Tag: Franco Battiato

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Pre-mura. Tutti i cantanti famosi sono straordinari. Anche quelli non famosi. Chiunque incida un pezzo. Chiunque non lo incida. Sono tutti artisti favolosi che meritano successo e soldi e immortalità – e anche invidia da parte degli invidiosi, via. …Bene. Ora che l’ho detto, mi 

Cosa fare in provincia di Varese quando sei morto – TheClassifica, episodio 13/2021

Cosa fare in provincia di Varese quando sei morto – TheClassifica, episodio 13/2021

Secondo uno studio di un’università inglese, in Italia ci sono quattordici milioni di giovani rapper – numero di poco inferiore a quello delle università inglesi che si tengono su con degli studi insulsi.
Di questi quattordici milioni di rapper, almeno quindici milioni sono straordinari artisti ripieni di un’intensità che voi e io non capiamo per limiti personali sconsolanti. Ma non è questo il caso dell’attuale
Numero Uno. Nuovo cambio della guardia al n.1, e qualcosa vorrà dire, forse siamo incostanti negli affetti, forse è smania da NuoveUscite, sta di fatto che il rap ITALIANO maschio torna al primo posto della classifica FIMI dei presunti album con Solo tutto, di Massimo Pericolo. Alias il 28enne Alessandro Vanetti da Brebbia, alias un piccolo posto sul Lago Maggiore dove un giovanotto vispo si sente morire, ragion per cui la sera va a Varese o Gallarate o Busto Arsizio e sta anche peggio, e si persuade presto che l’unica è spacciare droga o entrare nella Lega e spacciare il Paese come la cornucopia di parlamentari e ministri varesotti che hanno varesottizzato la nazione. Vanetti ha scelto la prima. E a differenza dei secondi, l’ha pagata: è stato messo al gabbio e non manca di ripeterlo. Perché d’altro canto (pardon) questo fanno i rapper, ripetono in continuazione le cose che gli capitano nella vita, che tendenzialmente sono quattro o cinque – cosa, quest’ultima, che mi meraviglia e mi fa pensare, perché a Max Pezzali da Pavia sembrava che capitassero molte più cose. Oppure, ipotesi a ciel sereno: vuoi vedere che Max Pezzali a Pavia, oppure J-Ax a Cologno Monzoso – osservavano un po’ meglio? E, altra ipotesi, vuoi vedere che il rap dopo 40 anni di Storia è incappato in questo problema, che fu lo stesso del rock prima di morire, cioè il genere sta generando anche nei migliori dei suoi una capacità limitata di guardarsi davvero attorno e raccontare? Oppure è la fascia di pubblico discograficamente rilevante che gli impone di limitarsi, i 13-16enni maschi che non ce la fanno ad ascoltare altro che slogan su soldi, brand, droga e troie troiose, che chiedono il rap di pancia, tanto per evocare un dibattito sulla comicità che tiene banco in questi giorni.
(a proposito: burp)
(…grazie, grazie. Siete straordinari anche voi, fantastici, è esilarante esilararvi con queste allusioni e metamessaggi) (anzi, sentite questa) (metaburp)
Personalmente, con distacco e disdegno e dispaccio, faccio un po’ il tifo per il giovane Pericolo, perché alcune, e sottolineo ALCUNE sue strofe (per noi giovani: barre. Come quel posto che piace ai toscani), per quanto ovviamente rancorose come quelle dei suoi lamentosi colleghi, sono autenticamente telluriche. Tante altre no. Ma alcune sì.E non mi riferisco solo a 7 miliardi, e al proclama “Fanculo la scuola, mi fumo la droga” o al bestemmione che lo precede, che pure vengono (pardon: venivano) entrambi gridati in coro da migliaia di ragazzi e ragazze ai suoi concerti, un po’ per l’estasi della birichinata ma soprattutto per la sensazione di essere al suo stesso ground zero, sul Lago Maggiore o in qualche altro luogo di un Paese in caduta libera continuata. I pezzi di Solo tutto sono quindici, e sono troppi. Molte barre sono noiose, potrebbero barrirle uno qualsiasi degli altri tredici milioninovecentonovantanovemilanovantanove rappusi maschi ricolmi di un sincero desiderio di possedere una Lamborghini che non sono riusciti a diventare parlamentari leghisti maschi (ma ci hanno fatto un pensiero). Pericolo Vanetti accontenta più che può la gioventù lobotomizzata con quei birignao lagnosi che esaltano il 15enne ITALIANO maschio ma si sente che certe cose al gabbio le ha imparate davvero, e ha più cose da dire rispetto alla media. Poi, è ben vero, non è immune alla smania della birichinata, e lo dimostra anche il titolo ribaldo del suo singolo – putacaso – più ascoltato (nel quale ospita Salmo, che da anni ama stupire il borghese. Forse anche troppo). Ma per quanto riguarda il suo vero impatto, è mio dovere notare anche che quel singolo, e per un album di rap italiano è sempre un po’ strano e un po’ sintomatico, non è entrato nella top 10 dei
Sedicenti singoli. Qui la top 5 è sempre konsakrata alla kermesse tenutasi un milione di anni fa, con la Musica leggerissima di Dimartino e Colapesce al n.1, Voce di Madama al n.2, e Chiamami per nome di Fedez & FrancescaMichielin che risale sul podio al n.3, scambiandosi di posto con Zitti e buoni dei Maneskin (n.4), mentre La genesi del tuo colore di Irama rimane pertinace al quinto posto. Nessun singolo di Massimo Pericolo è entrato in top ten, il che è un po’ stranino, per questo tipo di prodotto, e mi fa pensare che anche questa settimana porterà un avvicendamento in vetta. In compenso sale massimopericolosamente al n.7 Lady di SanGiovanni, il concentrato di fastidio rappuso escogitato da MariaDeFilippi. Top ten (ma anche top 12, a fare i precisi) tutta ITALIANA perché solo noi al mondo sappiamo fare bellissime canzoni ITALIANE, sono una di quelle eccellenze di cui andare fieri come le Frecce Tricolori o Casa Surace.
Altri argomenti di conversazione. Madame (n.2) e Maneskin (n.3) si tengono aggrappati al podio, sul quale si trovano pertanto tre artisti che iniziano per M. Per il discoanniversario, questa settimana è il turno del rap ITALIANO maschio con Il ragazzo d’oro di Gue Pequeno, edizione 10 anni dopo, che si insedia al n.4. Regge sempre egregiamente Mace al n.5, resiste eroicamente in top 10 Justin Bieber (n.6). A un anno dall’uscita risale al n.7 Future Nostalgia di Dua Lipa, al n.8 beccheggia Capo Plaza, entra al n.9 Malifesto di Malika Ayane e chiude la decina più prestigiosa Gemelli di Ernia. Fuori dalla top ten debuttano Maxtape di Nerone (n.14) e gli Evanescence (n.20) (ah, quanti ricordi) (già, quanti? Due? Non ricordo). Poi, Dimartino e Colapesce sono subito scaraventati fuori dalla top 10, dal n.3 al 18. Escono di classifica Il meglio dello Zecchino d’Oro dopo 30 settimane, i Foo Fighters dopo 7 settimane, Ornella Vanoni dopo due mesi, Mecna dopo 23 settimane. Ma a proposito di #uscite
Non benissimo. Tutto quanto ha prodotto Lo Stato Sociale è svanito dalla top 100: non ho capito bene cosa abbiano voluto fare, ma sono sicuro che era molto arguto e che il comunicato stampa mi rassicurerà in merito; sta di fatto che dopo due settimane la raccolta è uscita dalla classifica – mentre i dischi solisti in stile Kiss non ci sono mai entrati. Rimane invece tra i cento album più ascoltati in Italia La voce del padrone di CapireBattiato anche se lascia la top 10 scendendo dal n.5 al 74 (finito l’anniversario, gabbato lo santo), mentre tre album che erano in passerella la settimana scorsa curiosamente si ritrovano ora stipati nell’angusto spazio tra il n.62 e il n.64: Lana Del Rey (che aveva debuttato al n.7), Drefgold (il cui repack era rimbalzato al n.10) e Ghemon (che era entrato al n.8).
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Lungodegenti. Bisogna fare una festicciola: sono usciti proprio due anni fa – e da allora non sono mai usciti di classifica – Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari, ma soprattutto Colpa delle favole di Ultimo, che a lungo si fregerà questo record di avere tre dischi in classifica da più di due anni (in effetti, i primi due sono con noi da più di tre anni). Potrei anche produrmi in un’iperbole da comunicato stampa tipo “Unico artista ad avere tutta la discografia in classifica da più di due anni”, ma c’è Billie Eilish che fa saltare tutto col suo unico album (105 settimane). Concludiamo il riepiloghino con Re Mida di Lazza (109), Post Punk di Gazzelle (122), Salmo con Playlist Live (125), Diari aperti segreti svelati di Elisa (127), 20 di Capo Plaza (154), e l’immancabile ma evitabile Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 213 settimane fa e quindi a meno di due mesi dal sottrarre il record di permanenza continuata ai
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Pinfloi. The dark side of the moon era al n.36 la settimana scorsa.
(pausa drammatica)
Questa settimana
(faccina sgomenta) 😮
è di nuovo fuori dalla classifica, a 6 settimane dal suo rientro.
Non credo che sia di nuovo indisponibile nei – ehm – negozi, anche se riconosco che è un po’ anomalo questo sprofondo dal n.36 al numero 0 per un disco che, numeri alla mano, vende sempre, e sempre, e sempre (detto con la voce delle gemelle di Shining). Sta di fatto che questo comporta una settimana trionfale di rivalsa rancorosa per The Wall, che pur scendendo dal n.65 all’82 sventola la sua bandiera bianca da 46 settimane. Questa circostanza mi induce a paragonare The dark side of the moon ai servizi segreti bulgari, oggi malinconicamente dimenticati, e The wall al KGB, sempre in gambissima, specie nella persona del suo ex colonnello un po’ assassino, e forse proprio per questo stimatissimo da migliaia di varesotti che non lo considerano un Massimo Pericolo.
Grazie per aver letto fin qui. Vi premio con una foto di Ultimo.
Marginalità – Pensiero unico stupendo

Marginalità – Pensiero unico stupendo

Metà degli album e dei singoli in classifica sono della stessa multinazionale. E sono gli album più disagiosi e ribelli e irriverenti di tutti – o così vengono venduti. E dev’essere vero, altrimenti il POPOLO non li comprerebbe.

Classifica Generation. Episodio I. Gabbani ci sta Gabbando?

Classifica Generation. Episodio I. Gabbani ci sta Gabbando?

(ah, non fate caso al nuovo titolo della rubrica) (è che cercavo qualcosa di molto stupido e ho sempre pensato che a quelli che mettono “generazione” qua e là nei titoli gli vorrei ungere personalmente le camicie)

Dunque, Gabbani entra al n.1. Sei mesi fa – anche dopo aver vinto Sanremo Giovani – era pressoché ignoto alle genti, e ora è la Grande Speranza Bianca. Il disco che ha inciso dopo l’apoteosi sanremese è curiosamente conciso eppure discontinuo; ha dei momenti piacevoli e piacioni, ma rimane abbastanza enigmatico. Mi viene quasi da pensare che Gabbani stesso non sappia ancora chi è, e cosa può fare. Quello che NellaMiaUmileOpinione è più rilevante a questo punto, è casomai ciò che il pubblico ha visto e sentito in lui. Mi azzardo a dire che c’era voglia di uno scarto rispetto alla stasi devastante che impera da anni, alle copie di copie di copie che si copiano tra loro e copiano se stesse e copiano inammissibili fregnacce. C’era voglia di uno che desse perlomeno l’impressione di mettersi un po’ in gioco, ancorché sulle sempiterne ali di Run to me di Tracy Spencer (che rimane pur sempre genio italico. Meglio che copiare i fottuti svedesi). Che scommettesse, insieme, su divertimento e su parole diverse, o porcoddinci, dal vento e la pioggia e le nuvole e l’animaaaaa. Nei testi di Fabio Ilacqua molti individuano la scuola battiatesca, e come negarla: però è un Battiato che non ha un contrappeso di Pollution o di Cinghiali Bianchi, parte direttamente dalle pedane piene di scemi che si muovono – e non potrebbe essere altrimenti.

 

Gabbani tra l’altro viene accomunato a Rovazzi (perché se uno non eroga strazio a getto continuo dev’essere indubitabilmente un guittone) ma non gli sarà semplice spendersi come simpatico, perché non lo è del tutto. E naturalmente non potrà affettare una profondità che non ha. Anche se curiosamente si ritrova la faccia e il physique du rôle per cantare Amen e gli altri testi più ambiziosi di Ilacqua. Tra i quali è ovvio che il nuovo singolo su granate e granite porta argomenti per la sapiente guittata. Ma in definitiva non vi sembra granché, vi pare sotto la vostra soglia? Per me va bene, lo capisco. Ma ricordiamo sempre, sempre, sempre cosa c’è là fuori.

 

Là fuori ci sono RTL 102,5, Antonacci, Alessio Bernabei, Il Fatto Quotidiano. Ci sono Lorenzo Fragola, Cicciogamer, il ballerino dello spot Tim (“Oh, ah. Perepepè. Oh, ah. Perepepè”), Sofia Viscardi, le gallery su ChiaraFedez, Ballando con le Stelle, Made in Sud, Italia Uno, youtuber che fanno le PARODIE. O miei unici amici, là fuori ci sono cose orribili. C’è Cruciani, Despacito, la criminologa sexy, Il Volo, l’Isoladeifamosi, J-Ax che canta Maria Salvador, MiticoLiga che canta èvenerdìnoncirompeteicoglioni, Laura Pausini che grida canzoni di Natale. Ci sono film di Castellitto scritti dalla Mazzantini e con MiticoVasco che canta Vivereh, e interpretati ovviamente da Accorsi e Trinca che sono i campioni trionfanti (e con giro del campo) dell’attore italiano che si piazza davanti a una telecamera e fa una faccia sofferta immobile che dura 9 minuti perché le genti, massacrate da anni di risoluta devastazione estetica, capiscono quella faccia e pensano: ECCO cos’ho dentro, in fondo è tutto lì. E non lo è, ma è comodo che lo sembri, così come sono comodi il vento dei Negramaro e le nuvole dei Modà e l’animaaaa di Elisa e il ruggito di Emma, e le genti li capiscono e pensano che siano tutti butterati dalla sensibilità.

 

In tutto ciò, Gabbani fra due giorni ci dirà quello che noi non siamo mai stati bravi a capire: se un italiano può essere una popstar convincente o no. Perché noi non lo abbiamo mai capito di nessuno, ci siamo sempre vergognati dei nostri cantanti che piacevano all’estero, da Albano a Umberto Tozzi, da Ramazzotti alla Pausona. Una vergogna sempre autoriferita, s’intende, mai proiettata sugli stranieri cui piacevano quei bei leccalecca sonori di Ricchi e Poveri o Totone Cutugno. Era colpa nostra se a loro piacevano, perché se ci fossimo realmente impegnati avrebbero certamente apprezzato Manuel Agnelli – oh, non fatemi nemmeno cominciare. Anzi, finiamola, e passiamo al

 

Resto della top 10. Al n.2 c’è il live di Francesco Renga – capite quello che intendo dire, ora? Al n.3 c’è l’album dei Gorillaz, sul cui impatto aspetterei a pronunciarmi nella seconda settimana. Al n.4 c’è la raccolta a prezzo stracciato di MiticoVasco, al n.5 FabriFibra. Dal n.6 al n.10 Ed Sheeran, Depeche Mode, Laioung (ehilà), Cranberries (nuova entrata), Mina & Celentano.

 

Altri argomenti di conversazione. Quattro stranieri tra i primi dieci, è  un’invasione, dove andremo a finire. Escono dalla top ten l’ultimo di TZN, Ermal Meta, i Comunisti col Rolex e Jamiroquai. Entra al n.28 Syria, e al n.34 Lea Michele. L’album da più tempo in classifica è sempre la raccolta di TZN, che festeggia salendo al n.64 le sue 127 settimane (fate un po’ i conti); lascia letteralmente un anno a Passione maledetta dei Modà (75) e Coldplay (74). Più di un anno di presenza per pochi altri dischi: Sandrina Amoroso (n.17, ed è uscito 15 mesi fa), Salmo, Zucchero. Lascia del tutto la classifica Lady Gaga, a 26 settimane dall’uscita di Joanne – tutto sommato, ha resistito meglio che ha potuto. E poi in fin dei conti è stata al Superbowl, ha fatto i salti e le piroette e tenuto in equilibrio una foca sul naso. Ma ora lasciate che sfoderi lo

 

Speciale Concertone Primo Maggio. I titoloni e le home page hanno giovato a Lo Stato Sociale, che si inerpica perentorio dal n.49 al n.35. Rimbalzino anche per Brunori Sas, dal n.37 al 18. Voi direte: tutto qui? Oh, Gabbani è entrato al n.1, che ne sappiamo che non è merito della presentazione di Camila Raznovich? In fondo il suo album precedente è balzato dal n.98 al 48. Diciamo che Ermal Meta (dal n.7 al n.12) non ha ricevuto benefici apparenti, così come Levante (dal n.14 al n.19) e Fabrizio Moro (dal n.29 al n.31) e Clementino (dal n.28 al 51) e i supergiovani Ex-Otago (dal n.52 al 58). Tuttavia Samuel ascende dal n.48 al 36, ma pure Sferaebbasta che ha marcato visita, dal 62 al 55.Tagliamo la testa al coro, l’autentico trionfatore è stato Vasco Brondi – Le Luci della Centrale Elettrica sale imperioso dal n.61 al n.60. Bella Vasco, avanti così, pasito a pasito, suave suavecito.

 

Miglior vita. Solo sette album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di allenatori dell’Inter. Naturalmente l’attenzione di tutti è per Nevermind dei Nirvana, che questa settimana sale dal n.71 al 61. Ok, nevermind. E per finire,

 

Pinfloi. Questo il quadro della situazione:

 

Dark side of the moon – dal n. 36 al n. 43
Wish you were here – dal n. 89 al 63.
The wall dal n.63 al n.68.
Secondo gli analisti, il calo di Dark side e quindi dell’alienazione dal volto umano potrebbe avere le sue radici nelle preoccupazioni per le smanie guerrafondaie di Trump, mentre secondo il Financial Times e l’Economist il calo di The wall, con il sempre spiacevole sorpasso di Wish you were here testimonia sia fisicamente che psicologicamente la mestizia legata al periodo della dichiarazione dei redditi – perché vorrei che tu fossi qui, o danaro che ieri siccome diamante pazzo con me brillavi, e domani sarai solo un lontano magnamagna.

 

TAFKAT – The Artist Formerly Known As Theclassifica. Ep.1. La spiacevole guerra tra Mannarino e Baustelle

TAFKAT – The Artist Formerly Known As Theclassifica. Ep.1. La spiacevole guerra tra Mannarino e Baustelle

TAFKAT – The Artist Formerly Known As Theclassifica. Ep.1. La spiacevole guerra tra Mannarino e Baustelle

Colori che svaniscono. Intervista a Elio&leStorieTese

Colori che svaniscono. Intervista a Elio&leStorieTese

Gli alfieri di due generazioni hanno saltato lo squalo? Qualcuno se lo chiede. Io glielo chiedo.

aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno

aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno

Il Magister mi ha gentilmente concesso udienza in un ufficio della casa editrice Giunti. Era un annetto che non lo vedevo – sempre un bel pezzo d’uomo. Anche se le sue parole sono in bold, lui è tutt’altro che grassetto: semplicemente, le mie parole non potrebbero mai essere più cospicue delle parole del Maestro. Per cui, è solo per rispetto che io sarò in magretto e Riccardo Bertoncelli in grassetto. 

Quest’anno ho deciso di saltare la mia filippica di fine anno. Tanto le somme sul 2015 le hanno già tirate tutti, qualcuno già dal 2014. O forse sono in fase di rigetto – c’è troppa scrittura musicale insulsa in giro, e in questo periodo non sento l’urgenza di aggiungere la mia. Magister, illuminami! Cosa si fa in questi casi? A te è capitato?
Non ti piace più scrivere? A me piace ancora un sacco, anche se sono diventato più pigro.
Scrivere mi piace immensamente. Ma scrivere di musica un po’ meno.
Forse dipende dal momento: è più facile quando i tempi ti sostengono, se c’è una varietà di situazioni che ti propongono. Ora come ora la musica più bella è sparita di torno. Ho letto un’intervista a Robert Fripp in cui diceva che la discografia è morta nel 1997. Non ricordo nemmeno più in base a cosa lo diceva, ma penso che il periodo sia individuato bene: arrivato al capolinea anche il cd, cambiati i dirigenti, c’è stato uno stacco brutale col vecchio mondo. Ecco, in quella fase il vecchio mondo muore e inizia un’altra cosa. E tutto sommato anche col rock c’è stato uno stacco. La parola rock continua ad avere fortuna ma le musiche che girano sono altre. Nessuno di noi se n’è accorto all’epoca, perché non è il tipo di cosa di cui ci si accorge da un momento all’altro, non è che te lo dice il giornale. E non perché non sia una cosa importante – il titolo “Hanno inventato Facebook” non è uscito sul giornale, di certe cose ti accorgi quando diventano cose enormi con cui fare i conti. Sta di fatto che i tempi musicali carini sono finiti tanto tempo fa, in quella fase. Dopo forse c’è stato ancora un periodo in cui succedevano cose, e i media facevano proposte interessanti, c’erano libri o eventi… Adesso si sta assottigliando tutto, compreso lo spessore dei media attorno alla musica. Nei libri non siamo ancora arrivati a quella fase, ma nel campo dei periodici siamo alla resistenza gnucca del giapponese in trincea. Tutte queste riviste che perdurano, e tutto sommato ne chiudono pochissime rispetto alle indicazioni del mercato. Qualcuna addirittura apre.
Forse perché danno ancora un senso di legittimazione rispetto al blog.
Stavo leggendo un articolo di Severgnini, che è come un orologio rotto, dice la cosa giusta due volte al giorno. Raccontava una storia banale di una ragazza che fa la blogger e non guadagna una lira, poi trova il suo pigmalione – se ho capito bene gliela dà pure, ma lui crede in lei quindi abbiamo fondamentalmente Cenerentola, solo che adesso è la storia di una intraprendente e fortunata. Siamo messi così.
Ma credo sia una modalità messa in conto da chi ha 25 anni adesso. Orbitare disperatamente attorno a un giro che è a tanto così dall’inconsistenza, in tutti i sensi, ma è meglio che niente. Insomma, è pur sempre un giro, dai.
Tutto per la voglia di annusare questo mondo. Mi vengono in mente i miei allievi del master di comunicazione della Cattolica – la maggioranza vuole lavorare nella promozione che è un campo devastato dove migliaia di persone per 3 ceci e un bottone si contendono l’ultimo degli artisti, è come dire “il mio sogno è finire in un campo profughi in Turchia”. Insomma, pensate più in alto, su. Probabilmente quel mondo lì ha fatto così presa che anche solo sfiorarlo è meraviglioso. “Mio cugino conosceva uno che una volta è stato in ascensore con Jovanotti!”
Lo hype è molto più eccitante della musica in sé.
Perché il nostro è un Paese frivolo, pettegolo, non è un Paese musicale.
Perché lo dici? Quando quelli lassù al massimo sentivano le marce di Elgar, per secoli l’Italia era stata al centro di tutte le musiche possibili.
Ma non quando è iniziata la musica moderna; non a caso il resto del mondo ci ha imbalsamato lì. Noi finiamo con Puccini. Dopo Puccini c’è Modugno, e ancora qualche lampo legato al bel canto. Tutto quello che appartiene al filone moderno non appartiene a noi, gli anni 60 li abbiamo buttati via. Mentre Francia e Germania e Paesi scandinavi li hanno usati.
E se io ti dicessi che forse Albano e Romina, Toto Cutugno, Pupo, questi qua…
Sì, sì, e cosa mi stai dicendo? Che sapevamo fare i detriti della tradizione melodica: è chiaro che Albano con Puccini c’entra, ma fino a un certo punto, è un belcantista piccolo piccolo, uno di una genia di nazionalpopolari il cui legame con la tradizione melodica italiana lo trovi con la lente di ingrandimento.
Guarda che è noto che tu sei sempre stato quinta colonna degli angloamericani.
Oh, va che a me da giovane piaceva Endrigo, e anche Gilbert Becaud.
Non è che quando sono arrivati in forze ci siamo arresi? Gli abbiamo consegnato tutto il nostro immaginario musicale.
Questa è una visione da Club Tenco, dai.
No, però se la Germania è riuscita a piazzare nel mondo i Kraftwerk, noi potevamo fare lo stesso, che so, con Battiato.
Obi-Wan_Kenobi(Rebellion)Ok Battiato, ok De André, non è mica poco, però non vengono riconosciuti all’estero.
Non vengono riconosciuti da quelli là. Ma in Francia, un po’ di interesse lo avevano tirato su. Noi abbiamo sempre riso quando i tedeschi, che pure sono l’altro Paese musicale storico, si interessavano a qualche artista italiano – chiunque fosse, da Branduardi a Ramazzotti alla dance. Storcevamo sempre il naso.
Noi volevamo qualcosa che ricordasse quella musica lì che non era nostra… Ricordo un convegno dell’82 con Franco Fabbri, finì a sciabolate – la tesi del Club Tenco era che se non ci fosse stata l’invasione coloniale del rock e della CocaCola la canzone folk italiana avrebbe conquistato il mondo. Ma la canzone che amavano loro era un’altra cosa, non andava al grande pubblico. E la verità è che noi ragazzi dell’epoca vedevamo nel rock la modernità, c’è stata una generazione che l’ha fatta diventare la musica del Novecento, che voleva chiamare artisti quelli venuti dopo grandi artigiani pop come Bacharach, come Goffin e Carole King. Per questo “rock” è un modo di dire, è diventata la musica che ha caratterizzato il Novecento. Come il jazz nella prima metà.
E adesso?
Adesso il rock canonico delle chitarre è una lingua morta, come l’aramaico, si parla in qualche sperduto villaggio. Oggi si parla la lingua dell’elettronica, computer e sintetizzatori.
Allora perché i ragazzi continuano ad ascoltare Pink Floyd, AC/DC, Led Zeppelin…
Perché nessuno diventerà più così grande! Sono gli ultimi! Io queste cose le dicevo già nei 90, quando parlavo di frantumazione, di tribalizzazione del mercato. Beh, è accaduto. L’esempio che faccio sempre è che se io e te avessimo preso 10mila dischi in due epoche diverse, nel 1991 ne avremmo avuti 8500 in comune, oggi potremmo non averne nemmeno uno. Non si parla più una lingua condivisa.
In compenso le nicchie sono compatte, coese, decise. Nella nicchia ci si legge, ci si confronta, ci si cita e condivide e ci si lika. Quindi magari si è influenti comunque. I blog più letti oggi hanno più visibilità delle riviste.
Io vorrei sapere i contatti di questi blog. Che poi averne uno è così faticoso che non mi convinceranno mai.
Non è così faticoso. Oddio, parlo io che metto un pezzo alla settimana se va bene…
Sai cosa muove i blogger alla fine? Aprire il Fatto Quotidiano o l’Huffington Post e dire ci sono anch’io, c’è il mio blog. Un po’ come dire “Ho visto il mio libro in libreria, sono uno scrittore, sono nel mondo di Saviano”. Per anni ho pensato che nella famosa frase di Warhol, l’accento fosse OGNUNO sarà famoso per 15 minuti. Poi ho pensato: ora ho capito, l’accento va su: ognuno sarà famoso PER 15 MINUTI. Qualche tempo fa qualcuno (ndr: Momus, artista scozzese) ha aggiornato quella frase: “Ognuno in futuro sarà famoso per 15 persone”. Ed è così, perché non lo puoi verificare davvero: i clic, come arrivano? Ci sono quelli che si comprano i like e i tweet, sai.
Va bene, però stavo dicendo qualcos’altro: nel momento in cui a Sanremo entra la giuria dei blogger, X Factor cerca l’appoggio delle tweetstar…
Quella è la moneta da pagare alla modernità.
Però quelli che girano attorno al giro di cui parlavamo prima darebbero una mano per entrare in quel giro lì. Perché alla fine, è una possibilità di essere notati. E per chi ce la fa, già è metà del sogno.
E qual è la remunerazione al di là della soddisfazione personale? Perché io in questo caso, ed è l’unico, la penso come Grillo: a me lavorare gratis fa girare i coglioni. Nemmeno i dischi, te li danno più. E una volta quello di mandarti dischi era un potere. Oggi i soldi sono sempre meno, su internet nessuno guadagna…
Sai, molti dei miei colleghi arrotondano lavorando con artisti o case discografiche, o organizzando eventi… Altri, fanno critica musicale ma di giorno fanno tutt’altro mestiere.
Oh, questo ha senso: allora torniamo al dilettantismo – cioè, io non ne farò certo l’elogio, ma torniamo pure al farmacista del paese che scriveva poesie per diletto, la guardia giurata che è ottimo giardiniere.
Ma perché per il fatto di fare tutt’altro durante la giornata dovrebbero essere meno bravi di me?
Hai ragione, però c’è un fatto: un tempo il professionismo era un filtro. Perché uno scriveva un libro? Perché era bravo. Ancora oggi in università si fanno i concorsi per titoli – però oggi tu pubblichi una cosa per un editore tuo amico che non ti ha pagato, e quello farebbe titolo? Non ha senso. Una volta se non eri bravo non ti chiamavano.
Ora però la casta è sconfitta, decide la gente! Decide il like. Anche per i giornali grossi, eh.
Mi vien da ridere. E poi dove torniamo? Cos’è il giornalismo oggi? Il mondo del pan, figa e balòn. Non si parla d’altro.
Beh, sono motivazioni forti.
Oh, guarda, io sono oltre i Devo, io mi sento pronto per un partito feudale per l’arretramento sociale, per i valvassori e valvassini.
Tu di cosa leggi quando leggi di musica? Oltre all’intervista a Fripp?
Io sono un morsicatore di libri e articoli, sfoglio tantissimo. Leggo Mojo, Record Collector, poi Blow Up dove ogni tanto scrivo, che secondo me ha capito la strada giusta. Ovvero, tanti saluti al marketing, il ragionamento è: “A me non frega un cazzo di quello che la gente vuole, io faccio quello che piace a me, prendo chi mi piace”. I pezzi da 80 righe? No, OTTO PAGINE. E di fatto funziona. E ospita qualsiasi argomento, da Romina Power a Julian Cope. Secondo me il futuro dei giornali è quello, solo che guadagnarci è un’impresa. Io però vengo da quel mondo lì, per cui mi pare di aver chiuso il cerchio rispetto a quando vendevo i miei ciclostilati. Obi-Wan_Kenobi(Rebellion)

Basta giornalismo, parliamo di musica. C’è una cosa che volevo chiederti. Secondo te la gente ascolta in modo diverso oggi? Ha cambiato le orecchie, sono in qualche modo mutate geneticamente? Prima parlavamo dei Pink Floyd. Al di là dell’epicità del passato, loro lavoravano in un certo modo, e io gli devo riconoscere col senno di poi che andavano per la loro strada. Quando è arrivato il punk, i Rolling Stones hanno accorciato i pezzi e si sono adeguati, Roger Waters no: Animals, i pezzi da dieci minuti, poi anche The Wall, il concept album, imperterrito. Trent’anni dopo sono ancora in classifica. Fa ridere, ma questo tipo di musica non l’ha più fatta nessuno, perciò quell’adolescente che vuol stare in cameretta che cerca musica che con la forza dei suoni gli accenda qualcosa…
Non è che quel tipo di musica non l’ha più fatta nessuno, è che o li imiti e allora sei scarico, o fai una versione moderna – e qualcuno la fa, ma in fin dei conti senza cogliere realmente l’aria che soffia in giro. I Pink Floyd come tanti altri inseguivano la stranezza, c’era un’intervista in cui confessavano candidamente che cercavano di imitare musicisti americani che non avevano mai sentito, perché gli avevano detto che in California c’era musica psichedelica che tentava di rappresentare lo stato alterato della mente. E siccome ognuno voleva uscire dalle cose solite, si erano fatta una loro idea di come potesse essere quella musica; quando poi la ascoltarono davvero, si accorsero che era tutt’altra roba.
Però il suono juggernaut dei Pink Floyd, da Dark Side of the Moon in poi è meno sperimentale. Io parlo di quello. Che paradossalmente è meno imitato. Anche Gilmour e Waters, imitandolo, sono risultati tremendi.
Perché con quella fase erano già diventati centristi. Io all’epoca scrissi un pezzo su di loro intitolato Tossicologia delle spezie da cucina.
…Ovviamente.
Perché la loro droga era diventata il curry, l’origano, erano diventati socialdemocratici – a differenza dei primi cinque anni, quando prendevano pulsioni estreme e le facevano rientrare in un discorso normalizzante, non più avanguardia ma rock accettabile.
Ma insisto, il ragazzo di 16 anni oggi nella sua cameretta non può metter su gli Arcade Fire, finisce per forza col metter su i PF: è anche questione di suoni, di capacità di musicare nel modo giusto certe cose.
Questo perché i Pink Floyd si rivolgono a certe emozioni che i complessi nuovi ignorano, bordeggiando un lato oscuro, cerebrale, disperato della vita che una volta era di pochissimi. Perché i Velvet Underground oggi sono imprescindibili e gli Stooges pure, mentre all’epoca non se li filava nessuno? Però nel lungo periodo quel lato lì finisce sempre per prevalere, a rimanere schiacciati sono casomai quelli che non sono anime tormentate, tipo i Buzzcocks e gli XTC che erano brillanti, ma non erano sofferenti, non erano i giovani Werther, che oggi vanno molto. Oggi la condizione giovanile fa diventare un po’ tutti dei giovani Werther perché il mondo è più cattivo. 
Però anche se questo terreno sembra fertile non c’è casa discografica che ci punti, mi pare.
Perché tanti gruppi partono con quell’idea ma nessuno ha il coraggio di andare in profondità. Trent Reznor aveva cercato di toccare quei livelli coi Nine Inch Nails. Poi ha smesso di indagare la materia sonora e far sanguinare la sua musica. Si è limitato a piccole evocazioni, suggestioni, ma niente di più.
E così nessun gruppo è realmente al centro di tutto.
Sempre per la tribalizzazione. Nessuno riesce a essere ecumenico come Elvis e i Beatles e i Rolling Stones. L’ultimo gruppo noto a tutti sono stati probabilmente gli U2. 
Non i Nirvana?
Per me i Nirvana sono stati una grande delusione. Pensavo che Cobain fosse il Jim Morrison a venire. Invece no, alla fine Morrison resta più forte. Anche se dal punto di vista iconografico negli ultimi anni c’è un tentativo di rimonta, vedo che i libri su Cobain vanno tantissimo. Poi mi chiedo se per i teenager, Morrison e Cobain non siano contemporanei. In fondo i Nirvana sono roba di 25 anni fa. Voglio dire, è tanto.
Forse c’è meno epopea. Se ho capito bene come stavano le cose, quando la musica era realmente un’industria, c’erano gruppi commercialissimi come gli Eagles e i Fleetwood Mac o i Supertramp che però avevano una storia, un vissuto: gli Eagles erano una banda di bastardi, dicevano “Siamo belli, sappiamo far le canzoni, non è ammissibile che non sfondiamo”. E tuttavia, a loro modo avevano storie, cose da raccontare, che nelle canzoni filtravano. Ecco, io non trovo una risposta a questo: c’era un’industria, ma non faceva prodotti. Oggi non c’è un’industria, ma tutto ciò che esce è mirato, targettizzato, e lo stesso non attecchisce veramente.
Sai, io non sono sicuro che le multinazionali facciano così pochi soldi. Hanno sempre contratti-trappola in cui ti spellano, e sono riuscite a riciclarsi, con i diritti musicali o le sincronizzazioni.
Ma continuano a lasciare a casa gente.
Guarda, io ho collaborato alla nascita della Warner italiana, allora chiamata WEA e distribuita dalla Ricordi, nel 1975 davo una mano come ufficio stampa esterno. Erano in cinque. Avevano Led Zeppelin, CSNY, poi subito dopo gli Chic e Prince. Sono nati in 5 e sono diventati in 15 e poi in trenta e in cento. Ma si riusciva benissimo a far andare avanti tutto in cinque perché era tutto molto più semplice, non vedevi cose come il tizio che arriva da Londra con il disco nella valigetta atomica…
Daft Punk?
Anche, ma già prima lo avevano fatto i Coldplay. Noi negli anni 90 passavamo dalle case discografiche, tiravamo su tranquillamente le cassettine di roba che non era ancora uscita: quando arrivò in negozio So di Peter Gabriel, che era già un nome di punta, io lo avevo già consumato in macchina. Era tutto molto più semplice. Oggi devi consegnare il cellulare prima di sentire un disco, o firmare impegnative per non fare certe domande.
Non capisco se hai realmente nostalgia o no.
La nostalgia non ha senso, mi piace ricordare e ragionare su quel che ho visto, ma tanto non si può tornare indietro. Certo se ci avessero detto che la parte più buona della torta era la prima fetta, sarei stato più accorto. Un’estate mi dissero “Vuoi passare l’estate con John Cage, si fa un libro?” Io per onestà dissi “Non sono degno” però voglio dire… John Cage, non Morgan. Un’altra volta alla EMI mi dissero “Ci sono dei biglietti per vedere lo show di The Wall a Londra”. Io ci pensai poi dissi “Ma no, dai, è fine luglio, voglio andare in vacanza, chi ha voglia?”
Se dovessi pensare solo a questo secolo? Chi ti ha fatto sbilanciare, dire: in questi quasi quasi ci credo?
Qualcuno c’è stato. Sai, ci sono in giro tante cose per cui ti infiammi e ti sfiammi subito. I Decemberists, i White Stripes, Jim White…
E cosa pensi del pop?
Noto che i nomi in auge sono sempre di più, ma stranamente non riesco a sentirli, non mi arrivano da nessun canale. Non vanno nemmeno molto per radio – posto che rispetto a una volta io la radio non riesco più ad ascoltarla. Fa parte del suicidio dei vecchi mezzi di comunicazione – anche se a dire il vero noto segni di rivolta alle leggi del pop. Non tanto il vinile, figuriamoci. Le vedo, stranamente, nella discografia. Vedo una bella cura del passato. E non sono così convinto come il mio amico Gianni Sibilla che Simon Reynolds ci abbia preso con la retromania, secondo me il passato è un compagno inevitabile, però non c’era questo peso del passato quando abbiamo iniziato noi.
Quando ho iniziato io sì. Però era lontano, favoleggiato, e non ti ci imbattevi di continuo, per cui se ne sapeva poco. A un certo punto compravo i dischi di Bo Diddley e non sapevo se era vivo o morto. Beh, non c’era wikipedia, ma nemmeno radio e tv martellavano con il vintage. Comunque io ero un caso deprecabile, da grande volevo fare il critico musicale, gli altri ragazzi erano contenti di quel che c’era, che non era poco.
Non si conosceva il passato per due motivi: per ignoranza, e perché non circolava. Una volta al festival della letteratura ho parlato con Greil Marcus e si diceva della bellezza o bruttezza di Spotify. Da un lato è una manna dal cielo. Puoi sentire un pezzo subito – ma puoi perdere il tuo tempo e non arrivare da nessuna parte, non hai seguito un percorso, il troppo ti disorienta. E Marcus diceva no, c’è la possibilità di ascoltare tutti gli oscuri bluesman della Lousiana… Non so. Anche perché il fatto stesso che tutto sia sullo stesso piano, anche storico… Uno dei problemi delle nuove generazioni è il prima e il dopo. Qualche giorno fa, anche se io non leggo mai i commenti su internet – già leggendo quelli del calcio mi girano le palle, trovo aberrante che uno possa dire quel che vuole con uno pseudonimo – mi sono imbattuto in un tipo che commentava un mio libro del 1992 dicendo “Va beh, che ci vuole, ha scritto roba che è tutta su internet”.

Secondo te di cosa dovremmo scrivere? Sempre che scrivere si debba?
Obi-Wan_Kenobi(Rebellion)Parto da un dettaglio: io ho smesso di fare le descrizioni dei dischi. Leggo ancora gente che scrive “il tale pezzo inizia con un pianoforte barrelhouse”, ma è assurdo, è come fare gli articoli sportivi il lunedì come li faceva Gianni Brera, quando nessuno aveva visto la partita in tv. Se vuoi leggere una recensione è per voglia di confrontarsi, per un commento, ma il resoconto non ha più senso. I giornali del futuro saranno versioni fatte meglio del Foglio. Una piccola parte di cronaca, molti commenti.
Opinioni, opinioni, opinioni.
Scritte bene.
Chi lo sa. Sai, io non so i miei coetanei, ma personalmente, forse per aver iniziato contemporaneamente su carta e su web, potrei fare da trait d’union tra quello che facevi tu e quelli che fanno i blogger oggi. Però non condivido del tutto questa idea di entrare in scena durante un pezzo. Mi capita di farlo sul mio sito – perché mi pare che la cosa interessi. Ma guardo con un disagio pauroso a quelli che lo fanno sulle testate vere, che siano di carta o di web. Oggi è tutto uno scriversi addosso. Questa cosa un po’ l’hai iniziata tu.
Beh, est modus in rebus.
Infatti, tu avevi misura e poi lo sapevi fare. Eri anche il primo, e del resto avevi le tue piccole arti. Per esempio, per me la tua più grande invenzione è stata parlare in termini gastronomici di musica, l’espediente di descrivere l’esperienza sensoriale chiamando in causa un’altra esperienza sensoriale. Era la soluzione al dilemma del danzare di architettura, io non credo l’abbia mai avuta nessuno all’estero – del resto forse ci si poteva arrivare solo in Italia. Adesso il modo di parlare di musica è parlare di sé, fin nelle minuzie. Non so se hai letto la settimana scorsa un articolo di *****, in cui…
Chi è?
Oh, perbacco. Pensavo lo conoscessi. Beh, scrive su ***** e su *****.
Mi spiace, non lo conosco. Comunque sull’entrare nel pezzo, ovviamente anche Lester Bangs faceva così però io non lo leggevo all’epoca, non ci arrivavano così facilmente le riviste americane. Alcune cose di Bangs sono meravigliose, io lo leggo ai miei ragazzi al master, per esempio il pezzo sulla morte di Elvis – ma lì quando parla della propria vita ha un senso, l’artificio è bello per come lui lo sostiene. Lo stesso strumento, nelle mani del maestro e dello studente produce effetti diversi. In ogni caso se questo tipo di scrittura oggi è dominante è perché alla gente piacciono le storie. Certo, per come si scrive in Italia può diventare una scorciatoia. D’altra parte la forma-blog, come dicevi tu anche prima, lo implica. A me piace il blog di Eddy Cilia, lui ci spende un sacco di tempo. Nel blog sei il castellano di te stesso, sei il muezzin nel tuo minareto, io contro di voi.
Ma no, nessuna guerra, viviamo tutti per i like, abbiamo bisogno di amici e condivisione… A proposito, c’è stato qualche artista che ha voluto essere tuo amico? Eccetto il tuo legame indissolubile con Guccini, naturalmente.
Con Ligabue ho un rapporto trasparente e onesto, l’ho beccato quando non aveva certo bisogno di me. Battiato l’ho conosciuto da ragazzo, avrà avuto 25 anni, ho anche fatto capodanno a casa sua con la sua mamma. Mai avrei pensato che assurgesse a guru, però mi hanno sempre fatto ridere quelli convinti che Battiato ci marcia. Battiato è così, garantisco.
Ok, ora direi che l’enciclica può finire. Se a te va bene, torno tra un anno così ti faccio pontificare tipo le interviste a Scalfari su Repubblica. Ti trovo qui?
Oh, chi lo sa, speriamo.
A cosa stai lavorando?
Entro poco farò uscire una raccolta di cose che ho scritto, un po’ recenti e un po’ vecchie. E tu?
Niente di particolare.
Ah. Bene.

(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista

(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista

(settembre 2013) Una ragazza per strada vede che sta fumando. Lo ferma, gli chiede se può accendere. Forse alla madre della ragazza basterebbe udire il suo “Ma zèrto”, per sentire qualcosa – una madeleine per l’orecchio. Ma la ragazza pare troppo giovane anche per essere 

TheClassifica 51 – Dogo Silvestri & Gazzé

TheClassifica 51 – Dogo Silvestri & Gazzé

Ehi, zii. Scusate, vi ho trascurato. Oggi vorrei parlare solo dei Club Dogo. Solo dei Club Dogo. Nient’altro. Solo dei Club Dogo. Ma magari dopo. Prima di tutto, Ensi. Sì, è storia di due settimane fa, avrei dovuto scriverne allora. Ma sono stato attainted in 

I had a vision. It’s Eurovision

I had a vision. It’s Eurovision

Montenegrini vestiti da astronauti teletubbies. Moldave la cui gonna si trasforma in un vulcano. Cloni di Celine Dion russe e danesi. Shakire bielorusse. Justin Bieber italobelgi. Coreografie così camp che Luca Tomassini al confronto è sobrio come Pina Bausch. Un americano che guardasse l’Eurofestival, ci verrebbe un coccolone da shock folkloristico. A noi italiani, non ancora – ma ci siamo vicini. Forse soprattutto per la improvvisa consapevolezza che l’Europa, quella cosa che fa schifo a metà di noi, non è solo la Premier League e l’Oktoberfest e i club di Berlino. L’Europa è tanto nord ma soprattutto, è piena di est. E noi dell’Europa non sappiamo niente. Niente.

Quest’anno quello che noi chiamiamo Eurofestival si tiene a Malmoe, Svezia. Che è un po’ una delle sue patrie naturali: fu l’Eurovision Song Contest del 1974 a lanciare gli svedesi ABBA, i quali peraltro cantavano del posto più europeo della Storia: Waterloo, in Belgio. A dire la verità la location era molto più suggestiva l’anno scorso: Baku, in Azerbaijan (…siete autorizzati a domandarvi se è in Europa). Paese festosamente governato da un tiranno. Cose che capitano.

Ma a causa della vittoria della svedese Loreen (sembrava la bimba morta di The Ring che per finire la vittima si mette a cantare), tutto il carrozzone ha fatto rotta lassù.

A differenza di Sanremo, che viene preso terribilmente sul serio ed è materia di infinito dibattito ideologico, l’Eurofestival si guarda per puro divertimento, approccio che è vincente sui social network. Nella comunità istantanea che si forma su twitter, in particolare, non si finisce di sganasciarsi, scambiandosi facezie con sconosciuti e, se proprio non si riesce a resistere, con qualche celebrity a scelta (Simon Le Bon ad esempio: “Romania: un moonwalk con cornamusa! Ecco quel che volevo vedere” “Grecia: hanno rimato maniaco con afrodisiaco, perché io non ci ho mai pensato?”).

Quindi molto probabilmente sarà twitter, avida di eventi da condividere (io punterei due lire sul ritorno di Festivalbar e Giochi Senza Frontiere) a risollevare qui da noi l’eurokermesse. Che è amata in tutto il continente e vista ovunque, incluso il musicalmente snobbissimo Regno Unito: si parla di 100 milioni di spettatori. Ma è stata per anni schifata dall’Italia e dai suoi media per quanto esplicitamente ispirata da Sanremo (è nata nel 1956, 5 anni dopo il Festival della Canzone Italiana). E nonostante, oggettivamente, Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno sia diventata la canzone che ci rappresenta nel mondo grazie all’Eurofestival.

Due sono i motivi per cui il Belpaese ha marcato visita per parecchi anni:

1) per l’antico dogma “la musica non fa ascolti” (una frase molto significativa, se perdonate il rilievo linguistico alla Enrico Ghezzi). Al pubblicone italiano non garba sentire canzoni cantate da sconosciuti in lingue ancora più ostrogote dell’inglese;

2), la Rai pidocchiona non voleva rischiare di assumersi l’onere dell’organizzazione, che tocca alla nazione vincitrice. Quando nel 1998 i Jalisse sono stati seri candidati alla vittoria, i dirigenti erano nervosissimi. Dall’anno successivo, si è deciso di non correre il rischio. Dal 2011, invece, si è deciso di ributtarsi nella mischia, con decisione salutata con euforia dal sito dell’Eurovisione (“Il giorno che i fan aspettavano da anni è arrivato!”). Dapprima mandando due outsider sofisticatoni, scelti forse pensando alle loro chance internazionali: Raphael Gualazzi e Nina Zilli. Poi, tornando al vecchio sistema: si manda chi vince Sanremo. Che alla fine è la scelta più sensata, e anche quella più utile: permette un confronto tra il pop italiano e il pop europeo. Perché i succitati Jalisse, sbertucciati in patria grazie soprattutto al cruento fuoco di sbarramento di quell’autorevole tribuna del gusto che è Striscia la Notizia, all’Eurofestival ci stavano benissimo, col pop melodico e un po’ enfatico di Fiumi di parole – che al netto delle bizzarre persone che erano i Jalisse, era una canzone più ammodo di quelle di Biagio Antonacci, di Emma o (…e mica me li dimentico) dei Modà. Così come avevano fatto la loro porca figura Alice (che si presentò con Battiato, cantando “I treni di Tozeur”), o Umberto Tozzi (portò con Raf “Gente di mare”). E vale la pena di ricordare che è stato con Gigliola Cinquetti e con Toto Cutugno che l’Italia si è aggiudicata la competizione. Del resto, a prescindere dalle vittorie nel Festival, basta viaggiare moderatamente in Europa per constatare quali siano i nomi italiani di riferimento: Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Tiziano Ferro, ma soprattutto Ricchi & Poveri, Albano, e via nazionalpopolareggiando.

Vogliamo davvero parlare del rock italiano? MiticoVasco e MiticoLiga, all’estero fanno buffo. Perché fuori dai patri confini, la ripetizione integralista dei soliti quattro accordi, la paghi – e non c’è testo dolente o sfogo contro i critici che ti salvi: a Varsavia, a Dusseldorf, a Coimbra e a Nicosia non lo capiscono. E dagli torto.

Ora, è noto che l’Eurofestival è una fierona trash: parecchi cantanti dei Paesi bisognosi di attenzione (e affetto) escogitano – come si fa a Sanremo – goffissimi mezzucci per attirare l’attenzione dei televotanti stranieri. Però i paesi grossi in genere prendono la faccenda sul serio. La Bild nel 2008 si è chiesta sconsolata: “Perché l’Europa non ama i cantanti tedeschi?” (mica vero: io i Rammstein li amo non poco). E in Inghilterra dopo l’umiliazione di Andy Abraham, lanciato dall’X Factor britannico, c’è stata un’interrogazione parlamentare sulle camarille dei Paesi dell’Est – dopo tutto, la BBC mette bei soldi nell’Eurovisione. Però da sempre i Paesi nordici si votano tra loro, quelli dell’Est allineati al Patto di Varsavia fanno la stessa cosa, e quasi sempre Italia Grecia e Albania si ritrovano in una faccia e in una razza.

Ma questa fierona un merito ce l’ha: quello di rivalutare il pop europeo, che in Italia è genericamente irriso per il suo sapore anni ’80. Che però evidentemente non è casuale: è stata la fase di maturazione della musica leggera, lo spartiacque tra l’epoca dei miracoli (dai Beatles fino ai Police) e una successiva fase di facilità melodica supportata dalla tecnologia (synth e batterie elettroniche), fase che non a caso ha permesso tante one hit wonder (o come si usa dire da noi, “meteore”). E il pop europeo, per dirla con Simona Ventura, non ti arriva grazie al testo – ma grazie all’impatto della melodia.

(al limite anche un impatto potente come quello dei metallici Lordi, vincitori per la Finlandia sei anni fa)

Ma per fare un esempio concreto: per quanto riguarda il sottoscritto, questa è la canzone perfetta da Eurofestival. E’ del bosniaco Elvir Laković, in arte Laka, e si chiama Pokusaj.

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Ora: superato il momento di sgomento iniziale, e le decine di legittimi interrogativi socio-antropologici, la questione è molto semplice. O vi diverte, perché comunque come canzone sta in piedi più di qualsiasi Defilippata, oppure no. Il resto è onanismo mentale. Compreso l’onanismo nobile (ehm, pardon) di indagare sul web per capire cosa dice il testo, notare che la cantante/ballerina/attrice è la sorella minore di Laka, scoprire che Laković che dopo esser stato costretto a combattere nel conflitto in Jugoslavia ha lavorato per 6 anni in diverse organizzazioni internazionali, e apprezzare un suo lato sperimentale (se volete, ascoltate Ja sam mor’o) che in Italia lo farebbe apprezzare dai più pretenziosi. Però, quello è già voler sapere di più, stabilire cosa c’è alle spalle di canzone e performance. Invece che giudicare d’istinto, mi piace/non mi piace. Eccoci al punto: per decenni, la musica italiana all’estero è stata giudicata d’istinto, senza cogliere il messaggio.

Ma in Europa – un po’ come nel calcio – il livello del tuo campionato viene fuori per quello che è davvero. Quindi, se l’Italia è un riferimento fondamentale per un certo tipo di melodia, inutile tirarsela da sofisticati. Insomma, se al mondo abbiamo dato gli spaghetti, non è che possiamo presentarci con dei tacos. Ecco perché alla fine ci sta che Marco Mengoni, l’uomo con l’X Factor, rappresenti il grande centro del nostro pop attuale. Certo non si ritroverà a dire all’assemblea: “Sento che tutto qui dentro, al di fuori della vostra personale cortesia, è contro di me”. E poi, a guardarlo in faccia, con quell’aria da maccarone, ricorda qualcuno.