tra i primi dieci, più un ritorno dal n.20 al n.9 di Ermal Meta (giurato di Amici! Sempre viva l’Amicismo!). Due stranieri su dieci in alta classifica (Harry Styles e Linkin Park) e addirittura cinque ventenni in top ten!!! Per fortuna dajeRenà (che scende dal n.1 al n.5) e MiticoVasco (n.10) risollevano l’età media. In top 10 rimane, alla quarta settimana, anche Gabbani. Sapete, non credevo. Non penso che l’album sarà uno dei grandi successi di quest’anno, ma un po’ ha attecchito. Da segnalare l’ingresso dei Linkin Park al n.6 ma volendo anche California dei Blink 182 al n.14. Quanta pertinacia degli anni 90, in opposizione a tutto questo presente. A proposito, toglietemi la curiosità, anche voi vedete Ambra dappertutto? Ambra attrice (…tanto brava), Ambra giudice di talent, Ambra ospite d’onore, Ambra star al funerale di Boncompagni, Ambra compie 40 anni, Ambra contro gli haters, Ambra di nuovo con Quaglia (non so chi sia, spero sia degno di lei). E il bello è che è ancora meno interessante di quando era giovane.

Escono dalla top 10 Fabri Fibra (n.12), Ed Sheeran (n.15), Izi (n.17) il live di Francesco Renga (dal n.5 al n.23) e Omar Pedrini, il cui Come se non ci fosse un domani scende dal n.10 al n.39 come se non… (mi interrompo sulla soglia di un umorismo conversazionale innecessario).

Escono proprio dalla classifica i Paramore (whoops, dopo una settimana), Lo Stato Sociale (dopo 10 settimane), LaGiusy Ferreri e Le Luci della Centrale Elettrica (11 settimane di permanenza) e i blues al sangue dei Rolling Stones (24 settimane, nemmeno poco per l’album che era).

Altri argomenti di conversazione. Lou X entra al n.18 con La realtà, la lealtà e lo scontro, mentre l’edizione deluxe di Spirito dei Litfiba entra al n.16 (wow) e Silvio Dante dei Sopranos entra al n.59. Solo quattro album sono in classifica da più di un anno, e solo uno da più di due – ovviamente è TZN, n.54 dopo 130 settimane. Lo seguono i Coldplay (n.32, in classifica da 77 settimane), Alessandra Amoroso da 71 (piuttosto in alto anche lei, al n.41), Hellvisback di Salmo (n.53) qui con noi da 68 settimane, e Black Cat di Zucchero, al n.36 dopo 56 settimane. Forse noterete che ci ha lasciato qualcuno: è Passione Maledetta 2.0 dei Modà, che si è fermato a 77 settimane – sia lode a te, o Cristo. Segnalo poi in classifica un grosso viavai di vecchie glorie, pare di stare a Novegro tra I vinilisti: ci sono Led Zeppelin IV (n.99), parecchi Iron Maiden, Back in black degli AC/DC (n.77), Kind of blue di Miles Davis (n.62), Songs from the wood dei Jethro Tull (n.35). Ma dalle vecchie glorie passiamo sardcallidamente onicamente alle glorie che hanno smesso di invecchiare:

Miglior vita. Eccolo Chris Cornell, e tutte le gnagnere sulla generazione generaziosa che portano Superunknown dei Soundgarden dal n.96 al n.28: è un ottimo risultato, altri funerali l’anno scorso non avevano avuto lo stesso felice esito. Entrano persino gli Audioslave al n.79 e – tenetevi forte – i Temple of the Dog al n.87!!!! Non so se c’erano mai stati, in classifica in Italia. Un giorno o l’altro la morte la dovrò brevettare, allora sì che diventerò ricco. Peraltro nel singhiozzo grunge, anche l’Unplugged dei Nirvana entra in classifica (n.85) perché è un po’ morta una generazione, ma non il suo portafogli. A proposito, Nevermind dal n.72 al 66. In totale otto artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di capitani della Roma.

Pinfloi. The dark side of the moon sale dal n.38 al n.33, cosa che imputerei al fatto che è finito il campionato e viene naturale un momento di riflessione complessiva sull’esistenza. La laconica accettazione del vertice dei potenti a Taormina viene testimoniata dalla discesa di Wish you were here dal n.49 al n.60 e The wall dal n.51 al 61 (una posizione più sotto, sì. Lo fate per esasperarmi). Ma non finisce qui – siete seduti? Al n.93 fa il suo ingresso nientemeno che ANIMALS!!! La sarabanda di rantolante amarezza che normalmente viene evitata dai parvenu del Watersianesimo appare, per una volta, dietro ai tre album confratelli, più dolcemente depressivi. La mia ipotesi in merito è che sia uno dei 50 step della Blue Whale.

TheClassifica 90. Ariana, Maria, i fottuti giovani e il dannato popolo

TheClassifica 90. Ariana, Maria, i fottuti giovani e il dannato popolo

I programmi di Maria De Filippi mi fanno schifo. So che proverete a convincermi del contrario e vi ringrazio, ma non c’è niente da fare.

TheClassifica 84. Elisa: Sia quel che Sia

TheClassifica 84. Elisa: Sia quel che Sia

«Sono stata al concerto delle Savages di recente e a fine serata, presentando un pezzo,

la cantante della band ha detto al pubblico “Non fatevi fottere”.

Ecco, il mio messaggio è lo stesso».
(Elisa)

Il disco di Elisa, On, è al n.1. Il disco di Elisa, On, mi irrita come poche cose al mondo, e se me lo trovassi di fianco mentre guido gli taglierei la strada e poi lo guarderei dal retrovisore sollevando il mento (se siete periferici dentro, non serve che vi spieghi). Il disco di Elisa, On, è impeccabile e potrebbe essere il suo disco più centrato.
Tutte e tre le precedenti affermazioni sono vere. 

Il disco di Elisa, On, segue L’anima vola, che era da buttare, ma lontanissimo con una fionda enorme di quelle che la ACME vende a Vilcoyote. E che comunque, entrò in classifica al n.1 anche lui, senza tanti complimenti. Era tutto in italiano e andava a pescare con decisione negli stagni di Laura Pausini ed Emma, però cercando di intercettare lo Strillo & Strazio delle italiane meno basiche, quelle che si autodefinirebbero

“complicate”.

On, che ci crediate o no, ha un gattino in copertina. Tanto per dire che il meta-lollismo ormai è sdoganato a qualsiasi livello. E del resto On è un passo ben più deciso e con gli occhi a cuore verso il registratore di cassa: pur essendo tutto in inglese (tranne due pezzi in italiano di cui temo farete la conoscenza) è il tentativo di Elisa di riciclarsi come autrice di pop globalone, di diventare la Sia italiana – in pratica EliSia. E amici, devo dirlo: ci è riuscita meglio di quanto mi piacerebbe. In un’intervista a Raffaella Oliva per IoDonna, EliSia spiega: “dopo anni d’infatuazione per Alanis Morissette ho avuto il periodo Björk, poi la fase PJ Harvey. (…) Il lavoro che devo fare con i concorrenti di Amici prevede che io conosca le mode musicali, che sappia cosa c’è nell’aria, che cosa va in classifica non solo da noi, ma anche all’estero, negli Usa e in Inghilterra in primo luogo: di fatto mi sono ritrovata a fare un lavoro di ricerca”. 

Ora, io sono ammirato dalla capacità di mimesi di EliSia. Non credo che altri autori italiani (e non solo italiani) saprebbero mollare tutto quanto hanno fatto finora e diventare credibili autori di pezzi facilmente adattabili a Rihanna come a Violetta. D’altra parte da sempre voleva approdare a un suono internazionale, e dopo i tentativi precedenti lungo la strada che da Corrado Rustici portava a Glen Ballard, ci è riuscita. Non è il suono con cui era partita, ma è un nostro problema? Come l’Onnivora di Robert Sheckley, EliSia ha assorbito senza morire tutto quello che fa cento milioni di visualizzazioni su YouTube, e come il più squalo dei produttori lo ha distribuito con fantastica disinvoltura in tutto il disco. C’è un che di David Guetta, un che di Katy Perry, un che delle carogne svedesi, ci sono i “wooo, WOOOHO”, e gli “heeeeeey, HEEEEEYYEYEY”, e tutti i corettoni ai quali anche TZN si è piegato per il bruto godimento dello stadio, le scemenzine bubblegum nel pezzo alla Meghan Trainor come tutti i suoni autotunati e i tastieroni che accompagnano le teenager sulle metropolitane di Seoul o di Madrid. C’è tutto quello che ha residenza fissa nei nail salon del mondo e che io personalmente e forse anche voi trovate stucchevole nel pop globalone, ma guardiamoci in faccia: è per noi, che Elisa fa dischi? Casomai, l’interrogativo è: può riaprirle l’Europa, questa roba che tutto sommato già abbonda in giro? Beh, forse sì: in fondo, il bello del luna-park pop è che conta su un miliardo di umani per i quali le canzoni non vanno sottoposte alle Muse nel loro ufficio sul Parnaso, ma devono somigliare alle Pringles, tutte uguali e che non rompano le palle – che sono patatine, santiddio: sono robetta salata il cui destino è essere digerite alla svelta.

Mi piacerebbe dirvi che io e voi siamo in qualche modo meglio di queste persone. Ma non è così. Ed è per questo che il disco di Elisa mi irrita e posso solo fare il bullo di periferia davanti a lui, criticando un po’ vigliaccamente i due pezzi italiani conclusivi, quelli che indicano scopertamente che Elisa con On vuole farsi la casa a New York come Jovanotti: 1) Bruciare per te, brano che rivela dove andrà a parare fin dalle prime note, con le tastiere che prendono la rincorsa in cerca della quaterna di accordi su cui appoggiare l’unz unz unz, ma preceduto e chiuso dal DeFilippismo assoluto della nonna di Elisa (credo) che canta Serenata a Marirosa di Otello Boccaccini e poi si lamenta delle “canzoni moderne con quel tomtomtomtom da spaccalegna”; 2) il trietto con Emma e l’immancabile Giulianosangiorgi, all’ottantesima collaborazione farabutta con EliSia: si chiama Sorrido già e sembra una parodia: tempo due minuti e parte l’esilarante gara di WOOOO! HEEEEEH!!! UUUUUH! mentre i tre buttano dentro a caso le Parole Del Bravo Autore Italiano – sapete, il sogno, il silenzio che avvelena, l’abbraccio che scioglie (…mancano il veeeeeentoh e le nuvoleeeeh, e un po’ me ne rattristo). Ma ora, colpo di scena: come in tutto lo storytelling che si rispetti, vi piazzo la redenzione. La mia, o quella del pop: fate voi.

La redenzayn. Al n.2 in classifica, uno dei dischi migliori che ho sentito quest’anno. Mind of mine di Zayn  Malik (#quellodegliOneDirection). Anche il suo è un disco pop, ci mancherebbe. Ma ho la sensazione che abbia un’anima, che ci siano musica e ispirazione e garbo nella produzione di James Malay Ho (Frank Ocean, John Legend, e si sente a orecchio nudo), insomma ho la sensazione che il giovane Zayn non stia puntando la borsa HelloKitty dell’adolescente inebetita al suo cospetto, ma stia cercando di esprimere un cavolo di qualcosa perché deve, tipo Gene Kelly quando allarga le braccia e insiste: “Gotta dance!!” E stavolta non mi sento costretto a rifugiarmi nel calcio d’angolo del gap generazionale: è pop contemporaneo e non è certo diretto a me, eppure mi arriva da qualche parte, mondosvizzero.

Resto della top 10. Al n.3, MiticoVasco. Al n.4, Baglioni & Morandi, al n.5 Sandrina Amoroso. Completano la prima diecina i Coldplay (usciti più di quattro mesi fa), Mengoni, La Pausa, Salmo e Adele (interessante, no? Così tanta gente che compra Adele un sacco di tempo dopo che è uscito – 19 settimane). Escono dalla top ten Daniele Silvestri, Ron e Lorenzo Fragola (questi due, abbastanza velocemente).

Carabattole sparse. Tra le new entriez, mmh, potrei segnalarvi Joe Bonamassa al n.17. Penso sia il suo miglior risultato. Ma non sono sicuro. Potete googlare? Grazie. Ezio Bosso è al n.16. Mentre gli Stadio, vincitori di Sanremo, sono al n.18. Va beh, cosa pretendevamo. La nonna della classifica degli album è sempre Ed Sheeran, il cui X vende da 92 settimane. Ora è al n.67, e ha tutta l’aria di volersi infilare nella ristretta e spacchiusa élite degli album in classifica per 100 settimane.

Miglior vita. Ci sono 17 album, su cento, di artisti o gruppi i cui componenti più importanti hanno lasciato questa valle di ironia del web. Diciassette sono tantini. Come dicevo la settimana scorsa, alla fine dell’anno scorso sembrava ci fosse una controtendenza – sapete, la ripresa, la fiducia, l’Expo. Invece, rieccoci. E non sono nemmeno così tanti gli appartenenti al Club 016: i dischi di David Bowie sono tre, e quelli del buon Gianmaria Testa, appena entrato nel club, sono due, al n.78 e n.83. Ma a trainare la filiera del lutto ci sono sempre gli album di Nirvana, Faber De André e tutti gli altri evergreen del RIP.

Pinfloi. Anche questa settimana, possiamo contare solo su The dark side of the moon: ribadisco la mia tesi secondo la quale il prezzo feltrinelliano di The wall arbitrariamente rialzato contribuisca a questa spiacevole situazione. Però tra un vinile e un re-re-re-re-remaster, il disco dei dischi recupera, salendo verso il n.75 – a riprova che possiamo anche cambiare le domande, ma se stabiliamo che le risposte sono sempre le stesse è molto più comodo per tutti noi.