Tag: Lucio Battisti

Battisti vs ThaSupreme, Marra vs Zucchero: la solitudine dei numeri – TheClassifica n.46

Battisti vs ThaSupreme, Marra vs Zucchero: la solitudine dei numeri – TheClassifica n.46

Contiene un dissing a due amici. Gli altri quattro che mi sono rimasti, si tengano pronti.

Tolkien e le canzoni di Amici – Classifica Generation ep.27

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Angi. Angi. When will those dark clouds disappear.

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

Renato Zero è al n.1 della classifica dei presunti album col suo ventinovesimo disco. Si chiama Zero il folle. Sono sempre contento quando si mette nel titolo, rassicurando i fan: anche stavolta sarà al centro del suo stesso affresco.

E così, un’altra volta, eccoci riprovare a chiederci perché. Chissà perché.

Renato Zero è una questione culturale. Inscindibile da questo Paese. Renato Zero è LA risposta a ogni domanda sull’Italia. Prendendo una cellula a caso da ogni italiano (mi raccomando: ITALIANO) e mettendole insieme tutte e 60milioni, otterremmo Renato Zero. Se trovassimo una foto di Romolo e Remo da piccoli, scopriremmo che entrambi hanno la faccia di Renato Zero, e pure la lupa: a quattro zampe ma coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. E un giorno l’Italia finirà di vivere come nazione – facciamo, toh, nel 2087, perché non possiamo aspettarci che duri 300 anni, in fondo tante espressioni geografiche governate più seriamente sono durate molto meno (comunque tranquilli: Alitalia sopravviverà). E quel giorno qualcuno come in Watchmen getterà via con noncuranza un quaderno nero e polveroso con scritto UFFICIO AFFARI RISERVATI, sulle cui pagine ingiallite saranno a malapena leggibili certe scritte un po’ più calcate (“…ENRICO MATT…” “…PIAZZ.. FONT..N..” “GOL DI TURON…”). E sull’ultima pagina di quel quaderno ci sarà la foto di un uomo coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. Perché io credo che tutto ciò che fatichiamo a spiegarci ma vediamo ripetersi da anni in forme diverse, grossolane o sottili, alla fine ci riconduca a Renato Zero, il grande prete del pop italiano. Avete presente i preti, specie quelli anticonformisti, controcorénte. Quelli che si guadagnano una piccola santità stando vicino alle persone, che amano quel ruolo che gli permette di predicare e di vestirsi in modo sconclusionato.

Non sto giudicando, eh. Sono decenni che vedo preti e che vedo Renato Zero, e che cerco di farmi una ragione del loro ruolo nella Storia della nazione, e dopo una lunga fase di costernazione mi sono convinto che abbiano una funzione. Per la quale nessuno se n’è mai uscito con qualcosa di meno assurdo. Così da perfetto prete, Zero predica al POPOLO, lo conforta scuotendo la testa con lui (ah, questi politici, ah, questi social, ah, questi italiani che non fanno figli); stringe “le mani a chiunque senza chiedere nome e cognome” (Zero il folle), ne La culla vuota torna a stigmatizzare l’aborto con più sottigliezza di quando lo faceva, davvero controcorrente, negli anni 70 (Sogni nel buio: “Mi chiamerò Francesco o Maria Rosa? Che importa, quello che conta è che io sia come mamma mi vuole… Mi vuole… No. Lei mi ha ucciso!”) e nessuno che l’abbia mai messo sul libro nero come il povero Nek. Poi, come tutti i preti invita a stupire della grandezza dei santi, e il suo preferito è “io, quello che sbaglia e non si pente. Meglio per te se non mi sfidi più: sono così, troppo sincero e fiero. Rinascerò se il mondo è buono”. (Gli anni miei raccontano, 2016). In conferenza stampa si è proclamato “Portatore sano di coraggio” e nello spiegare il titolo dell’album ha specificato che “La Storia l’hanno fatta i folli: Gesù, Galileo, Mozart, Martin Luther King, John Lennon, Pasolini, Steve Jobs”.

Potrei cavillare. Nell’elenco mancano nomi di folli significativi per la Storia, a cominciare da Hitler. Per contro – per stare in quell’epoca – anche Churchill ha fatto la Storia e non credo che fosse folle. Ma ho veramente voglia di mettermi a discutere con Renato Zero? L’unica volta che ci ho provato, si è trasformato in Giorgio Panariello. Eppure, per quanto personalmente non ami la sua opera e fatichi a trovare tre suoi pezzi da mettere nella mia personale top 1.000.000 (fatica che non faccio con Cocciante o con Tozzi, per fare due nomi che erano ai blocchi di partenza con lui) gli riconosco di aver saputo parlare per quasi 50 anni al POPOLO come pochissimi altri. Voglio dire, Berlusconi ci è riuscito per poco più di 20 anni, Pippo Baudo e Pannella per 40. Lui, con la diabolica astuzia dei preti, lo fa dal 1973, anzi, mi correggo: lo fa duemila anni, e lo farà fino al 2087. E forse cambierà faccia ma sarà sempre lui, perché Renato Zero come La Cosa di John Carpenter sa diventare Ultimo, o Anastasio, o Kekko dei Modà che oggi sono al n.2 proprio dietro di lui. E se avete ascoltato gli ultimi album di MiticoVasco e MiticoLiga, pure loro di questi tempi sono Renato Zero. E Canale 5 è Renato Zero, e certamente la Rai è Renato Zero, e RTL è Renato Zero, e ogni tanto, in tutto questo pontificare il dubbio mi viene: forse pure io sono Renato Zero.

Resto della top 10. Dietro ai Modà con Testa o croce (bentornati! Oh, come mi spiace non parlare del loro album. Oh!) c’è Lazza con l’edizione autunnale di Re Mida. Dietro a questo podio tutto rinnovato continuano le nuove entrate, con Levante al n.4 e Mika al n.10. Rimangono in top ten Ultimo, al n.7 con Colpa delle favole, e il contingente di rapper dal n.5 al 9: gli ex primi in classifica Gemitaiz & Madman, poi Night Skinny, Machete e Rocco Hunt.

Sedicenti singoli. Anche qui c’è una novità al n.1, ed è Gigolò di Lazza e Sfera Ebbasta cui partecipa anche Capo Plaza, però solo in featuring, caso mai si credesse il Capo. Al n.2 sale Dance monkey, della strana australiana Tones and I, che scavalca la ex n.1, cioè l’attuale numero 3 Ancora una volta di Fred De Palma featuring Ana Mena, canzone regina dell’estate – che è FI-NI-TA. Quindi torniamo agli album.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top 10 dei presunti album Massimo Pericolo, Post Malone, Emozioni e Masters vol.2 di Lucio Battisti, Abbey Road dei Beatles. Escono del tutto di classifica i Korn dopo 3 settimane, i Verdena dopo due (una delle quali, passata in top 10) e soprattutto Madame X di Madonna dopo 16 settimane. Che dire: è andata così. Se volete sentirvi ancora più tristi, pensate che Elettra Lamborghini è in classifica da 17 settimane.
Invece, il club degli album da più di cento settimane in classifica continua ad annoverare Hellvisback di Salmo (192 settimane), The dark side of the moon (153), ÷ di Ed Sheeran (136 settimane), Evolve degli Imagine Dragons (120), Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (119), The wall (102). Altri album che fanno ingresso in classifica: Lazza, come Cesare Cremonini, ci ha fatto dono di una versione solo piano dei brani di Re Mida, entrata al n.19. Mentre entra al n.32 Il cammino dell’anima di Angelo Branduardi, al n. 43 il live dei Simple Minds e al n.88 quello degli Helloween. Infine, entrano al n.62 Nick Cave, e al n.90 i Darkness.

Miglior vita. Lucio Battisti ha retto piuttosto bene alla seconda settimana, quella in cui non sei più l’hashtag, mantenendo otto album in top 100; grazie a lui abbiamo in classifica undici dischi di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di regime forfettario. Tra loro, e ormai mi ci sto abituando con rassegnazione, continua a mancare Nevermind. È finita un’epoca. Per fortuna non finisce mai l’epoca dei

Pinfloi. Dopo il confronto televisivo da Bruno Vespa, The dark side of the moon riguadagna consensi e sale dal n.75 al 45, ma anche The wall secondo Il Giornale ha ASFALTATO il rivale alle urne e infatti tra i suoi elettori sale dal n.78 al 74, a dimostrazione che pur tra tante differenze rimangono due amabili piacioni ai quali non rinunceremmo per nulla al mondo.

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

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Seduto sotto un platano dell’aeroporto di Bruxelles, un bicchiere di cognac, 35 morti ai confini di Israele e Giordania.

L’inutile e scorretto articolo su De André

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Parole fastidiose e controverse su un venerato cantautore. Pronunciate, in gran parte, dal venerato cantautore.

Superclassifica 2017: i più – diciamo così – venduti. L’analisona

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APERITIVO

 

(partiamo dal dato meno glamour di tutti, per farvi capire quanto, in questa occasione cerimoniosa, sarò severo e notarile)

 

Le Case. Warner si prende il numero 1 globalone. Sony si prende il resto del podio. Un indipendente (Believe con Ghali) si prende un posto in top 5. Universal sbrana tutto quello che può – a partire dal sesto e settimo e ottavo e nono e decimo posto. Le tre maggiori spazzano parecchio, ma non spazzano tutto: Self figura al n.11 grazie a Coez, Artist First sfoggia un n.17, 18 e 23 (Negramaro, Ermal Meta, Dark Polo Gang), Believe riappare al n.33 grazie a Brunori SAS.

 

 

L’anagrafe. Sopra i 50 anni, solo tre titoli in top 10: Mina&Celentano, MiticoVasco e Jovanotti (per poco). Rispetto agli anni scorsi l’età media si è sensibilmente abbassata, come da esigenza del comparto tutto.

 

 

Sesso! Se si esclude Mina con Celentano (e non so se da sola ce l’avrebbe fatta) c’è incredibilmente una sola donna in classifica tra i primi 20: CristinaD’Avena, e non da sola – con i suoi duettanti. Mi pare sia la peggior performance femminile degli ultimi trent’anni. Okay, non sono uscite Pausini, Emma, Amoroso, Elisa. Quindi siamo fermi a loro? Mmh. Quel che è certo è che al pubblico dell’hip-hop le femmine non piacciono. Si vede che c’è quell’omosessualità latente che tirano in ballo per il pallone.
Calendario alla mano. Al netto delle versioni deluxe con cui sono stati ripresentati, tre dei dischi più apprezzati nel 2017 sono usciti nel 2016 (ed erano tra i dieci più venduti anche nel 2016): MIna&Celentano, Tiziano Ferro, la raccolta di MiticoVasco. Quindi, potremmo dire che solo 7 dischi del 2017 sono in top ten. Ma vale la pena notare che in tutta la top 10, l’unico disco espressamente pubblicato nell’imminenza del Natale 2017 era quello di Jovanotti (e diciamocelo, non svetta). Anzi, l’album più venduto a Natale (ModenaPark di MiticoVasco) è solo al n.14. Deduzione pretaportér: il disco non è stato un regalo di Natale. Oppure, se lo è stato, non è stato tirato su a caso, in fretta. D’altro canto un po’ di big sembrano trovare più conveniente uscire a gennaio e febbraio, mesi più vicini alle tournée.

 

PRIMI PIATTI

 

 

Album più venduto: Divide (per gli amici: ÷) di Ed Sheeran, l’album con cui il gattyno che canta voleva deliberatamente superare le vendite di Adele, e non escludo che ce la possa fare. Era dal 2000 che il disco più venduto in Italia non era straniero (in quell’occasione, la raccolta “1” dei Beatles). Al n.2 i #ComunistiColRolex, seguiti al n.3 da Riki capo degli Amiki, che è pure al n.12 (e in questo la sua doppietta è pure meglio di quella di MiticoVasco). Al n.4 Mina&Celentano, ma ho dei sospetti: Tutte le migliori, la raccolta di quest’anno, non appare nella top 100, e direi pertanto che è stata considerata una versione deluxe dell’album Le migliori del 2016. Non sarebbe la prima volta che viene fatta questa gherminella – la cosa ci svela che le case discografiche tengono alle classifiche più di quanto dicano. Al n.5 Ghali, l’altro fenomeno del mondo teen con Riki – e so che accostarli è una piccola perfidia da parte mia, prometto che non ce ne saranno molte altre in un pezzo in cui sono tenuto a sommergervi di fredda cronaca. Interessante che il Vasco “per tutti” della raccolta Vasco Non Stop (n.8) abbia battuto il Vasco Evento, per di più proposto sotto Natale – e anche su RaiUno – di Modena Park (n.14). Certo, c’è anche il fatto che i dischi dal vivo non piacciono.
Jovanotti al n.7 non è quello che ci si aspettava, no. Lui potrà vantarsi di aver fatto un album diverso, ma ho la sensazione che il singolo primaverile sarà ancora più cuoricioso del tipico singolo primaverile cuoricioso di Jovanotti.

 

Stranieri. Niente americani in top 20. C’è giusto un inglese (Ed Sheeran) una band irlandese (U2). Proprio volendo, ci sono due #aiutiamoliacasaloro (Ghali ed Ermal Meta). I primi americani sono al n.21 (Imagine Dragons), seguiti dai Linkin Park al n.40. In mezzo, tre inglesi (Depeche Mode, Coldplay, Harry Styles). Oh, il mercato italiano è fortemente autarchico: non è una cosa che scopriamo oggi. Però non commentate che è una caratteristica solo nostra perché non è vero: le charts di Francia, Germania, Spagna sono altrettanto impermeabili ai diktat dei megaboss di New York e Londra. Tranne per quanto riguarda i singoli, come vedremo.

 

I SECONDI

 

NonBenissimo. MiticoLiga, solo n.25 – sì, il disco è del 2016, ma pure quello di Tiziano Ferro, e guardate dov’è. Vale anche per Giorgia n.26. Mentre sono usciti nel 2017 Biagiantonacci (n.32) e Gianna Nannini (n.64) (due posizioni sotto The Weeknd, non so se mi spiego). Disastro inenarrabile per The Kolors, i ragazzi-meraviglia di solo due anni fa: niente top 100 per l’album della casa discografica Baraonda di Lorenzo Suraci, boss di RTL 102,5: lecito ipotizzare a questo punto che i 4 dischi di platino si dovevano più a Maria De Filippi e alla televisione che non alla radio. Poi, lungi da me sottolineare come l’ambientino del giornalismo musicale sia alla mercé dello hype, dei rapporti con gli amichetti o della semplice tifoseria personale. Però se solo la FIMI tenesse conto della quantità di amore battente di Coloro Che Ne Sanno, certi artisti sarebbero più in alto di quello che sono: per esempio TheGiornalisti (ancora dove li avevo lasciati l’anno scorso, al n.45), o Levante (n.54), Baustelle (n.56) o Calcutta (n.96). Questo non significa che alcuni caldeggiati non ce l’abbiano fatta: Brunori SAS porta a casa un signor n.33, e con una piccola etichetta. Ma se vi devo dire la verità, Calcutta può pure farmi degli ampi gesti bimani, perché lui in classifica ci è entrato: guardate invece qui sotto – lasciate che vi mostri il Titanic.

 

Rock’n’roll. Non me la sento di includere MiticoVasco o i Negramaro nel discorso, perdonatemi. Parto quindi dagli U2 al n.15. Arrivo a includere gli Imagine Dragons al n.21 – e presumo che i pitchforkiani stiano già abbandonando la sala. Depeche Mode al n.27. Mi spingo a includere Harry Styles al n.35 (tanto quelli sono già fuori dalla sala, giusto?). I Linkin Park al n.40. Dave Grohl coi Foo Fighters al n.82 fa meglio di Dave Grohl venticinque anni fa con i Nirvana: l’immarcescibile Nevermind chiude al n.85. Ma parlando di (N)evergreen, è ovviamente ora di passare ai

 

Pinfloi. The dark side of the moon è al n.55, ed è il vinile più venduto dell’anno. Roger Waters è al n.49, David Gilmour al n.59, The Wall al n.78.
E questi sono gli unici dischi che mi sento di definire rock nella top 100. Niente Kasabian, niente Arcade Fire, niente fratelli Gallagher. Men che meno St Vincent. Sarebbero bastate poche copie, credo, ma l’entusiasmissimo di Coloro Che Ne Sanno Di Musica si ferma sempre davanti ai 9 euro del prezzo dell’album, mentre la devozione degli Gnoranti no. Occupiamoci allora di un genere ben più in salute.

 

Rap Royal Rumble. In top 10, quattro titoli rap – nei quali non includo Jovanotti, con buona pace del disco prodotto da Rick Rubin. Abbiamo il n. 2 di J-Ax & Quellaltro, il n.5 di Ghali, poi Fabri Fibra al n.9 e Gué Pequeno al n.10. Coez rimane fuori per poco (n.11), Caparezza è al n.13 e Sferaebbasta al n.19. Quini Dark Polo Gang n.23, Tedua n.29, Rkomi n.31. Raga, confrontiamo con l’anno scorso, quando avevamo avuto Salmo con un n.13, Marracash & Gué Pequeno n.24, Gemitaiz n.26. Eh, insomma: sicuramente il cambiamento nel conteggio, con l’enfasi sullo streaming, ha fatto un grosso piacere alla scena e alla scenetta – ma non credo sia solo questo. Penso che tutti abbiano fatto un passo importante verso una maggiore fruibilità pop: Fibra, Gué, Coez, Sferaebbasta hanno pubblicato dei singoli che sono stati ampiamente passati dalle radio. Paradossalmente, sono più cantabili i brani rap che non quelli pop: forse personalmente non sono un esempio significativo ma a me i ritornelli di Tiziano Ferro o Riki mica sono rimasti così in mente.

Sanremo. L’anno precedente era stato un disastro. Quest’anno, Carlo Conti passa il testimone a Claudio Baglioni con due album in top 20 (Gabbani, n.16, ed Ermal Meta, n.18). Tuttavia, io rimetterei il Dom Perignon nel frigo, visto che dopo il n.49 di Michele Bravi si scende parecchio ed è legittimo chiedersi quanto il n.63 di Gigi D’Alessio o il n.79 di Samuel o il n.83 di Fabrizio Moro, gente che ha una fanbase piuttosto solida, debbano qualcosa al Festival. Forse ne ha beneficiato il n.38 di Fiorella Mannoia, il cui album uscito nel 2016 non era andato benissimo. Sta di fatto che non vedo nella top 100 i dischi di Chiara, o Clementino, o LaGiusy. Ma è pur vero che con Occidentali’s Karma al n.6 tra i singoli, una vincitrice di Sanremo è tornata nella top 10 delle canzoni, credo sia la seconda volta in questo secolo (l’altro è stato Mengoni con L’essenziale, ma non era conteggiato lo streaming).

 

X Factor vs Maria. Riki terzo, è un bel botto. Ma anche Federica n.24 e Thomas n.37. Da Sky rispondono con i Maneskin n.66, ma naturalmente il programma di Canale 5 ha qualche mese di vantaggio. Non ce l’ha fatta Nigiotti. Come del resto Manuel Agnelli – a differenza di Fedez e Levante.
IL
CONTORNO

 

I cosiddetti singoli. Vince Portorico, grazie ovviamente a Despacito di Luis Fonsi e tutti gli altri che non mi ricordo il nome; al n.2 il Brexit Ed Sheeran con Shape of you, al n.3 Senzapagareeeeeh di J-Ax & Quellaltro, primo singolo italiano. Con Francesco Gabbani (n.6) e La musica non c’è di Coez (n.8) ne sono entrati 3 in top 10, meglio dell’anno scorso, quando sempre J-Ax & Quellaltro erano arrivati al n.5 con Vorrei ma non posto.

 

Doppia presenza in top 20: Ed Sheeran (Perfect è al n.9), gli Imagine Dragons (Believer n.10, Thunder n.12) e i Clean Bandit (Rockabye n.5, Symphony n.15. Se riuscite a distinguerle). Solo n.23 Riccione dei TheGiornalisti: un po’ è perché YouTube non conta, un po’ perché la Carosello evidentemente non stressa abbastanza Spotify, un po’ perché il cordiale nazismo delle playlist è fatto per spammare le nostre vite di poppetto globale. Perché non ditemi che Swalla (n.29), Me rehuso (n.31) e Paris (n.33) sono dilagate nel Paese più de L’esercito del selfie (n.35).

In generale. Direi che è stato un anno molto (troppo) reggaeton, anche italiano. Piacciono molto, mio malgrado, i featuring (11 in top 20). Meno brani di provenienza europeo-continentale, che invece avevano conosciuto una breve stagione di fortune per i generi EDM e pop . Ah, ovviamente l’album di Luis Fonsi, nell’altra classifica – beh, non se ne parla nemmeno.

 

 

IL DOLCE
Vinili! Tra i primi venti, solo album delle tre major.
Primo dei vinili, non ridete, The dark side of the moon. N.2, Roger Waters, primo dei dischi – ehm – nuovi. Al n.3 (ah, non posso tollerarlo) Wish you were here DAVANTI a The wall, quarto. Al n.5 il primo album italiano, Le migliori di Mina&Celentano. Seguono Back in black di Amy Winehouse, poi i Nirvana ma non con Nevermind (n.15) bensì con Unplugged in New York, quindi Led Zeppelin IV, i Masters di Lucio Battisti, e al n.10 Caparezza.
Ed Sheeran tra i vinili è solo al n.13.

 

L’AMARO

 

Miglior vita. In calo, forse anche per la legge dello streaming, la quantità di album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di sacchetti bio. Li guida Lucio Battisti al n.36. Nessuno di loro appartiene al club dei defunti del 2016; solo i Linkin Park grazie a Chester Bennington, rientrano nel piccolo club del 2017. Ma possiamo dire che sarebbero entrati in top 100 comunque. La morte non ci piace più come una volta.
Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Tornando a quei 220mila possiamo a questo punto avanzare l’ipotesi che lailalalailalalai, li abbia fatti godere.

Il problema con Battisti

Il problema con Battisti

Esce Masters: Lucio Battisti diventa digitale. Ma può Battisti diventare qualcosa di nuovo, e arrivare a nuovi italiani, se in vita non è arrivato fuori dall’Italia?

Polemistan 4 – Le migliori polemiche dell’agosto 2017

Polemistan 4 – Le migliori polemiche dell’agosto 2017

Per quasi tutto il mese ho temuto. Non c’erano polemiche.

Il che mi suscitava pensieri infelici: forse che i motivi per le polemiche, coi polemisti in vacanza, non esistono? Forse che l’universo, quando si abbassa la guardia di chi vigila, si mette a rigare dritto perché in realtà l’universo è un narciso che reclama attenzione? Tormentato e atterrito, mi chiedevo se soffermarmi nuovamente sugli spasmodici dibattiti sulla grassezza di Mariah Carey. Potevo davvero ridurmi così? (beh, sì) (ma il resto dell’articolo?)

Ma poi, sul finire del mese, che splendore. Guardate solo gli ultimi due giorni. Rovazzi accusato di aver plagiato – per la canzone che accompagna lo spot delle Big Babol – un brano del 2012 de I Mostri, Questa è la mia città. I due pezzi si somigliano parecchio. Certo, se sul pezzo dei Mostri cantate “Essere o dover essere, il dubbio amletico”, somiglia anche a un’altra roba. Devo confessare una cosa: sui plagi io sono incautamente garantista. Perché se il pop e il rock stanno riducendo drasticamente il numero di note – per l’entusiasmo dei produttori, dei critici e dei likethistrythat sparsi ovunque – temo che sia inevitabile un futuro di canzonette tutte uguali, tendenti alle due note (perché 3 saranno considerate “ampollosa magniloquenza prog”) e di opinionisti deliziati dal sottile citazionismo. Intendo dire che se si stabilisce per tacito accordo che nel vocabolario italiano ci sono troppe parole, e in fondo si può comunicare con molte meno, tipo 200, gradualmente tutti diranno cose che si somigliano smaccatamente, e niente zio, cioè ciaone, tipo che la gente stammale, e quindi bene ma non benissimo, però LOL.

Mi sembra strano – in effetti, mi sembra fin troppo bello – che nello staff di Rovazzi qualcuno abbia sentito la canzone de I Mostri, ma in fondo che ne so. Mancano le prove. Certo, non è mai un vero argomento contro una buona polemica. Per esempio: Niccolò Fabi smentisce il suo addio alla musica, voce circolata in seguito a un’intervista a Roberto Pavanello de La Stampa. “Non fidatevi dei titoli”, conclude Fabi. Il titolo dell’articolo è “Per Lulù trasformo il dolore in una festa che fa del bene”. Non mi sembra equivocabile. O è stato cambiato? Non ho le prove, e anche se mi pare di capire che Pavanello tiene alla Juve, sarò garantista pure per lui. Ma parlando di processi, eccone uno.

Inseguendo una libellula in un prato, Giulio Rapetti in arte Mogol vuole 8 milioni di euro dalla vedova e i figli dell’amico Lucio, e il tribunale gli ha dato in parte ragione, condannando la società della famiglia Battisti a pagargli 2.651.000 euro; lui intanto ha chiesto il pignoramento dei beni della società, che si chiama Acqua azzurra (“Nei tuoi occhi innocenti posso ancora ritrovare il profumo di un amore puro”). La cosa curiosa è che la polemica non c’è stata. Vedete, per generare una polemica danzante, uno dei due contendenti dev’essere più simpatico dell’altro. In questo caso quello simpatico è morto. Forse il grosso degli opinionisti è più dalla parte di Mogol, ma sospetto che dipenda dal fatto che la sua vittoria significherebbe l’approdo dei successi battistiani a YouTube, Spotify e compagnia streamante. Per capirci, un anno fa su Repubblica una lettera aperta di Gino Castaldo a Grazia Letizia Veronese la accusava: “Le canzoni di Lucio Battisti, fosse per Lei, dovrebbero scomparire, non essere cantate da altri, non raccontate, non esaltate come meritano”. Questo è un punto interessante. Sono sparite, le canzoni di Battisti, per il fatto di non essere sulle piattaforme? Sono meno valorizzate? Dobbiamo rimpiangere che non ci sia una Fondazione Battisti come la Fondazione De André e la Fondazione Gaber? Le giovani generazioni – per le quali indefessi ci battiamo – sono cresciute in anni anabattisti: questo ne spiega le difficoltà? Mi sbilancio: le canzoni di Battisti, sottratte alla conta dei clic, sono invece rimaste anche se come i libri di Farenheit 451, raccontate da tutti noi a modo nostro, chi citando una strofa in un post, chi mandando un brano per radio, chi ascoltando vetusti supporti da solo o in compagnia della progenie. Io do soldi a Spotify e sono contento che esista, ma il mio interesse di naturalista tifa per la diversità delle scelte della vedova Battisti.

In fondo tutto quanto, là fuori, è una battaglia contro la povertà. Taylor Swift per esempio ne conduce una contro quella dei suoi fan, dando loro incentivi per diventare più ricchi: chi può permettersi di spendere più soldi nel suo merchandising avrà più possibilità di vederla in concerto. A me sembra tutto coerente, le popstar non sono vostre amiche e vogliono quel danaro che siamo così stupidi da non impiegare in modo più verosimile. In ogni caso la posizione di reproba che le è stata assegnata pare aver portato qualche punticino a Katy Perry, dopo che la faida tra le due è stata rilanciata con entusiasmo nel nuovo video Swiftiano, con tanto di imitazione. Ma naturalmente stiamo parlando dei neutrali: una popstar è come una squadra di calcio: nun se discute, se AMA. Forse quindi non amiamo Rita Pavone? Cinquant’anni dopo che Umberto Eco, smaccatamente invaghito, pindareggiò su di lei?

“Il fascino della Pavone stava nel fatto che in lei quanto sino ad allora era stato argomento riservato per i manuali di pedagogia e gli studi sull’età evolutiva, diventava elemento di spettacolo”. (da “Un mito generazionale”, ne La canzone di consumo, 1965). Nel 2017, Rita Pavone è una signora – incidentalmente, juventina – che probabilmente giudica Salvini stupidamente moderato e ritwitta da Lugano, Switzerland, chiunque abbia da ringhiare contro africani e musulmani. Questo, oggi, diventa guardacaso elemento di spettacolo – specie nel momento in cui è tra i tanti che ritwittano la bufala sugli ambulanti eclissatisi dalla Rambla prima della mattanza di Barcellona. Ma se per Rita la Zanzara una modalità (credo involontaria) per rientrare al centro dello spettacolo è inveire sui social contro i negri e la Boldrini, allora a maggior ragione si capisce perché lo faccia Salvini. O Paolo Giordano del Giornale.

Che poi la cosa buffa è che più di un amico mi ha scritto “E dire che sembrava il più sensato fra i tre tromboni”, con riferimento alla crema cremosa dei quotidianisti che danno il loro contributo ad Amici di Maria De Filippi. Forse però se uno scrive per un quotidiano che ogni giorno sbraita contro i luridi buonisti, alla fine è difficile che non sia allineato, no? Anche in tempi in cui anche da (pardon) sinistra siamo tutti invitati a non sputare nel piatto dove mangiamo per quanto sia cucinato in modo rivoltante. Io mi limito a soggiungere che Giordano è juventino (ma lo dico così, eh). E che gli insulti cui è stato sottoposto in difesa della Boldrini sono sconcertanti quanto il suo post originario. Ma mi allarmano anche quelli che gli dicono “Torni a occuparsi di musica”. Preferisco si occupi della Boldrini.

Che poi, di politici di rango ne sono rimasti pochi, e di rado gli artisti riescono a fidarsi di loro. Per fortuna ci sono eccezioni come Lenny Kravitz.

Uno che la politica se l’è portata a letto è Gué Pequeno. Però non credo si possa dire che c’è stata polemica nei suoi confronti in occasione del video in cui si trastullava con il suo pirulino pensando che a vederlo fosse solo la sua amica. Per me lo scandalo è che non sia saltata fuori l’identità di lei. Non credo sia la Boldrini, né Rita Pavone.

Chiudo con altre polemiche che non ce l’hanno fatta: 1) Ryan Adams che definisce Josh Tillman/Father John Misty “il più grande stronzo presuntuoso sulla faccia della terra”. Mi sembra una valutazione esagerata dell’importanza di Father John Misty. 2) uno o più babbei in platea per Richard Ashcroft che rivolgono insulti omofobi a Perfume Genius al TODays di Torino. Che poi fatemi il piacere, siete fan di Ashcroft, mica di Axl Rose. 3) Vacchi che balla, Vacchi che fa un dj set, Vacchi che fa cose. 4) Rihanna grassa. Ah, ma su. L’ennesima wannabe che vorrebbe essere Mariah Carey.