Tag: Led Zeppelin

Charlie Was

Charlie Was

Charlie Watts su un pianeta non suo.

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

Non è più un disco normale, è un’entità trascendente. Ha seppellito tutti i suoi simili: è l’highlander degli album rock. Ma che ci fa ancora qui?

In Italia, al potere c’è un 40enne conservatore e maschilista. È il rap.

In Italia, al potere c’è un 40enne conservatore e maschilista. È il rap.

Quarant’anni fa come eravate? Un po’ diversi, no? Magari non c’eravate nemmeno.

Bene. Anche il rap era un po’ diverso. E anche se continua astutamente a darsi arie da supergiovane (tipo quelli coi pantaloni aderentissimi) ha 40 anni, e non è più riconducibile al ragazzo che fu. Contestare questa evidenza, per quanto mi riguarda è anche un modo sottile di mancargli di rispetto, di negare la sua capacità di rispecchiare una società che è cambiatina anche lei. Poi, nessuno dovrebbe essere così naif da non sapere che la retorica del rap ribelle e ipergiovane porta montagne di danari alle multinazionali che ora come ora campano di rap (più i rispettivi Ed Sheeran, uno-due a testa per ogni major). Porta danari ai brand che lo hanno affogato nei soldi fino a renderlo mestierante quanto certi comici che grulleggiano su Mediaset. E certamente ne porta a qualche giovane di periferia (americana o italiana o francese) che ha così poco da dire da trovarsi a riempire quel nulla ripetendo in ogni suo pezzo ROLEX LAMBORGHINI TROIE VI SPAKKILKULO FROCI SONO IL RE AHAHA VIVA LA DROGA. Sto dicendo che sono tutti così? Ma non rompete. Sto dicendo che non è evitabile che se ne presentino un sacco, di tipi così, proprio come in politica. Sto dicendo che per sessant’anni, quando arrivava un cantante pop ed era palesemente immondo, si poteva dire “Cospetto, egli è invero immondo” – senza che qualcuno dicesse “Sei vecchio e non capisci” (…che è un modo sottile di distinguersi per chi invece è certo che ci siano cose da capire, ed è quindi implicitamente un po’ più giovane). Sto dicendo che se un trapper piace alle moltitudini come un neomelodico negli anni 00 o qualche ebete da reality show negli anni 10 o qualche ministro irriverente adesso, proprio come in quei casi, magari il personaggio è significativo, ma non necessariamente rilevante.

La grottesca vicenda di Anastasio forse avrà il merito di sollevare l’attenzione su una cancrena che blocca l’hip-hop da anni – e la vecchia guardia lo sa benissimo, e da un po’ aveva iniziato a esprimere il suo disagio ad alta voce o in codice, pur dovendo fare i conti col rischio tangibile di essere spazzata via, perché quasi tutti i big sanno (spesso per esperienza diretta) che appena si alza un po’ l’asticella i tre quarti del loro pubblico fuggono altrove. Incidentalmente poi la vicenda in sé rivela anche un aspetto singolare, tardo-romantico e tragicomico della Sinistra italiana, quello di considerare “i giovani” come un’entità leggiadra e generosa. Salvo poi, quando ce li hanno in casa, etichettarli come Gli sdraiati (cfr. Michele Serra), finendo però per incolpare prima se stessi (autocritica marxiana) e poi la maledetta società (esigenza riformista).

Se avete seguito l’impagabile crescendo, saprete che poche ore dopo l’articolo di Elia Alovisi sui like di Anastasio a Casa Pound hanno iniziato a fioccare i tweet che

1) sospettavano il COMPLOTTO per non farlo vincere, oppure
2) dicevano: “Fascista?? Impossibile! Gli piace FABER” (…come a un famoso Ministro Capo dell’Italia),
3) si dicevano sotto choc alla sola idea che un rapper potesse essere più vicino al governo che all’opposizione. “Oh, ma allora Kanye West che abbraccia Trump?” Ma no, ma figuriamoci, ma lui è un caso particolare, una volta rapper si è sempre CNN del ghetto… E sicuramente è un caso se il decennio in cui l’hip-hop italiano è diventato mainstream coincide con la scalata al potere di politici che basano la loro credibilità su dissing e selfie.

In tutto ciò, si segnala in primo luogo lo strazio di Rollinston, che dovendo andare dove c’è il grano ha sposato appassionatamente la linea rappusa, ma ha anche fatto una copertina contro Salvini – pertanto per evitare il corto circuito doveva far dire a tutti i costi al neoartista Sony la frase che togliesse d’impiccio il giornale. Poi, siccome di amici ne ho sempre meno (quindi tanto vale sfrondare ancora di più) riporto quanto segue. Perché sapete, non è che posso pontificare sulle magagne del rap italiano e fingere che noi giornalisti non ci produciamo in spettacolini come la domanda (chiamiamola così) che segue, nell’intervista all’artista Anastasio.
«Sto detestando questa intrusione e questa specie di linciaggio nei tuoi confronti, al di là di tutto, trovo folle e orribile tutto questo meccanismo di analisi attraverso i like sui social. Mi riferisco ovviamente alla polemica riguardo i tuoi like a Casa Pound, Salvini etc, ho visto che hai già chiarito, vuoi rifarlo anche per i lettori di Rolling?»

Chiedo scusa, è bullistico da parte mia comportarmi in questo modo verso un collega e la responsabilità è prima di tutto mia (autocritica marxiana) e poi della maledetta società (esigenza riformista). Quindi passo al caso di Repubblica, il più malinconico in assoluto, col passaggio dall’endorsement entusiasta all’imbarazzo più palpabile nel giro di poche ore, mentre a Casa Pound prevedibilmente intonavano Brigitte Bardò Bardò, e da una tana di tromboni d’assalto come Il Tempo partiva una raffica di articoli sarcastici.
Beh, se non altro, bisogna ammettere che i tempi dei “Contrordine compagni” sono finiti. Perché la nuova linea è stata quella di andare fino in fondo con l’idea del valore indiscutibile dell’artista Anastasio, già nell’incipit del commento di Gino Castaldo: «Per una volta ha vinto il migliore, e su questo ci sarà poco da discutere».

…Ora. Se non fosse che discutere con Castaldo non ha senso, perché è come discutere con “Doc” Brown quando va e viene sulla sua DeLorean, Nella Mia Umile Opinione qualcosa da discutere ci sarebbe, perché dal punto di vista musicale, mentre Anastasio sul suo meteorite gridava “Nonmerompercà!” sfruttando la scia dei classiconi del rock, Naomi sembrava poter riprodurre un pianeta intero – e non solo in qualità di megavoce – che è vero, è stato troppe volte un fattore di XFactor (…quindi se avete una megavoce nel 2018, peggio per voi). Discuterei soprattutto il fatto che mentre il regolamento di XFactor permette ai rapper di fare gli artisti ribelli appoggiando il loro disagione su brani di Pinfloi e Led Zeppelin e David Bowie, ai cantanti tocca fare i bambolotti pattinando o facendo le scenette coi bigodini nel vicolo. A me Anastasio sembra un rapper per chi non ha avuto il piacere di ascoltare rap di prima e pure seconda categoria (ma questo, lo ammetto, sa di snobismo. Prima o poi doveva arrivare). Comunque il mio WTF più consistente è per Castaldo che titola esultante “Ha vinto la realtà”, per una canzone che a tutti gli effetti è la fantasia di sterminare l’intera razza umana. E con un ritornello che nel 2018 stupisce il borghese con “Mi sono rotto il cazzo” – ah, sentite, non fatemi nemmeno parlare perché mi prudono i denti. Maledizione, sto discutendo con Castaldo, ci sono cascato.

Quello che voglio sottolineare è che il rap (come a suo tempo il rock) si è giovato di una specie di difetto congenito, una forma di illusione perduta, che porta la Sinistra a ricondurre a sé il fuoco sacro e ribelle dell’artista, e in questo trascina con sé la maggior parte di noi perdigiorno che cianciamo di critica musicale, e prolungando l’idea che il rap fosse progressista. Ignorando, tanto per dirne una, che almeno metà dei rapper italiani ha flirtato o si è identificata con il ribellismo della Casaleggio & Associati, insegnando anche molto alla nuova classe politica in termini di linguaggio e attitude. Ma soprattutto, scegliendo di ignorare che nel 90% dei casi, in tutti i generi musicali (e non solo), il cosiddetto artista è semplicemente un opportunista con un certo senso di decenza, quella poca che lo induce a vergognarsi di immergersi nella melma e trovare il successo come Ministro dell’Interno o VicePresidente del Senato (…a differenza di Umberto Bossi che dopo aver provato come cantautore, capì che poteva arrivare al top del pop in altro modo). Questo è un errore che la critica musicale inglese – che stimo quanto il calciatore Leonardo Bonucci – non ha mai fatto, spesso trattando come zimbelli anche i poveri appartenenti a quel 10% che ci credeva veramente. Ma attenzione, non c’è motivo di negare che i furbi opportunisti siano stati il sale del rock e il loro egocentrismo ne sia stato una delle forze propulsive. Credo che la maggior parte di noi, uscendo a cena con Elvis o Jim Morrison, con John Lennon o Lou Reed, li avrebbe trovati insopportabili e sprezzanti – ma la cosa non ha impedito a certe carogne infrequentabili di scrivere pezzi che hanno saputo ispirare in milioni di persone i sentimenti migliori, e di invitare dei fottuti pezzenti a diventare dei Working class hero.

(PAUSA) (CON BREVE GIRO DI PARERI)

«Per come la vedo io, molti rapper di oggi sono quanto di più vicino a una mentalità di destra: materialismo, omofobia e misoginia, goliardiche o meno ma ben presenti sempre, machismo, interesse scarsissimo nei confronti di qualsiasi tematica che non sia egoistica e autoriferita. Non vedo la novità, a me non pare di avere a che fare con l’hip hop dei ’90 che era conscious in America e di sinistra in Italia», dice l’insigne dj e conduttore radiofonico Alberto Albi Scotti. «Che poi fu un’anomalia tutta nostra nata nei centri sociali e quindi politicizzata dove altrove non lo era, e peraltro si parla di una stagione molto breve. Però davvero, la generazione delle 4 discipline mi sembra preistoria, una fissazione di chi è come minimo over 30».

«Dire che “fascismo e comunismo sono concetti superati” in un’epoca in cui il fascismo tout court sta avvelenando le strade, affermarsi “liberi pensatori” per giustificare l’adesione agli ideali peggiori, retrivi e deleteri che la storia recente registra. Questo è il problema», commenta il grandmaster Frankie Hi-Nrg.

«Ma, non è che semplicemente è scemo? Non vi è venuto questo dubbio? No?» ipotizza l’illustre collega Damir Ivic.

Ok, sono d’accordo con tutti (anche perché ci ho ripensato, ho bisogno di raccattare qualche straccio d’amico). Per quanto mi riguarda il libero pensatore Anastasio è libero di pensare quello che vuole, di essere di Destra visto che al momento la Destra è dirompente ed è normale che l’hip-hop lo rifletta, ed è libero di fare un rap mediocre ma commestibile per i nongiovani (…vedi anche alla voce: Ultimo) e prodotto da una multinazionale. Come il 90% del rap e della trap italiana.

Perché di fatto, attorno a rap e trap girano troppi soldi per non attirare anche centinaia di giovani che no, robe da dire non ne hanno, e a dirla tutta votano scheda bianca perché tanto signora mia tra destra e sinistra è tutto un magnamagna – però nel momento in cui gridano con convinzione “Non mi rompete il cazzo” incantano tutti quelli che hanno un’idea molto turistica del rap e li convincono che dietro a tutto questo ci sia quella cosa là, come si chiama, una CULTURA – e quindi caspita, è il caso di rispettare questo disagio che nasce certamente nelle pieghe del rapporto coi genitori e del quale possiamo incolpare questa maledetta società.

(grazie di essere arrivati qui, ho finito)

Classifica Generation, Stagione II, Episodio 3. Il tramonto dell’Eros

Classifica Generation, Stagione II, Episodio 3. Il tramonto dell’Eros

Ramazzotti spodesta Salmo dal n.1, ma lo sa anche lui, che la pacchia è finita. E cavalca tranquillo nella prateria.

Mina mena! – Classifica Generation, episodio XVIII

Mina mena! – Classifica Generation, episodio XVIII

Top ten tutta italiana, fatta eccezione per la n.1 che è svizzera.

TheClassifica 86, 87 e 88. Zucchero e catrame

TheClassifica 86, 87 e 88. Zucchero e catrame

Lo so, è tanto che latito. Il fatto è che di colpo i poteri forti mi stanno facendo lavorare più di prima: mi riempiono di cose da fare e mi pagano pure. Ma non crediate che io non sappia la verità: è per farmi star ZITTO. Ha! Sciocco establishment, credi che non abbia capito? Rieccomi qui invece. Dovrai pagarmi di più, o scemo. Ti sfido a farlo. Su, che aspetti?

Riepilogone. Esce il disco di Beyoncé – tutti sul disco di Beyoncé. Esce il disco dei Radiohead – tutti sul disco dei Radiohead. Vade retro: io finché non li vedo nella classifica italiana – e belli alti – non ne parlo. E certe volte non ne parlo lo stesso: è da quando gli U2 hanno fatto il loro colpo di teatro con la modalità di pubblicazione che mi sono fatto persuaso (Montalbanismo) (…non so se si dica davvero in Sicilia) che i dischi sono come i cani: più fanno casino più sono brutti, stupidi e buoni per il dibattito ai giardini.

(io, sono un tipo da pastori tedeschi) (non se ne vedono più tanti, vero?) (neanche di bei dischi) (non ho detto che non ne fanno più, ho detto che non se ne vedono più tanti)

Non distraetevi. Torniamo al Riepilogone. Ecco cosa avrei dovuto scrivere nelle settimane precedenti.

TheClassifica 85. Quella con Renato Zero al n.1. Qui, c’ero, eh. Se ve la siete persa, colpa vostra.

TheClassifica 86. The one with Francesco Renga al n.1. Era il 22 aprile. Di Renga cosa avrei potuto dire? Che “Il videoclip di Guardami amore, firmato da (non lo indovinereste mai) Gaetano Morbioli e girato tra lo Utah, il Nevada e la California, ha raggiunto 1 milione e 400 mila view su Youtube e Vevo”? (comunicato stampa) (un milione e quattro, amici) (eh, lo so). In realtà quella settimana mi ero preparato a parlare d’altro, avevo tutto un discorso in cui c’entrava David Bowie. Però poi l’establishment ha chiamato, quindi il discorso in cui c’entrava Bowie è in frigo. Dico solo che quella settimana lì sono usciti anche Santana (n.11), PJ Harvey (n.17) e Bugo (n.26).

TheClassifica 87. Correva il 29 aprile. Oh, questa sarebbe stata una bella TheClassifica da scrivere. Perché intanto, Niccolò Fabi al n.1, seguito al n.2 da Jake La Furia (anche stavolta n.2) (forse l’unico rapper italiano mai stato al n.1) (tre anni fa era uscito la stessa settimana di Renato Zero) (così quest’anno ha aspettato che uscisse Zero, e per sicurezza pure Renga) (così a ‘sto giro è dietro Fabi) (ahaha!) (no, un po’ mi spiace, ormai gli voglio bene, come a tutti quelli cui do sui nervi da tempo) (e poi i Dogo io ce li ho nell’iPod, e anche tanti pezzi) (ma non c’è niente come dare sui nervi a quelli che hai nell’iPod)

MA POI!!! Lemonade di Beyoncé al n.6! Che il giorno in cui oltre alle visualizzazioni su YouTube, per le classifiche si conteranno gli articoli di giornale, a Beyoncé daranno 4 numeri uno contemporaneamente tipo quando i giudici danno 4 ergastoli allo stesso farabutto. Però su Fabi vorrei dire un bel po’ di cose. Che ne avrei dette anche su Daniele Silvestri, se il suo manager non fosse convinto che devo stare lontano dal suo artista per non sciuparlo (e dire che ne ho sempre parlato benissimo). Viceversa su Fabi avrei potuto. Anche perché il suo disco è veramente, veramente rappresentativo, è quasi un manifesto della cantautoralità (e tutto quello che di buono e di inquietante vorrete leggere in questa frase, è assolutamente voluto) (…il manager di Silvestri maneggia anche Max Gazzé, ma non Fabi, quindi vado tranquillo) (maneggia anche Alex Britti, Carmen Consoli, Levante, Irene Grandi, Bandabardò – devo ricordarmene). Sventura, anche in quel frangente è saltata la TheClassifica e quindi non ho potuto parlare nemmeno del n.11 dei 99 Posse e del n.12 della raccolta di Prince, che quella settimana era asceso su The ladder, e nemmeno del n. 16 di Antonino Spadaccino e del n.27 dei Punkreas. Buh.

Ah, però un’ultima cosa che fa notare il baldo PopTopoi.

Prima e dopo Il padrone della festa, il disco a sei mani:
FABI: Ecco 3º → Una somma 1º
SILVESTRI: Scotch 5º → Acrobati 1º
GAZZE’: Sotto casa 7º → Maximilian 3º

TheClassifica 88. Qui invece era al n.1 Zucchero con Black cat! Miseria, quanto mi spiace non averla commentata, anche questa. (…cosa?) (è quella di questa settimana?) (Zucchero è al n.1 ORA?)
Uh. Ah. Okay. Bene.
Quand’è così, ecco la mia recensione di Black cat di Zucchero:

Ho visto il futuro del rock italiano, e il suo nome è Zucchero. Zucchero’s hot, Zucchero’s sexy and Zucchero’s dead. Non diventate mai amici di Zucchero. Perché l’arte vera ha a che fare con il senso di colpa, il desiderio, e sesso spacciato per Zucchero, Zucchero spacciato per sesso. Come un bambino troppo assecondato, Zucchero è viziato: è pieno di ottoni e arpe, quartetti di armonica, versi di animali assortiti e un’orchestra di 41 elementi. The filth and the Zucchero. Quello che intendo dire è che non capisco perché Zucchero continui a far canzoni: dato che i primi tre album erano il fischio ingenuo a speranze e illusioni di un ’67-’68 effimero come i propri vent’anni. Con le tastiere che prendono la rincorsa in cerca della quaterna di accordi su cui appoggiare l’unz unz unz, ma preceduto e chiuso dal DeFilippismo assoluto della nonna di Zucchero (credo) che canta Serenata a Marirosa di Otello Boccaccini e poi si lamenta delle “canzoni moderne con quel tomtomtomtom da spaccalegna”.

(…ci siete arrivati, sì) (ok, forse non c’era bisogno di chiederlo) (ma nel caso, googlate)

Bon, la guasconata ci stava – ma Zucchero continua a starmi simpatico, e penso che sia di persona che come animale musicale sia meglio di quello che vediamo. Seriamente parlando, su Rockol Claudio Todesco gli ha posto molte domande impeccabili; in particolare, perché i suoi pezzi somigliano così tanto ad altri pezzi. E Zucchero ha dato risposte piuttosto plausibili. Siccome sono molto invidioso dell’intervista di Todesco, la sminuisco con meschinità infinita dicendo che Z non ha detto tutto quel che avrebbe potuto. Non è abbastanza situazionista o concettuale per farlo. E il suo amore per la musica è del tutto istintivo, non è appesantito da grevi intellettualismi: al suo posto, David Byrne avrebbe annichilito tutti noi con risposte taglienti e razionali e un bel po’ nervosine sull’aderenza agli stilemi, poi se ne sarebbe andato schifato. Ma certo anche Zucchero, quando dice che “l’originalità nella musica popolare non è mai esistita”, non scherza niente. Solleva una questione che non mi pare sia stata presa adeguatamente sul serio.

E cionondimeno, è un buon alibi. Ma non lo salverà. Il fatto è che Zucchero fa quello che hanno sempre fatto i suoi predecessori bluesman e rockers e NON dai tempi di Led Zeppelin e Keith Richards, ma da prima ancora, da Robert Johnson, da quando i “lick” venivano passati dal bandleader all’apprendista, e i diritti d’autore non facevano ancora la differenza tra una panchina alla stazione e un albergo a cinque stelle da devastare, tant’è che ancora nei primi anni 70 (anche dopo la famosa causa per My sweet lord di George Harrison) venivano difesi meno strenuamente dai vecchi straccioni che già vedevano le rockstar salutarli da una Jaguar. Questo perché le rockstar avevano trovato il modo di dare a quei giri di chitarra la potenza che prima non avevano, permettendogli di spazzare via il resto di quel che c’era in giro. Zucchero non fa una roba molto diversa quando prende i lick di Joe Cocker e Leon Russell, a loro volta presi da chissà chi, portandoli sul ring dopo averli allenati abbastanza alla modernità da renderli capaci di menare i Grandi Successi di un’altra estate che arriverà (cfr. Fedez e J-Ax) (Dio, che bravi con le parole, vero?). Il problema di Zucchero però è una mancanza di cavalleria, e di buonsenso. Lui lo sa, che nel 2016 la gente è più preparata sulla musica di 45 anni prima di quanto non lo fossero nel 1969 quelli che applaudivano Joe Cocker e Leon Russell senza chiedersi da chi copiassero. E allora, potrebbe perlomeno fare il bel gesto che fanno i rapper: rivelare il campionamento. Anche perché se stai facendo da continuatore di una tradizione (e io ammetto di aver scoperto diversi brani grazie a Zucchero), e mandagli ‘ste due lire di Siae a quei vegliardi, quei pochi rimasti vivi. A costo di risparmiare sul buffet della presentazione alla stampa a Palazzo Clerici a Milano: quelli portali a un qualche crossroad tipo piazza Carbonari, prendigli un pacchetto di Fagolosi e via andare.

Il resto della top ten. Renato Zero n.2 (ancora!), poi Fabi, Renga, Baglioni e Morandi, niente di interessante da dire fino alla seconda nuova entrata, il n.6 di Violetta, aka Tini. Che poi non ho niente di interessante da dire nemmeno su di lei. Non è un po’ poco, il n.6, per una fenomena mediatica? Certo, mette pur sempre tre posizioni tra lei e Drake, terza nuova entrata al n.10 (un po’ mortificante, no?). Posizioni che erano poi occupate da Elisa, Marco Mengoni, Sandrina Amoroso.

Intermezzo. I singoli. Sapete che non c’è una dannata canzone italiana tra i primi dieci singoli venduti-scaricati-streamati in Italia? Mi sa che ci siamo, è come aveva previsto Mogol: L’Italia non canta più.

Pinzillacchere sparse. Escono dalla top 10 il live di Vasco Rossi, Alessio Bernabei e – dopo una sola settimana – sia Jake la Furia che Beyoncé (oh, ma parliamone!!!!!) (è un tale DISCONE coi PEZZONI, venderà TANTONE) (seh, come no) (…sapete, odio avere attorno un sacco di gente più inconsistente di me) (mi sento deprivato delle mie prerogative).
Poi, boh. Miss Nostalgia degli Stadio è al n.45. Gli album da più tempo in classifica, My everything di Ariana Grande (85 settimane) e Pop-hoolista di Fedez (82 settimane) sono a tanto così dal salutare, trovandosi al n.90 e 96. E a proposito di salutare.

Miglior vita. In classifica dodici album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di risate. Li guida David Bowie con Blackstar al n.26; The best of Prince è al n.33, Purple rain al 52.

Pinfloi. Eh, niente, raga: anche questa settimana non sono in classifica. Sto pensando di sostituirli con i Nirvana. Comunque la casa discografica sta tramando qualcosa, hanno annunciato per giugno l’uscita delle ristampe in vinile di tutta la discografia, scaglionandola per meglio grassare i devoti. Aspetto luglio trepidante: è la volta che Obscured by clouds finisce in classifica.

Keith Emerson: “Imbarazzo? E per cosa?” – (intervista un po’ inedita)

Keith Emerson: “Imbarazzo? E per cosa?” – (intervista un po’ inedita)

(metà di questa intervista è stata pubblicata da Rolling Stone Italy nel 2008) (il che significa che metà è quasi introvabile, l’altra metà è inedita) (e comunque, valutate voi: certo tutto mi sarei aspettato tranne che un colpo in testa. Ma chissà, forse voleva incontrare 

Marginalità. Stagione 1. Pilota.

Marginalità. Stagione 1. Pilota.

Cose che non saprei dove altro scrivere. Forse dovrei aprire un blog.

(The RollingStone Files) Gianni Morandi vs Led Zeppelin

(The RollingStone Files) Gianni Morandi vs Led Zeppelin

“Ma io che cazzo c’entro con Rolling Stone?” ride Gianni Morandi. Non gli rispondo coi Beatles e i Rolling Stones, Lady Jane e Ticket to ride – sarebbe troppo facile. Gli faccio un altro nome. Led Zeppelin. “Uh! 5 luglio 1971”. Wow, che memoria. “Eh, me la ricordo bene, quella sera…”. 
A quanto ne so, il 5 luglio 1971 il Cantagiro era una roba già fuori tempo massimo, era un residuo di boom economico negli anni della contestazione, no?
Decisamente. Ma in alcune zone d’Italia funzionava ancora bene, portava i cantanti al pubblico. Nelle grandi città era un’altra faccenda. Ma quel matto di Radaelli, patron del Cantagiro, pensava in grandissimo. E aveva deciso di avere grandi ospiti internazionali. In altre città c’erano stati Sam & Dave, Ike & Tina Turner, Donovan. E per la data del Vigorelli di Milano, i Led Zeppelin. Che cazzo c’entravano? Sta di fatto che tre giorni prima dello spettacolo c’erano già ragazzi che dormivano coi sacchi a pelo davanti al velodromo. Io ero perplesso, cercai di informarmi un po’ in giro grazie anche al fatto che all’epoca ero iscritto al PCI, avevo amicizie a cui chiedere cosa poteva succedere – perché si nasava che ci sarebbe stata contestazione. Già davanti ai locali dove andavo a cantare io da un po’ di tempo si vedeva gente che veniva solo per gridare “Ladri, il biglietto è caro – gli operai…”. Partivano le prime uova. Così nei giorni prima io ero un po’ preoccupato.
A cosa pensavi?
Soprattutto: “Ma che cavolo canto quella sera lì? C’era un ragazzo che amava i Beatles e Rolling Stones? Prima dei LED ZEPPELIN??? Ma no, non passa. Comunque arrivo lì e trovo Milva, i Vianella, Lucio (Dalla, ndr) che aveva fatto Sanremo pochi mesi prima, quindi in quel momento era assimilato alle canzonette… E i Led Zeppelin. Quando tocca a me, vengo annunciato: “E ora, Gianni Morandi!”. Sento un boato fragoroso. Radaelli mi fa: “Vedi? E dire che avevi paura”. Solo che una volta sul palco capisco che il boato era al contrario. C’erano un sacco di ragazzi a torso nudo che mi gridavano “Vai a casa!”. E non ti dico cosa gridavano a Milva e a Dalla. Le altre date ci eravamo salvati, eravamo in provincia, e poi Sam & Dave o Donovan erano tutto sommato riconducibili alla canzone italiana dell’epoca. Ma i Led Zeppelin! Finì male. C’era troppa gente, tutti volevano entrare, tanti volevano entrare gratis. La polizia usò i lacrimogeni. La gente sfasciò il palco. E quasi distrusse il velodromo, danni per 40 milioni di lire dell’epoca, quanti soldi saranno oggi? Forse poco sotto il milione di euro.
E dire che all’epoca Joan Baez cantava il tuo pezzo. Ti sei mai sentito snobbato?
No, io cerco di essere onesto con la mia carriera. E so che dal ’62 al ’71 quello che ha funzionato è stato il personaggio, più che il cantante Morandi. Anche se le canzoni avevano un grande successo. Anzi, forse vendevano anche troppo facilmente. In compenso se finivo sui giornali era per cose che non riguardavano la musica: la famiglia, la moglie, i bambini. E poi io ho legato molto con un mondo che poi è stato cancellato: i musicarelli al cinema, Canzonissima. Era un mondo in cui non venivi giudicato realmente come cantante. Penso che chiunque seguisse davvero la musica all’epoca potesse vedere che ero un ragazzo guidato per mano da Morricone, Migliacci, Zambrini, Bacalov: mi dicevano “Canta questa canzone” – e io cantavo. Poi ci sono stati gli anni 70, che per me sono stati complicati, si sa. E certe scelte oggi sembrano un po’ goffe, come Lo prendi papà. Che però vendette parecchio e si ricorda ancor oggi, quindi evidentemente non fu questo suicidio professionale, anzi.
Ma sicuramente poi c’è stata la rimonta: sei stato quell’uno su mille che ce la fa.
Credo che dal 1981 sia cambiato anche il giornalismo, iniziarono a valutarmi come un cantante pop – magari un po’ vintage, ma ancora in grado di raggiungere il pubblico. Io tra l’altro avevo fatto anche sette anni di conservatorio, un po’ mi è servito, ho imparato a usare meglio la voce, a porgere meglio il testo. A quel punto io stesso ero passato da testi scritti molto rapidamente, subordinati alla musica, alla consapevolezza che le parole di una canzone sono importantissime. Se il testo è sbagliato, il pubblico non fa sua la canzone. Mi viene da dire che da quel momento in poi sono stato addirittura sopravvalutato. Sono stato… (annuisce, guarda altrove) fortunato.
Gianni, non buttarti giù. Evidentemente quelli con la voce perfetta non avevano la tua comunicativa, la tua capacità di rivolgersi al pubblico. Però quando hai annunciato i tuoi concerti all’Arena hai detto una cosa: “Torno a fare il mio mestiere”.
Sì, sono sette anni che non incido un album di inediti. Ho presentato due edizioni di Sanremo, girato un film, fatto teatro, parecchia tv…
Ecco, appunto. Pensi che aver fatto così a lungo il personaggio televisivo abbia tolto qualcosa al peso che ti viene attribuito nella canzone italiana?
Non so, io credo che fare televisione, come fare tutto quanto, mi abbia arricchito professionalmente e personalmente. Ho sempre vissuto ogni cosa come un’occasione per imparare. Perché la verità è che quando sono partito avevo 17 anni ed ero un dilettante allo sbaraglio. Sì, è vero che c’è tutta una generazione di ragazzi che mi conosce come presentatore, e non sa che andavo benino in classifica. Però anche come presentatore, e dai e dai, penso di aver imparato qualcosa.

(dal Corriere della Sera)

Tu hai lavorato con gente diversissima, da Elio & le Storie Tese a J-Ax, da Lucio Dalla a Tozzi e Ruggeri nel Trio. E per due anni hai valutato le canzoni da portare a Sanremo. Che impressione hai avuto della musica italiana che c’è in giro?
Sai, molti hanno detto che non abbiamo lavorato in buona fede, siamo stati criticatissimi. È molto difficile fare scelte, accontentare tutti. Posso dire che non mi sembra affatto che la musica italiana sia spenta. Insieme a quella inglese e brasiliana abbiamo sempre avuto una nostra originalità… I francesi invece detto tra noi mi sono sempre piaciuti molto meno, penso abbiano dato più alla musica classica. Noi invece siamo la patria del melodramma, abbiamo sempre avuto in mente la canzone. Poi, per forza sta prendendo molte influenze esterne, a partire dall’hip hop. Perché alla fine, quando un coreano su YouTube fa un miliardo di visualizzazioni, è ovvio che troverai la sua influenza in qualche canzone italiana. Oggi tutto si mischia. Però la musica italiana ha una sua forza. Specie se non imita inglesi e americani. Ci sono belle cose in giro, Negramaro, Bersani, Cremonini, Tiziano Ferro, Jovanotti…
Ma loro sono cantautori. Gli autori, come li trovi?
Ma i cantautori sono autori anche loro. E per me hanno scritto Cocciante, De Gregori, Dalla, Battiato che ha scritto per me Che cosa resterà di me: “Io sono nato in Emilia figlio di un pensiero rosso e partigiano”… Quelle parole le ha messe specificamente per me. Io non sono un autore. Cosa che da una parte è un dispiacere: ho firmato 40-50 pezzi – i peggiori del mio repertorio! Ma i giovani autori credo ci siano: magari se ne parla poco perché oggi tutti cercano di cantare i propri pezzi. Io da qualche tempo ho invitato i giovani a mandarmi pezzi su Facebook, naturalmente mi è arrivato di tutto… E ci sono cose davvero notevoli, che penso di incidere nel disco che sto facendo. E un po’ credo di intendermene, io ho cantato l’80% degli autori italiani. Forse anche il 90%. Migliacci, Zambrini, Mogol, Morricone, Bacalov, gente che ha vinto premi Oscar. In tutto, più o meno sono seicento canzoni. Sai com’è.
Una o due buone, le avrai pure cantate.
Eh, infatti, doveva capitare… Anche perché con così tanti pezzi e tanti anni e tanti autori, è inevitabile che io mi sia ritrovato a spaziare su parecchi generi. Fatti mandare dalla mamma è una fotografia di un’epoca. C’era un ragazzo, è di pochi anni dopo, ma apre un’altra epoca. Bella signora, di Malavasi, un’altra ancora. Come tutti i pezzi cantati con Dalla. Come Stringimi le mani di Pacifico. E anche le cover, spesso erano d’autore: Neil Diamond – Accendilo tu questo sole che è spento. I Turtles di Scende la pioggia. Poi magari qualcuno dice Morandi è antico, vecchio. Ma allora rappresentavamo qualcosa di molto nuovo, io e Rita Pavone, io nel giugno e lei nel settembre 1962 con La partita di pallone. Con i nostri 45 giri ci hanno costruito la RCA.
Sai che la giuria di Rolling Stone ha messo un tuo album tra i più importanti album della storia della musica italiana.
Davvero?
Gianni Morandi, del 1963. È al n.75
Ah, il primo: Andavo a cento all’ora, Fatti mandare dalla mamma, Go kart twist, scritta da Ennio Morricone. C’è da dire che io non l’ho mai concepito come album. Anche se è vero che era la raccolta di quello che io ero in quel periodo: all’epoca si facevano i 45 giri, poi quando ce n’erano abbastanza, li si metteva tutti assieme. Però mi ricordo quando me lo sono trovato davanti. Un giorno Ettore Zeppegno mi disse: “Vieni alla RCA che abbiamo una sorpresa per te”. Mah, chissà cosa poteva essere. Arrivai e mi dissero: “Questo è il 33 giri!”. In copertina c’era una foto che io avevo fatto davanti alla RCA su un caterpillar o una ruspa che stava realizzando il Raccordo Anulare a Roma. La strada passava lì ma non era ancora completo. Costarelli ci disse “Pijamo ’a machina, famo un giro, poi vediamo”…Il fotografo, Cortini mi sembra, mi disse “Boh, mettiti lì, magari viene bene…” Mi misi sul caterpillar un po’ storto, e quella fu la copertina. L’artwork si faceva alla svelta! Ma quella foto, a ripensarci, è il segno di un’epoca anche lei.

TheClassifica 57. Ed il tempo crea eroi

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Sally non deve morire.

TheClassifica 56. La vera storia di Fiorella Mannoia

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Pensavo che la 60enne Fiorella Mannoia fosse la donna più (si può dire?) vecchia ad essere andata al n.1 in Italia, ma ho sottovalutato Mina, che a 65 anni decise di regalarsi un primato pubblicando Bula Bula (2005) a gennaio. Gli irriducibili Minatori (cioè i 

Che ci facevo lì

Che ci facevo lì

Intanto, premessa. Due parole. “Titolo gratuito”. Ecco, tanto per chiarire. Posso dire che mi hanno offerto un risotto con le carote (riscaldato). Che ho gentilmente declinato. Il talent amichevole coi critici – a loro volta amichevoli con lui – è decisamente un altro, non faccio nomi (…solo aggettivi).

Il giornale mi ha chiesto di andare a X Factor e io penso sia giusto. Né io né il giornale abbiamo preclusioni nei confronti di alcun genere musicale, anche se io soffro tantissimo lo ska. Tutti i generi hanno dato un contributo grandioso in termini di arte e divertimento al pianeta. Certo, poi il rochenrooool (cfr. Elio & le Storie Tese) in questa fase della Storia è sotto schiaffo, schiacciato da altri generi molto più cool e per qualche motivo più efficaci, sicuramente più in sintonia con le nuove generazioni: è il tipo di cosa che si accetta così come va accettata la fase in cui la propria squadra per un po’ non vince (o non riesce a rubare). Ci sono i cicli, nella musica come nello sport.

Eppure, mentre ero lì che mi preparavo a pontificare per l’XtraFactor, e guardavo sfilare, sul red carpet stellato della grande X, tutti gli altri generi o quasi, dal pop al dubstep, dal rap alla dance, dalla canzonedautore all’r’n’b (fino al genere Quello Col Calzino In Testa Che Hanno Deciso Che È Figo Ma Mi Sa Che Ci Hanno Il Caviale Nelle Orecchie) ho sentito crescere in me la sensazione che la festa non stesse riuscendo poi così bene. Che le scelte dei quattro Savi, Morgan Fedez Cabello Mika, rispecchiassero il gusto del pubblico contemporaneo, sì – eppure mancava proprio il famoso fattore X.

E lì ho capito, folgorato sulla via del rochenrooool come dice Bono in The Miracle of Joey Ramone. Avevo voglia di due bordate di chitarra. E non delle ballatone di Green Day e Coldplay con cui probabilmente si pensava di aver “coperto” il genere. No, avevo voglia di un tizio che brancasse il microfono ragliando A-wop-bom-a-loo-mop-a-lomp-bom-bom oppure Heyhey mam’ I said the way you move gonna make you sweat eccetera. Mancava l’energia stupida ma generosa, completamente non calcolata del rock. Quella cosa che è stato il più grande, indiscutibile fattore X degli ultimi cent’anni di musica, che ha permesso a gente che avrebbero buttato fuori da qualsiasi talent di “arrivare”, di venirci addosso come un camion.

Potrei chiamarlo il miracolo di X Factor. E forse, naturalmente, riguarda solo me. Però, ecco, da ieri sera io – pur continuando ad apprezzare hip hop, dance, pop – rivaluto il potenziale del vecchio balordo genere per cui stravedo da quando, bambinissimo, misi sul piatto un vecchio 33 giri di mio padre, con la copertina esagonale (!), con la enigmatica scritta ROLLING STONES. E mi arrivò addosso – come un camion – quella roba lì che vi dico, senza pose hipster, senza chitarrine indie da universitari, che ve le romperei sul coccige mondocano, senza gnagnere depressoidi. No: “I’ll shout and scream I’ll kill the king I’ll rail at all his servants”.

Poi, ripeto: senza gli altri generi non potrei stare, penso che una dieta completa sia fondamentale per la salute. Ma quando si parla di fattore X, io penso che sì, esista, e ho la vaga sensazione di saperlo da sempre, dove sta di casa.

PS
Comunque la Mara Maionchi vale il prezzo del biglietto. Anche se mi ruba le battute.