Tag: Gué Pequeno

Gli strani doni di Guésus Bambino – TheClassifica 50/2021

Gli strani doni di Guésus Bambino – TheClassifica 50/2021

All’interno: la classifica dei singoli natalizi. Ovviamente è piuttosto riprovevole.

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

E i Maneskin e HarryStyles e gli ABBA e Blanco e i Pinfloi e la tipa dei Brass Against. E bisognerà parlare dei Pinguini Tattici.

Caparezza e la Sinistra – TheClassifica, episodio 19/2021

Caparezza e la Sinistra – TheClassifica, episodio 19/2021

Prima delle sabbie. Ho tre aneddoti personali su Franco Battiato. Personali non nel senso di me e altri ragazzini che declamiamo con grande serietà faccende su gesuiti euclidei senza aver la più vaga idea di cosa stiamo dicendo ma sentendoci stranamente intelligenti nel dirlo. No, personali nel senso di quando per una serie di mosse imperscrutabili inizio a ritrovarmi a tu per tu con gli artisti (e anche qualche presentatore tv e attrice). Però sono dilaniato dal dilemma di cosa fare Quando Muore Uno Famoso (cit. Zerocalcare) e i suoi ricordi dilagano ovunque. Che fare? Esibire i propri pensierini in mezzo agli altri, tra quelli che hanno scritto fesserie da bar (ti ho visto, A., su Facebook) e quelli che ne hanno scritto magnificamente (ti ho visto, Simone Lenzi sul Post); tra tutti quelli che hanno legittimamente usato i social per esprimere spontaneamente i loro sentimenti e i segretari del partito chiamato Lega che lo hanno fatto per il solito pugno di like? Un giorno voglio riunire tutti i miei spin doctors e margin managers e chieder loro cosa fare in ogni occasione, e soprattutto capire se farlo è sintomo di vero amore o narcisismo (che magari è vero amore pure quello, anche se un po’ tristo). A ‘sto giro, siccome nessuno per fortuna mi ha chiesto di scrivere per lavoro della morte di CapireBattiato, la mia scelta è che quegli aneddoti non me li spenderò subito: per un anno, fino al primo anniversario e secondo momento di raccoglimento collettivo me li guarderò da solo come si faceva con le lettere d’amore. Cioè, in realtà visto che in fondo si tratta di momenti un po’ sciocchini, e visto che alla fine sono uno che lo ha incontrato quattro volte in vent’anni, non dovrei parlare di lettere d’amore ma di DM o sms che contengono un sorriso, qualcosa che ti fa vagheggiare di essere un essere speciale. Perché alla fine è semplicemente un sorriso ma per te è tanto. In compenso, qui posso fornire un
Aneddoto theclassificante. Tutti stanno giustamente scrivendo che La voce del padrone uscì alla fine dell’estate del 1981 – a settembre. Eppure fece realmente il botto MOLTO tempo dopo, nell’estate 1982, quella dei Mondiali di Pertini eccetera. Andò clamorosamente al n.1 il 9 maggio 1982, cedette il primo posto solo l’8 agosto (a Bella ‘mbriana di Pino Daniele), poi tornò al n.1 il 19 settembre e lasciò la prima posizione il 24 ottobre. In tutto fanno 18 settimane degli anni 80 (gli anni 80, gli anni 80) in cui la gente entrava nei negozi di dischi o negli autogrill, e quasi sempre usciva con un disco in cui il cantante ripeteva “Minima immoralia, minima immoralia”. Chissà cos’era successo in quei nove mesi tra l’uscita e l’ascesa. Se qualcuno sa, parli! Nel frattempo, segnatevi quelle 18 settimane. Perché ora passiamo all’attuale…
Numero uno. Nel maggio 2021, trentanove anni dopo il dominio di quell’album di quarant’anni fa, la classifica FIMI dei presunti album propone il suo diciassettesimo leader diverso in 17 settimane. La classifica dei presunti album è sempre più uguale alla Sinistra. E chi può guidarla, perlomeno per sette giorni, meglio di Caparezza, rapper per adulti al ritorno dopo 4 anni con Exuvia. Che però ci riporta al 2017, al precedente Prisoner 709: ne è sostanzialmente il seguito. Anche questo è un concept album, e a quanto spiega il Salvemini medesimo “L’Exuvia è ciò che rimane del corpo di alcuni insetti dopo aver sviluppato un cambiamento formale: un calco perfetto, talmente preciso nei dettagli da sembrare una scultura, una specie di custodia trasparente che un tempo ospitava la vita e che ora se ne sta lì, immobile, simulacro di una fase ormai superata (…) La mia Exuvia è dunque un personale rito di passaggio in 14 brani, il percorso di un fuggiasco che evade dalla prigionia dei tempi andati per lasciarsi inghiottire da una selva in cui far perdere le proprie tracce. Ho speso davvero tutte le mie energie per poter uscire dalla mia Exuvia, ma di questo parlerò a tempo debito”.
Il disco non è solo un concept album, è quasi la colonna sonora di un musical pieno di incubi e depressione, e molto personale ed egoriferito. Che non sarebbe un problema, è la cifra espressiva più diffusa specialmente nel rap, anche se ovviamente le nuove generazioni faticano a riconoscere Caparezza come rapper. Ma nel SUO caso mi sembra quasi simbolico vedere questa trasformazione (ops) del rapper che per lunghi tratti era stato un eroe del popolo per i suoi testi vividamente “sociali”. E vedere che dal 2017 al 2021 la sua storia personale continua ad essere la sua ragione artistica principale. Tanto da insistere col raccontarci di quel brevissimo periodo, cent’anni fa, in cui era Mikimix e nessuno si era realmente accorto di lui. A me personalmente Exuvia dà proprio poco, ma è anche vero che io 1) sono un arido e 2) non conto un lupino. Però non posso fare a meno di chiedermi cosa pensino quelli che lo vivevano come una sorta di commentatore politico. Sono andato a rileggermi quanto avevo scritto quattro anni fa, e posso ribadirne una parte (anche per pigrizia, mica sono così vulcanico come voglio far credere). Citommi:
«…Prisoner 709 lascia per strada quasi tutto il rap Troppo politico sul quale ironizzava. È molto personale, ma soprattutto è labirintico – tra l’altro, il labirinto rientra anche dal punto di vista acustico, visto che uno dei fantasmi che si aggira tra i 16 brani è l’acufene che lo tormenta. È pieno di idee, di citazioni, giochi verbali, esplosioni di senso, associazioni oggettivamente geniali. È quasi impossibile coglierle tutte, anche i tanti devoti chiosatori che ci hanno provato, per esempio su Genius, si perdono un po’ di cose, ne azzardano altre piuttosto ardite». E prima di concludere con «Gli riconosco di aver fatto un album magistrale. Ma faccio fatica ad ascoltarlo per un’ora, è più forte di me» mi soffermavo sul fatto che, fatta eccezione per il singolo Ti fa stare bene, aveva sacrificato la musica al ciclone verbale. Che l’album era «notevole, spesso sbalorditivo», ma si passava troppo tempo a districare i giochi di prestigio lessicali. Ebbene, devo dire che Exuvia mi sembra un po’ meno sbalorditivo, che la cupezza con cui è impastato a volte mi annichilisce (ok, ci vuol poco). Ma gli riconosco stavolta una ricerca di musicalità ammirevole, c’è una evidente voglia di cimentarsi con vari stili e strumenti – cosa che manca a tantissimi rapper del Dopo Caparezza; c’è anche molta voglia di variare i flow, come per dimostrare ai giovani colleghi che non ne esiste uno solo. Ma forse in questo caso il problema non è cosa vogliono fare, ma cosa sono capaci di fare. E ora…
Resto della top 10. Scende dal n.1 ma senza allontanarsi troppo Taxi driver di Rkomi, che precede sul podio la seconda più alta new entry, Paesaggio dopo la battaglia di Vasco Brondi, che debutta al terzo posto. Slittano al n.4 e 5 Gué Pequeno e Madame, e dietro di loro si insedia Djungle del PRODUCER indipendente TY1, il cui album pieno di ospiti di lusso (Marracash, Rkomi, Massimo Pericolo, Noyz Narcos, Ernia, Gué Pequeno, e tanti altri) è la terza nuova entrata di una top ten di nuovo tutta ITALIANA, visto che il vecchio live dei Pinfloi in sette giorni è sceso dal n.4 al 95: apparentemente il suo supporto fisico è stato comprato di corsa dai fan, ma da nessun altro. Dal n.7 al n.10 procedo quindi a segnalarvi Maneskin, Tedua, Mace e Capo Plaza. In sostanza, Caparezza è il più anziano, ma i più giovani, i Maneskin, sono insieme a Brondi gli unici che non fanno rap o, se preferite, urban sound. Non so cosa possa significare.
Credo niente.
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Sedicenti singoli. Tra le prime dieci nessuna nuova entrata: come vi dico a intervalli regolari, con ossessiva insistenza, tra i singoli c’è pochissima voglia di canzoni nuove mentre tra i presunti album è tutto un’usa e getta. Qui Rkomi mantiene la vetta con Nuovo range, un pezzo brutto ma – gli va riconosciuto – anche parecchio insulso, nel quale è affiancato da Junior K e da Sferoso Famoso. La Musicaleggerissima scende al n.3 scambiandosi di posto sul podio con l’esasperante Lady di Sangiovanni, scarso ma amico di Maria e quindi di tutti gli ITALIANI; il rapper Mediaset già che c’è piazza anche un altro brano al n.9, e quindi si propone come rivelazione di questa annata che ci sta rivelando soprattutto che i giovani ITALIANI apprezzano moltissimo l’invenzione nuovissima e supercool chiamata televisione – ahaha, e voi boomer che perdete tempo con le nuove tecnologie e app. Bene: passiamo a…
Altri argomenti di conversazione. Esce dalla top ten Achille Lauro, ci è rimasto tre settimane e devo dire che mi ha stupito, pensavo molto meno. Dalla classifica grande invece escono e dopo una sola settimana Royal Blood, Gojira e Rachele Bastreghi. Fuori dalla top 100 dopo 8 settimane Fulminacci e dopo 17 settimane Ava Max. Intanto Motta sale dal n.26 del debutto al n.13 grazie all’uscita del vinile (n.4). Non capisco bene la strategia di far uscire il vinile una settimana dopo il presunto album. Comunque continua a non vedere la top ten malgrado l’inspiegabile successo presso le femmine adulte. Aggiungo che Gionnyscandal debutta al n.26 e Van Morrison al n.43, e poi vi precedo nel reparto…
Lungodegenti. Potete saltare questa sezione, è per pignoli e la includo solo per allentare la tensione prima del finale. Ci sono undici album che sono in classifica da più di due anni perché non ci stancano mai, nove di loro sono ITALIANI. In ordine di posizione in classifica, Pinguini Tattici Nucleari, Fuori dall’hype (n.24, 110 settimane), Ultimo, Colpa delle favole (n.31, 110 settimane); Salmo, Playlist live (n.42, 131 settimane), Lazza, Re Mida (n.45, 115 settimane); Billie Eilish, When we all blablabla (n.47, 111 settimane), Ultimo, Peter Pan (n.49, 170 settimane), Gazzelle, Post punk (n.62, 128 settimane); Capo Plaza, 20 (n.68, 160 settimane); Ultimo, Pianeti (n.73, 167 settimane); Elisa, Diari aperti segreti svelati (n.80, 133 settimane).
Avete prestato attenzione? Non ho citato Ed Sheeran. L’ho fatto per illudervi. Purtroppo c’è, col suo penultimo album Segnetto, che è al n.50, sempre lì, lì nel mezzo, e la prossima settimana potrebbe eguagliare il record di 220 settimane consecutive di permanenza appartenente ai
Pinfloi. Il detentore The dark side of the moon continua a latitare, mentre The wall è al n.78 e compie un anno di permanenza in questa sua nuova striscia. Di Live at Knebworth 1990 e della sua fulminea esperienza in top ten vi ho già parlato, quindi concludo con il consueto dualismo da apericena tra The dark side of the moon e The wall: il primo è come i Non Fungible Tokens il secondo è come i Bitcoin. Caspita, quanta strada ha fatto questa contrapposizione scema dai tempi di “pandoro o panettone” e “boxer o slip”, sembra ieri che ho cominciato. Grazie a tutti per aver letto fin qui, a presto.
Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Addio a un genere che era in decomposizione anche da vivo. Ma quanto lo amavano i media.

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

La rivincita orgogliosa della più schifosa musica leggera italiana, con la benedizione di una generazione di critici che si droga assai male.

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Vi parlerò di questa nostra epoca. Oh, sì. Ascoltatemi! In questo periodo dell’anno, soprattutto quest’anno, per andare al n.1 della classifica dei presunti album bastano tremila copie tra cd e vinili, forse anche meno. Con ciò non voglio dire che se l’è comprate tutte la maison Gucci perché i giornali, al modico prezzo di 45mila euro, scrivessero che finalmente, e dai e dai, dopo otto album il suo testimonial presso la vibrante gioventù ITALIANA è


Il Numero Uno. Lauro De Marinis in arte Achille Lauro ci permette di salutare il 14mo cambio di governo in 14 settimane. Non era mai successo; nessuno ha riconquistato il primato dopo averlo perso quest’anno, e anche questo ci dice quanto funzioni bene il meccanismo di entente cordiale con cui le tre multinazionali gestiscono le uscite in modo da non pestarsi i piedini. Ogni Nuova Uscita blandamente sostenuta da una major va puntualmente in vetta alla classifica dei presunti album. Però il pezzo di Lauro piazzatosi meglio nella classifica dei singoli è Marilù, con un trionfale n.83. E questo, sarete d’accordo, certifica che il primato tra gli album è conferito soprattutto da dischi di plastica col buco, sui quali le classifiche FIMI sono sbilanciate – e forse giustamente, perché da lì provengono ancora un po’ di proventi. Però prima di denunciare che una esigua minoranza di Lauriani ha preso il potere grazie ai vecchi supporti, chiariamo che anche nel mondo palpitante e contemporaneo dello streaming non è un periodo di maggioranze passionali. Guardando gli ascolti su Spotify, il player principale nell’ambito digitale, un calo di ascolti nella top 50 è evidente. Non so se sottintenda un calo negli ascolti in generale, forse no (inutile chiedere: tanto, ci raccontano quello che vogliono). Sarebbe comunque a sua volta giustificato dalle poche, prudentissime uscite degli artisti che in Italia come all’estero non vogliono rischiare le docce scozzesi che stanno capitando a parecchi colleghi famosi. Questa situazione è oggettivamente anomala, ma non saprei dire se davvero all’arrivo del #liberitutti tanto agognato, tutto tornerà come prima. Perché nel frattempo, qualcosa sarà cambiato, e l’astronomia della musica avrà cambiato fisionomia. Io non sono del tutto convinto che i big di prima torneranno facilmente a riscuotere il loro dazio in termini di copie e biglietti venduti. Poi, non so nemmeno se riusciranno a riscuotere qualcosa quelli che di colpo si stanno godendo i mille red carpet stesi dai mille media tappetari. Penso che per farsi un’idea di chi ci piacerà in futuro sarà bene tener d’occhio, oltre a Spotify e Sanremo e Maria, anche Amazon e Netflix, cioè le voci del POPOLO. D’altronde se sono in grado di far passare Pintus per comico, sapranno anche far decollare Myss Keta e Anastasio.
E questo è tutto quello che ho da dire su Achille Lauro.
(a voi sembrerà che non ne abbia realmente parlato) (invece sì)
(che poi, sinceramente, qualcuna delle canzoncine che Lauro latra non mi spiace nemmeno) (però è così evidente e penosa, la burattinata messa in piedi per darla a bere a noi e alla critica tranciosa, per di più azzardando paragoni leggendari con personaggi davanti ai quali il lungo Lauro ha la stessa statura artistica di uno scarafone) (comunque, è facile per me fare il sentenzioso: mica rischio di perdere tutti i soldi delle inserzioni di Gucci) (perciò lasciamo perdere e veniamo invece a)

Il Numero Uno Della Settimana Scorsa. Cosimo Fini in arte Gué Pequeno era andato al n.1 per l’ennesima volta con Fastlife 4, condiviso con DJ Harsh. Ora come ora è al n.2, e nella seconda settimana dall’uscita non ha nemmeno un singolo in top ten, anche se i suoi featuring si chiamano Marracash, Salmo, Lazza, Luché, Gemitaiz, Noyz Narcos. Non c’è dubbio che Fastlife 4 sia indirizzato ai fan del rap anni ’10 (un po’ mi emoziona usare l’espressione “anni 10”, è la prima volta. Come vi suona?), e soprattutto a quei suoi fan che erano rimasti disorientati dalle parti più intime e sofferte del recente Mr. Fini. Eppure, qualcosa nel meccanismo sta sfuggendo persino a Gué, se non riesce a scalfire l’egemonia televisiva espressa dalla top ten dei


Sedicenti singoli. A più di due mesi dalla sua conclusione, Sanremo, la divinità mostruosa e immortale, continua a occupare i sogni carezzevoli di questa nazione di stupratori. Il regno sanguinario dell’edizione 2021, forte di 2022 concorrenti, è perpetuato da ben cinque tra le dieci canzoni più ascoltate ancor oggi dai succubi dell’alleanza tra la kermesse e Spotify. Bisogna tornare agli anni 50 per rivedere un simile, furioso e LUNGO predominio sanremese: al n.1 c’è ancora il manifesto della Musicaleggerissima di Nécarne & Népesce, al n.2 la Voce di Madama, al n.5 La genesi del tuo colore di Irama, al n.7 Fedez e Michielin, al n.8 i vincitori Maneskin. E anche altri sanremisti sono in top 20 (Annalisa, Coma_Cose, Fasma & GG) – e tuttavia, guarda un po’, la compilation Sanremo 2021 scende dal n.47 al 52. Capite che allora c’è una strana logica dietro le classifiche attuali e il loro modo di dipingerci il mercato. Oh, non dico che una logica non ci sia. So che c’è, la vedo. Ma in questo momento contingente ha l’aria confusa e barcolla come quei fuorisede costretti a disintossicarsi per il rientro forzato nella casa dei genitori (più che altro per non creare troppe tentazioni a questi ultimi tenendo roba in casa).
In compenso, a Sanremo si oppone Mediaset, coi rapper amici di Maria: Sangiovanni con l’irritante Lady è al n.3, Aka 7even con la fastidiosa Mi manchi è al n.4.
Ma in generale, la classifica dei singoli (incredibilmente) è irrigidita tanto quanto quella degli album (incredibilmente) è fluida e mercuriale: la più alta nuova entrata è al n.27 (un qualche pezzo di Rkomi con Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti). Il pezzo più recente in top 10 è anche l’unico non ITALIANO, ed è Montero di Lil Nas X, uscito più di un mese fa (n.10).
Anche in questo caso, sta succedendo qualcosa di mai visto prima. Come se alla fine chi ascolta musica fosse in una fase di rigetto per la manfrina delle Nuove Uscite, delle canzoni-meme, degli artisti da posizionare secondo le tendenze del marketing, della gara dell’hype con i propri conoscenti saccenti, delle canzoni composte pensando agli hashtag e ai brand da ingraziarsi, e con le basine brutte e insulse escogitate coi telefonetti dai PRODUCERS ReMida che col loro sapiente tocco trasformano il letame in guano. Poi, l’effetto solo apparentemente paradossale (ma che a ben guardare accade anche in altri ambiti, magari anche il vostro) è che quelli a cui piace la musica, un po’ come quelli che un tempo speravano davvero nella politica, se ne vanno, lasciando il campo a quelli che la musica la schifano ma idolatrano le frasette, le mossette, i personaggetti – nella speranza, un giorno, di eleggerli.
Forse è solo momentaneo, certo. Ma forse no. Io rimango qui a vedere, come disse Plinio il Vecchio davanti al Vesuvio. Torniamo agli album e al

Resto della top ten. Dei primi due vi ho già detto, al n.3 ci sono i Maneskin (Sanremo!) al n.4 Madame (Sanremo!), al n.5 entrano i Coma_Cose (Sanremo!) con il loro album lungo 20 minuti, si vede che non avevano molto altro da dire oltre al titolo Nostralgia (…lo vivo come un omaggio a Malinconoia di Marco Masini). Debutto al n.6 per Greta Van Fleet, ho sentito dire che è insospettabilmente buono, però sapete com’è: mi freghi una volta, vergogna per te; mi freghi due volte, vergogna per me. La quota rap è tenuta su da altri tre precedenti numeri uno: Capo Plaza (uscito tre mesi fa, n.7, è il disco da più tempo in top ten), Mace (n.8) e Massimo Pericolo (n.10). In mezzo a loro, Emanuele Aloia con Sindrome di Stendhal. L’album contiene L’Urlo di Munch e Notte stellata e Il bacio di Klimt e La Monna Lisa e Girasoli. Però ci ha messo anche Schopenhauer e Romeo & Giulietta, si vede che porta Filosofia e Letteratura Straniera come complementari. Buon per lui. Per altri


Non benissimo. Come tanti altri artisti che si erano fatti valere prima del crollo delle ideologie musicali e delle loro generose utopie, anche Max Gazzé dopo aver debuttato al n.4 (grazie ai suoi abbonati, che hanno comprato il cd la prima settimana), tracolla fuori dalla top 50 – appena fuori, al n.53. Esce di classifica dopo due settimane Neffa, e dopo 6 settimane si arrende anche la nuova versione dell’album featuroso di Francesca Michielin: il cambiamento delle modalità di ascolto sta castigando con ferocia darwiniana molti artisti di peso con dischi in qualche caso anche molto curati (Malika Ayane, o Ghemon, o Noemi che pure aveva dalla sua Dardust, il più grande PRODUCER mondiale) – ma non se la passa meglio l’ex n.1 Ermal Meta andato sotto il n.100 nel giro di un mese. E dei dischi di Max Pezzali e Negramaro e Claudio Baglioni non avete più sentito parlare, vero? Mi sbilancio: è un’epoca che se ne va, e non basterà RadioItalia a tenerla viva. Per fortuna, qualcosa ci unisce tutti, ed è il disprezzo per quegli stranieri che si ostinano a non essere ITALIANI: bisogna meritarselo. State acquistando esclusivamente detersivi e schiume da barba con una bandierina tricolore? State mangiando eccellenze del territorio? Bene. Grazie a voi, Taylor Swift n.1 in USA, non riesce a fare breccia con la sua arroganza di bovara, e scende dal n.12 all’81, mentre esce di classifica, dopo due settimane, Demi Lovato. Che voi direte: avessi detto, e io vi dirò che dite bene, ma dicendovi anche n.2 in USA e n.2 in Brexit. Detto questo eccoci nel reparto


Lungodegenti. Sono in classifica da più di due anni Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari, (107 settimane), l’unico album di Billie Eilish (108), Re Mida di Lazza (112), Post Punk di Gazzelle (125), Playlist live di Salmo (128), Diari aperti segreti svelati di Elisa (130), 20 di Capo Plaza (157), tutta la discografia di Ultimo, da Colpa delle favole (107) a Peter Pan (167) passando per Pianeti (164); meglio di lui solo l’aberrante Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 216 settimane fa e quindi a poche settimane dallo strappare con un atto di cruenta portata simbolica quel fatidico record di permanenza consecutiva ai


Pinfloi. The dark side of the moon, probabilmente in crisi di mezza età, dopo esser stato tanto affidabile con più di quattro anni di permanenza, di colpo si è messo a entrare e uscire di classifica senza dare spiegazioni; stavolta rientra, al n.85. Ora è The Wall che porta a casa la michetta, e si fa trovare stazionario al n.59. Ora dovrei salutarvi con il momento dei paragoni categorici ma non mi ricordo se ho già usato gli allenatori di calcio e ho già detto che The Dark Side Of The Moon è Massimiliano Allegri e The Wall è Andoniogonde. Perciò nel dubbio aggiungo che The Wall è Massimo Galli, The Dark Side Of The Moon è Matteo Bassetti.
Ovviamente Wish You Were Here è Roberto Burioni.
Grazie per aver letto fin qui. A presto.

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

Non morivo dalla voglia. No, decisamente no. Che voglia potevo avere di raccontarvi il come e il perché dell’inevitabile numero uno tra i presunti album di BV3, ovvero Bloody Vinyl 3, che chiameremo album anche se è una compilation/mixtape. In italiano sensato: quindici pezzi prodotti da un dj (Slait), rimati e interpretati da un’orgia di rappusi (soprattutto dell’area Salmo/Sony) croccantissimi tra i teenager, terzo capitolo di un progetto (bla, bla, bla). Il tutto con la premessa: badate, è un mixtape. Il che vuol dire: è una roba fatta alla svelta, di slancio. Il che vuol dire: se lo trovate per lo più raffazzonato e poco ambizioso, dovete capire che è il suo bello. Il che vuol dire: se vi fa schifo, il problema siete voi.

Che è poi LA grande trovata della post-critica post-musicale, da cinque anni a questa parte. Il problema siete SEMPRE voi.

Ecco perché non morivo dalla voglia. Perché d’accordo, sono un uomo di buona volontà, sono anni che cerco di sedare i miei istinti aggressivi e di andare oltre le furberie della scena e di tutte le sue scenette, allo scopo di farmi un’idea di chi sia qualcosa di più che un action-figure di gomma, un supereroe-merendina per 13enni maschi ITALIANI nemmeno particolarmente brillanti. E non morivo dalla voglia perché so di non aver MAI, in dieci anni, parlato male di Salmo, e so di non aver MAI, in un anno, parlato male di ThaSupreme. E poi come fai a non trovare almeno cinque cose buone in un disco che brulica di gente: ThaSupreme (7 pezzi), Lazza e la celebrità televisiva Hell Raton (3 pezzi a testa), poi Salmo, MassimoPericolo, FabriFibra, Nitro, DaniFaiv, Madman, Shiva, Low Kidd, Capo Plaza, GuéPequeno, JakeLaFuria (non insieme) (hihi), addirittura delle FEMMINE (Mara Sattei, Madame), addirittura Coez per l’angolo delle ragazze. Dai, anche solo per sfinimento, qualcosa finisce per piacerti. Invece.

Non muoio dalla voglia di ammetterlo. Ma BV3 mi risulta di una pochezza, di una banalità e stupidità feroci, prevedibili, tronfie. E compiaciutissime di tutto ciò. Perché in fondo il gioco è così ovvio: se non mi piace, il problema sono io. È il comma 22 del rap italiano. E ci abbiamo tutti fatto l’abitudine. Oppure abbiamo deciso di dargliela vinta, e passare gli anni che ci restano a postare cover di vecchi pezzi dei Sonic Youth o nuovi meme con quella stupida copertina dei Joy Division.

(personalmente, non muoio dalla voglia)

Non morivo dalla voglia, altresì, di essere l’unico scemo. A stroncare un prodotto così visibilmente apprezzato dai piccoli consumatori ITALIANI come BV3. Anzi, per convincermi di essere effettivamente scemo a essere l’unico scemo, ho iniziato a cercare recensioni. Ovviamente, iniziando dalle reactions su YouTube. Secondo Around Dread, che credo abbia usato l’aggettivo “coatto” (e “coattissimo”) tra le venti e le trenta volte in 14 minuti, è un album “strano, diverso. Particolare. Da macchina. Je do un 8” (155mila visualizzazioni). Gli Arcade Boyz, tipicamente, danno colpi al cerchio e alla botte, ma alla fine elogiano ThaSupreme che è al suo meglio: “più cattivo, accattivante e cazzuto che nella sua produzione precedente”, e “il crossover interno, proprio quello che ci si aspetta” (330mila visualizzazioni). In entrambi i casi, adorazione pura e scomposta per il campionamento della sigla del beneamato telegiornale Studio Aperto (Bloody Bars, con Lazza e Young Miles) e per la canzone-accendino al n.1 dei sedicenti singoli, Altalene (ThaSupreme, sor’ta Mara Sattei, Coez). Dopo aver capito che aria tirava sul tutubo, sono passato a gente che fa numeri molto minori, ovvero le testate musicali. E lì ho iniziato a vedere cose veramente penose. Naturalmente, sono tutte opinioni legittime. Per le quali provo una pena infinita – che per fortuna supera il raccapriccio abissale.

 

Non è che morissi dalla voglia di andare avanti. E invece, miracolo! Prima una, poi un’altra, poi una terza recensione quanto meno perplessa. Sto dicendo che di colpo, ho scoperto di NON essere l’unico scemo. Non è un’esperienza che vivo con frequenza. Tanto che, abbacinato dalla gratitudine, segnalo anche i nomi dei bro e gli zì che hanno avuto l’ardire di storcere il naso: Claudio Cabona, Luca Roncoroni, Vittorio Comand.

Ma allora, ma allora… (mi son detto). NON SONO SOLO! Mi sono sentito come Sting davanti a cento miliardi di bottiglie sulla spiaggia – nelle quali c’erano altrettanti messaggi in bottiglia (almeno credo. Il testo non era esaustivo: le bottiglie c’erano ma forse banalmente provenivano da cento miliardi di alcolizzati che le avevano vuotate e buttate a mare). E questa è una piccola buona notizia. La grande cattiva notizia è che BV3, fatto salvo qualcuno che ne esce a testa alta (e vorrei pure vedere: 20 artisti, 15 pezzi, eccetera) è una piatta manifestazione di arroganza da parte di chi ha preso il potere e, come i porconi della Fattoria degli Animali (aka l’altro libro di George Orwell) maschera sempre più a fatica il proprio disprezzo per le poche bestiole che sognavano la rivoluzione. E non vi nascondo un’ipotesi complottista con cui mi sto baloccando: il fatto che in questi anni siano usciti alcuni album rap di qualità superiore ha allarmato parte dell’ambiente. Perché metti che dopo, gli ascoltatori, e magari persino alcuni critici, iniziano ad aspettarsi la succitata qualità superiore invece che i piccoli insulsi supereroi che fanno sognare i pischelli ITALIANI con le loro storielle di droga, pistole, cash e bitches vogliose. Capirete che ben pochi, nella scena, muoiono dalla voglia di andare oltre. Troppo sbatti, zii. Meglio quelle due camicie brutte e quegli occhialetti tirati su col minimo sforzo, che quelle panzane radical-chic sull’arte.

Il resto della top ten. Al n.2 si conferma RenatoZero con l’album per i suoi settecento anni di carriera, e al terzo posto entra Cinema Samuele, di Samuele Bersani. Da segnalare al n.5 l’ingresso di Roger Waters dei Pinfloi, con la colonna sonora del suo documentario coi pezzi dei Pinfloi. Poi c’è Achille Lauro che credo stia continuando a pubblicare lo stesso album ogni due mesi (n.6). Per il resto, rappusi vecchi e nuovi, tutti a loro tempo al n.1, con la prevista turnazione. Si tratta di Emis Killa & Jake La Furia (n.4), Ernia (n.7), Gué Pequeno (n.8), Marracash (n.9), ThaSupreme (n.10).

Altri argomenti di conversazione. Non riescono a debuttare in top ten Bon Jovi, 21Savage (n.1 in USA), Blackpink che entrano tra il n.11 e il 20 proprio come What’s the story morning glory degli Oasis, al n.19 e non per un’edizione particolare, mi pare, ma solo a forza di articoli celebrativi per il decennale del quinquennale del decennale. Le Blackpink, ove lo ignoraste, sono una girl-band sudcoreana, che come la boy-band sudcoreana BTS sta andando piuttosto bene nel mondo anglosassone. Numero 2 in USA e UK, n.7 in Germania. Ma come i BTS, da noi non attecchisce. Con questo non voglio convincervi che il giovane pubblico italiano sia razzista (peraltro dovreste saperlo già. Mica sono tutti quanti figli adottivi di cotanti genitori: lo stesso dna provinciale e strapaesano scorre forte anche nei ragazzi). Ma continuo a trovare affascinante che più siamo globalizzati e più siamo autarchici. Oh beh, d’altronde sono iniziati gli anni Venti e una Mussolini dà spettacolo in prima serata.

Sedicenti singoli. Il mixtape della Machete manda all’aria (finalmente) anche la classifica post-estiva dei sedicenti singoli, piazzando Altalene (Slait, ThaSupreme, ThaSorella ovvero Mara Sattei, e Coez nella parte del Bacio Perugina) al n.1; al secondo posto c’è Machete Satellite, ovvero la pace tra Salmo e gli FSK dopo che lui aveva dissato i loro riferimenti continui alla droga – invece alla fine è tutto un giocone e i teenager sanno benissimo che se si drogano è colpa dei loro genitori, mica delle multinazionali che producono arte contemporanea. Chiude il podio il Baglioni del rap, Ernia con la languorosa Superclassico.

Lungodegenti. Non si era mai avuta una tale quantità di album da più di 100 settimane in classifica. Quest’epoca fortunata di musica eccellente può vantare ben otto evergreen intramontabili, guidati dal segnetto ÷ di Ed Sheeran (188 settimane), seguito da Rockstar di Sfera Ebbasta (142 settimane), Peter Pan e Pianeti di Ultimo (139 e 136 settimane), 20 di Capo Plaza (129 settimane), Potere (Il giorno dopo) di Luché (119 settimane) Diari aperti di Elisa (102), Playlist live di Salmo (100). E ogni settimana il ragazzo dei giornali ne porta altri, ne vedo già uno in arrivo a fine mese ed è ITALIANO. Stranamente, non lo è il disco che sta tentando di raggiungere i quattro anni filati in classifica: vi sorprenderà sapere che è un disco dei semisconosciuti

Pinfloi. The dark side of the moon è rientrato nella classifica ITALIANA 205 settimane fa ed è attualmente al n. 70, in salita di sei posizioni. The wall è al n.88, in discesa; attualmente è quattro posizioni sotto Nevermind dei Nirvana (quelli di Kurt Cobain, quello che si è sparato, avete presente? Però non era ITALIANO quindi ha fatto bene). Dimenticavo, devo chiudere con il dualismo – okay, è chiaro che The dark side of the moon è Star Trek mentre The wall è Star Wars, e non mi convincerete mai del contrario. Non perché non esistano argomenti, ma perché sarò fuggito prima che abbiate iniziato. Però grazie di aver letto fin qui, siete veramente gentili. A presto.

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

E poi Jake La Furia e Berlusconi, Emis Killa e Barbara D’Urso, gli FSK Satellite e la mala milanese. Va bene, l’ho presa un po’ larga.

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Altri argomenti di conversazione. Di solito, magari qualcuno lo ha notato, inizio questi sermoncini con un prologo – ma il vero scopo del giornalismo musicale contemporaneo è compensare la piattezza montante: sono così poche le scintille che dobbiamo tirare noi dei petardini. Tanto, anche se ci scoppiano in faccia, quasi tutti ce la siamo giocata da tempo. Così, per creare un po’ di spiazzamento blandamente significativo, vi informo con aria sapiente che questa settimana mi è capitato di notare che la dance-hit degli anni 90 No limit del gruppo del Benelux 2 Unlimited inizia con un call e response classico: “Let me hear you say yeah!!!”. Solo che la folla risponde “No!”. Non me n’ero mai accorto perché davo per scontato che la risposta fosse “Yeah!”, era come un percorso neuronale obbligato. E so che è un po’ tardi, oggi, per farne un argomento di conversazione realmente vincente – ma nel caso, potete anche bofonchiare qualcosa sul fatto che l’imprevedibile si nasconde meglio proprio dove non l’avevi previsto. Ed è questo che ci porta a

Il numero uno. Nella classifica ITALIANA dei presunti album balza al comando un disco pop (naturalmente ITALIANO) – ed è Crepe di Irama, che detronizza Mr. Fini di Gué Pequeno (ora n.2). Scala di un posto anche Gemelli di Ernia, ora terzo. Bene: è la settima volta, nelle 36 settimane del 2020, che un artista che non sia un rapper italiano si trova al n.1. Non sono molte, no. Nel piccolo club ci sono Brunori SAS, MeControTe, Pearl Jam, Lady Gaga, The Weeknd e Achille Lauro. Se ci fate caso, gli italiani nonrapper sono tre. E uno di loro, volendo, è un ex rapper. Irama, invece, è pop, giusto? Più o meno. Essendo uno che sa stare al mondo, Irama non si è sciupato a fare un vero album, non con il mercato dei cd colpito duro dalla pandemia e impossibilitato ai firmacopie. Crepe dura 23 minuti, e solo 14 sono nuova musica: Arrogante è il singolo spiaggioso dell’anno scorso, Mediterranea quello di quest’anno – molossi da 50 milioni di ascolti, che nessuno dei brani inediti si può sognare.

FutuIrama. Filippo Maria Fanti, 25 anni, da Carrara, cresciuto a Monza, non è al suo primo primato, ormai un po’ lo conosciamo. Non fa mai niente che possa sorprendere. Il che, in teoria, non è molto pop. Ma dopo aver fatto la sua gavetta (un quasi inutile Sanremo Giovani, la freddezza dei discografici nei suoi confronti, mesi a dimenarsi tra le squadrette bianche e blu e i giudici del teatrino di Amici) Fanti ha imparato a stare al mondo. Da tre anni ogni sua produzione va al n.1, e da tre anni offre la più ineccepibile sintesi di tutto quello che si richiede a un idolo pop italiano. Bello e tormentato, passionale e lamentoso, Sferico e Ultimoso, è l’incompreso di massa sufficientemente furbo da puntare su un’immagine da bad boy per 13enni (“Lo so che tuo padre preferisce quello scemo, dice sarò sempre un delinquente coi segni sulla pelle”) e da rappare in qualche brano, usando espressioni che sembrano la parodia del rap contemporaneo più banale e insulso: “Seguo questo flow, sento il movimento che si muove lento, non ho fretta scendo, in strada fanno bro (bro) – tra i palazzi in centro, sotto un cielo argento, cerco l’universo”.

(ovviamente, è una mia opinione che rime come queste siano banali e insulse: tra i critici rap che sanno stare al mondo, si spinge tutto a forza nel concetto di rap game, in base al quale l’insulsaggine è anch’essa stile)

Ma al di là di quegli sfoghi da artista malmostoso che inserisce in almeno un pezzo per album (in questo caso, Eh mama eh), le sue tre canzoni più ascoltate in streaming sono i tre brani spiaggiosi Nera, Arrogante e Mediterranea, uno per ognuna delle ultime tre estati. E non ha solo capito il mercato, ha capito qualcosa in più. Perché il momento più clamoroso e rivelatore del suo quarto d’ora di nuova musica è la strofa che trent’anni dopo Bella stronza di Marco Masini regala a una nuova generazione “Nella testa pensieri strani se mi tocchi con quelle mani – poi mi dici che non lo ami, con il culo sul suo Ferrari”. È un’intuizione non da poco, un immaginario rancoroso passato di padre in figlio, per far palpitare le figlie con le stesse parole che turbavano le madri. E soprattutto, è come se ci dicesse che abbiamo buttato via tre decenni, che il nostro pop è regredito con gioia, che finiremo schiacciati da Sanremo e dilaniati dagli azzeccatissimi tormentoni estivi. Forse in questo Paese non si ascolterà mai più musica che valga qualcosa, ma non ne farei un dramma: la piattezza e prevedibilità non potrà che aumentare in tutti noi la produzione di articoli brillantissimi, e di commenti sagaci sui social. Fareste cambio?

Resto della top ten. Dietro a Irama, Gué ed Ernia c’è una nuova entrata prestigiosa: la compilation Rtl Power Hits Estate 2020, tre cd contenenti tutte le azzeccatissime hit estive, con l’aggiunta in fondo dell’Inno di Mameli suonato da Federico Poggipollini, per ricordare a tutti noi come è importante sentirci ITALIANI. Vi state sentendo ITALIANI in questo momento? Non è mai abbastanza, amici, e voi lo sapete. Poi, in mezzo ad altri quattro rappusi (Geolier, Tedua, ThaSupreme e Marracash) al n.7 ci sono i Pinguini Tattici Nucleari (…sì, ancora). All’ultimo posto disponibile della top ten c’è la seconda più altra nuova entrata, Smile di Katy Perry – unica femmina e unica straniera. Non ce la fanno invece i Metallica con la San Francisco Symphony Orchestra (n.13).

Ma a proposito di stranieri. In queste ore salta fuori una notizia curiosa sulle charts del Regno Unito, che io deploro (sia il Regno Unito che le sue charts). Ovvero, la ristampa di Goats head soup (1973) dei Rolling Stones è gomito a gomito con Zeroes (2020) di Declan McKenna per il prossimo n.1 in classifica. Ora, malgrado le strazianti rivalutazioni che spettano a qualunque cosa sia adeguatamente coperta di polvere, Goats head soup resta un disco mediocre e svogliato, e gli inediti sfoderati per renderlo appetibile non migliorano la situazione: vederlo andare al n.1 in epoca moderna sarebbe una testimonianza eloquente che se l’Italia piange, Brexit non ride. Peraltro, se ascolterete l’album del giovane McKenna, noterete che grida “1973” pure lui, per come ricorda gli ultimi fluttuanti barlumi del glam-rock. Deprecando i britanni, spero che confermino ogni mia acrimonia nei loro confronti mandando al n.1 l’album più bolso dei Rolling Stones. Però non menzionavo questa circostanza per consigliarvi un disco (giammai!), quanto per notare che Spotify alla mano, i brani di McKenna (quelli nuovi) stanno facendo gli stessi numeri di quelli nuovi di Irama, se non inferiori: siamo poco sopra i 200mila ascolti. Forse i tempi in cui guardare a quel mercato con senso di sparuta inferiorità sono passati. Ovviamente sto parlando di mercato interno: se poi torna a farsi viva Adele, è ovvio che inizia un altro campionato un po’ globale. Comunque vorrei proprio vederla, Adele, uscire con un singolo a giugno e misurarsi con le nostre

Azzeccatissime Hit Estive. Qualunque cosa venga decisa dalle tante serate televisive di fine estate, la gerarchia tra i sedicenti singoli vede Ruocc’ Hunt e Ana Mena conservare il primato con A un passo dalla luna e rintuzzare la concorrenza di Karaoke di Boomdebésc e Santrìna Amoroso (n.4): sul podio oltre a Jerusalema c’è ora Hypnotized di Purple Disco Machine & Sophie and the Giants. Il che significa, cari miei, che per la prima volta dopo cinque anni sul podio c’è una sola canzone ITALIANA. Sudafricani, tedeschi, tutta gente che stava ancora nelle palafitte quando NOI già cantavamo canzoni cretine. Al n.5 c’è Ernia con Superclassico, che putacaso ribadisce l’amara esperienza di Irama, però con la sorella al posto del padre: “Davvero non ti han detto che non sono il tipo, da guardare a una festa, un pessimo partito – in fondo pure tua sorella ha detto lascia stare, ché con quelli così, si sa che ci si va a inguaiare” (spiace non sapere che macchina ha il “vecchio ragazzo” di lei che “è un coglione galattico”). Al n.6 ci sono Fred De Palma e Anitta con Paloma, al n.7 Irama con Mediterranea, al n.8 Chico (Gué Pequeno, Rose Villain, Luché), al n.9 M’Manc (Shablo, Geolier, Sfera Ebbasta), al n.10 Non mi basta più (Baby K & Chiara Ferragni). Irama resta l’unico che si presenta da solo, senza featuring. E anche di questo bisogna dargli atto.

Lungodegenti. Ci sono sette album in classifica da più di due anni, e in autunno potremmo arrivare a dieci. Per ora abbiamo il segnetto ÷ di Ed Sheeran (183 settimane), Rockstar di Sfera Ebbasta (137 settimane), Ultimo con Pianeti (131 settimane) e Peter Pan (134 settimane), 20 di Capo Plaza (124 settimane) e Potere (il giorno dopo) di Luché (114 settimane). Ne manca uno, perché è dei

Pinfloi. The dark side of the moon ha compiuto 200 settimane consecutive in classifica dal suo ultimo ritorno in top 100. Le festeggia al n.71, sette posizioni sopra The wall. La settimana scorsa avevo unilateralmente sentenziato che il primo è per chi ama i cani, il secondo per chi ama i gatti. Mi sento in dovere di fare ulteriore chiarezza nella insidiosa rete dei dualismi, affermando che The dark side of the moon è per chi preferisce fare la doccia, The wall per chi predilige il bagno in vasca. Mi pare così evidente che mi rifiuto sdegnosamente di dare spiegazioni.

Grazie per aver letto fin qui, a presto.