Tag: Imagine Dragons

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

Tiziano, non siamo i tuoi analisti – TheClassifica n.48

Tiziano, non siamo i tuoi analisti – TheClassifica n.48

La peculiare quiete in cui avvengono certe escalation di violenza.

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

Il numero uno. E i numeri 23 6451 ma anche i numeri 3, 4, 5, 6, 8, 9, 10. Insomma, Tha Supreme. Metto quivi la copertina per farvi cogliere (eventualmente, strizzando un po’ gli occhi) la graziosa trovata del titolo 23 6451, suo primo disco e disco primo tra i presunti album, capace altresì di portare sette sedicenti singoli in top 10. Il che lo fa entrare al primo colpo nel club dei rappusi italiani capaci di bullizzare la classifica dei singoli. Aggiorniamo l’elenco: Sfera Ebbasta, Gué Pequeno, Salmo, Marracash, più le feste a inviti della Machete Mixtape e di Night Skinny. Secondo il CEO della FIMI, Enzo Mazza, intervistato dal prestigioso Rollinstòn, al di là della evidente popolarità dei rapper tra gli utilizzatori di piattaforme di streaming, questo accade anche perché i patiti dell’hip-hop tendono all’ascolto reiterato più degli ascoltatori di Ultimo, Irama, Benji & Fede, Coez, che pure hanno un certo successo là fuori, avrete notato – e ciononostante, al pop non è ancora riuscito di sbancare la hit-parade. Vi dirò: non credo che questo cambi la vita di Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti, quindi figuratevi se cambia la mia – però questo è il contesto, che io descrivo e non contesto. Ma veniamo alle cose importanti.

Le cose importanti. Con l’hip-hop e lo streaming, anzi, facciamo il nome esplicitamente – con l’hip-hop e Spotify il messaggio e il mezzo sono vicinissimi. Con ThaSupreme, per altri motivi, pure. Insomma, prima che Repubblica individui in lui un opinion leader, è mio compito avvertirvi che Davide Mattei da Fiumicino, 18 anni, non ha granché da dire.

(per me non è mai stato un problema, io tra i Crass e i Van Halen, ci ho sempre messo un secondo a scegliere i più stupidi)

Ma nel suo caso quel salto che già faceva presagire la trap è quasi completo: le parole sono irrilevanti, perché al giovane Mattei interessano di più il suono e – attenzione! – il ritmo, che l’hip-hop aveva lasciato impietosamente ammosciare in anni di basi grondanti annoiata coolness. Certo, caso vuole che nei testi (quando li si capisce: anche molti fan non li afferrano al volo) Tha ribadisca senza sosta la sua incapacità di esistere senza assumere cannabinoidi ogni istante della propria vita, ma in questo caso non la archivierei come necessaria adesione ai dogmi del rap (…non capirò mai se questo continuo incitamento a fumare il fumo che si fuma fumando fumati dipenda dal fatto che ogni rapper ha una piantagione e quello è il vero prodotto che gli sta a cuore) (oppure se qualcuno di loro prende soldi da Salvini, che ritengo sia il primo a compiacersi di una gioventù felicemente strafatta e inebetita). Ma quel che conta è che ThaSupreme sancisce un forse definitivo e sospirato ritorno alla centralità dell’elemento musicale. Che poi, è da un po’ che era nell’aria. Lo si notava parecchio nel clan Salmo, nel quale Tha è cresciuto; lo si nota in Marra e Gué, e in generale è una tendenza di questa fine decennio. Forse è una conseguenza della trap – ma io sono old school, alla trap non riconosco volentieri dei meriti, piuttosto mi ascolto il nuovo album dei Modà.

(non ci penso nemmeno) (era un modo di dire, maledizione)

Però vi dico ancora un paio di cose su ThaSupreme. La prima è che secondo me, tutti i big che sono usciti questa settimana, da Tiziano Ferro ai Coldplay, da MinaFossati a Leonard Cohen, non lo scalzeranno facilmente dal n.1 tra i presunti album. La seconda è che sì, tra i venti brani dell’album (tutti cortissimi, solo 6 superano i 3 minuti) ci sono featuring della sorella Mara Sattei, che ha l’aria di essere un talento non da meno, e di Nitro, Nayt, Lazza, Fabri Fibra, Marracash, Dani Faiv, Mahmood, Gemitaiz & Madman e – sorpresa! – Salmo. Però occhio: nei sette sedicenti singoli che Tha ha portato in top 10, solo tre sono inclusivi di un collega illustre (per la precisione, quelli con Dani Faiv, Marracash e Salmo). Nella maggior parte, Tha è 5olo con se stesso. E non è da tutti. Ciò detto, passiamo al

Resto della top ten. L’ex n.1 Marracash cede il primato dopo due settimane ma non se ne va lontano – rimanendo invero al n.2. L’ambito terzo posto di cotanto podio spetta non a Nonna Nannini (n.4, e non vorrei essere nei panni di chi glielo ha dovuto dire) ma a Francesco Guccini e a tutti gli invitati al suo giubileo, a partire da Mauro Pagani – tra l’altro, vi hanno mai detto che ha lavorato con De André? Zucchero si aggrappa al n.5 resistendo al reboot di Elisa, il cui Diari Aperti refurbished risale dal n.35 al n.6. Completano la prima diecina Il Volo, Vegas Jones, Ultimo e Celine Dion. Che attenzione, è l’unica straniera tra i primi venti. Evviva! Bravi gli stranieri rispettosi e cattolici e le donne che si vestono responsabilmente.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten Marco Mengoni, Emma Marrone, Renato Zero, Rocco Hunt (che ridendo e pazziando c’è rimasto tre mesi) e Nick Cave, che scende subito dal n.5 al 44. Debutta abbastanza in alto il Venditti celebrativo di Sotto il segno dei pesci (n.13), e abbastanza in basso Giovanni Allevi (n.48). Spariscono dal radar Slayer e Fka Twigs dopo una settimana, Michael Kiwanuka e il bootleg di Bob Dylan dopo due, mentre ha divertito le genti per 46 settimane Paninaro 2.0 de Il Pagante (loro miglior risultato, pare che separarsi dalla major abbia pagato); infine, complimenti a Tedua il cui Mowgli il disco della giungla è rimasto in classifica la bellezza di 89 settimane. Gli album da più tempo in classifica sono ÷ di Ed Sheeran, da 142 settimane, Evolve degli Imagine Dragons (126) (c’è qualcuno che sta facendo caso a quanto piacciono gli Imagine Dragons?), Polaroid di Carl Brave x Franco 126 (125) (che bello, sta per arrivare a 126) ma soprattutto due dischi di un gruppo che esprime il disagio dei giovani – da cinquant’anni, ma al quale antepongo i

Sedicenti singoli. Giusto per specificare che messa in un panino tra Blun7 a Swishland di ThaSupreme (n.1 già settimana scorsa) e Fuck 3x di ThaSupreme (nuova n.3) resiste Dance monkey di Tones And I, l’australiana che buskava per strada. Debutta al n.53 Cesare Cremonini. Del resto non è un rapper, al pubblico non piace. Cosa piace veramente al pubblico? Cosa sceglierebbe, tra la vita e la

Miglior vita. In classifica otto album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di donne ubriache. Il loro profeta, Nevermind, è al numero 99. A riprova che il momento è difficilissimo. Gli unici baluardi in questi tempi iniqui sono i

Pinfloi. Controsorpasso, amici. Dopo il golpe murario della settimana scorsa, The dark side of the moon (da tre anni e tre settimane in classifica) risale dal n.58 al 43 e The wall (da due anni e 4 settimane in classifica) scende dal n.48 al 55 – e se questo non rassicura Moody’s, Standard & Poor’s e Black & Decker’s, io davvero non so come possiamo farli felici – qualcuno gli faccia fumare la weeda, la Jane, un personal, un Blun7, bro, skrrt.

Battisti vs ThaSupreme, Marra vs Zucchero: la solitudine dei numeri – TheClassifica n.46

Battisti vs ThaSupreme, Marra vs Zucchero: la solitudine dei numeri – TheClassifica n.46

Contiene un dissing a due amici. Gli altri quattro che mi sono rimasti, si tengano pronti.

Tolkien e le canzoni di Amici – Classifica Generation ep.27

Tolkien e le canzoni di Amici – Classifica Generation ep.27

Angi. Angi. When will those dark clouds disappear.

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

Renato Zero è al n.1 della classifica dei presunti album col suo ventinovesimo disco. Si chiama Zero il folle. Sono sempre contento quando si mette nel titolo, rassicurando i fan: anche stavolta sarà al centro del suo stesso affresco.

E così, un’altra volta, eccoci riprovare a chiederci perché. Chissà perché.

Renato Zero è una questione culturale. Inscindibile da questo Paese. Renato Zero è LA risposta a ogni domanda sull’Italia. Prendendo una cellula a caso da ogni italiano (mi raccomando: ITALIANO) e mettendole insieme tutte e 60milioni, otterremmo Renato Zero. Se trovassimo una foto di Romolo e Remo da piccoli, scopriremmo che entrambi hanno la faccia di Renato Zero, e pure la lupa: a quattro zampe ma coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. E un giorno l’Italia finirà di vivere come nazione – facciamo, toh, nel 2087, perché non possiamo aspettarci che duri 300 anni, in fondo tante espressioni geografiche governate più seriamente sono durate molto meno (comunque tranquilli: Alitalia sopravviverà). E quel giorno qualcuno come in Watchmen getterà via con noncuranza un quaderno nero e polveroso con scritto UFFICIO AFFARI RISERVATI, sulle cui pagine ingiallite saranno a malapena leggibili certe scritte un po’ più calcate (“…ENRICO MATT…” “…PIAZZ.. FONT..N..” “GOL DI TURON…”). E sull’ultima pagina di quel quaderno ci sarà la foto di un uomo coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. Perché io credo che tutto ciò che fatichiamo a spiegarci ma vediamo ripetersi da anni in forme diverse, grossolane o sottili, alla fine ci riconduca a Renato Zero, il grande prete del pop italiano. Avete presente i preti, specie quelli anticonformisti, controcorénte. Quelli che si guadagnano una piccola santità stando vicino alle persone, che amano quel ruolo che gli permette di predicare e di vestirsi in modo sconclusionato.

Non sto giudicando, eh. Sono decenni che vedo preti e che vedo Renato Zero, e che cerco di farmi una ragione del loro ruolo nella Storia della nazione, e dopo una lunga fase di costernazione mi sono convinto che abbiano una funzione. Per la quale nessuno se n’è mai uscito con qualcosa di meno assurdo. Così da perfetto prete, Zero predica al POPOLO, lo conforta scuotendo la testa con lui (ah, questi politici, ah, questi social, ah, questi italiani che non fanno figli); stringe “le mani a chiunque senza chiedere nome e cognome” (Zero il folle), ne La culla vuota torna a stigmatizzare l’aborto con più sottigliezza di quando lo faceva, davvero controcorrente, negli anni 70 (Sogni nel buio: “Mi chiamerò Francesco o Maria Rosa? Che importa, quello che conta è che io sia come mamma mi vuole… Mi vuole… No. Lei mi ha ucciso!”) e nessuno che l’abbia mai messo sul libro nero come il povero Nek. Poi, come tutti i preti invita a stupire della grandezza dei santi, e il suo preferito è “io, quello che sbaglia e non si pente. Meglio per te se non mi sfidi più: sono così, troppo sincero e fiero. Rinascerò se il mondo è buono”. (Gli anni miei raccontano, 2016). In conferenza stampa si è proclamato “Portatore sano di coraggio” e nello spiegare il titolo dell’album ha specificato che “La Storia l’hanno fatta i folli: Gesù, Galileo, Mozart, Martin Luther King, John Lennon, Pasolini, Steve Jobs”.

Potrei cavillare. Nell’elenco mancano nomi di folli significativi per la Storia, a cominciare da Hitler. Per contro – per stare in quell’epoca – anche Churchill ha fatto la Storia e non credo che fosse folle. Ma ho veramente voglia di mettermi a discutere con Renato Zero? L’unica volta che ci ho provato, si è trasformato in Giorgio Panariello. Eppure, per quanto personalmente non ami la sua opera e fatichi a trovare tre suoi pezzi da mettere nella mia personale top 1.000.000 (fatica che non faccio con Cocciante o con Tozzi, per fare due nomi che erano ai blocchi di partenza con lui) gli riconosco di aver saputo parlare per quasi 50 anni al POPOLO come pochissimi altri. Voglio dire, Berlusconi ci è riuscito per poco più di 20 anni, Pippo Baudo e Pannella per 40. Lui, con la diabolica astuzia dei preti, lo fa dal 1973, anzi, mi correggo: lo fa duemila anni, e lo farà fino al 2087. E forse cambierà faccia ma sarà sempre lui, perché Renato Zero come La Cosa di John Carpenter sa diventare Ultimo, o Anastasio, o Kekko dei Modà che oggi sono al n.2 proprio dietro di lui. E se avete ascoltato gli ultimi album di MiticoVasco e MiticoLiga, pure loro di questi tempi sono Renato Zero. E Canale 5 è Renato Zero, e certamente la Rai è Renato Zero, e RTL è Renato Zero, e ogni tanto, in tutto questo pontificare il dubbio mi viene: forse pure io sono Renato Zero.

Resto della top 10. Dietro ai Modà con Testa o croce (bentornati! Oh, come mi spiace non parlare del loro album. Oh!) c’è Lazza con l’edizione autunnale di Re Mida. Dietro a questo podio tutto rinnovato continuano le nuove entrate, con Levante al n.4 e Mika al n.10. Rimangono in top ten Ultimo, al n.7 con Colpa delle favole, e il contingente di rapper dal n.5 al 9: gli ex primi in classifica Gemitaiz & Madman, poi Night Skinny, Machete e Rocco Hunt.

Sedicenti singoli. Anche qui c’è una novità al n.1, ed è Gigolò di Lazza e Sfera Ebbasta cui partecipa anche Capo Plaza, però solo in featuring, caso mai si credesse il Capo. Al n.2 sale Dance monkey, della strana australiana Tones and I, che scavalca la ex n.1, cioè l’attuale numero 3 Ancora una volta di Fred De Palma featuring Ana Mena, canzone regina dell’estate – che è FI-NI-TA. Quindi torniamo agli album.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top 10 dei presunti album Massimo Pericolo, Post Malone, Emozioni e Masters vol.2 di Lucio Battisti, Abbey Road dei Beatles. Escono del tutto di classifica i Korn dopo 3 settimane, i Verdena dopo due (una delle quali, passata in top 10) e soprattutto Madame X di Madonna dopo 16 settimane. Che dire: è andata così. Se volete sentirvi ancora più tristi, pensate che Elettra Lamborghini è in classifica da 17 settimane.
Invece, il club degli album da più di cento settimane in classifica continua ad annoverare Hellvisback di Salmo (192 settimane), The dark side of the moon (153), ÷ di Ed Sheeran (136 settimane), Evolve degli Imagine Dragons (120), Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (119), The wall (102). Altri album che fanno ingresso in classifica: Lazza, come Cesare Cremonini, ci ha fatto dono di una versione solo piano dei brani di Re Mida, entrata al n.19. Mentre entra al n.32 Il cammino dell’anima di Angelo Branduardi, al n. 43 il live dei Simple Minds e al n.88 quello degli Helloween. Infine, entrano al n.62 Nick Cave, e al n.90 i Darkness.

Miglior vita. Lucio Battisti ha retto piuttosto bene alla seconda settimana, quella in cui non sei più l’hashtag, mantenendo otto album in top 100; grazie a lui abbiamo in classifica undici dischi di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di regime forfettario. Tra loro, e ormai mi ci sto abituando con rassegnazione, continua a mancare Nevermind. È finita un’epoca. Per fortuna non finisce mai l’epoca dei

Pinfloi. Dopo il confronto televisivo da Bruno Vespa, The dark side of the moon riguadagna consensi e sale dal n.75 al 45, ma anche The wall secondo Il Giornale ha ASFALTATO il rivale alle urne e infatti tra i suoi elettori sale dal n.78 al 74, a dimostrazione che pur tra tante differenze rimangono due amabili piacioni ai quali non rinunceremmo per nulla al mondo.

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

Seduto sotto un platano dell’aeroporto di Bruxelles, un bicchiere di cognac, 35 morti ai confini di Israele e Giordania.

TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

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Come una generazione che si sente ripetere che siamo al mondo per comprare Rolex, Gucci e Lamborghini ha sviluppato una sensibilità ambientale.

Ed Sheeran rompe il giocattolo – ClassificaGeneration, stagione III, ep. 22

Ed Sheeran rompe il giocattolo – ClassificaGeneration, stagione III, ep. 22

In realtà, oggettivamente, questo non è il peggiore dei periodi in cui vivere. Per il momento.

Certo, il concetto di “Rinascimento” è un po’ lontano – e da tempo non leggo nemmeno più la parola fermenti, che ha tenuto vive un paio di generazioni di fiduciosi. È un’epoca in cui stiamo smontando i giocattoli con cui siamo cresciuti. Tutti i giocattoli, dalla musica al calcio, dalla scrittura al dibattito politico (e sono certo che poche cose siano state smontate come la #comunicazione). Quello con cui ti ritrovi quando hai finito non è piacevole, come anche il più tonto dei bambini finisce per capire – dopo che ha pazientemente distrutto tutto quanto per demistificare l’inganno in cui si era cullato. Forse è una fase della crescita, chi lo sa. In ogni caso, ora come ora quasi tutti quelli che conosciamo trovano la loro nicchia in cui rimirarsi compiaciuti. Il problema di quelli come me, e temo anche di quelli come voi, è che non siamo fatti per le nicchie. Sarà una forma di claustrofobia. Sarà la forma, così simile a una bara. Ma stare all’aperto, sfortunatamente, è la nostra unica opzione. Così ci ritroviamo a pontificare per farci una ragione di quel che succede. Persino nel momento in cui Ed Sheeran, smontato il suo giocattolo, NON va al n.1.

Sì amici, oggi, eccezionalmente, parliamo del n.3. E vi dirò: nulla mi toglie dalla testa che ci sia un legame tra i capelli di Ed Sheeran, quelli di Donald Trump e quelli di Boris Johnson. Penso che i capelli rossi pieni di estro e gli occhialoni giganteschi siano una componente essenziale del suo apprezzamento globale.

L’altra componente è la impareggiabile fuffosità delle sue canzoni, innocue e prevedibili, vagamente riconducibili alle minestrine della nonna o le merendine di quando eravamo bambini: un deliberato senso di ritorno a qualcosa che era bello e che manca tanto. Lui non riesce a dare ai suoi pezzi quel sapore, non può e non vuole nemmeno. Non ha l’audacia né le capacità dei grandi britanni dei quali è un lontanissimo parente, e al suo confronto i Coldplay sono audaci e sperimentali.

Ritenevo però che Ed Sheeran sarebbe andato al n.1 dappertutto, col suo No.6 Collaborations Project, con le ospitate accuratamente calcolate di Cardi B, Camila Cabello, Justin Bieber, Travis Scott, Bruno Mars, Eminem (il più anziano), Young Thug, 50 Cent, Khalid, Skrillex. Stormzy, Chance The Rapper. Tutti nomi per i quali la banca di Spotify paga, a vista al portatore, centinaia di milioni di clic. Normalmente.

Intendiamoci, il Progetto in questione è andato tutt’altro che male. Subito al n.1 in USA, nella sua Brexit, in Spagna, Canada, Svezia, Olanda, Ungheria. In effetti non è andato al n.1 solo in quattro Paesi.
Che però sono un tantino rappresentativi.
Germania, Francia, Giappone e Italia.

In Germania lo hanno stoppato prima il rapper Shindy, poi i Sabaton, veterani metalloni svedesi. En passant, vi segnalo Giovanni Zarrella, di genitori italiani, che va in Germania da immigrato a portare via il lavoro non solo alle popstar tedesche, ma soprattutto alle popstar ITALIANE. Ah, quanta fine ironia si potrebbe fare (non qui).
In Francia, non c’è stato verso di tirare giù il rapper Nekfeu, col suo Les Étoiles vagabondes.
In Giappone, se ho capito bene, non aveva grandi speranze – ma se vi interessa, al n.1 c’è la rockband Bump Of Chicken col suo ultimo Aurora Arc. Da noi, il Machete Mixtape di Salmo, Nitro, Dani Faiv etc. non si è fatto impressionare.

Tendenzialmente, tutti prodotti locali. Il buon vecchio #legamecolterritorio.

Ora. Se c’è una star globalona e del tutto determinata a esserlo, questa è il Gattyno rosso di Halifax. Il quale non ha motivo di preoccuparsi per il suo fondo pensione e può spensieratamente contare i soldi tirati su nel suo tour – a San Siro, solo per vederlo grande come un fiammifero dall’alto del terzo anello, si pagavano più di 50 euro.

Però. Apparentemente il pubblico di Ed Sheeran, che mantiene in classifica da due anni il suo Divide, non è interessato a sentirlo cantare con altre celebrities tendenzialmente imprevedibili. Preferisce le sue amabili rimasticature di melodie rassicuranti, che nelle prime due note già contengono le altre quattro usate nella canzone. E per quanto risulti surreale portare, come prova dell’affermazione che sto per fare, il fatto che tre sue canzoni superino il miliardo di ascolti su Spotify, e tutte le altre siano a rispettosa, centomilionaria distanza, Sheeran NON è una macchina da hit. Non credo che un sondaggio nella via dove abitate metterebbe in evidenza qualcosa più delle tre canzoni in questione (e sono ottimista) ovvero i due singoli pubblicati al picco delle aspettative, cioè Shape of you e Castle on the hill, e l’altra miliardaria, Photograph.
Ma non sono nemmeno del tutto certo che queste tre siano entrate nell’immaginario del POPOLO più delle hit di Drake o Imagine Dragons o Calvin Harris o Maroon 5, figuriamoci di Coldplay o Lady Gaga.

La popolarità di Sheeran si deve più di quanto siamo disposti ad ammettere al suo sorriso, agli occhiali abnormi, ai capelli sconclusionati, e forse solo in seconda battuta alle canzoni facili da cantare in coro, cosa notata da tutti gli scettici presenti ai suoi concerti: le ascolti, le sai già dopo un minuto come all’oratorio, ti lasciano un senso di blando, temporaneo conforto, e null’altro. E questo spinge ad ascoltarle ancora: il dosaggio di bellezza è ridotto al minimo e come con le bevande gassate, la sensazione di sete da placare bevendo di nuovo non finisce mai.

Solo che alla fine, se non resisti e smonti il giocattolo, se per acquisire personalità ti appoggi ai featuring dimostrando – a maggior ragione – di non averne mai avuta una, quelli che hanno davvero due cose da dire risulteranno – a maggior ragione – più interessanti di te e ti porteranno via il n.1. Nessun problema, i soldi e i clic non mancheranno mai. E magari ti sarà utile per crescere. L’unico piccolo eventuale dispiacere possibile può venire se davvero con questa roba volevi fare quella roba che alcuni chiamano arte. Ma è un concetto così superato.

Resto della top ten. Per la terza settimana consecutiva Salmo, Nitro, Slait, Hell Raton, Dani Faiv e tutto il loro parterre de roi troneggiano al n.1 con la MacheteMixtape4; EdSheeran con tutto il suo parterre de roi indietreggia al n.3, cedendo il n.2 a Colpa delle favole. Beato Ultimo, perché tutti i suoi dischi sono tra i primi: Peter Pan è al n.5 e Pianeti al n.8. Sale dal n.20 al n.4 Atlantico di Marco Mengoni, e completano la prima diecina Salmo (n.6), Bruce Springsteen (n.7), Jovanotti (n.9) e Billie Eilish (n.10).

Altri argomenti di conversazione. L’unico a uscire dalla top ten, spinto da Mengoni, è Luché. Ri-entra al n.15 Anima di Thom Yorke, un gradino sotto Elettra Lamborghini (questo sì, sarebbe un featuring interessante). Entra al n.29 la quarantenne Era del cinghiale bianco di CapireBattiato, tre posizioni al di sotto di Order in decline dei Sum 41. Entra invece al n.39 la colonna sonora di The lion king: the gift di Beyoncé – pensate, in due canzoni c’è addirittura Beyoncé. Va beh, inutile che ce la meniamo, giusto? Se l’avessero catalogata come colonna sonora o compilation non ci saremmo mai accorti del suo ingresso in classifica.

Escono di classifica 10 di Alessandra Amoroso (dopo 41 settimane), Most hated deluxe edition di Jamil, che esce dalla top 100 dopo tre settimane – una delle quali passata in top ten (ma è meglio bruciare in una fiammata eccetera eccetera, no?) e l’album di Daniele Silvestri dopo dieci (poche) (già mi pare di averlo sentenziato tempo addietro: per i 40-50enni il futuro nella musica è un tantino precario) (e nel medio periodo non vedo benissimo i 35enni) (la verità è che i 12enni hanno in mano il mercato, e la discografia si adegua). Il club degli album con oltre 100 settimane di permanenza ha sempre cinque membri: Hellvisback di don Salmo (181), The dark side of the moon (142), ÷ di Ed Sheeran (125), Evolve degli Imagine Dragons (109), Polaroid 2.0 di Carl Brave e Franco 126 (108). Ma espletate le formalità, è giunto il momento di parlare di singoli, anzi degli

Irresistibili tormentoni. Uno smacco per tutta la filiera: le eccellenze ITALIANE cedono la leadership a SEÑORITA di Shawn Mendes e Camila Cabello; al n.2 c’è la bachata dei due outsider Benji & Fede e sul podio c’è sempre un colpo di Machete grazie a Tha Supreme, Dani Faiv e Fabri Fibra con il brano Yoshi. Ma tra le megaproduzioni estive, ora come ora se la cava con un quarto posto solo Jambo de LaGiusy, Takagi & Ketra, davanti a Una volta ancora dei perennemente flirtosi Fred De Palma e Ana Mena. Ma è un momento critico per il comparto. Il settore delle hit balneari avrebbe bisogno di sgravi fiscali. Temo però che ai nostri statisti importerebbe meno di zero se quest’industria che dà lavoro a tanti ITALIANI dovesse passare a

Miglior vita. Sette album di artisti o gruppi guidati da artisti il cui leader ha lasciato questa valle di ReteQuattro. Di nuovo, tra questi non c’è Nevermind. Forse è il momento di una ristampa per l’anniversario del ventennale dell’onomastico, nella quale vengano tolte quelle fastidiose chitarre – un po’ come ha fatto Armin Van Bureen per Jump dei Van Halen. Forse un giorno bisognerà pensarci anche per i

Pinfloi. Wish you were here ha fatto un breve soggiorno di una settimana in classifica, giusto il tempo di mandare una cartolina – i due big restano saldi ma perdono posizioni: The dark side of the moon scende al n.58, e scende anche The wall al n.76, a dimostrazione che anche la malinconia è malinconicamente in crisi, maledetti governi precedenti.

Il cuore immacolato di Maria De Filippi. ClassificaGeneration, Stagione III, ep. 17

Il cuore immacolato di Maria De Filippi. ClassificaGeneration, Stagione III, ep. 17

La gran voglia di Claudio Villa che promana dal giovane vincitore di Amici nonché dagli spettatori di tutti i talent e tutti i Sanremi.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

Buongiorno e benvenuti – scusate se il posto è piccolo, grazie per aver portato le sedie da casa. Cercherò di essere conciso ma se posso darvi un suggerimento, non siete tenuti ad ascoltare tutto. Magari potete fare un giro e tornare dopo. Io in compenso mi sento tenuto a mettere giù tutto: in fondo un rapporto è un rapporto, no? E quando il rapporto sarà finito, potremo convenire che non siete voi: sono io. 

Indice. Sto per parlarvi dei presunti album e sedicenti singoli più (per così dire) venduti, dei concerti più visti, delle canzoni più ascoltate per radio, dei vinili, delle case discografiche più presenti in classifica, di Sanremo, dei talent, e forse dei flop.

Prontivia. TOP TEN ALBUM.
– Tutti maschi tranne Laura Pausini (l’anno scorso, nessuna donna).
– Tutti italiani tranne Ed Sheeran (come l’anno scorso. E lo straniero era sempre lui).
– Tutti sotto contratto con una major tranne Ultimo (come l’anno scorso. L’infiltrato era Ghali).
– Tutti sotto i 35 anni tranne Laura Pausini (l’anno scorso, sei over 35). Le tre multinazionali che sostengono FIMI volevano dimostrare la loro dinamica supergioventù, e hanno applicato il CAMBIAMENTO al sistema di rilevamento premiando lo streaming. Poi non sarò io a dirvi se la Universal darà a Gemitaiz (n.9) e ad Eros Ramazzotti (n.22) la stessa mancia di fine anno. Io sono qui semplicemente a commentare la classifica, fingendo che questi siano dischi veri, e si vendano. Se lo fa la FIMI, e se a Gemitaiz va bene, chi sono io per cavillare.

E a proposito di Gemitaiz: è sicuramente il re del featuring. Il suo album Davide contiene 15 brani (e che siano tanti, fa bene alla classifica, perché gonfia le cifre dell’album) e tanti ospiti che portano i loro fan come a una bella festa – occhio che non vi rubino i giacconi, gli adolescenti ricchi lo fanno spesso alle feste perché sono gangsta, ahaha, ben vi sta, bufus. Ospiti di Davide: Gue Pequeno, Achille Lauro, Fabri Fibra, Coez, Madman. Con 51 e 21 milioni di ascolti, i featuring di Coez e Achille Lauro sono i suoi brani più sentiti su Spotify. Anche se il featuring dell’anno è Tesla, che grazie a Sfera Ebbasta e Drefgold porta 64 milioni di ascolti a Capo Plaza.
E a proposito di rappusi: in top 10 ce ne sono 5. L’anno scorso erano 3 (Ghali, Gué Pequeno, Fabri Fibra) più rappusi parzialmente scremati (Jovanotti, J-Ax&Fedez) che volendo riportano la percentuale in parità. Verò è che anche l’età dei rapper scende rispetto al 2017. L’età delle donne no, anche perché alla fine sono sempre quelle: in top 30 ci sono Pausini, Emma, Sandrina Amoroso, Giorgia. Scendiamo pure, tanto ve le posso anche elencare tutte, ci si mette un attimo: c’è Mina al n.38, Annalisa al n.39, Francesca Michielin al n.62, Cristina D’Avena n.69 (inserire umorismo qui). E con Carmen al n.99 abbiamo chiuso. Aggiungendo le straniere, fanno 12 donne in classifica su 100 posizioni. Sì, amici, la classifica del CAMBIAMENTO che piace ai giovani è maschia e italica. Ma magari la spiegazione è semplice: le donne in Italia non hanno nulla da dire. Skrrrt, skrrrt.
Quota Talent Pop: 2 (includo Benji&Fede anche se non vengono da un talent, viceversa escludo Maneskin anche se vengono da un talent, perché qualunque cosa facciano, non so se sia pop). Buona annata per entrambi anche se pare di poter dire che in questi due-tre anni il successo vero si concentra su un nome solo per ciascuno. L’anno scorso non c’era nessuno per X Factor, mentre per la DeFilippi & Associati c’era Riki invece di Irama.
E a proposito di Irama. Il secondo presunto album più venduto dell’anno, Plume, in realtà è un EP, sette canzoni, trainate dalla megahit Nera (49 milioni di ascolti). Irama in autunno ha pubblicato un altro album (Giovani, n.28) quando avrebbe forse potuto fare la gherminella di ripubblicare Plume in una Fero Edition, e forse superare Sfera Ebbasta. Perché tra gli album più venduti, alcuni sono usciti due volte se non tre, e uno di questi è proprio quello dell’impellicciato di Ciny. Sfera Ebbasta nel 2018 ha pubblicato Rockstar anche nella Popstar version (in autunno) e nella International version; Lady Pausa per contro ha ripubblicato Fatti sentire col titolo Fatti sentire ancora e ha aggiunto una versione Deluxe. Tutti i brani aggiunti o reinseriti nelle nuove versioni, naturalmente, vanno a gonfiare i numeri del presunto “album” che la FIMI conteggia come unico. Se non vi sembra sportivo parlatene con un discografico, cercateli su Linkedin – cercate la posizione Masnadieri.

E a proposito di Sfera Ebbasta. La prima versione di Rockstar è uscita a gennaio, che vuol dire dodici mesi di tempo per accumulare ascolti. Irama è uscito a maggio, Salmo è uscito a novembre, i Maneskin a settembre, Ultimo a febbraio. Questo per dirvi che volendo, potreste tenerne conto. Ma anche per dirvi che la faccenda di risultare il più venduto dell’anno a qualcuno importa parecchio. E se col vecchio sistema essere l’artista più venduto a Natale poteva significare essere il più venduto dell’anno, ora che ci è stato regalato il CAMBIAMENTO non lo è più – cosa che credo risulti particolarmente chiara a Marco Mengoni (n.12). Comunque, putacaso, a metà gennaio uscirà l’album di Fedez. Ma ora,

Beninomanonbenissimo. Quanto appena detto spiega perché alcuni grossi nomi sono rimasti fuori dalla top 10 e si adattano a stare tra il n.11 e il n.20. C’è un bel parterre de roi: Jovanotti, Mengoni, Sandrina Amoroso, Emma (malgrado gli affanni iniziali. Anche per lei, comunque, un reboot dello stesso album ha aiutato), Cesare Cremonini, Ermal Meta, e persino Thegiornalisti al n.20. Sotto di loro, mi sentirei di aprire la categoria

Nonbenissimo. Eros Ramazzotti n.22, Negramaro n.23, Giorgia n.25, Gué Pequeno n.27 (Gentleman era stato n.10 nel 2017). Però anche sotto il n.30 c’è gente importante.

Non. Al n.34, malgrado la buona accoglienza per Se piovesse il tuo nome, c’è l’album di Elisa, casualmente solo due posizioni sopra Evergreen di Calcutta. Per lui è un buon risultato, diciamo che è la sua dimensione, anche se per diversi colleghi è il Paul McCartney italiano. Eppure questo forse non basta per vendere anche i dischi (lo dico senza cattiveria, so che non lo crederete ma per me il disco di Elisa è buono) (il discorso è più ampio, e riguarda i gusti del POPOLO e l’influenza dei device sulla roba che si ascolta, è una questione tecnica e non ho tempo per dilungarmi ancora sull’argomento). Non credo che per Elisa sia un problema, anche se mi figuro che la nuova casa discografica si impegnerà per farle fare cose più lucrative. Fabrizio Moro, co-vincitore di Sanremo, è n.44, anche se con una raccolta (Sanremo, incidentalmente, è stato un bagno di sangue per tutti, eccetto Ultimo). Emis Killa si piazza al n.46 pur avendo debuttato al n.1, come del resto la Dark Polo Gang che chiude al n.51 – e con tutto lo sbattimento di firmacopie che hanno fatto, non parrebbe un gran risultato, però ciànno gli orològgi, ciànno gli occhialetti, ciànno le bitches, ciànno la robba nella tasca, sfilano per i brands, non sarò io a discutere. Lo Stato Sociale al n.88 (la raccolta contenente il motivetto di Sanremo), Subsonica n.89, Max Gazzé n.91, Achille Lauro n. 98 (…deve aver fatto fatica, Baglioni, a convincere la Sony a farlo partecipare a Sanremo). E l’album 68 di Ernia che era entrato al n.1 la settimana dell’uscita, non è riuscito a entrare nella top 100. Dove è entrato di gran peggio. Ma non Baby K. Né Lorenzo Licitra, vincitore di X Factor 2017. E nemmeno Cosmo, Le Vibrazioni, Nigiotti, Decibel, Tiromancino, Noemi, Riccardo Sinigaglia e Luca Carboni (uuh). E nemmeno Motta, malgrado Vivere e morire abbia ricevuto la Targa Tenco 2018 nella categoria “Miglior disco in assoluto”. E lo è certamente. Mm-hmm.

Sanremo 2018. Un bagno di sangue. Ah, ve lo avevo già detto, vero? Si sono salvati solo Ultimo ed Ermal Meta (n.19). Comunque quello nella foto non è Ermal Meta, è Motta.

Sovranismo. Visto che ÷ (Divide) di Ed Sheeran è uscito nel 2017, nessun album straniero del 2018 è entrato tra i primi 30. Lo ripeto in maiuscolo? NESSUN. ALBUM. STRANIERO – ok, può bastare. Posto che l’italiano schifa gli stranieri bianchi neri e gialli, perché quando loro erano ancora nelle palafitte lui già eleggeva dei crapuloni, da noi i fenomeni mondiali tirano su a malapena il minimo sindacale. Il miglior piazzamento è di Evolve degli Imagine Dragons, al n.32. Lo incalza, da defunto, XXXTentacion, al n.37. Drake, anche quest’anno pascià imperiale delle vendite mondiali, da noi piazza Scorpion soltanto al n.55 (ah, ne soffrirà indicibilmente). Ariana Grande ed Eminem (concerto più visto dell’anno, a Milano) sono persino andati al n.1 in classifica, ma perché usciti in settimane di sottoaffollamento, tant’è che alla fine eccoli lì vicini al n. 64 e 65 – che bella coppia. Tra l’altro Ariana è stata la prima donna straniera ad andare al n.1 in Italia dai tempi di Adele. Poi abbiamo i Muse al n.72. Bruce Springsteen al n.87 (sotto Einar di Amici, sigh). E poi sostanzialmente la pacchia è finita. I titoli internazionali sono 25 su 100, ma dobbiamo includere Queen, Pink Floyd, Guns’n’Roses: i titoli usciti negli ultimi 2 anni sono meno della metà.Travis Scott, malgrado il debutto al n.1 (ad agosto, beninteso), rimane escluso dalla top 100 annuale. Cosa che lo accomuna a un sacco di gente, dagli Arctic Monkeys a David Byrne a chiunque sia piaciuto a quelli che se ne intendono. Non guardate me. Skrrt, skrrt.

Intermezzo del buonumore. La canzone più diffusa per radio è stata Non ti dico no di Boomdabash & Loredana Bertè (dati EarOne). Al n.2 Who you are di Mihail, al n.3 Una grande festa di Luca Carboni. Nessuna delle tre è tra i primi trenta singoli dell’anno, la n.2 e la n.3 non sono nemmeno tra i primi cento. Ok, radio: all’anno prossimo.

Le Megaditte. Tra gli album, Universal si prende il n.1 e un n.9 grazie al suo roster di rappusi, ma è Warner che ha avuto un’annata che non ricordava da un bel po’, con cinque nomi in top 10 e con una certa varietà, bisogna dire: il pop (Irama, Laura Pausini, Benji&Fede), il rap (Capo Plaza), per far contenta la sede inglese, su nel centro dell’Impero. Come l’anno scorso, un indipendente (Ultimo, per Honiro – Believe) nelle alte sfere. Alla fine:
Universal – 41 titoli
Sony – 27 titoli
Warner – 20 titoli
Distribuzione indipendente: Artist First 7, Believe 3, Self 2.
Tra i singoli invece Sony porta a casa il n.1 e in questo caso si gioca la top 10 con Warner, con quattro titoli a testa, contro due di Universal. E a proposito:

Sedicenti singoli. Nel 2017 c’erano stati tre singoli italiani in top 10 ed era stato un trionfo rispetto agli anni precedenti, quest’anno a essere tre sono gli stranieri, finalmente li stiamo ricacciando da dove sono venuti. Con il n.1 di Amore e capoeira ottenuto con Takagi&Ketra, LaGiusy è la n.1 dell’anno proprio come nel 2015 quando cantava Roma-Bangkok con Baby K. A proposito di joint-venture, ce ne sono cinque nella prima diecina, tutto sommato un numero contenuto. Trap non ancora debordante in hit-parade (tre singoli), mentre almeno metà dei pezzi sono quelli che amabilmente definiamo “tormentoni estivi” e che ormai sono megaproduzioni con budget che basterebbero a mantenere per diversi anni un piccolo Comune del Centro Italia, e che certamente permette a qualcuno di lasciar perdere quella vecchia faccenda degli album. Naturalmente, in qualche caso abbiamo a che fare con singoli veri, in qualche altro con i brani di punta degli album. Né io né voi abbiamo margine di discussione su questo, perciò prendiamo in considerazione chi avrebbe voluto essere in questa top 10. E invece.

Einveceno. I due pezzi oréndi dei Thegiornalisti si fermano al n.16 e 17, Pappappà rappappà de Lo Stato Sociale è n.30, la molto celebrata Non ti dico no di Loredana Berté e Boomdabash è n.38, Faccio quello che voglio di Rovazzi n.49, la vincitrice di Sanremo Non mi avete fatto niente di Ermal Meta & Fabrizio Moro è n.50 (Occidentali’s karma di Gabbani aveva chiuso al n.6 l’anno precedente). In alcuni casi vale il calendario, vedi La fine del mondo di Anastasio che è n.94. Certo, è uscita più o meno in concomitanza con i singoli di Vasco, Fedez, J-Ax. Voi li vedete in classifica? Io proprio no.

Autarchia, zii. Il brano n.1 nel Regno Unito, One kiss di Calvin Harris & Dua Lipa, se la cava con un buon n.19. Il brano n.1 in USA, God’s plan di Drake, è n.26, un gradino sotto Pem pem di Elettra Lamborghini, che col suo n.25 precede anche Il ballo delle incertezze di Ultimo, vincitore di Sanremo Giovani nonché una delle (tante) (sì, un po’ tante) rivelazioni dell’anno. Che dire, per me non è un problema se gli italiani preferiscono Pem pem a – che so, No roots di Alice Merton (n.35), anche se naturalmente questo indurrà i producers ad aumentare in modo esponenziale la musica oggettivamente lercia e nauseabonda e castigare ghignando quei musicisti snob che insistono a mettere cinque note in fila, ignorando i veri bisogni del POPOLO. D’altra parte Pem pem piace ai nuovi protagonisti del mercato, i bambini delle elementari, che purtroppo invece di limitarsi a guardare YouPorn sui telefonini ricevuti per la Prima Comunione, li usano per ascoltare, crapine sante, la monnezza più spietata. E per fortuna YouTube non conta per la classifica – unico aspetto positivo del fatto che YouTube usi le canzoni praticamente a sfroso (con gran dispetto delle case discografiche e della maggior parte degli artisti).

Fisime. Questo è il momento in cui mi faccio assalire dalle mie insicurezze giovanili e mi figuro che qualcuno che non mi legge mai mi venga a insegnare che sì, i presunti album e i sedicenti singoli, ma i concerti sono un’altra cosa. (ehi, grazie). Concerto più visto del 2018: Eminem a Milano, 80mila persone, davanti a J-Ax & Fedez a Milano, 78mila persone. Non proprio concerti rock. Però dal terzo posto in giù il rochenroll salva la faccia amici:  Guns’n’Roses a Firenze (66mila), seguiti a breve distanza da Foo Fighters, Vasco Rossi, Imagine Dragons e Pearl Jam.
Altre fisime. Questo per contro è il momento in cui le mie insicurezze dell’età matura mi portano a pensare: ma è meglio un singolo megaconcerto, o una tournée trionfale di venti date nei forum? O una da cento date nei teatri? E dove sono i dati su questo? Non li ha nessuno. Perciò insicurezze, tornatevene da dove siete venute, merito una vita migliore.

Miglior vita. Nella top 100, solo cinque album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di emendamenti. Li guida XXXTentacion al n.37, e ne fanno parte Fabrizio De André, Nirvana (Nevermind chiude al n.78, sette posizioni meglio del 2017) e ovviamente i Queen, con Platinum collection (n.45) meglio della colonna sonora di Bohemian rhapsody (n.59).

Vinili. The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti all’album solista di Roger Waters e a Wish you were here. Non è vero, vi ho letto la classifica dell’anno scorso. Nel 2018 The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti a Nevermind e a Enemy di Noyz Narcos, per motivi che secondo me sfuggono persino a Noyz Narcos. Nel 2016 invece l’album più venduto era The dark side of the moon. E a proposito di

Pinfloi (e con questo sapete che ho quasi finito) The dark side of the moon si piazza al n.47 tra gli album più venduti del 2018 (cd + streaming + vinili), lasciandosi dietro Lady Gaga e Dark Polo Gang, mentre The wall si guadagna il n.67, davanti a Frah Quintale e Muse (faccio questi nomi solo per darvi una prospettiva, nessun secondo fine). Entrambi migliorano di diverse posizioni rispetto al 2017, quando erano al n.55 e 78. Come l’anno scorso, Wish you were here non è entrato nella top 100, e direi che questo comunque è un buon risultato per il governo del POPOLO.

Sì va bene ma alla fine, quanta musica è stata venduta? Più o meno dell’anno scorso? Se non ve lo dico è perché non è un’informazione che circola. Al momento. O forse non circolerà mai. Ma davvero, tra tutta questa arte e questa coolness e questo CAMBIAMENTO, ritenete che i grezzi numeri abbiano una qualche importanza?

Grazie per essere arrivati fin qui. So che non c’è proprio TUTTO, onestamente non si poteva, a meno di fare una maratona su Netflix. Se pensate che manchi qualcosa, chiedete pure. Buon anno. Skrrt, skrrt.