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Sono stato con Izi nella caserma del rap – ClassificaGeneration, stagione III ep. 16

Sono stato con Izi nella caserma del rap – ClassificaGeneration, stagione III ep. 16

A volte ho la sensazione che il rap italiano sia una grande caserma.
Ritengo di rivolgermi a una platea che in gran parte ha evitato il servizio militare, ma se qualcuno di voi ha mai fatto questa singolare esperienza, un tempo pressoché obbligatoria, oppure ha in qualche modo frequentato quel tipo di ambiente, saprà che è caratterizzato da 1) cameratismo maschile 2) lunghe fasi di noia surreale 3) regole non del tutto comprensibili fissate in un’epoca precedente 4) un’ossessione per le gerarchie e 5) una certa tendenza a uniformarsi (lo dice la parola stessa), se non al livellamento verso il basso: chi si dimostra un po’ troppo intelligente o differente rischia qualcosa.

La parte delle gerarchie volendo è anche divertente: nelle caserme veramente grandi ci sono tanti ufficiali superiori che finiscono per interpretare il personaggio che vogliono: se lo sono, diciamo così, guadagnato sul campo… qualunque cosa possa significare questa espressione quando una vera guerra non è dichiarata, e il vero conflitto in realtà è del tutto interno a quel settore, tra il generale carogna con delirio di grandezza e quello eccentrico e anarcoide, il colonnello che ha appoggi ovunque e quello ritenuto gay che sente bisbigliare la parola “appoggio” e ghignare quando passa, il tenente colonnello che si sente parte di una missione e quello sofferente che da quindici anni pensa “Ma chi me lo ha fatto fare”.

Più ci penso, più mi pare di vederlo. Un immenso distretto militare con Fabri Fibra nella parte del generale matto che fa gli scherzi alle reclute, Gué Pequeno che calcola quanti soldi farebbe vendendo segreti al nemico, Marracash che cerca di indicare agli altri il senso del loro mestiere, Salmo che sogna un golpe sandinista, e poi tutti gli altri ufficiali di lunga o media militanza, da Frankie Hi-Nrg a Nitro, da Noyz Narcos a Gemitaiz fino ai giovani capitani che si sentono padroni del mondo e si mettono sull’attenti malvolentieri (…e femmine, zero o poco più).

Vi devo dire, un po’ per onestà un po’ perché è probabile che io sia ancora un graduato e metti che sono sotto sorveglianza, che è anche una vita divertente e per molte cose istruttiva, specie se sei un maschio un po’ pirla – e temo di esserlo (stato). Ma tornando alle premesse, tra esse preme l’uniformarsi. Un inspiegabile controllarsi l’un l’altro perché nessuno esca dai confini senza permesso.
E vedo nel giovane Izi, uno dei Bimbi di Charlie Charles, questa strana tensione, tra il rap che deve rimanere nei ranghi e quello che vagheggia di usare la sua forza in modo diverso. Aletheia, l’album che spodesta Colpa delle favole di Ultimo dal n.1 dopo sei settimane di dittatura, deve avergli richiesto un sacco di ragionamenti strategici, di battaglie interiori. Specie perché dal presidio Sony è passato alla fortezza Universal.

Per farvi capire, il titolo dell’album (leggo da un’intervista a 105 Mi Casa) «È una parola che mi ha detto mio padre. In realtà sta banalmente, diciamo per racchiuderlo e riassumerlo, in “verità”. Dischiudimento, svelamento in se stessi. È il momento stesso in cui ti arriva l’illuminazione, in cui sei scioccato e non riesci più a vivere come prima».

Ora. Ci sono parti dell’album in cui il capitano Izi sembra illuminato.

“Il più grande errore è credere che l’uomo abbia un’unità permanente; un uomo non è mai uno, continuamente egli cambia. Raramente rimane identico, anche per una sola mezz’ora: ordinariamente l’uomo vive semplicemente seguendo il flusso. Non è semplicemente addormentato, è completamente morto”. (da Zorba)

O anche:

“Alti e bassi mi ispirano morte, vorrei farcela, ma so che ho tanta mania del controllo e poi ti svengo affianco – Io non vendo affatto, sono un giullare, quindi vengo a corte, non a corteggiare”. (da Volare II)

E altre, in cui sembra ottenebrato.

“Sì, sì, lo sai che mi stai sul cazzo. Sì, sì, davvero mi stai sul cazzo. Fumo una canna che sembra un razzo, faccio due tiri e mi faccio spazio. Urlo e smarrono in pubblico – tu fumi? Nah, ne dubito, con quella faccia da sbirro ti passerei solo un sacchetto dell’umido in testa”. (da Pace)

“C’ho sei budini alla vaniglia, faccio un tiro di Vanilla, e dopo un altro di Gorilla Glue giusto perché c’ho poca scimmia, quindi non tirarmi in mezzo se stai in gabbia come in Italia: faccio un castello con la sabbia, ma era di Hawaiian”. (da A’dam)

Un n.1 in classifica è sempre una bella medaglia, e per Izi non è la prima. La mia sensazione è che la sua marcia sarà lunga. Il che può voler dire che arriverà lontano, oppure che girerà in tondo. Come ogni anziano sergente, gli ringhio il mio incoraggiamento.

Resto della top 10. Detto (tanto) di Izi e di Ultimo che scende al n.2, entrano in top ten anche Nek al n.3, Alberto Urso di Amici al n.4, Liberato al n.5 (…vedi a non fare i firmacopie?) e Fast Animals And Slow Kids al n.7. Completano la prima diecina il n.6 di Billie Eilish, il n.8 di Salmo, il 9 di Daniele Silvestri e il 10 di Ultimo con Pianeti.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top 10 Clementino (dal n.3 al n.16), MiticoLiga, Rkomi, Marco Mengoni e Coez. Tra le altre nuove entrate, vanno segnalati al n.17 Mezzosangue, al n.19 il Banco del Mutuo Soccorso, al n.22 Nayt e al n.56 Sergio Cammariere. Gli album da più tempo in classifica li dovreste sapere, ma facciamo il ripassino: Hellvisback di Salmo da 171 settimane, seguito da The dark side of the moon (132) ed Ed Sheeran (115). Stanno arrivando altri due album a quota cento settimane (non vi spoilero i nomi). Escono di classifica Panic! At the Disco ed Alvis dopo due settimane, The Dream Syndicate dopo una, Vampire Weekend dopo una pure loro, Coma Cose dopo otto settimane, e FEDEZ

(ooooh!)

dopo 15 settimane. Ebbene sì, Paranoia Airlines è già nel cestone dell’Autogrill.
Cosa è andato storto?
Immagino che tutti abbiano una teoria. Eventualmente, sul personaggio. Io ho il sospetto che, banalmente, le canzoni nel disco non siano piaciute. E per primo, a Fedez stesso, che le ha scritte con la mano sinistra (…o destra se è mancino), usando l’album come sfogo alle amarezze (cit.). Poi, spero un domani di non dover ammettere che è stato il suo grido di aiuto: davvero nessuno vuole che il nostro uomo faccia un insano gesto e dopo aver inciso il suo Heart shaped box si infili in bocca un capo firmato (carico).

Sedicenti singoli. Il Calipso dei New Bimbi di Charlie Charles (Dardust, FabriFibra, Mahmood e SferaEbbasta) nulla può di fronte all’ingresso dei due pesi massimi, Ed Sheeran & Justin Bieber che entrano al primo posto con I don’t care, la loro nuova canzoncina pupazzosa. La ex n.1 è scavalcata anche da hhhhhhhhhhhhh… – in pratica, 48h di Izi feat. SferaEbbasta
(vi piace questa battuta?) (a me tantissimo)
Escluso il supersingolo globalone di Sheeran e Bieber, le nuove entrate nella top 100 dei singoli o sono di Izi, o sono di Liberato – per quanto la più alta di quest’ultimo, Oi Marì, entri solo al n.26. Tutto ciò indica una rigidità estrema della classifica dei singoli, che evidentemente rispondono più alle playlist e alle uscite degli album che non alla curiosità del pubblico.
(scusate, dopo la facezia di prima mi tocca fare il tecnico irreprensibile per chiarire che comunque fate bene a stare su questa pagina invece che leggere la Conclamata Concorrenza)
Se vi interessa come argomento di conversazione, il singolo di Madonna con Maluma è al n.50 dopo un mese. Gli va peggio in USA, Germania, e Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, dove non è nella top 100. Gli va meglio in Francia, dove è al n.17: lì vive una

Miglior vita. In classifica solo sei album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di rosari. Temo moltissimo per Nevermind, che è sull’orlo dell’abisso al n.96 – ah, Dio non voglia. E non è stata una settimana facile nemmeno per i

Pinfloi. The dark side of the moon scende di undici posizioni, dal n.48 al n.59. E pensate un po’, The wall scende di undici posizioni, dal n.56 al n.67.
Semplici coincidenze?
MA CHI CREDONO DI PRENDERE IN GIRO.

Che si vota, tra qualche giorno. E il POPOLO li farà pentire, di queste arroganti camarille.

Superclassifica 2016. Tutto quello che non leggerete

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Gli italiani dominano, ma fanno canzoni terribili. A Sanremo potrebbero anche non cantare. I morti piacciono solo sui social. Gli americani non sanno cantare. E questo lo dice LA GENTE

aVvento2016. Ovvero, 25 Strofe molto 2016 nelle canzoni di quest’anno.

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Venticinque strofe in canzoni importanti (o non necessariamente) del 2016.

TheClassifica 78 (o 79?). Le ricette di Nonna Adele

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Per la 15ma settimana di fila mi è cambiata la numero uno degli album. Che nervoso. E io che avevo già quasi pronto tutto un discorso su One Direction e Justin Bieber che si sono spartiti il mondo la settimana scorsa. Ma ecco che alè, Adele li ha tirati giù.
E così cara FIMI, ti scrivo questa mia. Io ho difficoltà a scrivere nel weekend per star dietro a una classifica che esce il venerdì sera. E immagino ce l’abbiano anche le poche radio che fanno quei vetusti programmi sulle hit-parade; presumo che tutto questo sia a beneficio dei quotidiani, forza trainante dell’informazione contemporanea. Va beh, sono contento per voi: Send My Love (To Your New Lover), come canta Adele.

Che poi, io a questo punto non garantisco più nemmeno sulla permanenza di Adelona al n.1: è un’epoca di incertezze, è un continuo cambio di armadio. Io però quelle robe che mi ero appuntato sugli One Direction e sul loro pubblico e su come i media schifino i teenagers – specialmente i media che sprizzano gagliarda modernità (è il loro modo di sentirsi giovani) – volevo rifilarvele lo stesso. Non so, magari nelle vacanze di Natale, per punirvi delle vostre crapule.

Invero, la dolce ala della giovinezza per Adele vola al contrario. Lei ha 27 anni e si rivolge a chi ne ha di più. Gli One Direction, che ne hanno da 21 a 23, si rivolgono a chi ne ha di meno. I 25enni in tutto questo, pur eponimizzati dal titolo dell’album adelico, rimangono presi in mezzo – ma a loro penserà il Governo, quindi che non rompano. Adele comunque è un interessante caso di inversione di tendenza: da sempre si ritiene che chi canterella si rivolga a chi è suo coetaneo o preferibilmente più giovane: da Elvis ai Beatles agli One Direction, abbiamo sempre pensato questo. E per di più il disco degli One Direction continua ad ammiccare al rock’n’roll. Sì, loro non lo sono, ma i suoni sì. E lo stesso vale per gli australiani 5 Seconds of Summer, che con mio grosso sbigottimento sono una band vera. Ed è bizzarrino, che non appena tutti noi vecchiardi ci siamo convinti a gettarci con coolissimo afflato di rinnovamento su pop e edm, deliziandoci dei loro suonettissimi fighissimi, una nuova generazione stia provando a mandare al n.1 un suono più rock.

Cionondimeno. Sia del disco di Adele, nel senso del suo contenuto musicale, che di quello degli One Direction parlano in pochissimi, degni di laude: non vi nomino, ma vi mando un bacio. E questo nonostante a 25 di Adele venga attribuito un peso specifico pauroso: ogni aspetto di quella che è spesso definita come operazione, a partire ovviamente dal singolo Hello, è valutato come se fosse una legge finanziaria (e per alcuni Paesi in via di sviluppo potrebbe esserlo). Al massimo, si fanno commenti in odore di sociologia o di marketing – e non sto a dirvi che odore sia. Si snocciolano cifre, si individuano le meccaniche, si tenta di smontare il giocattolo. Dilungandosi o meno. I tranchantisti lo liquidano (pardon) come piangioso.

Ma in un mondo in cui ogni singolo “plink!” e ogni singolo “Uuuh!” di una canzone pop americana media vengono elaborati da un team di cinquanta professionisti che se la tirano come archistar, c’è qualcosa, in quello che Adele dà al pubblico, di stranamente ridimensionato e lineare: il suono è meno rilevante che in altre ipermegaproduzioni che devono portare a casa i soldi degli investitori.

Io non trovo niente “da smontare” in Adele. Trovo che sia l’antitesi di ciò che è “montato”. Casomai lo sono le sue imitatrici. Ma lei non è un prodotto, non ha studiato da star. Ora è un format, ma non lo era quando ha iniziato, e non c’è molto di studiato a tavolino nelle sue apparizioni da Jimmy Fallon o nelle interviste. E trovo una continuità evidente tra il primo disco 19, che forse un po’ di gente si è dimenticata, e questo 25: Rumor has it in mezzo al percorso è stata la picchiettante discontinuità che ha ingannato un po’ di gente. Ma Adele è questa cosa qui: una ragazzona maestra nell’arte di creare una tristezzina amichevole, consolatoria, e poi scagliarla in cielo e muoverla vorticosamente come Topolino fa con le stelle nell’Apprendista Stregone di Fantasia. Ci sono momenti in cui parte diretta a testa bassa verso le stanze più chiuse e recondite del suo pubblico, e le apre con una combinazione di note piene, mai inutilmente gorgheggianti come nel 90% delle sue rivali vocione.

Io non faccio parte (penso) dell’umanità cui Adele si rivolge, e non ne fate parte (penso) neanche voi. Ma sono ammirato, quasi sbigottito da come un approccio alla musica così semplice e vecchio stile riesca a mettere in riga tutti i presunti maghetti del plink e del “Uuuh!”, nonché tutti quelli che sbavano per il fantasma di una contemporaneità confusa, molto presunta, molto presuntuosa. Credo che la prevedibilità dei suoi arrangiamenti e le direttrici tutt’altro che ardite delle sue linee melodiche siano, come dire, un bene-rifugio. E vi dirò: non dovrei farlo, ma gongolo un tantino se il grosso (grossogrossoGROSSO) pubblico, quello che ha smesso di comprare musica da quando questa è finita in mano a una pletora di produttori e addetti ai lavori e critici così fighi che non mi sento nemmeno degno di appartenere alla loro epoca, ebbene, quel grosso (grosso) pubblico torni a comprare musica nel momento in cui appaiono una cantabilità basica, non adulterata, e un personaggio non previsto.

E non mi sento di dire con questo che il disco di Adele sia un passo indietro. Che poi, “indietro” rispetto a cosa? Trovo nefastissimo il sempre più diffuso tifo geek per il “nuovo”: è un positivismo da cinciallegri, una posa estetica che regge il sacco a quel capitalismo che ci ha regalato Windows 8, e che pertanto meriterebbe schiaffi a rullo. Ma la verità che il successo di Adele mette sul tavolo, è che l’orecchio, come la pancia, non è felice se ci infiliamo cose artefatte. E appena può va a cercare la buona minestrina di nonna Adele.

Bene, veniamo al resto della classifica.

Il resto della classifica. Gli One Direction scendono al n.2, e Tiziano Ferro, in tour, risale al n.3. Poi va beh, c’è Laura Pausini al n.4, e nient’altro di particolarmente imprevedibile in top ten: unica nuova entrata abbastanza alta, il disco di Enya, al n.8, quasi tutto dovuto ai corsi di yoga disseminati per lo Stivale. La casa discografica lo ha presentato ai giornalisti alle Terme di Milano (…fantastico).

Escono dalla top ten. L’ennesima edizione di Pop-hoolista di Fedez (ora numero 15) e (toh!) anche il disco di Mika, ora al n.17.
Entrate pure. Il disco Il sogno di due sedicenni è diventato realtà (wow) pubblicato dalle Edizioni e Produzioni Nomadi (wow) entra al n.12 (wow). Se non altro per il titolo, mi ci diffonderei molto di più se non avessi speso tre quarti dello spazio per Adele. Ma ho una buona scusa: non è in top 10, ed è altresì preceduto al n.11 da Roger Waters The Wall. Certo, Rattle that lock di David Gilmour (ora n.22) era andato meglio – ma un momento! Stiamo parlando di

Pinfloi. The dark side of the moon scende dal n.33 al n.49, probabilmente a causa delle tensioni internazionali. The Wall cede due posizioni, dal 49 al 51; Wish you were here invece guadagna dieci posizioni, e mi chiedo se sia una di quelle che in economia chiamano esternalità di Hello di Adele. Ad ogni buon conto, The endless river sale dal n.89 all’85, totalizzando 55 settimane in classifica. Già che ci siamo:
Sempre lìiiii, lì nel mezzoooh. Cinquantacinque settimane anche per Sono innocente di MiticoVasco. Il grande vecchio di questa top 100 resta comunque, insospettabilmente, My everything di Ariana Grande, 65 settimane.

Miglior vita. Guidati da Amy Winehouse (Back to black, n.46) i dischi di artisti che non sono più tra noi salgono a dieci. Altro tipico segnale che il Natale si avvicina. E a proposito, chiudiamo aprendo (questa è una figura retorica, vero?) la rubrica stagionale:
Christmas makes the world go round, the world go round. Il disco natalizio di Michael Bublé sale dal n.48 al n.24. My Christmas di Andrea Bocelli entra al n.50. Mario Christmas di Mario Biondi al n.59. Mariah Carey al n.72, ma mi aspetto di più – perché all we want for Christmas, is Mariah.