Tag: Gemitaiz

Battisti vs ThaSupreme, Marra vs Zucchero: la solitudine dei numeri – TheClassifica n.46

Battisti vs ThaSupreme, Marra vs Zucchero: la solitudine dei numeri – TheClassifica n.46

Contiene un dissing a due amici. Gli altri quattro che mi sono rimasti, si tengano pronti.

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

Seduto sotto un platano dell’aeroporto di Bruxelles, un bicchiere di cognac, 35 morti ai confini di Israele e Giordania.

TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

Quando andavo al liceo, al n.1 della classifica dei presunti album c’erano Gemitaiz & Madman con Scatola nera.
No, non è vero, scusatemi. È il mio manager che mi dice che dovrei iniziare i pezzi con “Quando andavo al liceo”. Pare che piacciano. Creano complicità tra il critico e il lettore. Non so perché dovreste volermi come complice – farei qualche fesseria e ci farei arrestare tutti in meno di un’ora, qualunque sia il piano.
E tuttavia, forse non è vero che piacciono. Forse, semplicemente, non c’è molto altro.

Prendiamo ad esempio la classifica di questa settimana. Tra i presunti album al n.1 Gemitaiz & Madman con Scatola nera. Nonché un podio completamente rappuso. Al n.2 Mattoni di Night Skinny, bella festicciola con 26 rapper (tra i quali, pensate, due FEMMINE). Al n.3 Machete Mixtape 4, bella festicciola con 15 rapper (tra i quali, pensate, una FEMMINA).

Per quel che vale, in tutti e tre ho trovato cose che mi sono piaciute. Dopo tutto, detto con clinica freddezza di patologo, assommano quarantasei tracce, e ai 41 featuring dei due album al n.2 e 3 possiamo aggiungere quelli di Scatola nera che sono sette (più uno con Giorgia, forse forzato – ma contenti loro, contenta lei, contenti i pubblici, contenti tutti). Insomma, anche la semplice quantità gioca a favore.
Musicalmente ho la sensazione di passi avanti enormi, e persino nel flow di molti big ci sono novità (basta sentire come aprono l’album Gemitaiz & Madman, quasi volessero comunicare alla next big thing ThaSupreme, che è lì presente, che non hanno paura di giocarsela con le nuove leve).

(sentite il PERO’ che sta arrivando, vero?)
(…e sentite bene)

Però i testi non crescono altrettanto. La maggior parte è sempre più a misura di 13enne non troppo arguto.
Cosa che costringe il 17enne mediamente o anche blandamente arguto ma fatalmente appassionato di rap ad adeguarsi, ad accettare che le migliori menti di due, forse anche tre generazioni ancora nel 2019 gli raccontino continuamente, incessantemente che fanno il money, e fumano, e sono ricolmi di pussy, e la loro mmerda spacca, e fumano, e si fanno la vostra troia, poi fumano, poi il loro conto in banca – ahaha, e il vostro? – e si sono fatti il culo, e fumano, e spaccano, e nessuno credeva in loro, aha!, e fumano e c’hanno gli amici criminali, più criminali dei vostri amici criminali sfigati, e comunque vi rompono il culo, fumando e umiliandovi perché il vostro flow è patetico e voi pure, mentre loro hanno un palo della luce nelle mutande e la loro mmerda è incredibile, mentre la vostra mmerda è – ammettetelo – merda, mentre la loro mmerda, spacca, fra, bro, zi, cià, in, con, su, per, tra, skrrrt, però

PERO’
(base lenta e triste)
Però dentro, sono tanto soli. E hanno sofferto. Ma alla gente non interessa. A voi non interessa. Siete persone meschine senza sensibilità. Solo i fra e i bro, capiscono. Ok, anche Noisey e Rollinstòn capiscono, ma dov’erano quando erano soli, sulla strada, fumando, e rompendosi il culo, e la mamma, ah, la mamma piangeva, e loro anche, soprattutto al pensiero che qualcuno insinuasse che non fumavano, però

PERO’
(base banger)
Ahahaha, bitches, però adesso non sanno più dove mettere il money, e vedi queste scarpe e i vestiti e la BMW e Louis Vuitton e Gucci e troie e tantissimo fumo ahaha, però

PERO’
(base lenta e romantica)
Però è tutta una facciata perché hanno un lato sensibile dietro a questo maledetto successo che in realtà è tutto falso, quello che vogliono veramente è passare trentasei notti di fila con la loro pussy che è tanto brava e gattina e mmmm è tutta soda dappertutto e dalle rime si deduce che ha la personalità di una scodella ma pazienza è tutta pussy e fumare con lei è bellissimo mentre si fuma dopo aver fumato appena prima di fumare il fumo che fa venir voglia di fumare fumando il fumo in mezzo al fumo prodotto dal fumo fumato che si fuma.

In tutto questo. Che relazione c’è tra il rap italiano e i ragazzi e le ragazze che sono scesi in piazza per fare presente agli adulti che stanno sventrando un intero pianeta? Apparentemente nessuna. E no, NO, non sto chiedendo ai rapper italiani di rimare di alberi di 30 piani o di Big Yellow Taxi: se preferiscono raccontarci tutte le (due) sfaccettature delle loro vite così originali e tutte diverse, a me va benissimo. Prendo atto che, malgrado la facilità di parola, ci sono certe cose che nemmeno loro riescono a rendere cool. Mi incuriosisce più capire se quelli che sono scesi in piazza sono quella parte di adolescenti che stravede per il rap, o se invece ascoltano altro, oppure se – come sospetto – la maggior parte di loro lo ascolta ma semplicemente perché in giro c’è poco altro. E sì, alla fine i numeri ci dicono che lo scelgono, ma esattamente come una generazione cresciuta con Canale 5 ha finito per scegliere e apprezzarne il palinsesto così simile a una ammiccante lobotomia. Alla fine i ragazzi il rap, questo genere 40enne, lo ricevono dagli adulti insieme a smartphone e social e Red Bull e Pringles (e fumo). Quindi ecco, è questo tipo di libera scelta.

Poi, uscito dalle mie mansioni di patologo, mi costringo a specificare che il rap mi piace molto più del pop, e certamente molto più dell’indie e del talent pop. Ma questo perché mi illudo di essere quel 17enne blandamente arguto che dicevo sopra, che scuote la testa e si ritrova ad ascoltare i suoni più che i testi, che nel 90% delle tracce non dicono niente, niente, niente, sono esercizi di stile e battute sempre più prevedibili e testimonianze di esistenze noiosissime ma griffate che non mi aiutano in nulla ed esprimono a malapena l’1% dei miei confusi sentimenti e dubbi (…anzi, mi sa che prima o poi mi metto ad ascoltare questi Pink Floyd di cui qualcuno parla a scuola).

Ma ascoltate ora questa mia vibrante profezia. Io il gap generazionale tra adulti e teenager che è stato così esasperato (a fin di bene e a fin di marketing) negli ultimi due-tre anni, inizio a vederlo anche tra i 25enni e la loro utenza. Ho la sensazione che vedremo molti Young Signorini e Billie Eilish e Madame, molte espressioni spiazzanti (e coetanee) del gusto dei teenager. Sempre se i 30-40enni che hanno in mano – come si suol dire – il giro del fumo lo permetteranno. Perché alla fine, non c’è YouTube o TikTok che tenga, dipende sempre da adulti giovani o artificialmente giovani. Specie quelli che credono di capire gli adolescenti, magari perché ne hanno uno in casa e si basano su di lui. Cosa che è la prima garanzia del fatto che non li capiscono.

Resto della classifica in breve – ché sono stato lungo. Recupera una posizione Ultimo che sale al n.4 con Colpa delle favole, anche se ora è il suo unico album in top 10. Nella quale, incredibilmente, troviamo ben due nomi del rock anni 90: Liam Gallagher al n.5, e i Verdena al n.10. Grazie a un’edizione speciale, colpo di reni per Marco Mengoni, che sale dal n.44 al n.6; completano la prima decina altri tre rapper dal n.7 al 9: Post Malone, Mambolosco e Rocco Hunt.

Sedicenti singoli. Anche se il re del chiringuito Fred De Palma ha lasciato molto presto il podio degli album, scendendo al n.13, si rifà tra i tormentoni, dove Una volta ancora, in duo con Ana Mena, ritorna in vetta. Alle sue spalle entra Fuori e dentro del duo Gemitaiz & Madman, mentre sul terzo gradino del podio si rivede Pookie di Aya Nakamura in duo con Capo Plaza – in top ten ci sono nove duetti/terzetti/quartetti, a riprova che non è vero che i numeri primi sono soli.

Altri argomenti di conversazione. Oltre a Fred De Palma, si allontana di gran carriera dalle prime posizioni Junior Cally, che era n.1 due settimane fa e ora è n.41. L’altro album importante della settimana, il ritorno dei Blink-182, entra al n.12. Gli album con oltre cento settimane di permanenza aumentano: si è testè aggiunto The wall dei Pink Floyd (The dark side of the moon è a 151 settimane). Nel club ci sono anche Evolve degli Imagine Dragons (118), Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (117), ÷ di Ed Sheeran (134) e ovviamente, il vegliardo della top 100: Hellvisback di Salmo, uscito 190 settimane fa e ancora lì al n.80 a inveire contro tutti noi.
Gli album pubblicati o distribuiti dalla Universal sono 52, cifra che, dopo un complesso calcolo, mi sento di considerare il 52% della top 100 – sempre complimenti alla Universal per come capisce cosa ci piace. Guida la minoranza Sony, con 22 album, poi c’è Warner con 11, e il resto se lo spartiscono Believe, Artist First e Self – più l’album di Liberato, che non ha né una major né una minor nè una miglior

Miglior vita. Sei album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di ghiacciai da corsa. Li guidano i Queen con la colonna sonora di Bohemian rhapsody al n.51. Forse non sapete che quella canzone uscì un mese dopo un famoso album dei

Pinfloi. Cioè Wish you were here che NON è in classifica. Mentre The wall è al n.76 e The dark side of the moon n.65. Il primo guadagna sette posizioni, il secondo ne perde quattro, circostanze che anche voi non esiterete a mettere in relazione con le previsioni di un incremento del 2,2% nel settore edilizio per il 2020. Lo so che lo avreste fatto, faccio sempre più fatica a sorprendervi. Quindi, grazie per essere arrivati fin qui, buona giornata.

Machete alle crochate – Classifica Generation: Stagione III, Episodio 21

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Salmo direttore artistico di un festival virtuale del rap italiano nel 2019. C’è persino UNA FEMMINA.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

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Buongiorno e benvenuti – scusate se il posto è piccolo, grazie per aver portato le sedie da casa. Cercherò di essere conciso ma se posso darvi un suggerimento, non siete tenuti ad ascoltare tutto. Magari potete fare un giro e tornare dopo. Io in compenso mi sento tenuto a mettere giù tutto: in fondo un rapporto è un rapporto, no? E quando il rapporto sarà finito, potremo convenire che non siete voi: sono io. 

Indice. Sto per parlarvi dei presunti album e sedicenti singoli più (per così dire) venduti, dei concerti più visti, delle canzoni più ascoltate per radio, dei vinili, delle case discografiche più presenti in classifica, di Sanremo, dei talent, e forse dei flop.

Prontivia. TOP TEN ALBUM.
– Tutti maschi tranne Laura Pausini (l’anno scorso, nessuna donna).
– Tutti italiani tranne Ed Sheeran (come l’anno scorso. E lo straniero era sempre lui).
– Tutti sotto contratto con una major tranne Ultimo (come l’anno scorso. L’infiltrato era Ghali).
– Tutti sotto i 35 anni tranne Laura Pausini (l’anno scorso, sei over 35). Le tre multinazionali che sostengono FIMI volevano dimostrare la loro dinamica supergioventù, e hanno applicato il CAMBIAMENTO al sistema di rilevamento premiando lo streaming. Poi non sarò io a dirvi se la Universal darà a Gemitaiz (n.9) e ad Eros Ramazzotti (n.22) la stessa mancia di fine anno. Io sono qui semplicemente a commentare la classifica, fingendo che questi siano dischi veri, e si vendano. Se lo fa la FIMI, e se a Gemitaiz va bene, chi sono io per cavillare.

E a proposito di Gemitaiz: è sicuramente il re del featuring. Il suo album Davide contiene 15 brani (e che siano tanti, fa bene alla classifica, perché gonfia le cifre dell’album) e tanti ospiti che portano i loro fan come a una bella festa – occhio che non vi rubino i giacconi, gli adolescenti ricchi lo fanno spesso alle feste perché sono gangsta, ahaha, ben vi sta, bufus. Ospiti di Davide: Gue Pequeno, Achille Lauro, Fabri Fibra, Coez, Madman. Con 51 e 21 milioni di ascolti, i featuring di Coez e Achille Lauro sono i suoi brani più sentiti su Spotify. Anche se il featuring dell’anno è Tesla, che grazie a Sfera Ebbasta e Drefgold porta 64 milioni di ascolti a Capo Plaza.
E a proposito di rappusi: in top 10 ce ne sono 5. L’anno scorso erano 3 (Ghali, Gué Pequeno, Fabri Fibra) più rappusi parzialmente scremati (Jovanotti, J-Ax&Fedez) che volendo riportano la percentuale in parità. Verò è che anche l’età dei rapper scende rispetto al 2017. L’età delle donne no, anche perché alla fine sono sempre quelle: in top 30 ci sono Pausini, Emma, Sandrina Amoroso, Giorgia. Scendiamo pure, tanto ve le posso anche elencare tutte, ci si mette un attimo: c’è Mina al n.38, Annalisa al n.39, Francesca Michielin al n.62, Cristina D’Avena n.69 (inserire umorismo qui). E con Carmen al n.99 abbiamo chiuso. Aggiungendo le straniere, fanno 12 donne in classifica su 100 posizioni. Sì, amici, la classifica del CAMBIAMENTO che piace ai giovani è maschia e italica. Ma magari la spiegazione è semplice: le donne in Italia non hanno nulla da dire. Skrrrt, skrrrt.
Quota Talent Pop: 2 (includo Benji&Fede anche se non vengono da un talent, viceversa escludo Maneskin anche se vengono da un talent, perché qualunque cosa facciano, non so se sia pop). Buona annata per entrambi anche se pare di poter dire che in questi due-tre anni il successo vero si concentra su un nome solo per ciascuno. L’anno scorso non c’era nessuno per X Factor, mentre per la DeFilippi & Associati c’era Riki invece di Irama.
E a proposito di Irama. Il secondo presunto album più venduto dell’anno, Plume, in realtà è un EP, sette canzoni, trainate dalla megahit Nera (49 milioni di ascolti). Irama in autunno ha pubblicato un altro album (Giovani, n.28) quando avrebbe forse potuto fare la gherminella di ripubblicare Plume in una Fero Edition, e forse superare Sfera Ebbasta. Perché tra gli album più venduti, alcuni sono usciti due volte se non tre, e uno di questi è proprio quello dell’impellicciato di Ciny. Sfera Ebbasta nel 2018 ha pubblicato Rockstar anche nella Popstar version (in autunno) e nella International version; Lady Pausa per contro ha ripubblicato Fatti sentire col titolo Fatti sentire ancora e ha aggiunto una versione Deluxe. Tutti i brani aggiunti o reinseriti nelle nuove versioni, naturalmente, vanno a gonfiare i numeri del presunto “album” che la FIMI conteggia come unico. Se non vi sembra sportivo parlatene con un discografico, cercateli su Linkedin – cercate la posizione Masnadieri.

E a proposito di Sfera Ebbasta. La prima versione di Rockstar è uscita a gennaio, che vuol dire dodici mesi di tempo per accumulare ascolti. Irama è uscito a maggio, Salmo è uscito a novembre, i Maneskin a settembre, Ultimo a febbraio. Questo per dirvi che volendo, potreste tenerne conto. Ma anche per dirvi che la faccenda di risultare il più venduto dell’anno a qualcuno importa parecchio. E se col vecchio sistema essere l’artista più venduto a Natale poteva significare essere il più venduto dell’anno, ora che ci è stato regalato il CAMBIAMENTO non lo è più – cosa che credo risulti particolarmente chiara a Marco Mengoni (n.12). Comunque, putacaso, a metà gennaio uscirà l’album di Fedez. Ma ora,

Beninomanonbenissimo. Quanto appena detto spiega perché alcuni grossi nomi sono rimasti fuori dalla top 10 e si adattano a stare tra il n.11 e il n.20. C’è un bel parterre de roi: Jovanotti, Mengoni, Sandrina Amoroso, Emma (malgrado gli affanni iniziali. Anche per lei, comunque, un reboot dello stesso album ha aiutato), Cesare Cremonini, Ermal Meta, e persino Thegiornalisti al n.20. Sotto di loro, mi sentirei di aprire la categoria

Nonbenissimo. Eros Ramazzotti n.22, Negramaro n.23, Giorgia n.25, Gué Pequeno n.27 (Gentleman era stato n.10 nel 2017). Però anche sotto il n.30 c’è gente importante.

Non. Al n.34, malgrado la buona accoglienza per Se piovesse il tuo nome, c’è l’album di Elisa, casualmente solo due posizioni sopra Evergreen di Calcutta. Per lui è un buon risultato, diciamo che è la sua dimensione, anche se per diversi colleghi è il Paul McCartney italiano. Eppure questo forse non basta per vendere anche i dischi (lo dico senza cattiveria, so che non lo crederete ma per me il disco di Elisa è buono) (il discorso è più ampio, e riguarda i gusti del POPOLO e l’influenza dei device sulla roba che si ascolta, è una questione tecnica e non ho tempo per dilungarmi ancora sull’argomento). Non credo che per Elisa sia un problema, anche se mi figuro che la nuova casa discografica si impegnerà per farle fare cose più lucrative. Fabrizio Moro, co-vincitore di Sanremo, è n.44, anche se con una raccolta (Sanremo, incidentalmente, è stato un bagno di sangue per tutti, eccetto Ultimo). Emis Killa si piazza al n.46 pur avendo debuttato al n.1, come del resto la Dark Polo Gang che chiude al n.51 – e con tutto lo sbattimento di firmacopie che hanno fatto, non parrebbe un gran risultato, però ciànno gli orològgi, ciànno gli occhialetti, ciànno le bitches, ciànno la robba nella tasca, sfilano per i brands, non sarò io a discutere. Lo Stato Sociale al n.88 (la raccolta contenente il motivetto di Sanremo), Subsonica n.89, Max Gazzé n.91, Achille Lauro n. 98 (…deve aver fatto fatica, Baglioni, a convincere la Sony a farlo partecipare a Sanremo). E l’album 68 di Ernia che era entrato al n.1 la settimana dell’uscita, non è riuscito a entrare nella top 100. Dove è entrato di gran peggio. Ma non Baby K. Né Lorenzo Licitra, vincitore di X Factor 2017. E nemmeno Cosmo, Le Vibrazioni, Nigiotti, Decibel, Tiromancino, Noemi, Riccardo Sinigaglia e Luca Carboni (uuh). E nemmeno Motta, malgrado Vivere e morire abbia ricevuto la Targa Tenco 2018 nella categoria “Miglior disco in assoluto”. E lo è certamente. Mm-hmm.

Sanremo 2018. Un bagno di sangue. Ah, ve lo avevo già detto, vero? Si sono salvati solo Ultimo ed Ermal Meta (n.19). Comunque quello nella foto non è Ermal Meta, è Motta.

Sovranismo. Visto che ÷ (Divide) di Ed Sheeran è uscito nel 2017, nessun album straniero del 2018 è entrato tra i primi 30. Lo ripeto in maiuscolo? NESSUN. ALBUM. STRANIERO – ok, può bastare. Posto che l’italiano schifa gli stranieri bianchi neri e gialli, perché quando loro erano ancora nelle palafitte lui già eleggeva dei crapuloni, da noi i fenomeni mondiali tirano su a malapena il minimo sindacale. Il miglior piazzamento è di Evolve degli Imagine Dragons, al n.32. Lo incalza, da defunto, XXXTentacion, al n.37. Drake, anche quest’anno pascià imperiale delle vendite mondiali, da noi piazza Scorpion soltanto al n.55 (ah, ne soffrirà indicibilmente). Ariana Grande ed Eminem (concerto più visto dell’anno, a Milano) sono persino andati al n.1 in classifica, ma perché usciti in settimane di sottoaffollamento, tant’è che alla fine eccoli lì vicini al n. 64 e 65 – che bella coppia. Tra l’altro Ariana è stata la prima donna straniera ad andare al n.1 in Italia dai tempi di Adele. Poi abbiamo i Muse al n.72. Bruce Springsteen al n.87 (sotto Einar di Amici, sigh). E poi sostanzialmente la pacchia è finita. I titoli internazionali sono 25 su 100, ma dobbiamo includere Queen, Pink Floyd, Guns’n’Roses: i titoli usciti negli ultimi 2 anni sono meno della metà.Travis Scott, malgrado il debutto al n.1 (ad agosto, beninteso), rimane escluso dalla top 100 annuale. Cosa che lo accomuna a un sacco di gente, dagli Arctic Monkeys a David Byrne a chiunque sia piaciuto a quelli che se ne intendono. Non guardate me. Skrrt, skrrt.

Intermezzo del buonumore. La canzone più diffusa per radio è stata Non ti dico no di Boomdabash & Loredana Bertè (dati EarOne). Al n.2 Who you are di Mihail, al n.3 Una grande festa di Luca Carboni. Nessuna delle tre è tra i primi trenta singoli dell’anno, la n.2 e la n.3 non sono nemmeno tra i primi cento. Ok, radio: all’anno prossimo.

Le Megaditte. Tra gli album, Universal si prende il n.1 e un n.9 grazie al suo roster di rappusi, ma è Warner che ha avuto un’annata che non ricordava da un bel po’, con cinque nomi in top 10 e con una certa varietà, bisogna dire: il pop (Irama, Laura Pausini, Benji&Fede), il rap (Capo Plaza), per far contenta la sede inglese, su nel centro dell’Impero. Come l’anno scorso, un indipendente (Ultimo, per Honiro – Believe) nelle alte sfere. Alla fine:
Universal – 41 titoli
Sony – 27 titoli
Warner – 20 titoli
Distribuzione indipendente: Artist First 7, Believe 3, Self 2.
Tra i singoli invece Sony porta a casa il n.1 e in questo caso si gioca la top 10 con Warner, con quattro titoli a testa, contro due di Universal. E a proposito:

Sedicenti singoli. Nel 2017 c’erano stati tre singoli italiani in top 10 ed era stato un trionfo rispetto agli anni precedenti, quest’anno a essere tre sono gli stranieri, finalmente li stiamo ricacciando da dove sono venuti. Con il n.1 di Amore e capoeira ottenuto con Takagi&Ketra, LaGiusy è la n.1 dell’anno proprio come nel 2015 quando cantava Roma-Bangkok con Baby K. A proposito di joint-venture, ce ne sono cinque nella prima diecina, tutto sommato un numero contenuto. Trap non ancora debordante in hit-parade (tre singoli), mentre almeno metà dei pezzi sono quelli che amabilmente definiamo “tormentoni estivi” e che ormai sono megaproduzioni con budget che basterebbero a mantenere per diversi anni un piccolo Comune del Centro Italia, e che certamente permette a qualcuno di lasciar perdere quella vecchia faccenda degli album. Naturalmente, in qualche caso abbiamo a che fare con singoli veri, in qualche altro con i brani di punta degli album. Né io né voi abbiamo margine di discussione su questo, perciò prendiamo in considerazione chi avrebbe voluto essere in questa top 10. E invece.

Einveceno. I due pezzi oréndi dei Thegiornalisti si fermano al n.16 e 17, Pappappà rappappà de Lo Stato Sociale è n.30, la molto celebrata Non ti dico no di Loredana Berté e Boomdabash è n.38, Faccio quello che voglio di Rovazzi n.49, la vincitrice di Sanremo Non mi avete fatto niente di Ermal Meta & Fabrizio Moro è n.50 (Occidentali’s karma di Gabbani aveva chiuso al n.6 l’anno precedente). In alcuni casi vale il calendario, vedi La fine del mondo di Anastasio che è n.94. Certo, è uscita più o meno in concomitanza con i singoli di Vasco, Fedez, J-Ax. Voi li vedete in classifica? Io proprio no.

Autarchia, zii. Il brano n.1 nel Regno Unito, One kiss di Calvin Harris & Dua Lipa, se la cava con un buon n.19. Il brano n.1 in USA, God’s plan di Drake, è n.26, un gradino sotto Pem pem di Elettra Lamborghini, che col suo n.25 precede anche Il ballo delle incertezze di Ultimo, vincitore di Sanremo Giovani nonché una delle (tante) (sì, un po’ tante) rivelazioni dell’anno. Che dire, per me non è un problema se gli italiani preferiscono Pem pem a – che so, No roots di Alice Merton (n.35), anche se naturalmente questo indurrà i producers ad aumentare in modo esponenziale la musica oggettivamente lercia e nauseabonda e castigare ghignando quei musicisti snob che insistono a mettere cinque note in fila, ignorando i veri bisogni del POPOLO. D’altra parte Pem pem piace ai nuovi protagonisti del mercato, i bambini delle elementari, che purtroppo invece di limitarsi a guardare YouPorn sui telefonini ricevuti per la Prima Comunione, li usano per ascoltare, crapine sante, la monnezza più spietata. E per fortuna YouTube non conta per la classifica – unico aspetto positivo del fatto che YouTube usi le canzoni praticamente a sfroso (con gran dispetto delle case discografiche e della maggior parte degli artisti).

Fisime. Questo è il momento in cui mi faccio assalire dalle mie insicurezze giovanili e mi figuro che qualcuno che non mi legge mai mi venga a insegnare che sì, i presunti album e i sedicenti singoli, ma i concerti sono un’altra cosa. (ehi, grazie). Concerto più visto del 2018: Eminem a Milano, 80mila persone, davanti a J-Ax & Fedez a Milano, 78mila persone. Non proprio concerti rock. Però dal terzo posto in giù il rochenroll salva la faccia amici:  Guns’n’Roses a Firenze (66mila), seguiti a breve distanza da Foo Fighters, Vasco Rossi, Imagine Dragons e Pearl Jam.
Altre fisime. Questo per contro è il momento in cui le mie insicurezze dell’età matura mi portano a pensare: ma è meglio un singolo megaconcerto, o una tournée trionfale di venti date nei forum? O una da cento date nei teatri? E dove sono i dati su questo? Non li ha nessuno. Perciò insicurezze, tornatevene da dove siete venute, merito una vita migliore.

Miglior vita. Nella top 100, solo cinque album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di emendamenti. Li guida XXXTentacion al n.37, e ne fanno parte Fabrizio De André, Nirvana (Nevermind chiude al n.78, sette posizioni meglio del 2017) e ovviamente i Queen, con Platinum collection (n.45) meglio della colonna sonora di Bohemian rhapsody (n.59).

Vinili. The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti all’album solista di Roger Waters e a Wish you were here. Non è vero, vi ho letto la classifica dell’anno scorso. Nel 2018 The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti a Nevermind e a Enemy di Noyz Narcos, per motivi che secondo me sfuggono persino a Noyz Narcos. Nel 2016 invece l’album più venduto era The dark side of the moon. E a proposito di

Pinfloi (e con questo sapete che ho quasi finito) The dark side of the moon si piazza al n.47 tra gli album più venduti del 2018 (cd + streaming + vinili), lasciandosi dietro Lady Gaga e Dark Polo Gang, mentre The wall si guadagna il n.67, davanti a Frah Quintale e Muse (faccio questi nomi solo per darvi una prospettiva, nessun secondo fine). Entrambi migliorano di diverse posizioni rispetto al 2017, quando erano al n.55 e 78. Come l’anno scorso, Wish you were here non è entrato nella top 100, e direi che questo comunque è un buon risultato per il governo del POPOLO.

Sì va bene ma alla fine, quanta musica è stata venduta? Più o meno dell’anno scorso? Se non ve lo dico è perché non è un’informazione che circola. Al momento. O forse non circolerà mai. Ma davvero, tra tutta questa arte e questa coolness e questo CAMBIAMENTO, ritenete che i grezzi numeri abbiano una qualche importanza?

Grazie per essere arrivati fin qui. So che non c’è proprio TUTTO, onestamente non si poteva, a meno di fare una maratona su Netflix. Se pensate che manchi qualcosa, chiedete pure. Buon anno. Skrrt, skrrt.

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

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Le popstar italiane una volta avevano delle opinioni. E magari le hanno pure oggi – ma pagano dei manager perché le stronchino sul nascere.

Il rap spiegato dai rappusi – Classifica Generation, cap. XIV

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“Chi vi credete che noi siam, per le rime che facciam”

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

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L’America sceglie Trump, l’Italia sceglie il Natale americano di Laura Pausini. Tutto torna.
La miliardaria romagnola ha messo in riga non tanto Benji & Fede, scesi al n.2 dopo tre settimane (chissà se uscendo in contemporanea l’avrebbero battuta. Non lo sapremo mai), quanto Fiorella Mannoia, che entra al n.3, poi Giorgia che scende al n.4 (e con B&F aveva perso), Robbie Williams (che entra al n.5), Bon Jovi (n.1 in Usa, da noi debutto al n.6) (un anno fa il rabberciato Burning bridges era entrato al n.3), Gemitaiz (entra al n.7) (con la versione deluxe dell’album con cui era entrato al n.1). Pausini natale panchina

E tutto questo senza nemmeno calare l’asso: la presentazione mondiale del disco a Disneyland Paris.
(sì, i colleghi sono già in fibrillazione) (quelli bravi, che ci andranno)

I sondaggisti (io) hanno sbagliato le previsioni. Anche se non ve l’ho detto (e potrei continuare a farlo, in effetti) pensavo che Combattente di Fiorella Mannoia, forte dei firmacopie e della promozione della settimana scorsa, desse la vittoria alla candidata rossa.
Invece, quando nemmeno i centri commerciali hanno acceso le prime lucine, ecco che l’Italia, nel segreto dell’urna, ha scelto il Xmas di Mrs. Pausini.

Secondo Beppe Grillo, il primato della Pausona è un meritato trionfo per i vaffanculers del mondo e una sconfitta degli intellettuali (che la prenderanno sportivamente, sono così abituati a vincere); è opinione diffusa che il governo Renzi ne esca indebolito mentre Salvini è entusiasta e così Briatore; Berlusconi ha ammesso alcune analogie tra lui e Laura Pausini, e il suo amico Putin ha accolto il n.1 di Laura Xmas con moderato compiacimento – la Duma ha apertamente applaudito. A New York alcuni giovani hanno manifestato contro il disco, ma Giorgia ha ammesso la sconfitta ringhiando “Lasciamola lavorare”. Poi, naturalmente, a lavorare di più sono stati gli analisti del giorno dopo, che per spiegare la vittoria hanno puntato il dito sul ceto medio impoverito e disilluso, che alle promesse delle canzoni nuove di artisti con qualche illusoria pretesa, hanno preferito il populismo di canzoni capaci di toccare le corde dell’italiano medio. Ma la verità brutale è che alla magnata (femminile di magnate) di Solarolo, degli italiani non importa granché.
(so che qualcuno tra voi ha commentato “Fa bene!”, ma sia chiaro che mi dissocio) Laura pausini navidad

Prima di vedere perché, una premessa: il disco è di un professionismo impeccabile. Mrs. P, dal punto di vista vocale, è veramente al massimo, e ostenta una confidenza impressionante con l’inglese. Nel disco non strilla nemmeno tanto, per la smania che la possiede da qualche anno, anche se in Jingle bells, appena sente approssimarsi un bel do pieno (pardon: a C note) di sleigh! non resiste e apre tutto, concedendo anche il bis e il tris (“sleeeeEEEeigh!“) (nessuno ha mai avuto il coraggio di dirle che quando lo fa, più che a Ella Fitzgerald somiglia a Wanna Marchi) (Laura, te lo dico io perché sono l’unico che ti vuole bene veramente, altro che i tuoi valletti di Miami)
E a proposito di Jingle bells: i brani scelti sono di un’ovvietà sanguinaria. White Christmas, Jingle bell rock, Oh happy day, Happy Xmas (War is over) – che è peraltro l’unico altro brano in cui strilla e gorgheggia “War is oveeeeher if you want iiiit!!!” come se avesse davanti 4 colleghi meno bravi di lei ma seduti alla scrivania di un talent. Non c’è niente che non troviate in tutti gli altri album innevati degli ultimi dieci anni, anche italiani, da Irene Grandi a Mario Biondi. Ma ancora più ovvi a dire il vero sono gli arrangiamenti swingosi di Patrick Williams, consumato mestierante, re delle colonne sonore tv (Lou Grant, Colombo, e un sacco di altre cose antiche e non strettamente famose), direttore scelto dal tardo Sinatra per i suoi duetti – ed è questo il girasole che appone all’occhiello. Forse più ancora che dalle parti delle natalate di Michael Bublé, siamo nel territorio di Tony Bennett, quel tipo di disco natalizio nel quale l’acquirente cerca l’esatto contrario delle sorprese. Un po’ di originalità (ma poca, eh) fa capolino solo solo nello swing di Jingle bells, per non renderla insopportabile, ché è una canzone che fa schifo come poche.

Il problema è che per essere una donna di personalità non arginabile (non più), Mrs. P. ostenta il suo quid solamente nell’ostentazione della superstardom internazionale. pausini ditoChe ottiene, tra le altre cose, spazzando via ogni parvenza di italianità maccarona e provinciale in favore del Natale del Kansas City. Dieci brani in inglese, uno in latino (Adeste fideles, molto popolare nel centro dell’Impero, essendo di provenienza irlandese), e solo alla fine del cd, la zia ricca si ricorda di noi parenti poveri e schifosi e ci canta la canzone in italiano – Astro del ciel (che peraltro è la austroungarica Stille nacht tradotta). Un solo pezzo in italiano, così come nella versione francese e canadese c’è Noël blanc. Però occhio, nella versione per il mercato latino, caramba!, ci sono:
¡Va a nevar, va a nevar, va a nevar!
¡Blanca navidad!
¡Santa Claus Llegò a la Ciudad!
¡Noche de paz!
¡Feliz Navidad!
Mamacita non tiene las mismas ediciònes como todas: yanquis e chicos vanno coccolati, mentre noialtri terronazzi adoremus comunque. Non è che la scelta non ci fosse, eh – non dico Christmas with the yours di Elio & le Storie Tese o È Natale di Mina, ma qualcosa si poteva buttare lì, beninteso solo per noi, per un’edizione che non offendesse popoli più stupendi del nostro: poteva pescare dove voleva senza per questo essere provinciale e mandolina: da Tu scendi dalle stelle (napoletana certificata dal 1754) a De Gregori, che il Natale lo cantava pure negli anni di piombo. O Caro bambin Gesù – che cavolo, l’ha cantata Bocelli, più sdoganata di così – oppure, per un album di fine anno, banalmente, L’anno che verrà di Dalla. Invece Mrs. P. non ha ritenuto di fare un’edizione del suo disco per gli italiani. E stando così le cose, quello che mi turba non è tanto la sua feroce voglia di prendersi un altro Grammy. Quanto che avalli il fatto che il Natale, anzi il Xmas, anche da noi va celebrato swingando, festeggiando in stile americano perché è una festa americana.
Niente di illegale, comunque: avevano i soldi e se lo son comprato.

Il resto della top 10. Ehi, ve ne ho già parlato. fiorella mannoia nuovoVi devo giusto le posizioni dal n.8 al n.10, occupate da Franco Battiato & Alice (Live in Roma) (curioso, non sono in ordine alfabetico – né ordinati per galateo), Pooh e Coldplay. Escono dalla prima diecina Nek (n.19), Lady Gaga (n.21), Emis Killa (n.24). Non ci sono rimasti molto, vero?

Altri emendamenti. Questa poi. Alicia Keys (n.14) non entra nemmeno in top ten. A differenza di Norah Jones che poche settimane fa ce l’ha fatta. Entrano al n.51 gli Alabama Shakes. E al n.75 Keith Jarrett. E per questa settimana, con la musica per intenditori abbiamo chiuso. L’album più anziano in classifica è ANCORA, dopo 105 settimane, Sono innocente di MiticoVasco, che addirittura risale due posizioni e va al n.95 pur di tenere testa alla raccolta dei Modà. Che malauguratamente, sale anche lei – al n.52. So che in questa battaglia state tutti tifando MiticoVasco come me. Forza, mettete mano al portafogli e regalatene una copia al cognato.

Miglior vita. Sette album incisi da artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di exit poll. Guidati da Leonard Cohen. Ehi, un momento, non è vero: Cohen era vivo, per quelli che lo hanno comprato fino a giovedì scorso. E infatti, la sua posizione in classifica è peggiorata, dal n.16 al 26, a riprova che non ha beneficiato della propria morte (…ok, non è un’espressione felicissima, ne convengo).

Pinfloi. Beh, qui tocca tornare a Mrs. Pausini. Perché tra i nomi su cui ha marciato inesorabile, c’è anche quello sacrosantissimo di The dark side of the moon. Theclassifica pausini vinili pink floydChe ci crediate o no, il vinile definitivo è stato sconfitto dal 33 giri di Laura Xmas, e si è dovuto accomodare al n.2 della classifica del feticismo. È ben vero che gli autentici floydiani posseggono già almeno otto delle precedenti Ristampe Definitive Speciali Limitate Imperdibili Stavoltaveramente Mondocano dell’album prismoso, però vi rendete conto anche voi – il vinile della Pausini contro IL vinile dei Pink Floyd. Che poi evidentemente da lì viene un grosso contributo al primato complessivo della nostra matrona, visto che il n.2 di TDSOTM vale ai Pinfloi un n.12 complessivo (e quindi, se tanto mi dà tanto, dalla nicchia del supporto raffinato è arrivata una bella spinta: beccati questa, Mannoia). Quanto a Wish you were here e The wall, sono rispettivamente al n. 60 (meno 15 posizioni) e al n.83, stazionario e dignitoso. Non ricordo se Roger Waters ha mai cantato canzoni natalizie. Secondo me avrebbe dovuto provarci. Shine on you crazy Santa. The great gig in the snow. Comfortably Tannenbaum. Happy Xmas (Wall is over). Beh, quest’ultima può inciderla Trump.

TheClassifica 82. Alessandra Amoroso vs Emma Marrone. Lo scontro che aspettavate

TheClassifica 82. Alessandra Amoroso vs Emma Marrone. Lo scontro che aspettavate

1. Sanremo vs Grammys, Kendrick Lamar vs Ezio Bosso, Salmo vs Fedez.
2. Emma vs Sandrina.
3. Zara vs H&M.
4. The dark side of the moon vs The wall.

TheClassifica 44. Spacciando il nulla

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(scena: un’abitazione ammodo. Forse, casa vostra) (in sottofondo: il giornale radio, durante la colazione) “A febbraio il rapper romano Gemitaiz, 25 anni, al secolo Davide De Luca, è stato condannato a un anno e dieci mesi per spaccio di droga. Ha sostenuto vivacemente che le 

TheClassifica n.7 – Random Access Moreno

TheClassifica n.7 – Random Access Moreno

La settimana scorsa c’erano i Daft Punk al n.1. TheClassifica ha salutato l’evento con uno sdegnoso, snobissimo silenzio. Perché non ci credo che a qualcuno interessi un’altra opinione su Random Access Memories. Ma se proprio, beh: vi basta salire su un qualunque tram, o andare all’ufficio postale, o scendere nella vostra cantina, e ci troverete qualcuno che sta recensendo l’ultimo disco dei due mascheroni. Che poi, pensandoci, anche NON parlarne forse è a sua volta contemplato nella strategia ben orchestrata, nell’operazione di marketing più consapevole e subdolamente feroce che sia mai stata fatta nella musica negli ultimi vent’anni – e proprio nel momento in cui la cosa sembrava sconsigliata, perché siamo tutti talmente sgamati oggi, no? Mica ci caschiamo in queste cose. Quando è apparsa la Lana Del Rey, abbiamo tutti sogghignato: a noi non la si fa. Siamo disincantati, siamo post-mediatici, siamo venti punto zero.

(…credetemi, faccio fatica a non scrivere cosa ne penso) (un’aquila mi viene a sgagnare il fegato tutti i giorni – ma io, Prometeddu, ultimo degli eroi, non cedo) (apprezzate il mio eroismo, l’esempio che dono al genere umano)

Dato sì che i due Power Rangers sono scesi al n.2, in testa è tornato Moreno Donadoni, quivi già esecrato due settimane fa con toni apocalyptici.Ma la situazione in cui vi imbattereste oggi scrutando la classifica degli album è persino più mortificante rispetto a 14 giorni fa. Perché, forzando Jovanotti all’interno della categoria “rap”
(è una forzatura) (sì) (l’ho detto prima io)
Il quadro della prima settimana di giugno è questo:
Moreno, Power Rangers, Gemitaiz, Clementino, Greta, Emma, Fedez, Verdiana, Jovanotti, Marco Mengoni – n.10, e unico con un dannato COGNOME nella top ten italiana. Gesùredentore, sembra di essere tornati ai tempi in cui i cognomi facevano schifo e i cantanti si chiamavano Adamo, Michele, Genoveffo. Dio delle brioches, ecco cosa sembra! Il dannato Grandefratello.

(ora c’è la vostra battuta, siete pronti?)
“Non sei troppo lontano dalla verità, giovane Padawan”.
(bravi. Magari, voce un po’ più profonda, la prossima volta)

Lo so perché dite questo. Perché 4 nomi presenti in top 10 provengono dai TALENT. Mentre 4, con una forzatura (Jovanotti) vengono dal RAPITALIANO. 1, il capoclassifica Moreno, viene sia da un TALENT che dal RAPITALIANO. Infine 1, viene dalla galassia hipster, dall’universo cool, dalla nebulosa hype. E per l’appunto, si tratta dei due caschineri mangiarane.

E quindi, noi generazione di sgamati, abbiamo ottenuto questo, di assecondare perfettamente quelle poche idee ma fisse di quel che resta della discografia. E se volete provare ancora più imbarazzo, posso sfoderare una classifica di trent’anni fa. Era il giugno 1983. E nella top ten degli album più venduti in Italia, c’erano David Bowie, Let’s dance. Peter Gabriel, IV. The Police, Synchronicity. Matia Bazar, Tango. Vasco Rossi, Bollicine. Ma non voglio magnificare un’epoca: c’era anche musica dozzinale, in classifica, c’era del pop per le masse. Un disco intitolato Thriller.

Ed ecco quindi che di colpo, io sento un suono che non proviene dagli anni 80. Viene da quest’epoca – e in effetti lo sto producendo io. Forse lo sentite anche voi: sono i miei denti, digrignati lungo una pentatonica, al pensiero di quante volte ho letto e sentito dire che gli anni 80 erano anni così stupidi, che non se ne usciva vivi, che hanno rovinato questo Paese – perché vedete, è così che funziona: siamo così furbi e sgamati e disincantati che nelle nostre analisi ci siamo convinti che i decenni siano tipo i fidanzati – “Oh guarda, quella lì mi ha devastato” “Lui era svampito ma dolce, con tutti quei cosi – gli ideali” “Lui era crudele e insensibile ma mi manca”. E ne coccoliamo i ricordi, andiamo a riguardare le vecchie foto – ma come sono gialle, c’era già Instagram? – e inseguiamo i suoni di allora, e ogni volta che qualcuno arriva a spacciarceli (per qualcos’altro), ecco che più furbi e sgamati e disincantati che mai, ci sentiamo rinascere. “Like the legend of the phoenix”.