Tag: Giusy Ferreri

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

Tutto l’alcolismo, il telefonismo, il cretinismo di una nazione fiera della sua banalità.

TheClassifica 33 – Bollettino d’agosto (…non vi piacerà)

TheClassifica 33 – Bollettino d’agosto (…non vi piacerà)

Le autorità non lo dicono, ma la #musicaITALIANA e l’#album sono tra le vittime del Coso.

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Pre-visto. Non so quali rapper italiani abbiano pensato “Mmmh!” alla notizia che Kanye West (forse) si candiderà alla presidenza degli USA. So che da noi J-Ax avrebbe delle possibilità. Escludo che Fibra o Marra possano essere vagamente interessati. Fino a ieri avrei pensato casomai che uno che avrebbe potuto farci un pensiero potesse essere Gué Pequeno, ovviamente dopo essersi informato sulla paga. Non posso più pensarlo dopo Mr. Fini, l’album con il quale è tornato al

Numero uno. Mi aspettavo che zio Gué facesse un album totalmente zarrogante, con le allusioni iper-pop smaccate come aveva fatto riprendendo Oro di Mango o El Trago dei 2 In A Room. Mi aspettavo di vederlo mettersi a capo di una parata twerkante, pronto ancora una volta a calpestare compiaciuto l’idea stessa di credibilità, sfidando chiunque a dire che non può farlo. Invece, è stato quasi uno choc: in Mr.Fini non c’è traccia dell’ineffabile Hugh Guèfner. È un disco di una tristezza inaspettata, anche quando snocciola quelle rime smargiasse che ha insegnato a due generazioni di rapper italiani (“Il mio stato su WhatsApp, fratello, è sempre: Sono in banca” “Io sono la cultura, pura, cruda, cien por ciento”; “Il mio rap è troppo grande, fra’, in Italia è solo un bimbo”, “Vi abbasso l’autostima, perché le fighe di voi rapper le ho schiacciate io prima”. “Sputo su una generazione in posa: conosco i veri Tony, conosco i veri Sosa”).

I primi tra i 17 pezzi (non pochi) dell’album ribadiscono a più riprese che Cosimo Fini alias Gué Pequeno ha gli amici loschi che stanno o dovrebbero stare in galera per il bene di tutti. E malgrado qualche rima divertente e il flow sempre ad alto livello, istintivamente viene da skippare in cerca di canzoni farabutte e irresistibili alla Milionario, un po’ di fanfara per far due ghignate. Ma non ci sono. Andando avanti è sempre più evidente che il gangsta-movie non è di quelli allegri, è più tipo lo straziante Blow di Ted Demme, fratello del più noto Jonathan – morto giovane, molto probabilmente a causa della cocaina. Voi capite che non è facile sentire Gué Pequeno (l’autoproclamato Gué Pecunia) che inizia a pensare malinconico ai ciliegi a Saigon, che confessa “Penso alla mia carriera assurda, più che decennale: è inversamente proporzionale al disastro della vita personale”, o “Questo successo è una persecuzione: è solo l’intro di un’introspezione”. Per poi, nel pezzo in cui chiama per il featuring Sfera Ebbasta (non proprio il Luigi Tenco del rap), sprofondare l’ascoltatore in pieno IanCurtis, con: “La morte mi ossessiona. E che il mio corpo muoia, e che l’anima viva lo sai, non mi consola. Pensavo di essere meglio (…) Non sconfiggerò i miei demoni. Quest’asfalto e questi errori non mi hanno insegnato niente. I flashback mi hanno flashato: il passato torna sempre”.

I miei consiglieri che hanno in mano il polso del pubblico rappuso mi dicono che l’album non ha esaltato gli ascoltatori medi della musica verbosa che tanto piace ai giovanetti. Qualcuno ha anche fatto il confronto con Persona del suo amico Marracash, che Nella Mia Umile Opinione è tutt’altra roba. Personalmente temo che sia un disco molto vero e, come detto, abbastanza dolente. Non mi meraviglio che ciò abbia contrariato qualche fan. Non so se la prossima settimana Mr. Fini sarà ancora al n.1 tra i presunti album. Ma anche se mi metto tra gli scemi che avrebbero apprezzato il Gué più fagiano e sin verguenza, devo dire che apprezzo il coraggio di fare un disco completamente diverso da quello che ci si aspettava da lui. Certo, poi questo tipo di complimento ricorda quella scena di Jerry Maguire in cui quelli che applaudono e gridano “Bravo!”, si bisbigliano tra loro “Lol, si è scavato la fossa”. Ma non credo sia così, penso che senza troppi problemi lo zio Gué tornerà a fare i dischi con le hit – ora si è semplicemente concesso il disco che aveva voglia di fare. E conosco un bel po’ di artisti straordinari che se ne guèrdano benone.

Resto della top ten. Di rappuso in rappuso: i due che hanno preceduto Gué al n.1 della classifica dei presunti album scalano di una sedia come in pizzeria: Ernia si accomoda al n.2, Tedua al n.3, e seduti al tavolo, sulle prime cinque sedie ci sono solamente rapper italiani maschi. Dopo Ghali (n.4) e Marracash (n.5) entra al n.6 Frah Quintale, che rapper non è più, in fondo ce n’è già troppi. Escono subito e con violenza dai piani alti Bob Dylan (dal n.4 al 24) e Neil Young (dal n.10 al 65), ma con il live Spirits in the forest entrano al n.7 i loro coetanei Depeche Mode (…per chi ha meno di 25 anni, da 26 a 96 siamo tutti coetanei). Chiudono la prima diecina Random, i Pinguini Tattici Nucleari ed Elodie. Ma so che scalpitate per la classifica dei Sedicenti Singoli, che a luglio e agosto ribattezziamo

Classifica degli Azzeccatissimi Tormentoni Estivi. È l’ora segnata dal destino: la fresca e disimpegnata Karaoke permette a Sandrina Amoroso e Boomdabash, i RE MIDA dell’Estate, di riportare al n.1 Lu Salentu, uè, uè, perepepé, spodestando Mediterranea di Irama che comunque è lì che ringhia al n.2; mantiene il n.3 M’Manc, le lacreme napuletane supergiovani di Geolier, Shablo & Shferebbàst. Entra al n.4 la fresca e disimpegnata Non mi basta più di Baby K featuring Chiara Ferragni. Non so se siano più QUEEN loro oppure siano più QUEEN Giusy Lamborghini ed Elettra Ferrari, ma sospetto che queste ultime siano più QUEEN CIOÈ DEFINITIVE; malgrado ciò, la fresca e disimpegnata La Isla antra solo al n.76 – però per qualche motivo a me ignoto è uscita di lunedì invece che venerdì, quindi calcoliamo perlomeno un n.66. Che al momento è la posizione occupata da Balla per me di Tiziano Ferro & Jovanotti. Ah, spiace! Tanto. La cringissima eppure fresca e disimpegnata Ciclone di Ketra & Elodie feat. Mariah, Gipsy Kings e Qualcuno Che Non Mi Ricordo scende dal n.17 al 32, ma non per questo siete autorizzati a sperare in un mondo migliore. La fresca e disimpegnata Una vita da bomber di Bobo Vieri, Nicola Ventola (zio cantante) e Lele Adani (mondo bastardo) entra al n.93. Il mio timore è che là fuori, le radio e YouTube e i bar delle spiagge e gli animatori dei villaggi faranno del loro meglio per rovinare queste nostre iniziali illusioni.

Altri argomenti di conversazione. Tornando agli album, Mi ero perso il cuore di Cristiano Godano è entrato al n.56.

(…onestamente, non so quanto vorrei essere parte di una conversazione di questo tipo, però ho fiducia in quasi tutti voi. So che basta darvi un cappello, e potete tirarne fuori una coniglietta di Playboy. Ed è il motivo per cui vi frequento)

Ok, ve ne do un altro. Gli album di Ultimo hanno iniziato a scendere, in questo momento solo Colpa delle favole è in top 30 al n.26.

(questo va meglio?)

Lungodegenti. Il segnetto ÷ di Ed Sheeran, entrato 174 settimane fa, tiene a bada il pelotòn degli inseguitori, il cui leader è Rockstar di Sfera Ebbasta da 128 settimane, seguito dalla squadra di Ultimo con Peter Pan (125) e Pianeti (122), poi da 20 di Capo Plaza (115 settimane di fila) e Potere di Luché (uscito 105 settimane fa). Poi, ovviamente fanno gara a sé i

Pinfloi. The dark side of the moon è in classifica da 191 settimane consecutive, però scende dal n.55 al 69 mentre The wall scende dal 67 all’84. Non è stata una buona settimana, né per l’alienazione né per la paranoia. Lo so che non lo avreste mai detto. Pure, il Pinkfloydometro è lì a testimoniarlo: c’è serenità in giro, diffusa da qualche incosciente. Proteggetevi.

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

CLASSIFICA PARADISO – Addio Tormentonia, bentornati rappusi

CLASSIFICA PARADISO – Addio Tormentonia, bentornati rappusi

“Summer, summer, summer / It’s like a merry go round”

The great tormenton swindle

The great tormenton swindle

Visto che le hit estive l’anno scorso hanno dominato le charts annuali dei singoli

(nel senso che le canzoncine balneari hanno messo in riga le canzoncine di TUTTE le altre stagioni) (5 tra i 10 brani più ascoltati in tutto l’anno) (per farvi capire molto rapidamente come siamo messi)

e visto che la solerte discografia ha risposto con un assalto di azzeccatissimi tormentoni, mi pare appropriato, per la mia missione di vaniloquente interprete delle classifiche, dedicare un’analisina di fine luglio alle canzoni piene di freschezza che ci stanno accompagnando nell’estate 2019. Sia chiaro, non intendo sostituirmi a Power Hits Estate, meritoria iniziativa di RTL 102,5.

Questo che esibisco è proprio un titolo buffo, mi spiace di averci fatto dell’IroniaDelWeb e mi scuso con il collega, sempre che sia lui il responsabile (certo, la foto di Jovanotti come pretendente al trono degli irresistibili tormentoni è un po’ forzata, forse la redazione gli doveva un favore) (leggi: al suo ufficio stampa). Però mi offre l’occasione di ragguagliarvi sulla situazione del comparto.

Il momento è delicato: malgrado sul mercato sia stata immensa una quantità di prodotti senza precedenti, superiore persino a quella degli anni 60,

(o forse proprio per questo)

al momento le eccellenze italiane soccombono di fronte al prodotto internazionale. Al n.1 c’è Señorita di Shawn Mendes & Camila Cabello, due EXTRACOMUNITARI. La loro canzone primeggia pur essendo fabbricata in fin dei conti con lo stesso procedimento delle nostre hit estive (il titolo latino, l’accoppiata piaciona, l’indispensabile namedropping di un cocktail – il Tequila sunrise). E anche a causa della perfida MacheteMixtape4 che ha scompaginato la classifica. Così, malgrado l’uso di ritmi latini rigorosamente ITALIANI, il bilancio non è così trionfale: questa è la situazione attuale dei brani ITALIANI deliberatamente composti per rendere caliente la nostra estate #tuttadavivere.

SONO IN TOP 10. EUREKA:

Dove e quando, di Benji & Fede (n.2)

Jambo, de LaGiusy, Takagi & Ketra. Al quarto posto. Non sul podio. Doh!

Una volta ancora, di Fred De Palma & Ana Mena (n.5)

Ostia Lido, di J-Ax (n.6)

Mambo Salentino, di Boomdabash feat. Alessandra Amoroso (n.7)

Calipso, di Charlie Charles e le sue celebrities (n.8)

Playa, di BabyK (n.10)

(…whew. Quest’anno l’hai presa per i capelli, eh, Baby?)

PORTANO A CASA IL RISULTATO

Dall’11mo posto al 20mo, sguazzano nella tonnara dei tormentini Boro Boro con Lento (per capirci: Rapapampam – insomma quello al quale i cannabinoidi non bastano mai), Arrogante di Irama, Margarita di Elodie & Marracash, La hit dell’estate di Shade.

NON BENISSIMO

Non sono in top 20 Maradona y Pelé dei Thegiornalisti, Senza pensieri di Rovazzi, Corazòn morado di Elettra Lamborghini & Sfera Ebbasta. Forse si aspettavano di più, però beccheggiano in un rispettabile centroclassifica, dai.

FUORI DALLA TOP 40

Nuova era di Jovanotti, Polynesia di Gazzelle. Penso che uno dei due potesse fare meglio.

FUORI DALLA TOP 80

La libertad di Alvaro Soler, Turbococco di Ghali. Ouch.

FUORI EZIANDIO DALLA CLASSIFICA INTIERA

Loredana Berté (Tequila e San Miguel), Max Pezzali (Welcome to Miami), Annalisa (Avocado toast), Gabbani (È un’Altra Cosa) Emis Killa (Tijuana), iPantellas (Italiani in vacanza), Gigi D’Alessio feat. Gué Pequeno (Quanto amore si dà), Lo Stato Sociale feat. Arisa feat. Myss Keta (DJ di M#@#@).

Comunque dai, l’importante è partecipare.

RADIO GOOGOO
Cionondimeno, bastano le piattaforme di streaming a incoronare un tormentone? Dove mettiamo le radio, compagne insostituibili della nostra allegria balneare? La top 20 di EarOne ristabilisce le gerarchie, diffondendo sul POPOLO una irresistibile pioggia di azzeccatissimi tormentoni.

Tuttavia in detta top 20 di Ear One non compaiono, malgrado la popolarità in streaming indice del gradimento dei GIOVANI, alcuni nomi importanti. E sono:

Elettra Lamborghini, BoroBoro, Shade, Fred De Palma.

Viceversa le radio apprezzano molto più di quanto facciano i GIOVANI brani come Vento del sud di Tiromancino (n.11) e Turbococco di Ghali (n.13) – e poi va beh, vuoi non avere in rotazione pesante Polvere di stelle (n.14) di MiticoLiga? A margine, dalla top 20 delle radio apprendo che pure Dolcenera si è giocata la carta della hit estiva, con la dolceamara Amaremare.

Però è così antipatico fare distinzioni tra GIOVANI e adulti. Quindi andiamo a vedere nella piattaforma che mette d’accordo le generazioni, la massima fonte di musica del pianeta – anche se non vale per le classifiche perché ha questa abitudine birichina di pagare i cantanti meno di una miseria.

CAPIRE YOUTUBE
Se chiediamo a YouTube i video musicali più popolari in Italia, ci indica cose strane. Ma visto il rispetto che devo a professionisti integerrimi, sarò più preciso: ci indica quello che vuole che il POPOLO sappia. Intendo dire che se cliccate “i più popolari”, in questo mese sono per esempio Elettra Lamborghini, Madman e Gemitaiz, Machete, Modà, Gemitaiz e Jake La Furia.

Per sapere invece quali sono i più visti (ancorché, evidentemente, non POPOLARI), dovete cercarli uno a uno, o aspettare lo scemo che lo fa per voi – eccomi, mi cercavate?

Ovviamente chi è uscito prima può contare, potenzialmente, su più clic. Ora, io non ho tempo (perdonatemi) di controllare cosa sia davvero uscito “1 mese fa”, “2 mesi fa” come dice genericamente Youtube, che non contempla il “mese e mezzo fa”. Comunque, anche se non stiamo parlando di video usciti parecchio tempo prima di quelli indicati come più POPOLARI, cercherò di fare due raggruppamenti. Video caricati 2 mesi fa, contro i video caricati da 1 mese. A voi valutare dove inserire, in un’ipotetica classifica, i tre video che hanno avuto più tempo per convincerci della loro irresistibile verve.

(se nei titoli mi salta qualche featuring e qualche PRODUCER mi scuso: non si offendano i RE MIDA dell’estate)

PRIMI A PARTIRE (2 mesi fa)

Mahmood Fabri Sfera CharlieCharles Dardust: Calipso35 milioni di visualizzazioni

J-Ax: Ostia Lido – 34 milioni

Thegiornalisti: Maradona y Pelé – 8,4 milioni

BOLLINO ROSSO (1 mese fa)

LaGiusy Takagi Ketra: Jambo – 35 milioni di visualizzazioni
Boomdabash Sandrina Amoroso: Mambo Salentino – 31 milioni di visualizzazioni
Irama: Arrogante – 26 milioni
Benji & Fede: Dove e quando – 25 milioni
Fred De Palma & Ana Mena: Una volta ancora – 24 milioni
Baby K: Playa – 16 milioni
Elodie & Marracash: Margarita – 16 milioni
Shade: La hit dell’estate 10 milioni
Boroboro & Mambolosco: Lento – 6,6 milioni
iPantellas: Italiani in vacanza – 6,3 milioni
Ghali: Turbococco – 2,9 milioni
Jovanotti: Nuova era – 2,7 milioni
Annalisa: Avocado toast – 2,2 milioni
Emis Killa: Tijuana – 1,6 milioni
Loredana Berté: Tequila e San Miguel – 1,3 milioni
Max Pezzali: Welcome to Miami – 0,6 milioni
LoStatoSociale, Arisa, Myss Keta: DJ di m**** – 0,5 milioni

(se non state vedendo dati sui vostri rappusi o i vostri Ultimi preferiti, lo ribadisco: sto facendo un confronto interno alle SUMMER HITS. Quelle che si prefiggono questo intento, e con le cattive)

A prima vista, Boro Boro piace molto su streaming, e un po’ meno su YouTube, mentre a iPantellas su streaming, senza video brulicante di buonumore per 14enni, finisce per mancare quel quid. Il video poi manda Irama in Champions League, e salva Ghali e Annalisa dalla zona retrocessione.

Ma naturalmente siamo solo a metà campionato. L’estate è ancora lunga.

E, va da sé, tutta da vivere.

Radio Italica

Radio Italica

(io non vorrei occuparmi di questa cosa. Davvero, avrei da lavorare)
(ma pazienza)

Intanto, c’è da dire che la smania di imporre una quota fissa di musica tricolore non è nuova. Ci pensò Pavolini durante il fascismo, ci ha pensato Franceschini durante il Renzismo.

Ora ci pensa la proposta di legge di Alessandro Morelli, presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera – ed ex direttore di Radio Padania. I cui ex giornalisti salutiamo volentieri: quando nel 2017 l’emittente ha iniziato a barcollare, molti di loro sono stati assunti dalla regione Lombardia presieduta da Roberto Maroni.
(perché dicono dei comunisti, ma l’amore dei leghisti per il denaro del contribuente supera quello di Dante per Beatrice)

Nel testo della proposta, che ha già diversi obbedienti firmatari, si chiede (art.2) che “le emittenti radiofoniche, nazionali e private” riservino “almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. Che è un dettaglio non da poco: in Francia per aggirare la famosa legge Toubon, diverse radio si sono messe a mandare musica francese tra le 2 e le 5 del mattino. Haha, i soliti furbòns.

Quindi vediamolo, il rapporto tra musica italiana e radio: magari la proposta ha senso, e non è l’ennesima uscita propagandistica dell’ex partito anti-italiano.

Nella top 10 delle canzoni più diffuse per radio nel 2018 secondo i dati EarOne, c’è un 40% di canzoni italiane, guidate da Non ti dico no di Boomdabash e Loredana Berté (n.1). Nella top 20 sono nove, nella top 30 sono 14, il rapporto tra italiane e straniere è sempre vicino alla metà: si arriva alla top 100 con esattamente 50 titoli.
Inutile dire, per un partito che sa far di conto, che il 50% è ben superiore ad “almeno un terzo”.

Detto questo, se la necessità è aiutare i nostri poveri musicisti, nella top 30 degli album FIMI del 2018 c’è un solo album straniero, e non è nemmeno del 2018: è quello di Ed Sheeran. Ventinove su trenta sono italiani, eia eia. Che è decisamente superiore ad “almeno un terzo”. Quanto ad aiutare “i giovani”, nella top 10 del 2018 solo un’artista ha più di 35 anni, ed è Laura Pausini. Anzi, tra un po’ bisognerà occuparsi di tutti quei cantanti italiani sopra i 35 anni spazzati dallo streaming.
Se la top 10 non vi basta, allarghiamo alla top 100: gli artisti internazionali sono 25, ma dobbiamo includere Queen, Pink Floyd, Guns’n’Roses: i titoli usciti negli ultimi 2 anni sono meno della metà. Di nuovo: 25 su 100 implica che gli italiani il 30% lo superano e piuttosto largamente.
Quanto ai singoli, nel 2017 c’erano stati tre singoli italiani in top 10 (il 30% fatidico), nel 2018 a essere il 30% sono gli stranieri: con un patriottico 70% li stiamo ricacciando da dove sono venuti. Con il n.1 di Amore e capoeira ottenuto con Takagi&Ketra, LaGiusy è la n.1 dell’anno proprio come nel 2015 quando cantava Roma-Bangkok con Baby K.

In sostanza, siamo già quasi in autarchia. Ne volete di più? Va bene, ma prendete provvedimenti più utili: bruciate i dischi stranieri, oppure i libri e i giornali, o bloccate i siti internet internazionali: ci sono nazioni che lo fanno con grossa soddisfazione.

Infine, arriviamo al rapporto tra diffusione radiofonica e sostegno ai nostri artisti. Non c’è un rapporto evidente. La canzone più diffusa per radio nel 2018 è stata Non ti dico no di Boomdabash & Loredana Bertè (sempre dati EarOne). Al n.2 Who you are di Mihail, al n.3 Una grande festa di Luca Carboni. Nessuna delle tre è tra i primi trenta singoli dell’anno, la n.2 e la n.3 non sono nemmeno tra i primi cento: Non ti dico no si è classificata al n.38 nella classifica annuale. Nel 2017 invece svettava Partiti adesso di Giusy Ferreri. Che NON è entrata tra i primi 100 singoli più (venduti?) (ascoltati a pagamento?) (gettonati?) del 2017 nella classifica finale diffusa dalla FIMI. Nel 2016, la canzone italiana più trasmessa – sempre secondo l’autorevole EarOne, era stata Ti sembra normale, di Max Gazzé. Che nella top 100 ci era entrata, con un autorevole numero 98. Aveva fatto peggio di Volevo te di Giusy Ferreri, n.94 – e 18mo brano italiano più diffuso quell’anno. In pratica, trasmettendola un po’ meno, le hanno dato qualche chance in più. Negli ultimi anni il risultato migliore ottenuto da una delle canzoni più trasmesse è quello di Share the love di Cesare Cremonini, n.24 nella classifica di vendite di quell’anno.

Potrei produrre altri dati in merito. Potrei anche sottilizzare su quanto agli ascoltatori della radio interessino le canzoni che sentono, rispetto a chi le ascolta in streaming o compra i cd. Ma non ho tempo. Perché a differenza di Alessandro Morelli e i suoi amici, sto facendo tutto questo gratis.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

Presunti album, sedicenti singoli, ascolti radio, concerti, persino i vinili perché sapete, sono tornati di mo- ah, ma andiamo.

Classifica Generation. RIASSUNTO ESTATE 2018.

Classifica Generation. RIASSUNTO ESTATE 2018.

Il Paese sta svoltando. Che è quello che fa sempre, non appena c’è un rettilineo.

Marginalità – Pensiero unico stupendo

Marginalità – Pensiero unico stupendo

«This is the next century
Where the universal’s free
You can find it anywhere
Yes, the future has been sold»

(Blur, The Universal, 1995)

Ovviamente, se un libro su due fosse pubblicato da Mondadori, se un film su due fosse della Disney, se metà degli scaffali del supermercato fossero di Nestlé, farebbe più effetto. Mentre il fatto che un disco su due in classifica sia gentilmente offerto da Universal, ne fa un po’ meno. E poi, non è neanche vero, è sensazionalismo a buon mercato: sono solo 49 album su 100. Però in questo momento, secondo FIMI, Universal è anche al n.1 nei vinili (grazie a L’imboscata di Franco Battiato) e nelle compilation (grazie a Kiss Kiss Play Summer). I singoli no, le sfuggono a causa di Sony che gode dei trionfi delle due tormentoniste Giusy Ferreri e Baby K. E solamente 45 singoli di Universal sono tra i primi 100. Non so voi, ma io farei saltare un po’ di teste.

Peraltro la presa di Universal sul mercato italiano supera di parecchio anche le proporzioni della analoga supremazia in Usa, che non è scarsa: nel 2017, il 37% della total album consumption, nella prima metà del 2018 i cinque artisti di maggiore successo secondo i dati Nielsen (Post Malone, Drake, Migos, XXXTentacion, J.Cole), e otto dei primi dieci. Ma in Italia, in questo momento, nemmeno mettendo assieme le altre due major Sony (22 album) e Warner (15) e aggiungendo gli indipendenti distribuiti da Artist First (5), si arriva a una opposizione credibile (…pardon) (adesso vi ho già dato il sottotesto, vero?) (lo so, dovevo tenermelo per il colpo di scena finale).

Pur appartenendo alla francese Vivendi (ricordate? Bolloré, Telecom, eccetera), la divisione musicale della holding ha poco di parigino: i quartier generali di Universal Music sono a Santa Monica, New York e Londra, e i boss universali sono Sir Lucian Grainge e Boyd Muir, rigorosamente provenienti da Londra, capitale europea del grande e coolissimo megaimpero.
Universal Music è un mosaico pazientemente composto negli anni: complice la grande crisi post-mp3 del decennio scorso, ha gradualmente assorbito tantissime case discografiche delle quali forse notavate i loghi sui vostri dischi: Polydor, Emi, Decca, Virgin, Island, Geffen, Def Jam, persino Deutsche Grammophon, Verve, e insomma tantetante. E ha mantenuto quelle etichette in vita, proprio come Fiat, la famosa società olandese con sede fiscale a Londra annovera divisioni che chiamiamo Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Jeep, con una loro presunta identità in modo che il cliente sdegnosamente si distingua, esca dal coro, fugga dal gregge, sia se stesso.

Ora come ora le etichette che le danno più soddisfazione a Vivendi nella classifica italiana sono Virgin (Imagine Dragons, Cesare Cremonini, MiticoVasco, Tiziano Ferro, Vegas Jones), Polydor (Emma Marrone, Caparezza, U2, 5 Seconds of Summer), ma soprattutto la Island Records.
La Island, fondata da Chris Blackwell (nella foto, quello con la maglia rossa), era l’etichetta di Cat Stevens e Roxy Music e U2, ma soprattutto era era l’etichetta del reggae, tanto da esser nata fisicamente in Giamaica (che, un po’ esplicitamente, è un’isola). Oggi l’etichetta del reggae è l’etichetta del rap. Anche de Lo Stato Sociale e Shawn Mendes, perché è sempre bene differenziare – però Drake, Rkomi, Marracash, Luché, Gué Pequeno, Post Malone, Sfera Ebbasta e Fabri Fibra fanno tutti capo alla Island. E in questo momento è proprio dall’hip-hop che arriva lo strapotere della multinazionale, nella cui sede italiana (come racconta la manager Paola Zukar nel suo libro Rap – Una storia italiana) nel 2005 alla fine di una riunione un dirigente francese domandò esterrefatto: “Ma voi non avete artisti rap?”

Ora, torniamo all’inizio di questo racconto marginale. Metà degli album più venduti in Italia vengono dallo stesso posto, dagli stessi uffici, con la stessa proprietà, la stessa gente, gli stessi – per così dire – talent scout, che seguono gli stessi input che vengono dagli stessi capi. E la sede centrale spinge l’hip-hop, malgrado l’idiosincrasia degli inglesi per il rap (un duro colpo per il business musicale londinese, che si regge su cantautori globaloni e coccolini come Ed Sheeran e Adele, e ha in Stormzy una rapstar che negli USA vale meno di Jovanotti).

Il punto è: se le cose vanno così, e un + 6.8% negli introiti rispetto al primo semestre del 2017 porta 2,6 miliardi di euro in più a Vivendi, quanto è realistico aspettarsi che la musica dei prossimi anni e soprattutto le prossime star siano così diverse da quelle che in questo preciso momento il POPOLO, sempre sia lodato, sta apprezzando? Sia chiaro, nulla da dire se siete entusiasti teenager rappusi (…ma date retta: sopra i 22 anni, a meno che non collaboriate con Rollinston non è plausibile che ascoltiate Drefgold. Per mostrarvi supergiovani fate più bella figura a millantare di intendervi di birra o di moto).

Beninteso, tanti complimenti a chi lavora in Universal e ha investito nel rap italiano e in tutto il rap del mondo, hanno fatto il loro mestiere e lo hanno fatto benissimo. Però la ricetta funziona così bene che interessarsi di qualcos’altro non ha senso, e il ricambio tra i generi è finito: stanno morendo tutti (tranne il reggaeton, e non è una buona notizia) mentre il rap non tramonta mai, sta per compiere 40 anni e con tutta probabilità vivrà più a lungo del rock’n’roll. Economicamente sta una favola, eppure, malgrado tutta la trap e gli sciroppi che fanno diventare geniali, il grosso della produzione – che a sua volta è grossa – non è mai stato così prevedibile come oggi. D’altro canto, i ragazzi mica sono scemi: dieci anni fa magari no, ma oggi se fai come ti viene detto puoi fare più soldi che a fare il barista. E francamente, chi scrive non ha alcuna passione particolare per l’ambito indie, però fa un po’ specie che metà degli album e dei singoli in classifica siano della stessa multinazionale, che li vende come gli album più disagiosi e ribelli e irriverenti di tutti. Con questa premessa vengono venduti e con questa premessa il POPOLO li compra.

(questa cosa dell’incoraggiamento dall’alto di uno spirito anticonformista e anarchico a Orwell non gli era venuta in mente. Questo perché era inglese prima che esserlo fosse cool)

Naturalmente, l’obiezione nuovista è che sicuramente dal basso arriverà qualcosa, è sempre arrivato!; che in circuiti sotterranei invisibili ma rigogliosi scorre linfa vivificante che sboccerà spontanea. In passato è sempre stato così, leggo ripetutamente.

Ma il passato è famoso per una cosa: è passato – e se la vostra speranza nel futuro è che il passato si ripeta, questo articolo è più ottimista di voi.