Tag: Gianna Nannini

Stupidità giovanile e Cesarismo – TheClassifica n.49

Stupidità giovanile e Cesarismo – TheClassifica n.49

Arriva Natale e non so cosa regalare agli anni 90 – per gli 80 sono a posto, gli ho preso un maglione.

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

Il messaggio è il mezzo. No, è il contrario. Non mi ricordo più.

Polemistan 6 – Le migliori polemiche dell’ottobre 2017

Polemistan 6 – Le migliori polemiche dell’ottobre 2017

Vengo qui con le mie polemiche musicali come quelli che al mercato si presentano con i giochi per i bambini, dai fidget spinner alle bolle di sapone ai pupazzi di Pikachu: posso solo raccattare qualcosa da chi non ha speso tutto ai banconi delle polemiche dei grandi. Tanto per dire, guardate questo primo tris:
1. Coez, n.1 tra i singoli, si lamenta su un giornale importante che le radio non lo passano. RTL lo passa di sicuro, Deejay pure. Che poi, che ti frega delle radio, Coez? Oppure non punti ai millennials ma alla generazione più anzyana che non solo continua ad ascoltare la radyo ma anche a spendere soldy nei cd?
2. Eminem si scaglia contro Trump ma a Massimo Gramellini non la si fa. Nella sua rubrica quotidiana su un giornale importante (sempre quello in effetti) che ha tra l’altro chiamato con acuminata originalità Il CAFFE’, fa notare che Eminem però non si è scagliato contro Kim Jong-Un, e quindi lo smaschera: si è iscritto al club di quelli che se la prendono con Trump per ottenere visibilità. Non constatavo tanta acrimonia verso Eminem da quando a Sanremo l’altrettanto autorevole Massimo Ceccherini (quasi omonimo) non lo definì ‘mbecille. Ma poi spiega che il vero problema è che è puerile prendersela con Trump, lui sa parlare alle masse stanche e impoverite, voi no. Gramellini sì. E Ceccherini pure.
3. La Stampa titola: Bloody Beetroots denuncia la fine del pop. Rolling Stone – che esiste ancora – rilancia: “Sulla musica di oggi ci vomito sopra”. Per la precisione: “Nella mia musica io vomito tutto quello che ho dentro sbattendomene delle regole del mercato”. Mi fa piacere che abbia chiarito con bella efficacia come si rapporta artisticamente alla nausea. Però mi interessa una sua domanda. “Mi sono guardato in giro e mi sono chiesto: c’è ancora qualcuno che grida o tocca a me farlo?”. Ho due risposte: sì e no. Perché in realtà il pop italiano grida un casino. La Pausini grida, Emma grida, Elisa grida, Negramaro e Modà gridano. Il pop italiano si è adeguato alla televisione. E a proposito,
4. Fabri Fibra contro X Factor. “Mi hanno offerto un milione di euro per andare a fare il giudice e ho rifiutato. Ti danno quei soldi per non fare più il rap. Per spegnerlo. In programmi come quello ci vado ma solo se mi pagano per suonare”. Dal talent twittano: nel 2014 abbiamo discusso con la sua manager, senza mai approdare ad una offerta economica”. E aggiungono: “Ci piacerebbe poter fare offerte milionarie, ma per queste occorre rivolgersi altrove”. Penso che parlino della Rai.
5. X Factor contro se stesso. Ovvero, Fedez contro Mara Maionchi. Lei incoraggia a cantare in italiano. Lui rimarca: “Vorrei ricordarvi che i singoli più di successo di X Factor sono in inglese”. Gentile a ricordarlo. Peccato non abbia fatto i nomi di tali singoli di successo perché con tutta la buona volontà non so di cosa stia parlando – ma confido in voi, che diuturnamente li canticchiate, e in bell’inglese. Ah, quando c’era lui. Lui Morgan, intendo.
6. Morgan, Sgarbi, Cruciani. Dite, voi che carte potete opporre a questo tris d’assi? Inizialmente, leggendo solo i titoli dei giornali, mi era parso che allo sbarazzino programma di Radio 24 – i cui bilanci salutiamo sempre con simpatia – lo Sgarbiere avrebbe sostenuto che il Bowie di Monza era succube della compagna: «Morgan mi ha detto che Asia Argento lo dominava». Per un po’ mi sono chiesto dove stesse la notizia: potrei mettere Morgan nel mio acquario, e passerebbe un gran brutto quarto d’ora anche se togliessi Pescepigrone, ras del fondovasca. In realtà leggendo apprendo che il dominato era Weinstein: Morgan avrebbe rivelato che era un rapporto sadomaso e “Lei era soddisfatta delle prestazioni”. Morgan ha smentito?, vi chiederete. Non che una smentita di Morgan sarebbe presa granché sul serio, temo – però no, non ha smentito, ma d’altro canto Morganetto sogna che Sgarbi lo faccia assessore in Sicilia, che i due trasformeranno in locomotiva d’Italia – ah, regione fortunata.
7. Sempre in questo climettino, Bjork accusa di molestie “un regista danese”. Che ovviamente è Lars Von Trier, col quale visse un periodo termonucleare durante le riprese di Dancer in the dark, Palma d’Oro a Cannes nonché film sopra la media di quelli dell’affabile orsettone che qualche anno fa ha puntualizzato di non essere un nazista. Facendo un passo laterale, sorprende che non stia saltando fuori uno scandalo parallelo sugli abusi nel mondo della musica, perché anche solo in Italia si gonfierebbe una piena che nemmeno il Tanaro nel 1994. Strano, no? Oppure no.
8. Tom Petty, dato per morto prima che fosse morto. Polemica. Poi è morto.
9. Polemica un po’ di nicchia ma frizzante sulla classifica annuale dei migliori dj per i lettori unz del giornale veramente unz, sto parlando della DJ Mag Top 100 Djs 2017, che rivela per l’ennesima volta che l’Olanda con Martin Garrix e soci impazza perché ci ha il vivaio tipo il vecchio Ajax, mentre l’Italia che non ce l’ha arranca da anni. Noi arrancheremmo anche se la classifica riguardasse i migliori calciatori, scrittori, attori, forse persino stilisti, e secondo la Guida Michelin da noi non si mangia nemmeno troppo bene (mai quanto in Francia, naturalmente).
Forse non sappiamo far NIENTE?
(eccetto le polemiche)
Il punto è anche non avere le Guide Michelin. O anche: leticare invece che mettersi come fanno altrove a remare fischiettando tutti sinergici – o se non tutti insieme, almeno una maggioranza relativa che nasconda l’insofferenza reciproca (nel design in questo sono bravissimi). Invece gli altri ci spingono in periferia, dove noi, e daje e anvedi e mortacci e stica, alla fine ci troviamo bene e possiamo fare i bulletti del circondario concludendo che gli stranieri – oltre a essere migliori per nascita, come pensano alcuni dei nostri migliori intellettuali – godano di condizioni irripetibili qui. Alla fine ecco che abbiamo l’alibi e circolare, circolare, viziosamente. E per finire,
10. De Gregori senza barba e senza cappello. Con la moglie. Canta Anema e core.
Più che polemica, è una resa senza condizioni.
RTL 102,5 e le hit piene di potere

RTL 102,5 e le hit piene di potere

RTL 102,5 Powerhits Estate: lo zombie del Festivalbar.

Il buongiorno dall’amaca del caffé – La guerra per novembre

Il buongiorno dall’amaca del caffé – La guerra per novembre

Se siete un cantante italiano e volete un best-seller, sbrigatevi: c’è un solo mese in cui farlo e non c’è posto per tutti.

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

Eccoci giunti al consueto appuntamento annuale che debutta oggi per la prima volta: tutta la malmostosità e frustrazione dello staff di aMargine nei confronti della musica definitiva che gira intorno. Cominciamo subito con la sequela di pareri incresciosi:

Peggiore hype
Oh, per me senz’altro Lemonade di Beyoncé. Ma anche quello scemo di Kanye West – io non so come fate a non annoiarvi, davvero.
Peggiore polemica italiana
Pausini che sclera con Andrea Spinelli? Zero che sclera con Fegiz? Elisa che sclera con me? Modà che sclerano con tutti? No! La redazione di aMargine vota compatta per BelloFigo. Perché quelli che “È lui che usa loro”, quelli che “No sono loro che usano lui” – è tutto piuttosto deprimente quando per un mese si dibatte su chi trolla chi. boss incanto
Peggior polemica internazionale
Bob Dylan e il Nobel. Posto che è il Nobel ad aver bisogno di Bob Dylan e non viceversa, l’equivoco è pensare che Dylan in più di cinquant’anni sia mai stato affabile e simpa. Ed è suo dannato diritto non esserlo – Madonnina, ma dove siamo, in un talent con Gerry Scotti?
Peggior articolo
Sì, già, certo – come se non avessi già abbastanza gente che mi pianta gli spilloni nel profilo facebook. Ma se mi fate una congrua offerta in denaro ve lo rivelo in privato.
Peggior uscita pubblica italiana
Oh, io davanti a certe cose mi commuovo ancora:
pelu matite
Peggior uscita pubblica internazionale
Quando una a fine anno per salvare quel che resta della sua credibilità fa il twerking nel carpool karaoke, come dire, beh,  “…è andata, la quaglia”, si dice a Bergamo.
madonna nme
Peggior morte
Boruch Alan Bermowitz in arte Alan Vega, Morto pacificamente nel sonno a 78 anni. Il leader dei Suicide. Tsk, tsk.
Peggiore video italiano
Barba, cappello, giacchina giullara, mossette, squinzie veltroniane: Ragazza magica è il Jovanottismo al suo peggio, è la finiftra che fi inabiffa e non fa fpiegarfelo.
Peggiore video internazionale
Quel cretino con la penna e la mela. Dannati giappo. Godzilla, torna e completa l’opera.
Peggior copertina skin gelateria 2016
Bah, chi le guarda più.
(ora facciamo sul serio, okay? Dài)
Peggior album internazionale
Bene, direi che non avrebbe senso castigare gente che comunque mi irrita già di suo, no? Quindi, limitiamo il campo a gente che amo molto, premessa che esclude parecchi nomi. Su tutti, Pete Doherty e Kings Of Leon. Ulteriore limitazione: prenderò in considerazione gente alla quale tengo e dalla quale mi aspetto ancora qualcosa. Il che esclude Neil Young ed Elton John. Poi, siccome si parla di peggior album, non basta che io non condivida l’escalation di eccitazione smaniosa per dischi definitivi totali pietremiliarigalattiche ma che a me paiono mediocri (Beyoncé) o deludenti, ma in fondo non aberranti (The Weeknd, Drake, Savages).
Ora però, mi ritrovo con un campo più limitato di quello del Subbuteo. Sicché, il martello di Thor va su Blue & lonesome dei Rolling Stones. “Ma come!”, direte voi. “Neil Young ed Elton John la fanno franca con l’alibi dell’anzianità, e gli stegosauri, qui, no? Per di più in un disco-scampagnata come questo?” NO. Perché nel momento in cui ti rituffi nel blues da cui eri partito da giovane, hai il dovere di rispettarlo come facevi da giovane. La gherminella cialtrona della sporcizia che Keith Richards cavalca da trent’anni è accettabile solo quando manda in vacca i suoi brani; c’è gente ancora più veneranda di lui, cui deve contegno e misura se la omaggia. Brian Jones non avrebbe approvato nemmeno da strafatto. Salverei, di tutto il disco, solo la voce di Jagger – che in compenso farfuglia note a caso nell’armonica, contribuendo a un casino complessivo che non ha nulla a che vedere con la compunta dannazione di Robert Johnson e degli altri dai quali gli Stones si sono abbeverati. Perché ce l’ho tanto con questo disco? Per il significato simbolico. Le miserie miserabili che hanno impoltigliato il rock negli ultimi quindici anni sono ricollegabili alla cesura completa tra il rock (alternative o indie, se volete) e le radici blues. Se pure i due vegliardi qui dimostrano di non ricordarsi più cos’era il blues, allora davvero il rock è il vero grande morto del 2016. nannini miei
Peggior album italiano
Le premesse qui sono: non posso andare per antipatie né per faide personali.
(con un caro saluto al gruppo der baffo, e alla poetessa di Monfalcone)
Quindi anche qui, lo ripeto ossessivamente, pesco tra gente di cui ho stima. Hellvisback di Salmo non mi sembra il capolavoro che dicono – forse non si erano accorti dei dischi prima. Seh, il flow, seh, l’hardcore – ma mi ritrovo sostanzialmente annoiato da quel che racconta; poi, Aurora dei Cani non mi ha portato da nessuna parte, ma do per scontato che sia colpa mia, prima che a lui o ai suoi esegeti venga in mente di dimostrarmene la meraviglia assoluta. Ma il mio personale sgomento quest’anno va a Lunga attesa dei Marlene Kuntz. Non li avevo mai sentiti con così niente da dire, però distorcendo tutto con l’aria di chi è in fervida ricerca di un disagio che riverberi il proprio disagio, bla, bla, bla e tutta quella concettuosità orrenda per la quale vi rimando a siti più croccantissimi del mio.
Peggior canzone italiana
Sono tentato di calare la mannaia su Vincere l’odio, la canzone brutta (e non solo per esercizio di stile) di Elio & le Storie Tese. Però dai, c’è di peggio ed è: Assenzio, ovvero la grande indianata. Non ha né capo né coda, è talmente rabberciata che non è nemmeno brutta però gente, come dice l’Enrico Cuccia di Buccinasco, è disco di platino quindi CIAONE, giusto? assenzio ciaoneCreazione mirabile, sono io che rosiko e non sono nessuno eccetera.
Peggior canzone internazionale
Tra le canzoni che si sono sentite tanto, troppo, quest’anno, Faded di Alan Walker, norvegese, mi ha fatto un sacrosanto schifo ma è uscita nel 2015 così come I took a pill in Ibiza, remix di due norvegesi – era un Paese rispettabile la Norvegia, una volta. Ho dell’ostilità anche nei confronti di Come di Jain (video a parte, naturalmente), ma pure quella è uscita nel 2015: buffo come per le hit globali ci voglia un anno per girare il pianeta. Sono talmente in difficoltà che faccio una scelta apparentemente insipida – cionondimeno Enrique Iglesias un bel pesce in faccia se lo merita, via, essù, non si può esser sempre benaltristi. Lo staff di aMargine condanna Duele el corazon, una scelta mainstream per tempi destrutturati – e con questo, da tutti noi a tutti voi, buon 2017. Ci siamo arrivati, e non è da tutti.
E per finire:
loprieno babbonatale
TheClassifica 67 – Questo impagabile balletto

TheClassifica 67 – Questo impagabile balletto

There’s nothing more deadly Than slow growing fear The shallower it grows The shallower it grows The fainter we go Che strano, una delle più grandi hit dance di quest’anno, e nessuno che abbia fatto notare che la gente sta ballando su un testo che 

TheClassifica 66 – Maria Elena Boschi

TheClassifica 66 – Maria Elena Boschi

They had the best selection, They were poisoned with protection “Però ora basta parlare di Sanremo” “Ma ancora Sanremo? Basta” “Chi è morto oggi?” Lo so. Già lunedì scorso ho cominciato a vedere tweet perentori come quelli sopra. Però scrivere di Sanremo è ineluttabile, se 

La torrenziale chiacchierata con Marracash

La torrenziale chiacchierata con Marracash

Parto dalla prima cosa che ho pensato sentendo il disco. Hai messo gli Oasis in un brano hip hop, per i fan sarà lesa maestà.
Ma io adoro il rock. Sono un ex metallaro.
Qualcuno dirà “Ah, bel metallaro, si è venduto all’hip hop”.
Mi spiace ma a me pare che il metal sia morto, non vedo nuovi Metallica o Motorhead. Io se penso al metal ricordo cavalcate strumentali, sette minuti seguite dalla parte acustica, è quello il bello della nicchia, anche il metal scardinava il rock da hit single. E se l’hip-hop va anche lui verso quella roba lì invece che scardinarla, si snatura. Io ad esempio Macklemore non lo riconosco come hip-hop. È come il Black Album per i Metallica, qualcosa che i rocker non riconoscono come rock.
Da ex rocker, sai spiegare perché il rocker sclera davanti al rapper? 
Perché non vede nel materialismo la ribellione che cerca. Il materialismo è alla base dell’hip hop. Che in Italia diventa papponismo, la roba italiana trash. Io ero povero, venivo da un contesto iperpopolare e una famiglia di operai e ne facevo la mia forza. Io ti rispetto se hai fatto i soldi col lavoro. Nel disco un pezzo parla di materialismo, e dice: vorrei poterti dire che faccio una vita di merda ma non è così, la realtà è che io e quelli come me hanno preso una bella casa, hanno le fighe, vanno a Londra e ci stanno tre mesi. Ma dopo 28 anni senza avere niente, non mi vergogno se grazie al lavoro ce l’ho fatta.
Mentre il fan del rock ha bisogno di credere che non sia così.
Ha un po’ bisogno di farsi prendere per il culo, perché sono tutti griffati. Jovanotti è attento alla moda, ha la ragazza che ci lavora, ma non lo dirà mai. Perché non è in quell’estetica. Non dice che ha la casa a New York, perché la gente apre la polemica.
Ma non c’è una via di mezzo tra il vantarsi e il fingersi disinteressati ai beni materiali? E il dire ai fan: non c’è niente di male, non pensate a questo?
Io dico di sì. Ognuno di noi quando si compra qualcosa vuole farlo vedere alla fidanzata o agli amici, le donne sanno come è bello avere una borsa nuova e noi sappiamo come ci si sente su un’auto nuova. Certo, se le tue canzoni vertono solo su quello, che hai il Rolex eccetera, che palle. Ma è un’ipocrisia anche se fai il depresso e vai a ritirare un premio vestito di mmerda. Io non capisco questa cosa italiana, che non esiste lo star system. Tant’è che in Italia il gossip non è sugli artisti, è su gente che nessuno sa cosa fa, non è su Laura Pausini o Giuliano dei Negramaro.
Cosa c’è nel disco?
Parto da cosa non ho messo: qualcosa che in realtà ho contribuito a creare. Sono stato tra i primi, con Fabri Fibra, a giocare la carta dell’ironia pungente con Stupido, che poi si è diffusa – ma ora non la trovo più così divertente. L’hip hop, proprio come questo Paese, è capace solo di due cose: uniformarsi, o distaccarsi con battute simpatiche sulla situazione, con la satira.
E tu non ce l’hai, una gran voglia di ridere?
Mi ha scocciato questa attitudine italiana, il ridere delle cose, l’ironia di comodo che testimonia una spartizione: da un lato tronisti di varia natura, tronisti dello spettacolo, della politica, della cultura, del giornalismo. Dall’altra, opinionisti su Twitter. Io mi sono rotto, non voglio fare battute. Nessuno riesce a prendersi sul serio. E quindi a prenderci sul serio.
Una delle nuove rime è “Sono affamato, datemi un’altra fetta di mercato”. E in effetti sarebbe anche ora che l’hip-hop non fosse il genere dei 16enni.
Magari fossero 16enni! Io vedo sempre più 12enni. L’hip hop italiano è a tanto così dal trasformarsi nella versione 2.0 dei Finley. Il pubblico è così giovane che spesso non ha gli strumenti per capire.
Perché ai 30enni non piace?
Il 30enne non ha tanta voglia di sentire pezzi che “parlano della vita”. Non gli puoi andare a parlare della vita attraverso la musica, non gli interessa, vuole ballare o rilassarsi, quindi ascolta cose in cui il testo non è particolarmente importante. Per questo la dance attecchisce più tra i grandi.
Quindi, non arrivando a un pubblico adulto, non è vera questa cosa che siete i nuovi cantautori.
Ci paragonano ai cantautori ma siamo più vicini alla poesia, a Dante, perchè il nostro campo è la metrica. Se tu non hai la metrica non sei un rapper, sei Jovanotti. Che usa il mezzo del rap ogni tanto perché non sa cantare bene, usa il rap perché è comunicazione, come Macklemore, che per me è i new Black Eyed Peas. Se non c’è attitudine e non c’è metrica, tecnicamente non sussiste il rap.
Non siamo a Spit, ma sento chiudersi la gabbia. Cioè, se il rap DEVE fare così, DEVE avere canoni precisi invece che espandersi… Eppure è nato basandosi sulla disco music degli Chic con la Sugarhill Gang. Cioè, è nato in campo altrui, prendendo a prestito regole che già c’erano, rompendole.
Il rap è sempre un frullatore di altre cose, nasce dal campionamento. Eminem ha fatto una rivoluzione, è stato il primo a lasciar perdere funky e soul, ha campionato roba bianca e diversa… Ma va avanti. Escono continuamente cose che portano linfa vitale. Drake parla di sentimenti, anni fa a uno come lui gli sparavano. Kanye West è una rivoluzione, a livello testuale e musicale ha rivoluzionato tutto ma nessuno si sognerebbe di dire che non è hip-hop. Lui può fare una canzone perché è dentro questa cosa, così come Eminem può fare robe pop ma è talmente dentro quella roba lì perché ha la tecnica dalla sua.
L’ultimo di Eminem è piaciuto alla critica, ma al pubblico italiano non è piaciuto granché. Questo secondo te cosa significa?
Che gli italiani non sanno l’inglese, anche se imitano l’America. Per me la serie Boris è l’Italia, puoi applicare quella roba alla discografia, alla grafica, al giornalismo, alla tv, alla politica. Cialtronismo a massimi livelli e ignoranza.
Cosa vuoi dire quando dici che l’Italia è passata da Saviano a Savino?
Come nel rating, abbiamo perso una A, quindi passiamo da uno che prende sul serio ciò che fa – e viene accusato di aver fatto i soldi – a un adorabile paraculo. È un sintomo. Corona e Belen sono legittimati, lui no. Invece è il contrario, i ragazzi sarebbe meglio se volessero fare i soldi diventando Saviano invece che Corona.
Però l’hip-hop si è affermato coi pezzi tronfi del tipo che entra nel club e si fa la tua tipa e tu zitto. Lo hanno fatto tutti, anche tu nel King del rap.
Haha, lo so, l’hip-hop medio ha come messaggio che lui fa i soldi e tu sei un coglione.
E le hai fatte anche tu.
Come no!
Sono anche divertenti, chi più chi meno – però alla lunga non portano alla mentalità che dicevamo?
King del rap per me contiene trovate lessicali, metriche e di punch-line che io senza fare il modesto trovo geniali, come se avessi fatto alcuni dei migliori assoli in circolazione. Un conto è fare questa roba senza effort, senza ispirazione. Sento spesso questa roba fatta a livello basic senza trovate né originalità. La punchline ha un sottostrato culturale interessante, anche in una cazzata c’è un riferimento culturale.
Ma non sto discutendo il livello. Il problema secondo me è come in Spit, è stata creata una gabbia, e tu puoi individuare il più bravo a muoversi nella gabbia. Che però gabbia resta.
Hai ragione ma è anche vero che io ho fatto anche roba sperimentale che è stata poco cagata a livello culturale; non c’era la componente autocelebrativa e c’erano Bloody Beetroots e Crookers prima che l’elettronica diventasse fighissima. Ho fatto un pezzo come In radio proprio per questo motivo, perché noi siamo quello che siamo, ma c’è un concorso di colpa dei media. Se io faccio il pezzo più ballad vado su Radio Italia, ma se non è vagamente dance Linus non lo passa. E Linus lo devo ringraziare perché si è accorto delle rime di Badabum cha cha, altrimenti sarebbe rimasto un tormentone. Così alla fine quello che si è cercato di fare nel rap è stato cercare la via più facile, ha aiutato a farsi notare anche Fibra, un po’ più dance, alle radio faceva comodo, era più vendibile. Io nel secondo disco avevo Giusy Ferreri, volevo andare in radio a tutti i costi. Però credo sia un mio pezzo, col featuring di Giusy che la gente sa chi è e da dove viene. Però così facendo siamo tutti dovuti andare verso il pop, come i Dogo con Antonacci, Fibra con la Nannini. Questo ha generato il mostro che è oggi l’hip-hop italiano, che ora come ora è proprio tronismo. Molti di noi, anni fa avrebbero fatto i tronisti, oggi al posto loro in discoteca chiamano noi. Abbiamo successo, siamo pieni di figa e di…
Sei pieno di figa? 
Ehm, onestamente non mi lamento, anche se non riempio i tabloid come altri. Perderei quella credibilità. Io nei dischi poi critico questa cosa e se finissi a scoparmi queste tipe di cui non ho rispetto… La roba della tipa figona, prima o poi ci passi se fai questo lavoro. Hai sempre l’illusione: “Questa è una zoccola ma con me sarà diversa. Se sei bravo dura tre mesi. Conosco artisti che ci cascano.
Conosco giornalisti che ci cascano.
E non mi piace il metodo italiano di mettere il sesso su un piedistallo, di farlo diventare così importante perché alla fine l’italiano è sempre Lino Banfi, il becero che non riesce a scopare e quando vede una figa fa “Uuh, uuh!” – perché all’estero la gente scopa normalmente senza menarsela troppo, mentre qui, non so perché, forse perché c’è il Vaticano, diventa parametro di tutto. Allora ci sono donne che riescono a ottenere lavoro e visibilità tramite il sesso. L’altro giorno ho visto su YouTube un servizio sulla modella di Blurred Lines. I commenti degli stranieri sono sulla tecnica del fotografo, la location – quelli degli italiani sono tutti “Minchiacheffiga”.
Forse lo pensano anche gli stranieri, ma l’italiano ci tiene, a commentare minchiacheffiga.
Guarda, io in questo periodo ho un certo rigetto per il nostro Paese. Mi incazzo. Lo odio perché lo amo.
Cosa hai messo di questo, nel disco?
Tanto ma un po’ ho anche paura di risultare frustrato, di fare quello che si lamenta.
Beh, ma sarebbe coerente: tutti ci lamentiamo.
Sì ma a livello di bar, o di tweet. Se lo fai in musica sembri un palloso rompicoglioni. Oltretutto io lo sconterei di più perché ho fatto spesso il simpatico, essendo un lato della mia personalità. Non sono hardcore a tutti i costi. Forse anche questo può confondere. Diciamo che ho fatto un disco che confondesse di meno.
Ma parlando di simpatia: non trovo uno con cui tu non abbia collaborato. A parte Caparezza, ovviamente. Tu sei il grande crocevia dell’hip-hop, si va da Salmo a J-Ax, da Co’ Sang a Club Dogo. Questo crea una distorsione, dà un argomento a chi dice “é tutto uguale” perché vede anche una scena che sembra compatta.
Ci sono molti nei media che usano l’hip-hop come ariete contro la musica italiana, ma esclusivamente per fare sensazione. Al giornalista piace dire “Che figata, l’hip hop italiano va bene in classifica, tutti entrano al n.1”, e mette assieme Salmo e Moreno, Fedez e Marracash. A nessuno salta in mente di fare un discorso simile col rock. C’è un po’ più di know how, è chiaro che nessuno mette insieme Manuel Agnelli coi Sonohra.
No, però se stai fuori dal mainstream, puoi dire che Ligabue è uguale a Fedez. Dipende dal campo che scegli. E non è del tutto sbagliato accomunarli, perché sono rilevanti tutti e due.
Fedez? Per te è rilevante? Io lo accomuno al primo disco degli 883, che comunque anch’io ascoltavo molto da ragazzino. Ha quell’impatto lì.
Che in ogni caso è un impatto. Lo vedo, che sta chiaramente mirando al mondo teen – ma penso sia furbo, quindi è un passo avanti rispetto ad altri che mirano lì. Lui stesso mi ha detto che non si aspetta che nessuno sopra i 20 anni lo ascolti, e non posso non dargli atto che tra quelli che parlano ai teenager, è quello che cerca di far passare più robe. Poi la credibilità a me non interessa.
No? (ride)
A me interessa come e perché uno piace al pubblico. Voglio sapere quanto mi devo preoccupare.
Mah, in questo Paese la credibilità c’è solo nella ristorazione, come dicono in Boris.
C’è gente dell’ambiente che sospirerebbe a queste parole.
Ma sì, dai, la verità è che in questo paese puoi fare quello che vuoi e poi ti si perdona tutto. Puoi scoparti chi vuoi, puoi contraddirti. Puoi prendere una base già usata sei mesi fa da un altro. Per dire, il tuo amico Fedez…
Ecco, l’espressione “il mio amico Fedez” non prelude a nulla di buono.
No, dai, sto scherzando – però sono cose importanti. Dire che Fedez, perché non fa il duro, è nuovo rispetto a Gué Pequeno non è sufficiente. È come dire che i Modà sono rock – però in Italia lo sono, i rocker che non fanno più i duri.
Ma dimmi che il Rolling Stone americano non avrebbe messo Fedez in copertina. Hanno messo Miley Cyrus. E su Katy Perry hanno fatto un pezzo bellissimo, che ti fa capire bene il fenomeno e il personaggio, però se lo facessimo noi in Italia metà dei nostri lettori partirebbe coi Nonvicompropiù.
L’interesse per i rapper è arrivato adesso dopo anni e anni dopo il periodo in cui il rap era veramente interessante, dopo dischi usciti in un momento in cui c’era veramente qualcosa da dire. Come ho detto prima, questa cosa che tu trovi interessante, quella di mischiare il rap col pop, è una cosa che noi tentiamo di fare dall’inizio. Gianna Nannini + il rapper: era già stato fatto. Una, due, tre volte. Questo in un momento in cui i dischi indie in Italia sono tipo quello dei Cani. La tendenza all’estero è opposta: Drake che è il più grande in assoluto ha un disco veramente difficile oltre ad avere un gusto che ci sogniamo. Quasi underground, tutto triste, tutto lento. Lo vedi in Drake, in Kendrick Lamar; mentre contaminare il rap mettendoci la cassa delle patatine all’italiana, il mixaggio con voce altissima featuring pop riciclato per me è una roba vecchissima, non trovo che artisticamente sia rilevante. Sono d’accordo che meriti la copertina come fenomeno. Doppio platino da esordiente, ci mancherebbe. Diciamo che Moreno mi fa più male rispetto a Fedez.
Fedez sembra spalleggiare Grillo. Anche tu avevi aderito al live del Movimento 5 Stelle.
Non lo rifarei. Sono uno di quelli che ci ha creduto ma poi mi sono informato e ci ho trovato del marcio. C’era molta gente che ci voleva credere tantissimo, era il cambiamento epocale che tutti volevamo così tanto da non approfondire abbastanza. Ma è fuffa.
E quindi?
Siamo alla bancarotta. La classe dirigente ha rinunciato a salvare questo Paese. Se lo sono venduto. Anche se noi non vogliamo rendercene conto. Quando sarà finito il credito che godiamo per Pavarotti, pizza e Lamborghini, la gente e i capitali se ne andranno: per il mondo non stiamo producendo niente che valga. Siamo la Grecia, l’Albania.
Dai, dì che hai fiducia nella gente.
Non molta. La maggioranza passa il tempo sui social commentando le cose degli altri invece che farle. È una parodia della democrazia: il mondo dei social network incita alla bassezza. Non possiamo più far finta che la massa della gente non sia stupida.
Hahaha, non l’avevo mai sentito dire con tanta naturalezza.
Una volta potevi guardare altrove, ma i social network ti stanno tirando addosso tutta la stupidità. Non voglio essere anacronistico. Ma guarda i commenti che riguardano i musicisti: il pubblico la pensa come Simona Ventura, se il tale ha venduto 50 milioni di dischi, vale. È la logica di Corona, se faccio i soldi ho ragione, se ti lamenti stai rosicando. L’Italia ha un problema proprio in questo, tutti si sono convinti che Berlusconi arrivava alla gente quindi aveva ragione. È facile fregare la gente. Fabri Fibra con Guerra e pace ha cercato di fare un disco concettuale, ma per arrivare al pubblico oggi non puoi più puntare sul pezzo, devi passare dai media mettendoti una carota in culo. Alla fine Gué Pequeno è stato un genio, ha fatto il disco hip hop di quest’anno ma si è inventato la cosa della Minetti: farà il disco di platino, e lo farà anche per quello. La prima volta che ho letto un’intervista sensata a un rapper è stata la tua a Gué Pequeno, perché per quanto controverso lui sia, c’erano delle cose che tutti avrebbero voluto chiedergli e lui controbatteva e tirava fuori qualcosa.
Ti ringrazio per la sviolinata che ovviamente porto a casa. Ma non funziona solo così. Siamo diventati ipersensibili ai giudizi.
Certo, viviamo per il giudizio degli altri.
Ma questo significa anche rischiare di meno in un’intervista, in un articolo. Io stesso le prime volte che la gente scriveva al giornale insultandomi, notavo più gli insulti dei complimenti. Questa cosa tocca persino Ligabue o Vasco che vendono un milione di copie, sclerano per i dieci che li criticano. Ecco, una cosa interessante dei Cani è che sembra tenere conto già dell’atteggiamento della comunità giudicante. È un passo più avanti perché lui stesso è di quella pasta lì, è più veloce nel trovare il proprio possibile punto debole rispetto a quelli che vivono per trovare punti deboli. E questa cosa, questo clima di processo e autoprocesso permanente, in Italia c’è stato negli anni 70, sto pensando a L’avvelenata di Guccini, a Gaber, a De André. E nel rap sta tornando fuori.
Nella critica però non c’è. Noi possiamo anche accettare il vaffanculo però dovete dire anche, ogni tanto, questo pezzo è artisticamente interessante, cosa che non vedo in nessuno. Io penso di saper scrivere testi come pochi in Italia in questo momento, ma la verità è che vengo valutato o sulle cazzate, o su quanto venderò. E se anche l’hip-hop ha contribuito a creare questa cosa, la critica dovrebbe superarlo. E capire che ho un profilo diverso da Moreno o Fedez.
Ma tu dai peso ai critici?
Più che le testate, seguo delle persone. Mi piace questo tipo, Quitthedoner, conosci? Non nasce come critico, faceva articoli d’inchiesta. E anche PopTopoi, è uno che seguo. Ha l’aria di uno che nasce come fan più che come critico, si vede che è un entusiasta – ma ha uno sguardo più largo rispetto a tutti gli altri blogger. Tanto comunque, sui giornali mi pare che manchi una critica formata, magari sul rock c’è di più, sul rap non c’è, tranne Michele Wad Caporosso che scrive con alti e bassi, ma non c’è qualcuno che veramente commenta e intervista e parla di hip hop col giusto know how.
Non guardare me, io certo non ce l’ho e non lo voglio avere, a me il know how e i generi non interessano.
Ma se tu lasci tutto alla gente, la gente finisce per parlare di Gue che scopa la Minetti, perché si arriva a “La Minetti però se la vorrebbero scopare tutti”. Se la critica non sa fare il suo mestiere, Fabri Fibra per arrivare non deve fare il pezzo deve passare dai media facendo il twerking come Miley Cyrus. Sto seguendo X Factor, non da molto: negli anni della Rai non lo seguivo. Beh, quello che vedo è che quando lasci decidere al pubblico fa cagate, non fa passare quelli più bravi, e questo perché i giudici non fanno i giudici, come i critici non fanno i critici, ci si basa sui like. Però è facile fregare la gente. Non puoi lasciar criticare ai social. Ci vuole un contraltare secondo me. Ci vorrebbe un’analisi ancora più indagatrice di una volta. Altimenti esce un disco, ci metto contenuti ma chi li giudica? Se non ho la fortuna di azzeccare il pezzo pop che va in radio e diverte, la gente non ha voglia, non si concede nemmeno il secondo ascolto, c’è talmente tanta roba, c’è Spotify. I ragazzi per scegliere cosa comprare guardano la top 20 di iTunes.
Ma allora visto anche che per il primo singolo ti sei basato sugli Oasis, oggi una canzone non fa il suo mestiere? Non riesce più a farlo?
Questa è bella. Non riesce a fare la differenza da sola, dici?
Sì, ad “arrivare”, misteriosamente, imperscrutabilmente.
Siamo ancora dalle parti di Simona Ventura però, ovvero al fatto che il pubblico non può avere del tutto torto. Ma poi questo pubblico li compra i dischi? La ascolta la musica? La realtà ci dice di no. Allora, c’è un inganno dietro.
Però Spit…
Lì è evidente che il genere coincide con i suoi telespettatori, non c’è gente che è lì per vedere cosa farà Morgan, o per i balletti. È anche più facile, chiaramente. Però limiti drasticamente il numero di quelli che sono lì per caso. Il pubblico di Spit non è lì per uno spettacolo.
Ma c’è anche lì la competizione. Che è congeniale al machismo dell’hip-hop, il fare a chi ha il microfono più lungo.
Non so, io col machismo penso di essere in buoni rapporti, ma senza esagerare… Non vado in palestra, non sono ipertatuato.
Ma è ancora così competitivo l’hip-hop?
Perché, il rock no? Il miglior chitarrista, la migliore voce: sono cose che si sono sempre guardate. Comunque siamo in un periodo competitivo in generale. L’hip-hop riflette la competizione spietata nel sistema.
E voi siete i Supereroi. I ragazzi si chiedono quale di voi sappia volare, quale di voi si faccia più fighe, quale di voi fa le rime migliori, quale di voi sia più minchiappericoloso.
Mmh, questo può essere vero, sì.
Ma allora questo aspetto supereroico, che nasce dalla competizione, accentua il legame tra hip hop e ragazzini e allontana i giovani con qualche anno in più, che stanno facendo i conti con la realtà. E non a caso ascoltano roba deprimente.
Se io e altri, tipo Fibra, lo abbiamo fatto, è stato per stilema. Salmo di certo no. Comunque il target di riferimento della musica si è abbassato in generale, da Justin Bieber a Miley Cyrus, perché è uno degli ultimi mercati rimasti. È la strategia di McDonald’s, punta sui bambini perché costringeranno gli adulti a pagare.
Credo che ai ragazzi piaccia l’hip-hop perché questa generazione è molto disillusa. Magari per loro sarà un bene, non aspetteranno un redentore.
Il problema è che ci sono dei danni ormai strutturali. Vedo che i ragazzi, compresa la mia ragazza che è molto giovane, hanno tantissima roba e non approfondiscono niente, hanno una superficialità e una mancanza di cultura che persino io che ho fatto l’Itis, bocciato due volte, io che ho i genitori che parlano un pessimo italiano, che i miei amici spacciavano e finivano in galera, eppure leggo libri… Quando ero ragazzino e vedevo dei film li volevo proprio vedere, nel mio giro anche se eri uno spacciatore della Barona non potevi non vedere Trainspotting o ascoltare i Doors, perché altrimenti eri un povero coglione. Mentre loro, l’unica cosa in cui sono molto preparati sono la moda e la tecnologia. Libri non ne leggono, i film non li guardano…
I Soliti Idioti sì.
Ma non nasce da un film. Sono preparati solo sui brand, sugli smartphone, sulla coolness.
Ogni generazione si è sentita dire dalla precedente “Siete dei debosciati”.
Ma oggi c’è uno scalino. Che forse è internet. Che è una cosa davvero grossa che ha profondamente cambiato la vita. Se tu passi il tempo sui social commentando le cose degli altri invece che farle, tu oggi commenti gli status di un tipo che dice che brutta giornata, oggi c’è traffico…
O commenti X Factor. Commenti le partite. Commenti Spit
Però questa roba qua è una parodia della democrazia.
Ma il commento tutti insieme di qualcosa è a suo modo una socialità. Un tipo di socialità, tutti su un divano virtuale. Ma come si sente dire sempre, i ristoranti sono pieni, i bar pure… La gente esce.
Certo, qualcuno lo fa ancora. Così chi commenta? Forse i più coglioni, haha! Ci sono gli opinionisti di twitter che ne fanno un lavoro, tipo Guia Soncini, Selvaggia Lucarelli.
Però dai, è divertente. Per la prima volta a guardare il concerto del Primo Maggio ci divertiamo.
Sì ma i commenti sono distorti dalla voglia di essere visti. Il problema non è il divertimento. Il problema è che così tutte le opinioni si mescolano, e finiscono per non valere veramente niente, per ogni cosa c’è l’ondata pro e l’ondata contro.
Vero.
E la verità è che l’opinione più divertente vince ma non dovrebbe essere così. Perché il fatto che tu abbia trovato la battuta non implica che tu ne sappia più di me. La gente critica Katy Perry ma senza sapere veramente perché. La figura del critico a me manca. Esce il mio disco e l’unico terreno di dibattito è YouTube? Lì è buttare canzoni nel baratro. Cosa faccio a fare un pezzo come Parole chiave, i termini fondamentali del nostro secolo, cosa la faccio a fare se la gente non ha gli strumenti per capire e non si accorge. Cosa guardo a fare Mulholland Drive di David Lynch se poi non ho letto la spiegazione del suo significato? 
Uh, la famosa spiegazione di Mulholland Drive! Qui mi inviti a nozze.. Guarda, lasciami dire – io sono uno dei pochi critici che si fanno menate sul fare il critico. Ma ogni giorno, davvero. E i famosi strumenti del critico. Prendiamo ad esempio Mulholland Drive. Quando l’ho visto ho pensato: “Non sto capendo una madonna, ma mi piace”, perché lo stavo guardando come ascolto un disco, per il susseguirsi di queste ondate di incubo, poi di umorismo, poi di erotismo, poi di musical… Poi però ho trovato anch’io su internet LA spiegazione, quella che penso abbia trovato anche tu, e lì ho detto Wow, sì, ha senso. Ma ha senso un’opera per la quale dopo hai bisogno di una spiegazione – e tra l’altro così articolata che ti cambia completamente la sensazione di ciò che hai visto? Ha senso giocare a nascondere il senso?
Però ti è piaciuto già la prima volta.
Sì, ma il film che ho visto e quello che mi è stato spiegato sono quasi due cose diverse. Così ho la sensazione che il regista abbia voluto fare un film che fosse il Bartezzaghi della Settimana Enigmistica. Se a capire l’opera d’arte può essere solo quello con le chiavi, allora capisco chi ama gli Iron Maiden e capisco chi preferisce una musica che arriva subito.
Però le nicchie sono un fenomeno naturale, Lynch non è Spielberg. Al giorno d’oggi come fai ad aver voglia di far qualcosa di veramente rilevante? Il mondo dei social network ti incita alla bassezza. Perché passa la voglia.
Addirittura.
Perché dovrei fare qualcosa di ambizioso per una massa di tamarri che, se faccio Parole chiave, risulta il mio video con meno visualizzazioni? Oggi Mozart scriverebbe quello che ha scritto, se invece di un riferimento fatto di eletti si fosse trovato a sottoporre il suo lavoro alla gente?
E quindi cosa può fare un povero King del rap?
Azzeccare il pezzo pop che va in radio e diverte. Altrimenti la gente non ti concede il secondo ascolto. C’è talmente tanta roba. E tanta fretta di commentare qualcos’altro. Se alla gente poi piacciono davvero veline e truzzi io mi inchino.

TheClassifica 59 – Mi vergogno per GiannaNannini perché lei non lo fa (introducing “Irrilevanza Molesta”)

TheClassifica 59 – Mi vergogno per GiannaNannini perché lei non lo fa (introducing “Irrilevanza Molesta”)

Premessa uno: se un disco vi piace, se una canzone vi piace, buon per voi. Avete ragione. Non c’è critico o blogger che possa portarvelo via. Premessa due: se un artista entra nella sua fase di Inconsistenza Assoluta, questo non inficia quello che ha fatto 

TheClassifica 19 – Killa, i Cani e Balotelli

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Emis Killa è n.1 con un disco che si chiama Mercurio. Davanti al nuovo disco di Claudio Baglioni. E questo è un altro di quei segni di passaggio generazionale, no? Elisa scende al n.3. Ma ne ho già parlato, come certamente ricorderete. Oppure no – 

Mengoni. No, veramente

Mengoni. No, veramente

SANREMO: VINCE MENGONI, E' ANCORA TRIONFO DEI TALENT

Mentre il Paese cerca una cavolo di ipotesi su cui convergere, sembra che non ci sia nessun dubbio sull’ineluttabilità di Marco Mengoni. Dopo la consacrazione sanremese, con un pezzo piacevole e piacione, il suo album è andato al n.1 in classifica. Su di lui convergono praticamente tutti – tranne forse Fabri Fibra che si inalbera perché dice che è ricchione e dovrebbe dirlo (…buffamente, ora i due condividono un produttore: Michele Canova. Magari diventeranno amichetti). Ma dietro la faccia, che funziona parecchio – specie quando fa sparire gli occhi dietro le palpebre – chi cavolo è Mengoni? No, davvero.

Il suo nuovo disco #Prontoacorrere, con l’hashtag sbarazzino, vanta ben ventidue autori. Quasi la rosa dell’Inter. E quindi se fino a ieri era seguito da un team concentrato su di lui, tre autori e una manager che cercavano di lavorare alla sua personalità (vedi brani come Mangialanima o Come ti senti), oggi è mischione puro: autori italiani e stranieri, Ivano Fossati e Mark Owen dei Take That, Gianna Nannini e l’implacabile talent-man Roberto Casalino (abilissimo autore per Giusy, Emma, Annalisa, Virginio e Francesca, tutta gente che ha iniziato senza cognome), Cesare Cremonini e Steve Robson (solido autore per boyband, tra i quali Jonas Brothers e One Direction). Tirando le somme Mengoni è tornato il jukebox vivente che a X Factor passava da Helter skelter a Almeno tu nell’universo, dai Talking Heads a Michael Jackson, da Ornella Vanoni agli AC/DC in nome di quel mipiacetutto che è anche un ottimo sistema per lanciare l’esca da tutti i lati della barca.

Di conseguenza, in #Prontoacorrere si va dai ramazzottismi di Evitiamoci a un pezzo che Fossati potrebbe aver comodamente scritto per Loredana Berté trent’anni fa (Spari nel deserto); da una ballad con sospette velleità ligabuesche (Natale senza regali) a terrifiche bimbominkierie alla Modà come Un’altra botta (“Entri ed esci dal mio cuore con un clic, dalla mia testa vuota come un trip; ti porti via di tutto poi mi lasci qui, mentre fumo sognando”) (…scusate, bisognerebbe avvertire, prima di trascrivere certe cose).

E allora, di nuovo: chi è Mengoni? Si può davvero essere tutte queste cose insieme? A comporre tutti ‘sti nuovi spazi tutti insieme, non è che ci cade a pezzi?
Di fatto, che a funzionare sia il Mengoni in formato talent sembra evidente anche dal fatto che dei due pezzi portati a Sanremo, il pubblico ha televotato quello firmato dal succitato talentista Casalino e non quello scritto da Gianna Nannini. E’ abbastanza significativo (e un po’ ghignoso) anche il fatto che i giornali, non riuscendo a trovare qualcosa da dire, abbiano fatto ricorso, per i titoli, agli appigli forniti dai featuring. Per esempio, La Stampa (“Pronto a correre grazie all’aiuto di Fossati e Cremonini”) e il Corriere della Sera (“Fossati, Cremonini, Nannini e un Take That nel mio cd”). Altri hanno laconicamente ripreso il titolo del disco (Sorrisi e Canzoni: “Marco Mengoni è pronto a correre”; Il Giorno: “Il nuovo Mengoni è Pronto a correre”). Su Gazzetta dello Sport/Max, geniale colpo a cerchio e botte: “Mengoni è #Prontoacorrere – ma quanto invidio Cesare Cremonini…”). TGCom li sbaraglia, ricorrendo a uno dei pochi che non ha scritto canzoni per lui (“Marco Mengoni: “Sono ripartito da Lucio Dalla”). Vale la pena citare la disperazione di Vanity Fair, che si gioca un titolo-petardo scoppiettante (“Mengoni: «E dopo voglio fare l’amore») (…dopo, eh. Mica durante). Insomma nessuno sembra saper davvero cosa dire – a cominciare da Mengoni stesso, che nelle interviste parla a spintoni. Così, il titolo migliore sembra quello del Messaggero: “Pronto a correre ma senza una meta”. Uh, ma che palle, cosa importa se non ha una meta: ha le basette, i capelli sparati, i baffini. Che poi sono la prima, seconda e terza cosa che vengono in mente dell’artista Mengoni. La personalità del quale, ora come ora, sembra tutta lì.