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Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Benvenuti. Oggi in questo podcast vi daremo preziosi consigli per affrontare le sfide globali di questo millennio. Partiamo da una good practice: Barilla, la famosa fabbrica ITALIANA. Fate come loro: fate un sacco di cose – qualcuna vi riuscirà un po’ meh, però inevitabilmente, qualcuna riuscirà bene. E quindi complimenti agli amici della Barilla – è stato un piacere fare questo product placement per loro. Ed ecco un altro consiglio.  Bisogna saper fare di tutto, anche i product placement.

Bisogna saper scrivere delle band tedesche degli anni 70, del blues revival degli anni ’80, del nu metal anni ’90, e del Rocco Hunt del 2021.

Che son buoni tutti, a fare il figurone parlando degli artisti trendy e virali, ma ignorando l’album più venduto in circolazione.

Troppo comodo.

Anch’io, come voi, invece che un pezzo su Rocco Hunt, vorrei leggere il centesimo arguto saggino su cosa c’è VERAMENTE dietro al successo dei Maneskin, oppure ulteriori retroscena su Phil Spector e perché sommerse di archi e cori The long and winding road. No amici, anche voi dovete raccogliere la sfida della contemporaneità e leggere come stanno le cose veramente oggi.

Perché nel mondo reale, devi saper fare le hit estive ITALIANE boomdabascie ma anche i featuring con i rappusi criminusi che la drò e i brò e le trò.

Devi saper cantare e rappare in dialetto e in italiano. Devi fare i featuring coi napoletani e coi milanesi e coi romani.

Devi fare i pezzi con l’accenno sociale (senza sbilanciarti) e quelli sulla vita semplice col caffelatte quelli sugli zeri che hai sul conto e l’intro motivazionale con Lele Adani. Sì, il pressoché calciatore Leleadani – che mentre parla incespica e arranca esattamente come quando giocava a pallone, ma è un famoso che va in tv, e in quanto tale ogni connotazione di ridicolo è annullata (…per la scienza, questa è nota come Costante di Morganetto Castoldi. La si studia da anni, non viene mai confutata).

Devi saper portare il rap nel neomelodico, e il neomelodico nella trap, e lasciarci lì a meravigliarci di quanto abbiano in comune.

Devi ricordarci che ti sei guadagnato tutto e che c’era chi non credeva in te, e devi commuoverti per il coraggio che hai avuto, e dire che tutti in fondo potremmo farcela come te – alé!

Devi stare tra la strada e la spiaggia, e la spiaggia e la strada, e alla fine basta evocarle e tutti siamo contenti, perché tanto non sappiamo bene a quali leggi rispondano, viste da un telefonino non sono nemmeno così diverse.

Se sai fare tutto questo, è giusto che tu vada al…

Numero Uno. Rivoluzione di Rocco Hunt è un disco perfetto per prendere il posto del segnetto = di Ed Sheeran, perché gli somiglia in modo insospettabile. È un disco che non lascia niente al caso, con tutti i featuring importanti e tutti i generi al posto giusto: è il prodotto di un operatore molto attento e capace di fabbricare un disco come si fabbricano snack. La crescita professionale dell’autonominato Poeta Urbano è stata veramente notevole, ma ammetto che la considerazione contiene una specie di discriminazione (quelli migliori di me direbbero bias) come se un prodotto musicale di area rap ben calcolato e dosato potesse essere solo una prerogativa del giro milanese. Come se scendendo sotto Roma ci fosse sempre un’immancabile trade-off tra formula e spontaneità guagliona – in realtà siamo tutti abbastanza adulti da sapere che l’uso del dialetto (anche a Roma, forse soprattutto a Roma) spesso è un espediente per forzare nell’ascoltatore un senso di sincerità.

Personalmente, credo che Rocco Pagliarulo da Salerno oltre che di un consistente business plan sia dotato di una sua sincerità, e credo che questa venga fuori proprio dal fatto che cerca di fare tutto quello che serve. Credo che le cose migliori del disco siano nei pezzi in cui gira attorno agli ospiti che minacciano e fanno i duri: sembra divertirsi a fargli fare la voce grossa rimanendo un passo indietro, compiacendosi del rispetto che si è guadagnato tra i malamente senza esserlo. Perché malgrado il titolo del disco, Rocco Caccia è tutt’altro che un rivoluzionario, è un conservatore come il 90% dei rapper – ma occhio: non di quel conservatorismo che venera il mercato, il capitalismo e l’individualismo come i suoi settecentoventi milioni di colleghi che si distinguono dal gregge. No, lui lo è nelle rime sul suo bambino (in Fiocco azzurro, sigillate da quest’ultimo che gli dice “Papà, non fare il monello”) oppure nelle considerazioni mariomerolesche: “Vulesse credere ancora ch’esiste nu Dio ca c’osserva e perdona / Si se spacca ‘a famiglia, a suffrì songo ‘e figlie”. Perché scava scava, eccole lì le basi: i figli, so’ pezzi ‘e core. E lui è così conservatore che attribuisce ancora un ruolo emotivo alla musica, che molti PRODUCERS rap combattono con efficacia: la loro missione, di fronte a testi che vanno eliminando connotazioni emozionali che vadano oltre quelle basiche del rapper di inizio secolo

(soddisfazione per la propria ricchezza) (strapotenza sessuale) (umiliazione degli altri umani) (rancore per chi non credeva che l’artista potesse conseguire le precedenti) (amore per la mamma, guardami mamma, è per te mamma)

diventa quasi inutile differenziare i suonini che vengono apposti sui ritmini. Per il sig. Hunt no: il suo dna neomelodico gli impone di caratterizzare con uno sfondo musicale standardizzato ma coerente gli scenari che prepara per i suoi testi. Del resto pezzi come la succitata Fiocco azzurro raccontano cose tanto semplici quanto personali, che è una cosa che un rapper professionista cerca di non fare, perché il personale non interferisca col personaggio. Certo, poi se scavi ancora di più, magari nella top 30, scopri che Rocco Pagliarulo non ha un singolo singolo tra i singoli più ascoltati in Italia. Ne ha solo uno tra i primi cinquanta

Sedicenti singoli. E quel pezzo, al n.33, altri non è che Un bacio all’improvviso – in pratica la hit estiva con Ana Mena, sempre lei. Il che significa che Rocco Hunt è qui per restare, e tornerà con noi tra qualche mese con un singolo con qualche featuring – o forse andrà a Sanremo, vai a sapere; per contro l’album Rivoluzione è un po’ un fuoco di Pagliarulo, non so se rimarrà in top ten, ma in fondo non è importante. E ora non guardatemi così, lo so che potevate impiegare questi cinque minuti a leggere un articolo sulla tipa dei Brass Against. Mi spiace. Per farmi perdonare vi dirò qualcosa da usare in conversazione. Tra i tanti video con più di 20 milioni di visualizzazioni su YouTube, Rocco Hunt insiste per tre volte su un concetto: una fanciulla del popolo che straluna a fronte dell’incontro con il guaglione che ce l’ha fatta.

Lui per contro straluna di rado, è sempre rilassato. Anche quando è preso in mezzo fra quattro ex giocatori dell’Inter appare divertito, sornionamente protagonista e un po’ democristiano come un arbitro.

Sedicenti singoli. Già che siamo qui, sbrighiamo la pratica: tra le canzoni che appagano la nazione come sempre c’è poco movimento a differenza di quanto accade tra i presunti album: c’è ancora Kumite di Salmo al n.1, e sul podio ci sono sempre i duetti del simpaticissimo Sferoso Famoso: quello con Madama (Tu mi hai capito) e quello con Blanco (Mi fai impazzire), coi loro bei titoli-hashtag ribelli eppur pucciosi. C’è una sola nuova entrata tra le prime trenta, ma è effettivamente molto alta, è Come nelle canzoni di Coez al n.4. Blanco ha due pezzi in top ten, nella quale ci sono addirittura tre non ITALIANI (Farruko, EltonJohn/DuaLipa, Adele), tra i quali non c’è più Ed Sheeran. A proposito, che ne è di lui?

Resto della top ten. Il segnetto =, numero uno nella settimana di uscita, scende al n.5. Al n.2 e al n.3 e al n.4 ci sono il tenente Blanco, il capitano Ultimo, il generale Salmo. Entra (un po’ mestamente) al n.6 l’ultimo Voyage degli ABBA, insieme ad altre due new entries: Loredana Berté (n.8) e Il Volo con l’omaggio a Ennio Morricone, che non può protestare (n.9). Rimangono aggrappati alla top ten Rkomi (n.7) e i Pinguini Tattici Nucleari (n.10), dei quali prima o poi bisognerà parlare.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla prima diecina gli album di Sferoso Famoso e Madama (ma in questo caso è solo momentaneo, son sempre lì che fluttuano), Alessandra Amoroso e Nayt (in questi casi è un po’ meno momentaneo). Escono del tutto dalla classifica, e piuttosto celermente, gli album di alcuni venerabili maestri: Duran Duran, Elton John, PFM e Dream Theater (dopo due settimane), Carmen Consoli (dopo sei settimane), Joe Bonamassa, Oliver Onions e Mastodon (dopo una settimana). Prima che saltiate a facili conclusioni generazionali, aggiungo la dipartita dell’Amico di Maria Aka 7even – freschissimo vincitore italiano di un MTV Award a furor di social. Interessante che le due circostanze si verifichino negli stessi giorni. Infine, guadagna l’uscita a testa alta Bloody Vinyl, dopo un anno e cinque settimane di permanenza con picco al primo posto. A proposito: il n.1 di Rocky Hunt è anche un piccolo trionfo per Sony, che raramente era stata così vicina a Universal negli ultimi dieci anni: 30 dischi in classifica vengono dalla multinazionale giapponese, contro 39 della multinazionale francese.

Siccome in ogni articolo e in ogni intervista bisogna infilare i Maneskin. Il loro album Teatro d’ira vol. 1 è al n.13. Il precedente Il ballo della vita è al n.20. Il loro singolo più ascoltato, Mammamia (uscito il mese scorso) è al n.27. Questo è quanto, questa rubrica non ha alcun commento da fare ma aprite qualunque media sociale e asociale, e ne troverete una cinquantina già pronti: pescatene uno e condividetelo.

Lungodegenti. Fine line di Harry Styles entra nel club degli album da 100 settimane in classifica, lo accogliamo volentieri anche se non è ITALIANO. Nel club ci sono altri undici album (non pochi) usciti almeno due anni fa e un bel po’ di loro stanno molto in alto, il che ci rivela che i giovani di oggi insistono sui dischi del passato, non come i boomer che si stancano subito delle nuove uscite e probabilmente soffrono di disturbi dell’attenzione, consumano tutto velocemente eccetera. Ecco l’elenco, in ordine di apparizione e in forma di immaginetta in modo che i podcast nostri rivali non copincollino l’elenco risparmiandosi questo stupido sbattimento:

Bene. Questo podcast volge quasi al termine, ma prima della sigla, ecco lo spazio del nostro sponsor principale, i

Pinfloi. A momentary lapse of reason scende ragionevolmente dal n.13 all’83, mentre The dark side of the moon prismeggia dal n.77 della settimana scorsa al n.70 di questa settimana. Continua a rimanere incresciosamente fuori dalla classifica The wall. Ma aspettate solo la quarta ondata, e poi ne riparliamo.

Grazie per avere ascoltato questo podcast che si è aperto e chiuso con la faccia di Rocco Hunt, sappiamo che non lo direte ai vostri amici ma non è stato così brutto, vero? A presto.

 

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Flop di Salmo non è un flop. Ma cos’è? Cosa succede in città? C’è qualche cosa, qualcosa che non va.

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Pre-mura. Tutti i cantanti famosi sono straordinari. Anche quelli non famosi. Chiunque incida un pezzo. Chiunque non lo incida. Sono tutti artisti favolosi che meritano successo e soldi e immortalità – e anche invidia da parte degli invidiosi, via.
…Bene. Ora che l’ho detto, mi sento a posto. Ho fatto il mio dovere di critico musicale. Perché da anni stiamo convergendo su questo, e non è che sia un dramma. Va così, ed è interessante di per sé, tipo l’effetto serra.
Cosa sto dicendo. La vittoria dei Maneskin all’Eurovision Song Contest ha spalmato un dibattito su chi fosse legittimamente legittimato a fare osservazioni – di qualsiasi tipo – sull’evento. Ma soprattutto sul gruppo. E in particolare, è emerso un dissing di natura anagrafica sulla provenienza delle osservazioni negative – credo che accada da quando è entrato in circolo l’anti-boomerismo, che è un bandierone che, curiosamente viene sventolato da tutte le generazioni. Compresi i presunti boomer, che sono spesso ansiosi di fustigare i propri coetanei (…è sempre un piacere). Questa volta so di poterne uscire indenne perché ho un piccolo stolido debole per i Maneskin e non mi sono mai pubblicamente sbilanciato in giudizi contrari. Ho dei miei pensierini semiarticolati su di loro, ma non crediate: me li tengo per la prossima settimana, perché non si sa mai che possano tornare al…
Numero uno. Che questa settimana, però, sia tra i presunti album (col disco di debutto) che tra i sedicenti singoli (con la new entry Malibu) pertiene a Giovanni Pietro Damian, in arte Sangiovanni, nato nel 2003 a Vicenza, che NON ha vinto Amici di Maria ma è il principale idolo di questa nidiata di maschi ITALIANI (lontani, i tempi in cui Maria lanciava cantantesse: le Emme, le Sandrine, le Elodie) (fateci caso, erano ancora i tempi dei cd). Ecco, a differenza dei Maneskin, a me il giovane Damian non piace proprio, lo trovo melenso e appiccicoso come le patatine al formaggio, ma certamente contemporaneo. Rispetto a lui, Irama sembra Jeff Buckley: i suoi testi sono spudoratamente irritanti e leccosi, e somigliano molto ai dialoghi delle baby-sitcom su Rai Gulp, essendo espressamente composti per brani diretti a dodicenni (spero che apprezziate il fatto che non ho scritto “a delle dodicenni”, e nemmeno “a dei dodicenni”). Ma ho 12 anni, io? Tecnicamente, no. Quindi non posso giudicare. Solo chi ha 12 anni può recensirlo – non è così? Poi, a guadagnare con Sangiovanni saranno, oltre a lui, tanti maggiorenni – però l’astensione da un giudizio critico, visto il pensiero dilagante sull’incompatibilità tra anagrafe e legittimità di critica, mi sembra ineccepibile. No? Ma un attimo: mi corre l’obbligo di segnalare che alla finale di Amici di Maria erano presenti, e ostentati con feroce sottigliezza da parte della belva di Mornico Losana (PV), ben ventotto rinomati giornalisti musicali ITALIANI (pensate quanti ne esistono). Essi hanno assegnato il premio della critica al succitato Giovanni Pietro Damian, e alle sue canzoncine pucciosette. Che io sappia, tutti e ventotto sono maggiorenni – alcuni di loro, da un bel po’. Quindi, anche se in teoria non avrebbero titolo per esprimersi su cantanti per dodicenni, si sono mostrati in sintonia.
(in realtà, io e voi sappiamo benissimo che tutti loro, lucidi malgrado l’estasi erotica di un’inquadratura su Canale 5, hanno annusato i social e lo streaming e hanno fatto in modo da votare quello che già godeva dei consensi del pubblico) (giacché il ruolo del giornalista moderno è legittimare il successo o, in mancanza, la ricchezza) (altrimenti, da domani si ritrova a fare le gallery intitolate Scopri che fine hanno fatto i Ragazzi della Terza C) (però facciamo finta di non saperlo, va bene?) (cerchiamo di uscire vivi da questa palude)
Se i pennivendoli in questione sono saltati compatti sul carro del predestinato, si deduce, hanno titolo per parlarne. Se invece io, parlando col 12enne che ancora alberga in me, lo sento dire che Sangiovanni gli fa uno schifo spaventoso, devo temperare il suo frustrato parere con la prudenza dell’età matura. E tuttavia, sia chiaro che resta un’ingiustizia. Perché gente, questo significa che stanno bullizzando il 12enne che è in me, e il suo civile ancorché brufoloso dissenso. E in un periodo in cui tutti si lamentano dei torti subiti da piccoli, specie le celebrities, ecco che io mi ritrovo vessato e irriso anche molti dodic’anni dopo. Non è orribile, tutto ciò? Lo so, non può essere orribile quanto le pucciosità di Malibu e Lady e Gucci bag e in definitiva tutti i 16 minuti di durata del primo prodotto di Sangiovanni (sì, sedici minuti. D’altronde sono solo sei pezzi. E pensate che mi ritrovo dei colleghi che dicono che sono spocchioso quando uso l’espressione “presunti album”). Tra l’altro Sangiovanni, stando a quanto hanno rivelato i suoi genitori ai media ingolositi, non era un ragazzo facile: sfogava il suo disagio tra le mura domestiche attraverso violentissimi momenti di rabbia. Ma la musica lo ha guarito. Ne sono lieto e giulivo – ma io resto convinto che là fuori ci sia una certa quantità di dodicenni che il disagio lo proverà ascoltando Sangiovanni. Solo che non lo esprimono perché hanno paura di essere bullizzati dai loro coetanei. Beh, non so quanti siano, magari sono solo due. Ma SO che esistete, amici – e date retta, non cercate amici tra gli Amici. Cercateli a margine.
(hehe)
Resto della top ten. Visto che Sangiovanni è entrato al n.1, ne consegue che anche Caparezza come i suoi predecessori è durato una sola settimana in vetta, e la sua discesa al n.5 implica che siamo al diciottesimo diverso leader dei presunti album in diciotto settimane. E giacché maggio è mese Mariano, gli Amici di Maria saltano alla gola della classifica FIMI con tutta la loro brama di morte: al n.2 entra Deddy, e al n.4 Tancredi: solo Rkomi, rimanendo aggrappato al podio, rovina l’en plein del talent di Mediaset. Debutta al n.6 lo stimatissimo Iosonouncane, davanti alle rielaborazioni acustiche di Zucchero; completano la top 10 Gué Pequeno & Dj Harsh, Madama e i nostri rappresentanti all’Eurovision festival, i Maneschi. Come anticipato, gli Amici scorribandano anche tra i…
Sedicenti singoli. Anche qui Sangiovanni è re, grazie a Malibu, che debutta al n.1, e Tutta la notte che risale al n.3; in mezzo si insinua l’altro rapper per famiglie Aka 7even, quarto Amico (maschio) di Maria, con la sua accattivante proposta per l’estate: Loca. Per fortuna tra poco sarà giugno e a queste canzoncine orrende si sovrapporranno le aberranti hit estive impreziosite dal tocco di Mida dei PRODUCERS.
Altri argomenti di conversazione. C’erano altre nuove uscite importanti tra i presunti album: abbiamo un n.11 (Giordana Angi, Amica dell’anno scorso), un n.14 (Alfa), un n.15 (il rappuso Baby Gang), un n.20 (The Black Keys), un n.21 (Margherita Vicario), un n.23 (J. Cole) e un n.66 (St. Vincent). Poi ovviamente sono entrati in top 100 un tot di dischi di CapireBattiato, il più alto dei quali è The Anthology (n.19). Piccola nota curiosa: fino al giorno prima della dipartita di Battiato, su Spotify pochissimi avevano ascoltato La voce del padrone, come dimostrano i circa novemila ascolti di Sentimiento nuevo. Il giorno dopo, quel particolare brano è entrato tra I PIU’ POPOLARI, con oltre 90mila ascolti (mentre vi scrivo, oltre 300mila). Questo perché è stato inserito da Spotifone tra i primi brani della playlist This is Battiato. Perché vedete, poi arriva quello che dice “Ma è sempre stato così” – aggiungendo “Ma cosa vuoi che contino le playlist”. Accludo screenshot degli ascolti del popolare album, pochi minuti dopo la ferale notizia. E quelli di oggi. Non sono taroccati (non sono capace. E poi, incredibilmente, c’è un limite al tempo che ho da perdere). Possiamo concludere che gli ascoltatori dell’album – e non dei brani cercati spontaneamente o inseriti nella nostra vita dalle playlist, sono quelli testimoniati da Segnali di vita.
Non benissimo. Semplice di Motta esce di classifica due settimane dopo l’uscita – però, una schioccante soddisfazione per lui: è durato come DJ Khaled (che in compenso in USA è entrato al n.1). L’altro Gionata del rap italiano, Gionata Ruggeri in arte Gionnyscandal invece è durato una sola settimana. Beh, come Van Morrison – al quale, l’accostamento farà certamente piacere. Meridionale di Aiello è durato 9 settimane, mentre I mortali² di Carne & Pesce abbandonano la classifica dopo 10 settimane, malgrado il traino della Musicaleggerissima.
Lungodegenti. Come forse sapete, questa sezione è un po’ ripetitiva, ha lo scopo di meravigliarsi della presenza di alcuni di questi undici album tra i super long-seller, e chiedersi se sono così belli da essere in classifica da più di due anni. Andiamo quindi ad aggiornare: si tratta di Pinguini Tattici Nucleari, Fuori dall’hype (111 settimane), Ultimo, Colpa delle favole (111 settimane); Salmo, Playlist live (132 settimane), Lazza, Re Mida (116 settimane); Billie Eilish, When we all eccetera (112 settimane), ancora Ultimo, Peter Pan (171 settimane), Gazzelle, Post punk (129 settimane); Capo Plaza, 20 (161 settimane); per l’ultima volta Ultimo, Pianeti (168 settimane); Elisa, Diari aperti segreti svelati (134 settimane). Infine, ho sperato fino all’ultimo, ma questa settimana arriva il trionfo di Ed Sheeran, che col suo penultimo album Segnetto eguaglia il record di 220 settimane consecutive nella classifica italiana appartenente ai
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon, proprio questa settimana, ritorna in classifica a farsi umiliare, mentre ovviamente The wall non accetta la cosa e interrompe la sua più recente striscia di settimane consecutive uscendo a quota 52, un anno esatto – e con lui, esce anche Live at Knebworth 1990, entrato al n.4 solo tre settimane fa. Non posso omettere un particolare eclatante: il vecchio prismone (ri)entra al n.86. Segnetto/Divide si trova al n.68, satanico contrario e antagonista. Grazie per avere letto fin qui, a presto.
Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

La rivincita orgogliosa della più schifosa musica leggera italiana, con la benedizione di una generazione di critici che si droga assai male.

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Vi parlerò di questa nostra epoca. Oh, sì. Ascoltatemi! In questo periodo dell’anno, soprattutto quest’anno, per andare al n.1 della classifica dei presunti album bastano tremila copie tra cd e vinili, forse anche meno. Con ciò non voglio dire che se l’è comprate tutte la maison Gucci perché i giornali, al modico prezzo di 45mila euro, scrivessero che finalmente, e dai e dai, dopo otto album il suo testimonial presso la vibrante gioventù ITALIANA è


Il Numero Uno. Lauro De Marinis in arte Achille Lauro ci permette di salutare il 14mo cambio di governo in 14 settimane. Non era mai successo; nessuno ha riconquistato il primato dopo averlo perso quest’anno, e anche questo ci dice quanto funzioni bene il meccanismo di entente cordiale con cui le tre multinazionali gestiscono le uscite in modo da non pestarsi i piedini. Ogni Nuova Uscita blandamente sostenuta da una major va puntualmente in vetta alla classifica dei presunti album. Però il pezzo di Lauro piazzatosi meglio nella classifica dei singoli è Marilù, con un trionfale n.83. E questo, sarete d’accordo, certifica che il primato tra gli album è conferito soprattutto da dischi di plastica col buco, sui quali le classifiche FIMI sono sbilanciate – e forse giustamente, perché da lì provengono ancora un po’ di proventi. Però prima di denunciare che una esigua minoranza di Lauriani ha preso il potere grazie ai vecchi supporti, chiariamo che anche nel mondo palpitante e contemporaneo dello streaming non è un periodo di maggioranze passionali. Guardando gli ascolti su Spotify, il player principale nell’ambito digitale, un calo di ascolti nella top 50 è evidente. Non so se sottintenda un calo negli ascolti in generale, forse no (inutile chiedere: tanto, ci raccontano quello che vogliono). Sarebbe comunque a sua volta giustificato dalle poche, prudentissime uscite degli artisti che in Italia come all’estero non vogliono rischiare le docce scozzesi che stanno capitando a parecchi colleghi famosi. Questa situazione è oggettivamente anomala, ma non saprei dire se davvero all’arrivo del #liberitutti tanto agognato, tutto tornerà come prima. Perché nel frattempo, qualcosa sarà cambiato, e l’astronomia della musica avrà cambiato fisionomia. Io non sono del tutto convinto che i big di prima torneranno facilmente a riscuotere il loro dazio in termini di copie e biglietti venduti. Poi, non so nemmeno se riusciranno a riscuotere qualcosa quelli che di colpo si stanno godendo i mille red carpet stesi dai mille media tappetari. Penso che per farsi un’idea di chi ci piacerà in futuro sarà bene tener d’occhio, oltre a Spotify e Sanremo e Maria, anche Amazon e Netflix, cioè le voci del POPOLO. D’altronde se sono in grado di far passare Pintus per comico, sapranno anche far decollare Myss Keta e Anastasio.
E questo è tutto quello che ho da dire su Achille Lauro.
(a voi sembrerà che non ne abbia realmente parlato) (invece sì)
(che poi, sinceramente, qualcuna delle canzoncine che Lauro latra non mi spiace nemmeno) (però è così evidente e penosa, la burattinata messa in piedi per darla a bere a noi e alla critica tranciosa, per di più azzardando paragoni leggendari con personaggi davanti ai quali il lungo Lauro ha la stessa statura artistica di uno scarafone) (comunque, è facile per me fare il sentenzioso: mica rischio di perdere tutti i soldi delle inserzioni di Gucci) (perciò lasciamo perdere e veniamo invece a)

Il Numero Uno Della Settimana Scorsa. Cosimo Fini in arte Gué Pequeno era andato al n.1 per l’ennesima volta con Fastlife 4, condiviso con DJ Harsh. Ora come ora è al n.2, e nella seconda settimana dall’uscita non ha nemmeno un singolo in top ten, anche se i suoi featuring si chiamano Marracash, Salmo, Lazza, Luché, Gemitaiz, Noyz Narcos. Non c’è dubbio che Fastlife 4 sia indirizzato ai fan del rap anni ’10 (un po’ mi emoziona usare l’espressione “anni 10”, è la prima volta. Come vi suona?), e soprattutto a quei suoi fan che erano rimasti disorientati dalle parti più intime e sofferte del recente Mr. Fini. Eppure, qualcosa nel meccanismo sta sfuggendo persino a Gué, se non riesce a scalfire l’egemonia televisiva espressa dalla top ten dei


Sedicenti singoli. A più di due mesi dalla sua conclusione, Sanremo, la divinità mostruosa e immortale, continua a occupare i sogni carezzevoli di questa nazione di stupratori. Il regno sanguinario dell’edizione 2021, forte di 2022 concorrenti, è perpetuato da ben cinque tra le dieci canzoni più ascoltate ancor oggi dai succubi dell’alleanza tra la kermesse e Spotify. Bisogna tornare agli anni 50 per rivedere un simile, furioso e LUNGO predominio sanremese: al n.1 c’è ancora il manifesto della Musicaleggerissima di Nécarne & Népesce, al n.2 la Voce di Madama, al n.5 La genesi del tuo colore di Irama, al n.7 Fedez e Michielin, al n.8 i vincitori Maneskin. E anche altri sanremisti sono in top 20 (Annalisa, Coma_Cose, Fasma & GG) – e tuttavia, guarda un po’, la compilation Sanremo 2021 scende dal n.47 al 52. Capite che allora c’è una strana logica dietro le classifiche attuali e il loro modo di dipingerci il mercato. Oh, non dico che una logica non ci sia. So che c’è, la vedo. Ma in questo momento contingente ha l’aria confusa e barcolla come quei fuorisede costretti a disintossicarsi per il rientro forzato nella casa dei genitori (più che altro per non creare troppe tentazioni a questi ultimi tenendo roba in casa).
In compenso, a Sanremo si oppone Mediaset, coi rapper amici di Maria: Sangiovanni con l’irritante Lady è al n.3, Aka 7even con la fastidiosa Mi manchi è al n.4.
Ma in generale, la classifica dei singoli (incredibilmente) è irrigidita tanto quanto quella degli album (incredibilmente) è fluida e mercuriale: la più alta nuova entrata è al n.27 (un qualche pezzo di Rkomi con Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti). Il pezzo più recente in top 10 è anche l’unico non ITALIANO, ed è Montero di Lil Nas X, uscito più di un mese fa (n.10).
Anche in questo caso, sta succedendo qualcosa di mai visto prima. Come se alla fine chi ascolta musica fosse in una fase di rigetto per la manfrina delle Nuove Uscite, delle canzoni-meme, degli artisti da posizionare secondo le tendenze del marketing, della gara dell’hype con i propri conoscenti saccenti, delle canzoni composte pensando agli hashtag e ai brand da ingraziarsi, e con le basine brutte e insulse escogitate coi telefonetti dai PRODUCERS ReMida che col loro sapiente tocco trasformano il letame in guano. Poi, l’effetto solo apparentemente paradossale (ma che a ben guardare accade anche in altri ambiti, magari anche il vostro) è che quelli a cui piace la musica, un po’ come quelli che un tempo speravano davvero nella politica, se ne vanno, lasciando il campo a quelli che la musica la schifano ma idolatrano le frasette, le mossette, i personaggetti – nella speranza, un giorno, di eleggerli.
Forse è solo momentaneo, certo. Ma forse no. Io rimango qui a vedere, come disse Plinio il Vecchio davanti al Vesuvio. Torniamo agli album e al

Resto della top ten. Dei primi due vi ho già detto, al n.3 ci sono i Maneskin (Sanremo!) al n.4 Madame (Sanremo!), al n.5 entrano i Coma_Cose (Sanremo!) con il loro album lungo 20 minuti, si vede che non avevano molto altro da dire oltre al titolo Nostralgia (…lo vivo come un omaggio a Malinconoia di Marco Masini). Debutto al n.6 per Greta Van Fleet, ho sentito dire che è insospettabilmente buono, però sapete com’è: mi freghi una volta, vergogna per te; mi freghi due volte, vergogna per me. La quota rap è tenuta su da altri tre precedenti numeri uno: Capo Plaza (uscito tre mesi fa, n.7, è il disco da più tempo in top ten), Mace (n.8) e Massimo Pericolo (n.10). In mezzo a loro, Emanuele Aloia con Sindrome di Stendhal. L’album contiene L’Urlo di Munch e Notte stellata e Il bacio di Klimt e La Monna Lisa e Girasoli. Però ci ha messo anche Schopenhauer e Romeo & Giulietta, si vede che porta Filosofia e Letteratura Straniera come complementari. Buon per lui. Per altri


Non benissimo. Come tanti altri artisti che si erano fatti valere prima del crollo delle ideologie musicali e delle loro generose utopie, anche Max Gazzé dopo aver debuttato al n.4 (grazie ai suoi abbonati, che hanno comprato il cd la prima settimana), tracolla fuori dalla top 50 – appena fuori, al n.53. Esce di classifica dopo due settimane Neffa, e dopo 6 settimane si arrende anche la nuova versione dell’album featuroso di Francesca Michielin: il cambiamento delle modalità di ascolto sta castigando con ferocia darwiniana molti artisti di peso con dischi in qualche caso anche molto curati (Malika Ayane, o Ghemon, o Noemi che pure aveva dalla sua Dardust, il più grande PRODUCER mondiale) – ma non se la passa meglio l’ex n.1 Ermal Meta andato sotto il n.100 nel giro di un mese. E dei dischi di Max Pezzali e Negramaro e Claudio Baglioni non avete più sentito parlare, vero? Mi sbilancio: è un’epoca che se ne va, e non basterà RadioItalia a tenerla viva. Per fortuna, qualcosa ci unisce tutti, ed è il disprezzo per quegli stranieri che si ostinano a non essere ITALIANI: bisogna meritarselo. State acquistando esclusivamente detersivi e schiume da barba con una bandierina tricolore? State mangiando eccellenze del territorio? Bene. Grazie a voi, Taylor Swift n.1 in USA, non riesce a fare breccia con la sua arroganza di bovara, e scende dal n.12 all’81, mentre esce di classifica, dopo due settimane, Demi Lovato. Che voi direte: avessi detto, e io vi dirò che dite bene, ma dicendovi anche n.2 in USA e n.2 in Brexit. Detto questo eccoci nel reparto


Lungodegenti. Sono in classifica da più di due anni Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari, (107 settimane), l’unico album di Billie Eilish (108), Re Mida di Lazza (112), Post Punk di Gazzelle (125), Playlist live di Salmo (128), Diari aperti segreti svelati di Elisa (130), 20 di Capo Plaza (157), tutta la discografia di Ultimo, da Colpa delle favole (107) a Peter Pan (167) passando per Pianeti (164); meglio di lui solo l’aberrante Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 216 settimane fa e quindi a poche settimane dallo strappare con un atto di cruenta portata simbolica quel fatidico record di permanenza consecutiva ai


Pinfloi. The dark side of the moon, probabilmente in crisi di mezza età, dopo esser stato tanto affidabile con più di quattro anni di permanenza, di colpo si è messo a entrare e uscire di classifica senza dare spiegazioni; stavolta rientra, al n.85. Ora è The Wall che porta a casa la michetta, e si fa trovare stazionario al n.59. Ora dovrei salutarvi con il momento dei paragoni categorici ma non mi ricordo se ho già usato gli allenatori di calcio e ho già detto che The Dark Side Of The Moon è Massimiliano Allegri e The Wall è Andoniogonde. Perciò nel dubbio aggiungo che The Wall è Massimo Galli, The Dark Side Of The Moon è Matteo Bassetti.
Ovviamente Wish You Were Here è Roberto Burioni.
Grazie per aver letto fin qui. A presto.

Madame Kermesse – TheClassifica, episodio 14/2021

Madame Kermesse – TheClassifica, episodio 14/2021

C’è una rapper FEMMINA al n.1 della classifica ITALIANA degli album. Di questo passo dove andremo a finire?

Sesso e ragazzine – TheClassifica episodio 12/2021

Sesso e ragazzine – TheClassifica episodio 12/2021

Prefisso. Mentre più in alto la cremosa crema dei miei colleghi dibatte su Floating Points e Pharoah Sanders, quaggiù nel mezzo del mainstream viviamo un periodo strano. Dopo anni di wrestler maschioni e rappusi, nella classifica FIMI dei presunti album stiamo osservando un avvicendamento (rapidissimo) di prodotti rappresentativi di tutte le fasce di acquirenti. La presa ferrea del maschio 14enne sul mercato è sempre consistente, ma possiamo dire che non è tutto quello che succede. In due mesi abbiamo avuto in prima posizione, con turni rigorosamente stabiliti dalle tre megaditte della musica, Michele Bravi, Mace, Gazzelle, Jake La Furia ed Emis Killa, Il Tre, gli Amici di Maria, Ermal Meta, e in questa ennesima settimana dell’interminabile post-Sanremo sono stati Madame e Maneskin a fare i numeri grossi per contendersi

Il numero uno. E l’hanno portata a casa i Maneschi, apparentemente grazie a qualche cd venduto in più rispetto alla Madama, più forte nello streaming – ma i parametri tendono ancora a premiare il caro vecchio tondino, del resto con quel che costa. Poi, credo che già domani Massimo Pericolo riporterà i maschi pubescenti al governo del Paese, proprio come succede in politica. Ma il fenomeno Maneskin è talmente peculiare che finisce per significare tante cose insieme. Intanto, penso che la maggior parte delle persone con più di 30 anni abbiano una specie di istintiva, divertita e un po’ imbarazzata simpatia per i Maneskin, altrimenti non si sarebbero imposti tanto a XFactor quanto alla Kermesse (ma penso che avrebbero vinto anche tra gli Amici di Maria). Malgrado la voce abrasiva di Damiano David e la scelta di un rock grezzone e molto Virginradio (che nel mio ambiente viene generalmente irrisa ma è una delle prime dieci radio della nazione), finiscono per essere più commestibili per le orecchie di chi ascolta musica da almeno un decennio, rispetto alla orgogliosa distruzione della musicalità messa in atto dai PRODUCER con il loro straordinario tocco di Mida. Non va sottovalutato però un fatto:

(mi scuso per il linguaggio explicit in arrivo)

i Maneschi rimettono un sex-appeal intricato ma multiforme al centro di tutto, che è una cosa che storicamente il pop e il rock hanno sempre cercato di fare, mentre il rap e l’urban (pardon) hanno sempre risolto la faccenda millantando la propria attitudine a mostrare il proprio bigolino a tutto il quartiere mentre mamma li contempla orgogliosa. E non parliamo dell’indie, che da anni decanta la triste sensibilità del proprio triste bigolo.

C’è una smaccata componente di boy-band (con femmina: bonus) nel successo dei Maneschi, però non solo. Teatro d’ira vol.1, il minialbum (sette pezzi nuovi più Vent’anni che era uscita alla fine del 2020) (poi ovviamente arriverà la seconda dose) è una collezione di slogan che Gucci e Achille Lauro dovrebbero prendere in considerazione se vogliono finalmente vendere un disco.

(ok, lo so, non è detto che lo vogliano, finché trovano il lacché Amadeus che al fotomodello concede lo status di Superospite della Kermesse, alla fine il loro lavoro lo hanno fatto)

Viva la siga. E cionondimeno, anche se è evidente che devono lottare con tutte le loro forze per spremere strofe decenti dai loro diari adolescenziali (“Loro non sanno di che parlo, voi siete sporchi, fra’, di fango. Giallo di siga fra le dita, io con la siga camminando”) (…la pigrizia di insistere due volte nella stessa strofa sulla SIGA) (con la esse) (l’emblema del ribellismo quattordicenne) (non a caso tutti i manager raccomandano il tabagismo ai loro cantanti, e i produttori mondiali di tumori a partire da Philip Morris esultano commossi) non si può negare che tra gli scarabocchi venga sempre fuori la frase a effetto, che in gioventù avrebbe fatto effetto persino a dei cinici tagliagole come voi, che vi sapevate diversi da LORO.

Resto della top 10. Detto di Madame al n.2, al n.3 ci sono Dimartino e Colapesce con I mortali². Il che significa, podio tutto per la Kermesse. Che non ricordo nemmeno più quando è stata, e d’altra parte non sono nemmeno del tutto certo che sia finita, forse se accendessi la tv stamattina scoprirei che Fiorello è ancora impegnato in qualche gustosa gag inserita tra il novantesimo e il novantunesimo cantante in gara nella terza serata. Debutta al n.4 Justin Bieber (vedete, anche qui – girls, girls, girls) ed entra al n.5 il discoanniversario della settimana, La voce del padrone di CapireBattiato, non se ne fanno più eccetera. Traccheggia al n.6 Mace, e devo ammettere che non avrei pensato di trovarlo ancora così in alto dopo sette settimane; debuttano al n.8 Lana Del Rey, che ogni tanto ricompare tipo Jasmine Trinca o Valeria Bruni Tedeschi, sapete quelle entità periodiche alle quali bisogna dare i David di Donatello. Si affaccia al n.8 Ghemon, del quale inizio a sospettare che abbia più estimatori che ascoltatori, e non so se cogliete la sfumatura, credo che lui la colga. Al n.9 Capo Plaza, e al n.10 Harry Styles con il suo bel testone (…girls, girls, girls). Caspita, che top ten variegata. Giovani e Maestri, ITALIANI e stranieri, rappusi e hipster, maschi e femmine, kermessi e playlisti. E guardate cosa succede tra i

Sedicenti singoli. Abbiamo lo stesso podio dei presunti album, ma al contrario, in modalità satanicamente corretta, con i tre kermessi, messi in ordine inverso: al n.1 Dimartino e Colapesce con la Musica leggerissima, al n.2 la Voce di Madama, al n.3 Zitti e buoni dei Maneschi. Il regno di terrore sanremese si estende al n.4 (Francesca Michielin e Fedez) (che tra l’altro, pochi lo sanno, è diventato di nuovo papà) e al n.5 Irama (che tra l’altro, pochi lo sanno, ha partecipato a Sanremo anche lui). Ma in effetti anche al n.7 (Coma_Cose) e 8 (Annalisa) e 9 (Fasma & GG). Non ricordo un altro Sanremo così persistente negli ultimi vent’anni. Me ne dovrò fare una ragione, evidentemente anche alla fine di questo secolo questa nazione sarà eternamente fascista e kermessa.

Nonbenissimo. Sì, va bene, Kermessekermesse, però se hai ottocento concorrenti e una top 100, qualcuno dovrà pure essere scagliato via col sedile eiettabile. E infatti escono dalla classifica dei sedicenti singoli Ghemon, Gio Evan, Bugo, Gaudiano, Max Gazzé, Francesco Renga, Loredana Berté. Per contro, abbandonano la comitiva dei presunti album Selena Gomez (dopo una sola settimana), ma soprattutto Gli Amici Bro di Maria, n.1 solo tre settimane fa, e ora già accantonata come gli acquisti fatti nelle televendite. Sono tentato di ripetere quest’ultima frase per evidenziarla, ma penso che basterà fare una breve pausa e guardarmi intorno con aria significativa. Sempre tra i presunti album, rimangono in classifica ma accusano severi tracolli a Piazza Affari l’ex n.1 Ermal Meta, che passa dalla vetta al n.23, in malo modo; Aiello e Fulminacci che dalla prima diecina discendono al n.25 e 30. E il nuovo de Lo Stato Sociale è al n.86, ma immagino che ne siano in qualche modo soddisfatti, sicuramente dimostra qualcosa che io non so. Volevo anche dirvi che oltre a non essere più in top ten tra gli album, Sferoso Famoso non è più nemmeno, in nessuna forma, nella top 30 dei sedicenti singoli. Il suo ruolo, strano a dirsi, è stato preso dai Pinguini Tattici Nucleari, in proprio ma anche nei richiestissimi featuring, da Ernia (Ferma a guardare, n.14) a Madame (Babaganoush, n.21). Già che c’erano, Ernia e Madama hanno completato il triangolo facendo un featuring tra loro (è Nuda, al n.31). Che charts promiscue, vero?

Altri argomenti di conversazione. In effetti sono usciti un sacco di dischi! E qualcuno è andato male, forse non erano segnalati nelle Nuove Uscite, forse non erano in target con noi giovani, sta di fatto che i Duets di Sting mancano la top ten e si accontentano del n. 15, e Loretta Goggi con la ristampa di Il mio prossimo amore (anniversario!) (era l’album di Maledetta primavera) (lo dico anche se sono certo che lo sapeste già) entra al n.31. Ora mettetevi comodi, sta per partire la litania degli album in classifica da più di 100 settimane. Per fare qualcosa di diverso, vi ragguaglierò prima sui singoli più longevi: Blinding Lights di The Weeknd (69 settimane) davanti ai Pinguini Tattici Nucleari con Ridere (49 settimane). Tra i presunti album invece ci sono diversi over 100 e sono Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari (103 settimane), Billie Eilish con il suo debutto (due anni! 104 settimane. Bella, Billie), Re Mida di Lazza (108), Post Punk di Gazzelle (121), Salmo con Playlist Live (124), Diari aperti segreti svelati di Elisa (126), 20 di Capo Plaza (153), Ultimo con tutta la sua discografia ovvero Colpa delle favole (103) Pianeti (160. Però è a rischio, è sceso al n.94) Peter Pan (163), e su tutti l’inutile Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 212 settimane fa. A maggio, per decisione presa dalla casa discografica che pubblica entrambi, toglierà il record di 220 settimane consecutive ai

Pinfloi. The dark side of the moon scende (con la sua amara ma composta eleganza) dal n.31 al 37, mentre The wall slitta (latrando rancorosamente) dal n.51 al 66. Sono abbastanza sicuro che c’entri l’accostamento a Putin della settimana scorsa, guardacaso appena l’ho fatto ecco che i russi sono corsi a comprare dei nostri segreti militari (si vede che il telefono di Salvini era occupato) e la sezione commenti di questo blog è stata invasa (non scherzo) da bot cirillici che mi spammavano cirillosamente. Quindi, cambiamo prudentemente trend topic, passiamo ai diritti del calcio. The dark side of the moon è evidentemente Dazn, col suo passo lento e pensoso e lento e ragionato e lento – ma senza isterie e narcisismi patologici; The wall è sicuramente Sky, con i suoi ego gonfiati in modo maniacale. Mentre certamente Wish you were here è TIMvision, e la sua missione è portare infelicità alle masse. E una volta stabilito questo vi saluto e ringrazio di aver letto fin qui, alla prossima settimana.