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La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Un’epoca di musica pop è finita. E forse è giusto. Ne sta iniziando una nuova, di musica inconsistente. E forse è giusto.

Cosa fare in provincia di Varese quando sei morto – TheClassifica, episodio 13/2021

Cosa fare in provincia di Varese quando sei morto – TheClassifica, episodio 13/2021

Secondo uno studio di un’università inglese, in Italia ci sono quattordici milioni di giovani rapper – numero di poco inferiore a quello delle università inglesi che si tengono su con degli studi insulsi.
Di questi quattordici milioni di rapper, almeno quindici milioni sono straordinari artisti ripieni di un’intensità che voi e io non capiamo per limiti personali sconsolanti. Ma non è questo il caso dell’attuale
Numero Uno. Nuovo cambio della guardia al n.1, e qualcosa vorrà dire, forse siamo incostanti negli affetti, forse è smania da NuoveUscite, sta di fatto che il rap ITALIANO maschio torna al primo posto della classifica FIMI dei presunti album con Solo tutto, di Massimo Pericolo. Alias il 28enne Alessandro Vanetti da Brebbia, alias un piccolo posto sul Lago Maggiore dove un giovanotto vispo si sente morire, ragion per cui la sera va a Varese o Gallarate o Busto Arsizio e sta anche peggio, e si persuade presto che l’unica è spacciare droga o entrare nella Lega e spacciare il Paese come la cornucopia di parlamentari e ministri varesotti che hanno varesottizzato la nazione. Vanetti ha scelto la prima. E a differenza dei secondi, l’ha pagata: è stato messo al gabbio e non manca di ripeterlo. Perché d’altro canto (pardon) questo fanno i rapper, ripetono in continuazione le cose che gli capitano nella vita, che tendenzialmente sono quattro o cinque – cosa, quest’ultima, che mi meraviglia e mi fa pensare, perché a Max Pezzali da Pavia sembrava che capitassero molte più cose. Oppure, ipotesi a ciel sereno: vuoi vedere che Max Pezzali a Pavia, oppure J-Ax a Cologno Monzoso – osservavano un po’ meglio? E, altra ipotesi, vuoi vedere che il rap dopo 40 anni di Storia è incappato in questo problema, che fu lo stesso del rock prima di morire, cioè il genere sta generando anche nei migliori dei suoi una capacità limitata di guardarsi davvero attorno e raccontare? Oppure è la fascia di pubblico discograficamente rilevante che gli impone di limitarsi, i 13-16enni maschi che non ce la fanno ad ascoltare altro che slogan su soldi, brand, droga e troie troiose, che chiedono il rap di pancia, tanto per evocare un dibattito sulla comicità che tiene banco in questi giorni.
(a proposito: burp)
(…grazie, grazie. Siete straordinari anche voi, fantastici, è esilarante esilararvi con queste allusioni e metamessaggi) (anzi, sentite questa) (metaburp)
Personalmente, con distacco e disdegno e dispaccio, faccio un po’ il tifo per il giovane Pericolo, perché alcune, e sottolineo ALCUNE sue strofe (per noi giovani: barre. Come quel posto che piace ai toscani), per quanto ovviamente rancorose come quelle dei suoi lamentosi colleghi, sono autenticamente telluriche. Tante altre no. Ma alcune sì.E non mi riferisco solo a 7 miliardi, e al proclama “Fanculo la scuola, mi fumo la droga” o al bestemmione che lo precede, che pure vengono (pardon: venivano) entrambi gridati in coro da migliaia di ragazzi e ragazze ai suoi concerti, un po’ per l’estasi della birichinata ma soprattutto per la sensazione di essere al suo stesso ground zero, sul Lago Maggiore o in qualche altro luogo di un Paese in caduta libera continuata. I pezzi di Solo tutto sono quindici, e sono troppi. Molte barre sono noiose, potrebbero barrirle uno qualsiasi degli altri tredici milioninovecentonovantanovemilanovantanove rappusi maschi ricolmi di un sincero desiderio di possedere una Lamborghini che non sono riusciti a diventare parlamentari leghisti maschi (ma ci hanno fatto un pensiero). Pericolo Vanetti accontenta più che può la gioventù lobotomizzata con quei birignao lagnosi che esaltano il 15enne ITALIANO maschio ma si sente che certe cose al gabbio le ha imparate davvero, e ha più cose da dire rispetto alla media. Poi, è ben vero, non è immune alla smania della birichinata, e lo dimostra anche il titolo ribaldo del suo singolo – putacaso – più ascoltato (nel quale ospita Salmo, che da anni ama stupire il borghese. Forse anche troppo). Ma per quanto riguarda il suo vero impatto, è mio dovere notare anche che quel singolo, e per un album di rap italiano è sempre un po’ strano e un po’ sintomatico, non è entrato nella top 10 dei
Sedicenti singoli. Qui la top 5 è sempre konsakrata alla kermesse tenutasi un milione di anni fa, con la Musica leggerissima di Dimartino e Colapesce al n.1, Voce di Madama al n.2, e Chiamami per nome di Fedez & FrancescaMichielin che risale sul podio al n.3, scambiandosi di posto con Zitti e buoni dei Maneskin (n.4), mentre La genesi del tuo colore di Irama rimane pertinace al quinto posto. Nessun singolo di Massimo Pericolo è entrato in top ten, il che è un po’ stranino, per questo tipo di prodotto, e mi fa pensare che anche questa settimana porterà un avvicendamento in vetta. In compenso sale massimopericolosamente al n.7 Lady di SanGiovanni, il concentrato di fastidio rappuso escogitato da MariaDeFilippi. Top ten (ma anche top 12, a fare i precisi) tutta ITALIANA perché solo noi al mondo sappiamo fare bellissime canzoni ITALIANE, sono una di quelle eccellenze di cui andare fieri come le Frecce Tricolori o Casa Surace.
Altri argomenti di conversazione. Madame (n.2) e Maneskin (n.3) si tengono aggrappati al podio, sul quale si trovano pertanto tre artisti che iniziano per M. Per il discoanniversario, questa settimana è il turno del rap ITALIANO maschio con Il ragazzo d’oro di Gue Pequeno, edizione 10 anni dopo, che si insedia al n.4. Regge sempre egregiamente Mace al n.5, resiste eroicamente in top 10 Justin Bieber (n.6). A un anno dall’uscita risale al n.7 Future Nostalgia di Dua Lipa, al n.8 beccheggia Capo Plaza, entra al n.9 Malifesto di Malika Ayane e chiude la decina più prestigiosa Gemelli di Ernia. Fuori dalla top ten debuttano Maxtape di Nerone (n.14) e gli Evanescence (n.20) (ah, quanti ricordi) (già, quanti? Due? Non ricordo). Poi, Dimartino e Colapesce sono subito scaraventati fuori dalla top 10, dal n.3 al 18. Escono di classifica Il meglio dello Zecchino d’Oro dopo 30 settimane, i Foo Fighters dopo 7 settimane, Ornella Vanoni dopo due mesi, Mecna dopo 23 settimane. Ma a proposito di #uscite
Non benissimo. Tutto quanto ha prodotto Lo Stato Sociale è svanito dalla top 100: non ho capito bene cosa abbiano voluto fare, ma sono sicuro che era molto arguto e che il comunicato stampa mi rassicurerà in merito; sta di fatto che dopo due settimane la raccolta è uscita dalla classifica – mentre i dischi solisti in stile Kiss non ci sono mai entrati. Rimane invece tra i cento album più ascoltati in Italia La voce del padrone di CapireBattiato anche se lascia la top 10 scendendo dal n.5 al 74 (finito l’anniversario, gabbato lo santo), mentre tre album che erano in passerella la settimana scorsa curiosamente si ritrovano ora stipati nell’angusto spazio tra il n.62 e il n.64: Lana Del Rey (che aveva debuttato al n.7), Drefgold (il cui repack era rimbalzato al n.10) e Ghemon (che era entrato al n.8).
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Lungodegenti. Bisogna fare una festicciola: sono usciti proprio due anni fa – e da allora non sono mai usciti di classifica – Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari, ma soprattutto Colpa delle favole di Ultimo, che a lungo si fregerà questo record di avere tre dischi in classifica da più di due anni (in effetti, i primi due sono con noi da più di tre anni). Potrei anche produrmi in un’iperbole da comunicato stampa tipo “Unico artista ad avere tutta la discografia in classifica da più di due anni”, ma c’è Billie Eilish che fa saltare tutto col suo unico album (105 settimane). Concludiamo il riepiloghino con Re Mida di Lazza (109), Post Punk di Gazzelle (122), Salmo con Playlist Live (125), Diari aperti segreti svelati di Elisa (127), 20 di Capo Plaza (154), e l’immancabile ma evitabile Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 213 settimane fa e quindi a meno di due mesi dal sottrarre il record di permanenza continuata ai
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Pinfloi. The dark side of the moon era al n.36 la settimana scorsa.
(pausa drammatica)
Questa settimana
(faccina sgomenta) 😮
è di nuovo fuori dalla classifica, a 6 settimane dal suo rientro.
Non credo che sia di nuovo indisponibile nei – ehm – negozi, anche se riconosco che è un po’ anomalo questo sprofondo dal n.36 al numero 0 per un disco che, numeri alla mano, vende sempre, e sempre, e sempre (detto con la voce delle gemelle di Shining). Sta di fatto che questo comporta una settimana trionfale di rivalsa rancorosa per The Wall, che pur scendendo dal n.65 all’82 sventola la sua bandiera bianca da 46 settimane. Questa circostanza mi induce a paragonare The dark side of the moon ai servizi segreti bulgari, oggi malinconicamente dimenticati, e The wall al KGB, sempre in gambissima, specie nella persona del suo ex colonnello un po’ assassino, e forse proprio per questo stimatissimo da migliaia di varesotti che non lo considerano un Massimo Pericolo.
Grazie per aver letto fin qui. Vi premio con una foto di Ultimo.
Musica ObBRObrissima – TheClassifica, episodio 10/2021

Musica ObBRObrissima – TheClassifica, episodio 10/2021

Sarebbe superficiale dire che quelle degli Amici di Maria sono canzoni orrende: c’è il tocco di Mida dei PRODUCERS italiani che le rende perfettamente nauseabonde.

Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021

Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021

“We learned more from a three minute record than we ever learned in school”
(Bruce Springsteen, No surrender)
 
Ogni tanto ho la sensazione che abbiamo tutti – e dico davvero tutti – la percezione di cosa stia succedendo tutto intorno. Cioè siamo l’opposto del Mr. Jones di Bob Dylan, qualcosa sta accadendo e noi sappiamo cos’è – ma è troppo complicato dirlo. Non tanto accettarlo, quello potrebbe anche essere necessario, o utile, o comunque costruttivo. Anzi, forse lo abbiamo accettato quasi tutti. Perché è abbastanza facile, accettarlo. Dirlo no, non lo è.
(volete che lo dica io?) (ma perché mai?) (SAPETE cosa sta succedendo)
(…ciao, mi chiamo Paolo, produco botti di ferro e mi ci infilo)
Sono due i pensieroni che mi portano a questo incipit vibrante e sentenzioso. Il secondo è la marea di bava montante per Sanremo, sempre più alta, tutta bava ITALIANA; non è molto buona da bere ma è la nostra bava condivisa, schiumosa e identitaria, sulla quale abbiamo costruito, galleggiante, almeno un terzo della nostra narrazione come abitanti di questa cosa lunga. Gli altri due terzi sono ovviamente il calcio, e il potere.
(l’ho presa un po’ larga, vero?) (ok, ricominciamo) (avevo accennato a due argomenti che mi portavano ad argomentare) (dell’argomento numero due, vi ho appena parlato) (quindi ecco)
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Il numero uno. Ok di Gazzelle, con il suo titolo pieno di vibre presebene – importanti per il Paese! – ha debuttato, come prevedibile, in vetta alla classifica FIMI degli album più ascoltati dalle Alpi all’Etna. Il suo primato non è un pochino favorito dalle circostanze come quello del PRODUCER Mace la settimana scorsa – perché con tutto il rispetto, non c’era proprio concorrenza. Gazzelle, cioè il 31enne Flavio Bruno Pardini, avrebbe sconfitto concorrenti anche grossi e nerboruti: è in classifica da due anni con l’album precedente Punk (oggi, dopo l’immancabile repackage, conosciuto come PostPunk) (…qualora non frequentaste la savana pop, sappiate che è un titolo coolissimo e puccioso che non ha a che fare col genere musicale da lui proposto: OK per contro è la morte sua). Gazzelle, un anno fa ha riempito il Forum di Assago e il Palazzo dello Sport di Roma e non solo loro. Gazzelle è arrivato in cima con molto lavoro e, come Ultimo, con una vera etichetta (e distribuzione) indipendente alle spalle. E io, gente, gli porgo il mio rispetto.
Altro, non ho da dargli.
Ma immagino che se ne farà una ragione, vero? Dehehihohu. Dopo tutto, Gazzelle, e con lui tutta la cosiddetta scena del cosiddetto it-pop della cosiddetta capitale, è in un momento di grazia che ricorda davvero quello dei cantautori negli anni tra la fine dei 70 e l’inizio degli 80, oppure quella specie di new wave italiana degli anni 90. E caso vuole che l’epicentro del genere sia Roma, così come il rappificio sta sostanzialmente a Milano, malgrado l’ascesa di Napoli. Invero, i sei album più #venduti nel Paese nel 2020 sono nati all’ombra delle palme di piazza Duomo, con la sola eccezione di quello di ThaSupreme che è nato nel suo stanzino che io poi mi figuro tipo una stanza del film The Cube, è un’iperstanza in una dimensione a parte. ThaSupreme putacaso presenzia, in featuring, in Coltellate di Gazzelle, ed è il frutto più smaccato, ad oggi, della relazione spiacevolissima tra il rap italiano e i nuovi Pupi. Sì, nel senso di Enzo Ghinazzi in arte Pupo, dileggiato per anni e poi iperrivalutato sadicamente dalla neocritica frizzantissima, quella che cerca le implosioni (perché, sapete, dopo le esplosioni, tocca pulire), per cui giorno dopo giorno leggiamo che Albano era un assoluto KING, Fra Cionfoli una leggenda vituperata, Orietta Berti la nostra Aretha Franklin, e apriamo subito una room su ClubHouse per rivalutare Gianni Togni e non vi sarete mica persi il Techetecheté su Umberto Balsamo, im-per-di-bi-le!
(non so se c’è stato, sto inventando) (credo) (…siete andati a controllare?) (che spreco di tempo) (ma torniamo a Pupo)
Enzo Ghinazzi (in arte Pupo) è il modello vocale di tre quarti dei cantanti indie italiani oggi, e Gazzelle non sfugge. Del resto, l’ariete che ha sfondato a sinistra per il Pupismo è stato Tommaso Paradiso, che dal vivo è sorprendentemente simile a Ghinazzi. Ma soprattutto, Tommaso Paradiso con i Thegiornalisti è stato il primo, quando le sue fregnaccette melense iniziavano a colare Su di noi come un Gelato al Cioccolato, a ottenere recensioni deliziate (…mi sono segnato tutti i nomi, TUTTI, e so che ora fanno finta di niente e sono passati ad altri entusiasmi spumeggianti post-ironici ma io non dimentico – anche perché come Arya Stark ripeto ossessivamente i loro nomi e quelli dei loro giornaletti ogni sera prima di dormire).
Il punto però è che Enzo Ghinazzi (in arte Pupo) è il modello anche per i testi. Perché fatta salva la l’invenzione nonsignificativa da retwittare – in questo caso, la frase “Sempre così, ad annegare come un’oliva nel gin”
(e me l’immagino, lo staff di Gazzelle che al materializzarsi di questa frase, esulta ruggendo come gli italiani all’espulsione di Zidane nel 2006, come l’entourage di Calcutta per la frasina sulla Tachipirina e quello di Coez per la scuola di danza nello stomaco)
il generoso e parzialmente incolpevole pubblico è blandito con strofe come quelle che ho condiviso con voi qua e là. Chiedendovi: di cosa stiamo parlando?
E alla fine, per forza i Pinguini Tattici Nucleari finiscono per sembrare dei colossi, l’obiettivo apparente dei poetitpop e dei loro portabandiera influenzanti è che i frammenti di discorso amoroso diventino frantumi, e io non so (non posso saperlo) se le femmine che ai loro tempi sono state con DeGregori o Ruggeri o Fossati a distanza di anni ricordino le loro storie con entusiasmo, ma certo oggi sono sbigottito dalle giovani femmine alle quali batte il cuore ascoltando il nuovo filone indie-sviolinoso in auge nella nazione.
Se i loro fidanzati sono così noiosi da farle struggere per questo melenso nulla, capisco il crescente fabbisogno di droga. E capisco anche coloro che per lavoro e per relazioni pubbliche (non escluse quelle coi fans, che vanno lisciati perché oggi sono dei preziosi alleati) suonano l’amena piva del Grande Momento per la Musica Italiana. Sì, per me fate bene a garantire che ogni lagnoso disco italiano è, cioè, inténzo in un modo assurdo: finché ci sono due lire in questo lavoro, può essere lecito turarsi le orecchie come Montanelli si turava il naso. A me basta che non me lo veniate a dire seriamente. Perché nessuno che abbia ascoltato non dico i citati DeGregori e Ruggeri o Fossati ma anche Bennato e Cocciante e Zucchero, insomma quelli che vendevano TANTO da essere mainstream negli anni settantottanta, oppure, una generazione dopo, Jovanotti Silvestri Bersani Fabi Masini (…apprezzate il mio ecumenismo), cioè quelli che vendevano TANTO negli anni novantazero, nessuno di voi può seriamente stralunare per questa estasiata corsa al livello zero. Per evitare che questo venga attaccato come “discorso da boomer” (non ci provate: sono più veloce di quasi tutti voi) abbandono il paragone di genere e passo al paragone sulla produzione contemporanea, e lo dico senza problemi: con tutte le critiche che si possono riversare sul rap italiano, sì, anche ai suoi esponenti più monocordi e perennemente incistati in interminabili trattati su se stessi e sul successo e il cash e il fumo, la verità è che anche dal più insulso album rap, qualcosa tiri sempre fuori. Qualcosa impari.
Alla peggio, dalle basi dei PRODUCER impari la fondatezza delle teorie naziste sull’efficacia del ripetere con insistenza cose spiacevoli e inascoltabili.
Ma il nuovo pop cantaucoso italiano, dolce e un po’ salato, non ha nessuna intenzione di lasciar dentro qualcosa ai suoi ascoltatori. E questo, insieme a tante altre cose, ma tante, e tutte stranamente simili, è quello che sta succedendo. E c’è un perché. Ma spiegarlo, è complicato, e io devo passare a
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Il resto della top ten. Scende al n.2 Mace, leader maximo la settimana scorsa, rimane al n.3 Capo Plaza e resta piantato al n.4 Sferoso Famoso; scivola dal n.2 al 10 l’album dei Foo Fighters. Seconda più alta nuova entrata, al n.5, Mr. Rain con Petrichor – e putacaso io da un rapper, my man Nerone, ho imparato che il petricore è l’odore che si leva dall’asfalto dopo la caduta della pioggia (cioè la signora Rain), il che conferma quello che vi dicevo sul rap, che due cose le può insegnare. Al n.6 i Pinguini Tattici Nucleari, il cui album precedente un anno dopo il loro Sanremo è finalmente uscito dalla top ten (…non è andato lontano: è lì appollaiato al n.11). A proposito di longseller, tra il n.7 e il n.9 ci sono tre album usciti più di otto mesi fa: The Weeknd, Ernia e Harry Styles. Molto più recenti i
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Sedicenti singoli. Podio costituito, come è giusto che sia, da pezzi usciti nel 2021 (non è così scontato: Superclassico di Ernia si è decisa a uscire dalla top ten dopo 35 settimane). Al n.1 è sempre il fuffoso romanticismo urbano de La canzone nostra (Mace, Blanco & Salmo), davanti a – toh! – Destri di Gazzelle, e Venere e Marte di Takagi, Ketra, Marco Mengoni, Matteo Salvini e Frah Quintale. Va così. Torniamo agli album, e in particolare ai
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Lungodegenti. Il segnetto ÷ di Ed Sheeran è il disco da più tempo (207 settimane) in top 100. Poi ci sono due album di Ultimo, Peter Pan (158) e Pianeti (155), e sta arrivando nel club dei centenari anche il terzo, Colpa delle favole (98). Poi ci sono 20 di Capo Plaza (148), Diari Aperti Segreti Svelati di Elisa (121), Playlist live di Salmo (119), il citato Post Punk di Gazzelle (116) e Re Mida di Lazza (103). A metà marzo un decimo della top 100 sarà occupato da questi superdischi, approvati da più di due anni. Per contro, hanno salutato piuttosto rapidamente l’allegro consesso Medioego di Inoki (4 settimane, una delle quali al n.2 quando è uscito), Be dei BTS, 11 settimane, n.2 la settimana di uscita, Brigatabianca di Samuel, due settimane di permanenza, una delle quali al n.6 quando è uscito, infine Zayn, tre settimane di presenza, top ten (n.8) nella settimana in cui è uscito. Sbaglierò, ma di long-seller ne vedremo un po’ meno nei prossimi anni. In compenso posso annunciare il ritorno in classifica di quel disco dei
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Pinfloi. The dark side of the moon rientra fragorosamente in top 100, al n.22. Non ho veramente idea di cosa sia successo in questo mese di assenza dopo aver battuto il record di permanenza, se lo hanno tolto dai negozi per far salire un po’ la domanda o ri-deluxarlo.
“Come puoi non saperlo, dovrebbe essere il tuo lavoro”.
Se la mettete così vi propongo l’ipotesi di my man DanTheMan, che lavora in un negozio di dischi e afferma che TDSOTM era in ristampa (coi libri capita, anzi magari in copertina a ‘sto giro hanno tolto il prismone e hanno messo una tipa un po’ sognante coi capelli rossi come fanno tutte le case editrici). Qualunque cosa sia successa, io non la so spiegare – ma la accetto. Certo, da questa settimana ricomincia il dualismo con The wall, n.46 – però prima di pronunciarmi aspetto le oscillazioni di entrambi nei sondaggi.
PS: no, non è vero, non posso aspettare: The dark side of the moon è il Governo Conte, The wall è il Governo Draghi. Ciao a tutti e grazie per aver letto fin qui.
La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

Sì, si parla anche di Pinfloi, ma poco poco. Va bene, d’accordo, non è vero.