Tag: Loredana Berté

The great tormenton swindle

The great tormenton swindle

Tempo di mettere ordine sull’italico bagnasciuga.

Sono stato in Corea con FabrizioMoro, AchilleLauro e MassimoPericolo – ClassificaGeneration, Stagione III Ep. 13

Sono stato in Corea con FabrizioMoro, AchilleLauro e MassimoPericolo – ClassificaGeneration, Stagione III Ep. 13

Mainstream, non startene lì impalato. Dì qualcosa. Di sinistra. O di destra. O di sud-est.

Senza padri da uccidere. ClassificaGeneration, Stagione III Episodio 7

Senza padri da uccidere. ClassificaGeneration, Stagione III Episodio 7

Mahmood sempre n.1 tra i singoli. E da questa settimana, anche tra gli album. Con Gioventù bruciata che è tipo Windows, il disco che continua ad aggiornarsi anche di notte, anche a tradimento mentre lo ascoltate. Pubblicato il 21 settembre 2018 dalla Universal come EP con 5 canzoni (e NON c’era Gioventù bruciata), è stato ristampato il 30 novembre (stavolta con il brano eponimo), poi il 6 febbraio con l’aggiunta di Soldi, quindi il 22 febbraio è diventato un album da 11 tracce (facciamo 10 e mezza), e non credo che sia finita – vogliamo negarci una quinta edizione, la deluxe?
Con tanti rilanci, aggiungere i miei pensierini al mare magno di recensioni già uscite sarebbe vano (agg), inconsistente (agg.), inane (agg.), inutile (agg.), inefficace (agg.), infruttuoso (agg.), sterile (agg.), nullo (agg.), vacuo (agg.), superfluo (agg.), leggero (agg.), superficiale (agg.), frivolo (agg.), orgoglioso (agg.), arrogante (agg.).
Però una cosa la voglio dire. Non so se qualcuno ne ha già scritto.

Gioventù bruciata contiene la Gioventù nel titolo – e la Giovinezza in quanto primavera di bellezza è un concetto che tutti gli uffici marketing della nazione stanno spingendo come fossero diretti da Mussolini in persona (in alcuni casi non si apprezzerebbe la differenza). Ma c’è una declinazione importante e seminascosta del tema. Ovvero: Mahmood in metà dei brani affronta un tema presente anche in Ultimo e in Irama (…l’arco parlamentare completo) e tanti altri coetanei. Parlo della società senza padre teorizzata nel 1963 da Alexander Mitscherlich (tedesco, perciò non illudetevi, non c’è molto di lui on line) (…la gente che non è nata a Londra, cos’aveva nel cervello?).
Che Soldi sia dedicata al padre assente (e assentatosi) di Alessandro Mahmoud è stato ampiamente reiterato; ma faccio notare che lo sono pure Mai figlio unico e Il Nilo nel Naviglio (secondo alcuni esegeti, anche Asia Occidente, ma non ne sono certissimo).

Ora, cosa dicano le ragazzecantanti dei padri, in questo momento non lo so: l’Italia non è interessata ad ascoltarle. Non posso farci nulla. Mi limito a farlo notare, che forse è già farci un microqualcosa. In compenso tra giovani maschi, pare non si parli d’altro. Anche la fan base di Ultimo si vede raccontare rapporti sofferti coi babbi. “Lei che dice vorrei render fiero mio padre, tu invece piangevi per averlo incontrato, per averlo incontrato” (Le stesse cose che facevo con te). Oppure “Mi parli di tuo padre, quanto è stronzo a cena, che quando parli non ti guarda e non pone il problema” (Cascare nei tuoi occhi). O anche “Io lo capisco che a volte ti manca tuo padre, io nei tuoi occhi lo leggo, vorresti avere avuto un Natale”.
E caso vuole che Irama snoccioli “Non hai fatto l’università perché odi tuo padre” (Stanotte) ma soprattutto, in La ragazza col cuore di latta, “A scuola nascondeva i lividi, a volte la picchiava e le gridava: soddisfatta? Linda sentiva i brividi quando quel verme entrava in casa sbronzo e si toglieva come prima cosa solo la cravatta”. Poi, Irama ha occasione di confrontarsi col padre in un brano che si chiama Rockstar (da non confondere con Rockstar di Sfera Ebbasta) (da non confondere con Rockstar di Post Malone) (…quanta creatività giovane, vero?). Rimarchevole il video di Non ho fatto l’università, in cui il padre di lei fatica ad accettarne l’inesauribile freschezza giovanile. Mentre nel video di Bella e rovinata è all’ultimo stadio del puritanesimo, ma tipo la mamma di Carrie di Stephen King.

Bene. Come sempre tocca fare quando si pontifica, la parte centrale viene dedicata all’insorgere delle prime obiezioni.

“Ehi, anche Springsteen ha scritto del padre un sacco di volte” “E che dire di Sting?” “E Robbie Williams!” Lo so, lo so, aggiungete pure nomi, arriviamo fino a Jovanotti – anzi, di più, a Venditti, oltre il quale ogni nome impallidisce. Proprio come il brano sul diventare padre, anche il brano sul proprio padre è una casella ineluttabile per chiunque scriva canzoni, il Vicolo Stretto inevitabile per chi li segue. Ma mi permetto di riscontrare, quanto meno, un affollamento non ovvio di brani che in questo periodo vanno a parare lì, che sono figli (pardon) di una questione che probabilmente è nell’aria: il padre assente, vuoi perché s’è dato, come in Ricchi dentro di Ghali (“Mio padre era un grande farabutto, mia madre per crescermi ha fatto di tutto”), vuoi per sciagura come per Gemitaiz o Sfera Ebbasta (“Tuo padre i soldi ce li ha, io un papà non ce l’ho, no! no! no! no!”). La generazione precedente di cantanti e di rappusi aveva un rapporto irrisolto col padre – ehi, chi non ce l’ha? – ma se tutta questa gioventù sta cercando davvero di dirci qualcosa, è che l’uccisione freudiana del padre non è nemmeno un’opzione. Perché 1) non c’è 2) c’è ma sta ascoltando Lo Zoo di 105 3) c’è ma si sta fotografando il bigolo per mandarlo a quella che gli fa i tatuaggi 4) c’è ma sta recitando un purulento monologo tratto da Michele Serra, al termine del quale Anastasio griderà delle robe che devono essere significative perché caspita, le grida molto forte 5) sta tentando di farti fuori anche lui.

Resto della top 10. Al n.2 entra Il Volo, sui quali vale la pena di soffermarsi. Ok, fatto. Passiamo al n.3, dove è sceso Peter Pan di Ultimo – cosa che permette di avere un intero podio sanremese sul podio degli album, credo non sia mai capitato mai, no mai, oh mai. Al n.4 entra Distance over time dei Dream Theater: n.1 in Germania e n.3 in Olanda e n.12 nel Regno Unito. Che capacità ormai storica di risultare indifferenti ai media, vero? In top 10 anche A star is born (n.5), Salmo, di nuovo Ultimo (con Pianeti, n.7), Irama, e grazie a una provvidenziale statuina, rientrano due album dei Queen (Platinum collection n.8, Bohemian rhapsody n.10). Escono dalla top 10 Ariana Grande, Avril Lavigne (dal n.6 al 43), Marco Mengoni, Federica Carta (dal n.3 del debutto al 13) e soprattutto Paranoia Airlines di Fedez, dal n.5 al 23 dopo cinque settimane.
…Lo so, lo so. Sbagliati i singoli? Sbagliato disco? Sbagliato Movimento? Sbagliato matrimonio? Sbagliato divorzio (da J-Ax)? Semplicemente finito il ciclo del prodotto? Forse un po’ tutto. Ma lungi da me darlo per finito: ci sta mettendo un po’ a riposizionarsi, ecco tutto.

Altri argomenti di conversazione. C’è un’altra faccia di Sanremo, diciamo. Ex-Otago giù di brutto dal n.37 all’82. Shade dal 12 al 29. Nigiotti dal 15 al 26. Einar dal 24 all’85. Arisa dal 22 al 60.
Poi, la classifica FIMI separa le colonne sonore miste da quelle di un solo autore (due, nel caso di Lady Gaga e Brandon Cooper, che ci stanno facendo sognare). Ma la classifica di Billboard che non le separa fa ci parla di quattro colonne sonore in top 20 (al n.14 c’è quella dell’ultimo Spiderman) e le UK charts mettono in fila tre colonne sonore dal n.2 al n.4: The greatest showman (quando è uscito, quattordici anni fa?), A star is born, Bohemian rhapsody. QUESTO, le serie tv non lo stanno ancora facendo.

Argomenti di conversazione aggiuntivi (conto sul fatto che dobbiate sobbarcarvi molte cene e aperitivi). Disco più longevo, ovviamente Hellvisback Platinum di Salmo per la 160ma settimana in classifica, e in salita al n.56. Lo segue The dark side of the moon con 121, nonché Divide di Ed Sheeran con due anni esatti di permanenza. Sempre solo tre album sopra le cento settimane, ci vorranno tre mesi per capire se uno tra Imagine Dragons e CarlBrave x Franco126 si unirà al club dei centenari. Escono invece di classifica la raccolta di Briga, Dani Faiv, l’EP di Anastasio (10 settimane), Mina (12 settimane), Roberto Vecchioni (15 settimane), Ensi (dopo tre settimane) (mi spiace scriverlo, è un bravo guaglione).

Ulteriori spunti per stupire i colleghi alla macchinetta del caffé e gli amici al baretto. La beatificazione di Mia Martini si ferma al n.27 con l’ingresso di Io sono la Mia musica. La bertificazione della classifica invece può contare sul n.14 di Liberté (in salita) e l’entrata al n.62 di Streaking, ristampa di una serie di foto di Loredana Berté nuda alle quali nel 1974 furono aggiunte pretestuosamente delle canzoni. Le sorelle Berté, loro sì che avevano qualcosa da dire sul padre, davvero. A margine, mi aspetto molto traffico su aMargine grazie alla stringa “Loredana Berté nuda”, magari poi lo riscrivo. Tornando alla classifica dei presunti album, Offset, componente dei (voglio vedere se lo sapete) entra al n.63 (soluzione: Migos) e si piazza alle spalle di Loredana. Colgo il destro per sfoderare una prestigiosa barzelletta parzialmente razzista degli anni 80; per non propalarla ne taglierò una parte e dirò solo che iniziava con le parole “Ehi Disgiòghei, metti un disco di Loredana” e si concludeva con le parole “Ber me, Berté, ber duddi noi!” Sì, erano anni frastagliati, eppure v’è chi dice che erano i migliori anni della nostra

Miglior vita. Sette album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di padri di DiBattista. E sempre a proposito di padri, ricordiamoci di quanto ha scritto sul proprio padre, che non ha mai conosciuto, il capo dei

Pinfloi. The dark side of the moon oscilla dal n.48 al 50, mentre The wall scende sensibilmente dal n.76 all’89, e se lo avessimo saputo prima ci saremmo risparmiati le primarie del PD, che esprimono un risultato analogo. Bene. Qui, per premiarvi di essere rimasti così a lungo al mio gazebo, penso che metterò quelle foto di Loredana Berté nuda.

Radio Italica

Radio Italica

Un po’ di quote vere: come stanno le cose tra musica italiana e radio italiane.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

Presunti album, sedicenti singoli, ascolti radio, concerti, persino i vinili perché sapete, sono tornati di mo- ah, ma andiamo.

TheClassifica 77 – Generazione LauraPausini

TheClassifica 77 – Generazione LauraPausini

Uno, ex Foglio, ora in area Sole24Ore, che piazza un mirato citazionismo tranchant: “It’s islam, stupid”.
Un altro, sempre sotto il Sole – però la radio, che piace molto a sinistra – che twitta che i cristiani non hanno mai sparato a nessuno.
Uno sull’Unità – uno importante, che aveva un ruolo grosso nel partito – che scrive che Emergency è un’organizzazione di appoggio ai terroristi.
Quel giornale là, sempre fresco come la menta piperita, che titola Bastardi Islamici. E il governatore della regione più industriosa e illuminata eccetera, uno indagato per aver fatto avere incarichi pubblici all’amante, che retwitta: “Sintesi perfetta”.
Giletti che dice che abbiamo perso la nostra identità.
Giletti.
I moderati che, dolenti, chiedono scusa alla Fallaci (sì, scusa). Gli orgogliorabbiosi che tuonano che certo che aveva ragione lei, è ora che tutti difendiamo la nostra civiltà sparando e bombardando – civilmente (come si è sempre fatto). Beninteso, quelli che vendono i suoi libri precisano che Oriana “era una di noi”. Quando si viene a sapere che è morta una ragazza italiana, anche lì saltano fuori quelli che “era una di noi”. “Okay, però anche una di noi”. Appaiono immancabili pagine su facebook: “Una di noi”. Quando si appura che sono morti un giornalista musicale, tre discografici e un addetto al merchandising, è ovvio che sono “Cinque di noi”. E il pubblico “potevamo essere noi”. Ma salve.
Liberation che parla di Generazione Bataclan. E quanto piace. Tanto che, a ruota, la Rai e Sky e La7 e LaStampa parlano di Generazione Bataclan, e un giornalista apre la immancabile pagina facebook. E parte subito, in un tripudio osannante, l’hashtag, l’HASHTAG.

Ebbene, magari qualcuno potrebbe trovare tutto questo sconsolante. Io invece sono ammirato e approvo: è la tattica migliore. Fargli capire che non è nemmeno il caso di venire da noi a farsi saltare.

E dove ci porta tutto questo? A Laura Pausini al numero uno.

(…e voi mi venite a dire che la classifica degli album venduti non rispecchia questo Paese)
(cosa volete che vi dica, allora probabilmente sono fortunato e continuo a pescare dei jolly)

“Si dice: hai voluto la bicicletta.
A me invece della bicicletta hanno dato una Ferrari. Ed è dura da guidare”.
(Pausa the Great and Terrible)

Del suo disco si è parlato poco, e c’è qualche motivo. La farò breve, perché forse sapete già cosa è successo – oppure essendo una cosa per addetti ai lavori non la trovate interessante (beati voi, che potete).
Trovandosi a Miami per fare da giudice in un talent a fianco di Ricky Martin e Alejandro Sanz, ha dovuto presentare il disco da laggiù. Così ha invitato in Florida un piccolo numero di Amici giornalisti. Alcuni di detti Amici, desiderosi di attenzione e ostentazione come chiunque, si sono selfati sul bordo della piscina dell’Hotel Delano (aka quello che costa un botto). I giornalisti non Amici non l’hanno presa bene. E l’hanno buttata in deontologia.
(“Deontologia”) (dovrebbe essere qualcosa di positivo, ma notate anche voi come nel nome ci sia qualcosa di bizzarro) (di dentistico, o paleontologico) (avete presente il finale di Jurassic Park, quando arriva il deonte)
Sta di fatto che in un ambientino afflitto da dolori deontologici, i giornali degli Amici hanno virato verso una certa freddezza per dimostrare imparzialità. Altri, notando un po’ di nanismo, si sono improvvisati giganti. Un colossale peracottaro desideroso di attenzione e ostentazione come chiunque, ha scritto una recensione volgare quanto cretina; ed è vero che l’ha scritta sul giornale degli haters, ma è stato una sorta di segnale: del disco della Pausini e della sua evoluzione come artista si è parlato molto poco. Anche stavolta. Con buona pace di un album in cui sono coinvolti Jovanotti, Antonacci, Sangiorgi e Agliardi.

Va detto però che anche se lo avesse prodotto Daniel Lanois, l’attenzione come artista ormai Laura Pausini l’ha persa da tempo, e su questa cosa farebbe bene a ragionare.

“Il nuovo arrangiamento de La solitudine è stato fatto da Ennio Morricone.
Il Maestro mi ha sorpreso, dicendomi “Ah, la conosco, è quella del Marco”.
(conferenza stampa 2013)

Curiosamente, Simili, per quanto il titolo abbia generato tra i giornalisti (quelli rimasti in Italia) la facile gag “Ma anche tutti gli altri dischi, erano SIMILI – ahaha”, è forse il suo album migliore insieme a quello di debutto.
Ciò potrebbe a sua volta generare tra voi la ancora più facile gag “Non ci voleva poi molto”.
E spezza il mio cuore già esulcerato ammettere che non avete tutti i torti. La Pausa avrebbe dovuto essere Mina, ma non è successo. O meglio: lo è stata, anzi forse è salita dove Mina non è mai stata: i Grammys, San Siro, Miami. Ma senza realmente prendersi la sua epoca sulle spalle come ha fatto Anna Mazzini da Cremona. “La tengo como todas”, la famosa frase detta in accappatoio e null’altro, è emblematica. Perché è una frase riduttiva. Sì, hai voluto dire “Sono una come voi”. Ma lo hai detto nel modo sbagliato: se posso osare, nessuna donna ce l’ha come un’altra donna. Ma al di là dell’individualità negata, stai ribadendo anche il più annoso dei tuoi problemi: un approccio vocale terribilmente esente da sessualità. La sua voce è tuttora quella di una ragazza che alza il volume per farsi sentire.

“Ogni tanto mi viene da cantare con altri stili, ma non è quello il mio istinto, non sono una cantautrice e non parlo come un autore colto. Canto come magno. E siccome magno tanto, canto pop”.
(Conferenza stampa 2013)

È stata importante, lo è tuttora; ha una dimensione internazionale cospicua. Ma nonostante la determinazione, la potenza vocale, i collaboratori, la personalità, la carica personale (se ci si mette, molti di voi non lo crederanno, è simpatica – ancorché dotata di quella logorrea romagnola che non fa prigionieri), e Armani e i Grammy e San Siro e Miami, quel salto di qualità non è mai avvenuto. Mi dispiace veramente. E non capisco cosa avessero quelle della generazione precedente – da Mina a Loredana Berté passando per Vanoni, Pravo e forse, per qualche anno, Rettore – per salire lassù e scandire i loro decenni non con il personaggio, ma con le loro canzoni. Se per milioni di persone Laura Pausini è ancora quella del treno delle 7 e del banco vuoto, qualcosa non ha funzionato: è come se Gianna Nannini fosse sempre stata quella di America. Mi chiedo perché per i maschi questa involuzione non si sia verificata: in fondo, dagli anni 90 a oggi un bel po’ di cantori del loro tempo li abbiamo avuti: sempre e comunque Jovanotti, MiticoLiga, Pezzali (e Repetto, e Repetto!), gli Articolo 31, Tiziano Ferro, Fibra, Giuliano Sangiorgi, temo anche l’esecrando Coso dei Modà, ma anche Bianconi dei Baustelle (e mi fermo perché non ho tempo e ce n’è una caterva, ma se volete propormi nomi, io li aggiungo).

Viceversa, lei, Giorgia, Irene Grandi, Carmen Consoli, Elisa, ma – mi voglio rovinare – pure Anna Tatangelo, che aveva le credenziali trashone, non sono riuscite a scalare la montagna. Un po’ come le attrici di Hollywood degli ultimi vent’anni: non reggono il confronto con la leva calcistica delle Katharine Hepburn e delle Bette Davis.
Non so quanto sia colpa loro o colpa del pubblico, però. Perché in fondo ci hanno provato. Chi più, chi meno. Io non credo che si possa dire che La Pausa non ci ha provato. Per quanto poteva. Perché la verità è che in lei come in Antonacci c’è l’intima convinzione che alla working class non gli si debba complicare la vita.
(Jovanotti e Ferro, per dire, questa paura non l’hanno mai avuta) (Pezzali a un certo punto l’ha avuta – e infatti, ha iniziato a perdere consistenza)
E comunque, oh. La ragazza che strigliò Pavarotti. La prima donna italiana a riempire gli stadi.
I Grammy.
Miami.
…Laura, una di noi.

Ma basta con la Pausini! Manco fosse DeGregori. Il resto della top ten. Al n.2, DeGregoricantaDylan. Al n.3 risale Il Volo, prendendo il posto di Max Gazzé che scende al n.6. Tra i primi cinque vi segnalo anche i Negramaro e Gianna Nannini. Mi verrebbe da dire che la top 5 ha una larga maggioranza di enfatici. Chiudono la prima decina, Benji & Fede, Andrea Bocelli, la raccolta 1 dei Beatles, la raccolta TZN di Tiziano Ferro.

Escono dalla top ten. I 5 Seconds Of Summer, nonostante la (o a causa della) apparizione a X Factor e le interviste a 105 e Rtl 102,5, scendono al n.15. Umberto Tozzi declina dal n.9 al n.28. Ah, ditemi se non è fatto a capocchia, questo mondo

Entrate pure. Bob Dylan, con le Bootleg series 1965-1966 entra al n.11; Little Mix (continuano ad avere il loro little seguito, devo dire) entrano al n.20. Ellie Goulding al n.22. Romina Falconi al n.38, i Calibro 35 al n.65.

Sempre lì, lì nel mezzooo. X di Ed Sheeran compie 72 settimane, ma perde 14 posizioni ed è ora al n.59. Ariana Grande (60 settimane) scende dal n.43 al 49. Compie un anno la raccolta dei Modà, proprio mentre un altro album, anche scendendo dal n.65 a un non lontanissimo n.68, supera i dodici mesi di permanenza in top 100: The endless river dei…

Pinfloi. The dark side of the moon perde dieci posizioni e va al n.43 – e chi ti trova, al n.44, manco a farlo apposta, veh? The wall, che perde anch’esso terreno, dal n.38. Recessione anche per Wish you were here, dal n.47 al n.55. Come se non bastasse, a causa di un’evidente campagna denigratoria della quale sono probabilmente correo, la stupida raccolta A foot in the door scende dal n.88 al n.84. Meddle, pur contenendo il pezzo che fa tum-tutum-tutum-tutum-tutum, e pur costando 11 euro su Amazon, non conquista like né retweet né pageview, e dispero di vederlo anche solo al n.100, dove c’è invece Selena Gomez.

Miglior vita. Sette immortali in classifica, guidati da Amy Winehouse con Back to black, n.48. Da non confondere con Back in black degli AC/DC, n.87. Che comunque non rientra nella categoria, perché sì, Bon Scott è lassù anche lui, ma la voce degli AC/DC è Brian Johnson. E siate realistici, una volta.

Gosh. Dopo una sola settimana, i Def Leppard sono già usciti dalla classifica, e va beh. Permanenza di sole cinque settimane per In dream degli Editors. Ma è quasi oltraggioso vedere Cristina D’Avena uscire dalla top 100 dopo una settimana. Tra l’altro è sostanzialmente l’ultima rimasta della un tempo feconda scuderia RTI, che a suo tempo pubblicò Mina e Celentano, e convinse Mina e Celentano a incidere MinaCelentano. Ma d’altro canto erano anni in cui il discografico in questione comprava Gullit e Weah, e altre persone. Where have all the good times gone, Cristina.