Tag: Francesco Gabbani

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Marracash e TheWeeknd ai primi posti. Meno importanza agli album. Stranieri al bando, donne in cucina… Ma ci sono anche dati meno incoraggianti.

TheClassifica 9/2020 – Ghali e il Sanremo fantasma

TheClassifica 9/2020 – Ghali e il Sanremo fantasma

Un mese fa. Questo Paese era tutto kermesse, kermesse, kermesse. Un mese fa ognuno proclamava il suo Vero Vincitore, e ognuno di noi 750.000 ispirati critici si produceva in delicati, innamoratissimi articoli di impietosa pesantezza sulla straordinarietà assoluta ed epocale del suo bambolino preferito. E non sarò io a negare la bellezza inaudita delle canzoncine della kermesse, forgiate in vampe di magnificenza. Bravo Diodato, bravo Achille Lauro, bravo TZN, brava Elettraelettraelettra Lamborghini, bravo Bugo, brava Levante e brava Elodie e brava Tosca (le metto assieme perché secondo me sono piaciute alle stesse persone) bravi i Ricchi & Poveri, bravo Morganetto, bravi tutti. E un mese fa, il sole splendeva sui cantantei della kermesse che andavano tutti bravamente, ognuno a modo suo: chi vendendo i dischi, chi allietando dalle radio (ho sentito passare per ben due volte Rita Pavone), chi impazzando nei meme, chi volando nello streaming, chi caragnando nelle peggiori trasmissioni tv del pianeta… Quand’ecco.

Quand’ecco. In questo momento il tempo della musica si è come fermato, aggrappato a quella kermesse come l’Overlook Hotel di The Shining è rimasto aggrappato a una vecchia festa. Non sta quasi uscendo niente, i tour sono rimandati, i firmacopie pure, l’unica possibilità è andare in televisione, i più big da MariaDeFilippi, i più nicchiosi dalla Bignardi, i più disperati da Chiambretti. La cosa migliore sarebbe trovare modo di apparire in Montalbano (anche solo come vittime di un’ammazzatina). Spero ovviamente – giacché faccio pur parte di quelli che vivono delle briciole dell’indotto – che il comparto delle canzoncine si riesca a riprendere da questa voragine che si va aprendo e che, non c’è bisogno che ve lo dica, tirerà dentro un po’ tutti. Eccetto i servizi fondamentali: Netflix, Amazon e i Nutella Biscuits.

Se non che. Io posso anche sperare all’impazzata, ma il comparto delle canzoncine è un po’ particolare. Pochi hanno diritto a una finestra lunga. Quando il treno passa, lo devi prendere, perché quello dopo, vattelapesca quando passa, e in un attimo non si è più i preferitissimi dei media versipelle e del pubblico banderuolo, che si annoiano e hanno bisogno di nuovi stimoli. Pensate per esempio alla sfiga dei Pinguini Tattici Nucleari. Un percorso praticamente perfetto, forse avrebbero persino potuto vincere la kermesse se la venerabile SalaStampa non avesse dovuto compattarsi su Diodato per impedire che il POPOLO si facesse male eleggendo Gabbani. Bòn, sarà per un’altra volta, si sono presi le loro soddisfazioni. Tutto bene salvo il piccolo errore tattico (nucleare) di pubblicare l’album lo stesso giorno della compilation ufficiale, che grazie alle nuove regole di quest’anno che hanno unificato le due diverse charts, soffia il n.1 ai Pinguini; è solo un titolino, però era una cosa da raccontare ai nipoti. Bòn, sarà per un’altra volta. In fondo, c’è un tour nei palasport: Unipol Arena, Pala AlpiTour, Mandela Forum, Palazzetto a Roma, due date al Forum di Assago, una delle quali già sold out. Ma di nuovo: bòn, sarà per un’altro bòn, e buon bòn, siate bòn, speriamo in bòn.  

Il numero uno. In tutto questo, Ghali che entra sia al n.1 dei presunti album che dei sedicenti singoli finisce pure lui per ricordare la kermesse, e un’entrata in scena tra le migliori della storia del Festival. Peccato sia andata praticamente persa per l’orario – saranno state le 7 del mattino – e per la difficoltà di emergere in quel caleidoscopio di furibonda meraviglia che sono state le canzoni in gara in questa edizione. Ma tra i milioni di artisti che hanno partecipato a Sanremo2020, il Ghalifo è stato Nella Mia Umile Opinione quello più mainstream di tutti. E col coraggio di esserlo: con lo schioccante “Bell’atmosfera” di Good times, con lo studiatissimo gancio (“Ma non è cool”) di Boogieman, e naturalmente con la carezzina al POPOLO di Cara Italia. Per forza di cose, l’album DNA è un’altra faccenda: è molto pop, ma con una certa prudenza. Anzi, forse Ghali visto che la sua street cred era andata in ghalando perché il mondo adulto lo stava accettando volentieri, ha cercato di contenere questa sua propensione. D’altronde il flop del paciugoso singolo Turbococco è stato uno dei più istruttivi della storia del rap italiano: i 13enni vanno trattati come se avessero 4 anni di più, non 4 anni di meno. DNA è un buon album pop, e Ghali è una popstar perfettamente credibile e pronta per la mengonizzazione – ovvero, qui per giocare con noi per sempre, per sempre, per sempre. Ma se devo dirvi la verità

(devo?)

personalmente trovo che almeno metà dei quindici pezzi di DNA siano bellocci come Ghali – ma senza anima. Per fare un esempio: Fallito, il pezzo conclusivo, è un buon pezzo. Sì. Ma non posso fare a meno di notare che avrebbe potuto scriverlo qualunque rapper. Prendete il testo e mettetelo in bocca a qualcun altro, scegliete chi volete: gli starà addosso, né largo né stretto né corto. Anzi, è già successo: negli ultimi cinque anni qualunque rapper della penisola ha scritto il suo Fallito, il suo pezzo su come la fama e la celebrità sì, okay, figata raga – però alla fine, meh. Fallito potrebbe averla scritta, con le proprie personali varianti, Gué o Gemitaiz o Rkomi o Fibra (…dieci anni fa) o altri cento colleghi. L’unica invenzione che poteva essere interessante era quella del mostro che sta sotto il suo letto. Il problema è che non riesco a credere che Ghali abbia paura di qualcosa che non sia la rovinosa caduta dalle scale del successo.

Oh, ma del resto anche gli altri, no? Bòn.

Resto della top ten. Il Fantadisco dei MeControTe lascia il n.1 a Ghali ma non se ne va lontano, e regge all’impatto di una grande sensazione mondiale come i sudcoreani BTS, al loro miglior risultato nel nostro Paese appassionatamente razzista e bargiggione. Strappa un n.4 Piero Pelù – quindi mi sa tanto che i Litfiba torneranno insieme. Al n.5 Ecceteraeccetera Lamborghini precede Ozzy Osbourne, il cui Ordinary man è al primo posto nella classifica dei vinili. Dal n.7 al 9 eccolo ancora qui, il podio di Sanremo, in ordine inverso: i Pinguini, Gabbani, Diodato. Al n.10, Marracash, che insieme ai MeControTe è l’unico residente nelle zone alte a non essere andato a quel Festival dell’Overlook Hotel. E me lo immagino, Marrajack, mentre si aggira, si guarda intorno sospettoso, poi siede al bar e inizia a discutere con Lloyd, che sembra l’unica Persona con cui avere una conversazione sensata. E il fatto che non esista, in fin dei conti, è accettabile.

Sedicenti singoli. Ghali al n.1 con Good times, inseguito da Ghali al n.2 con Boogieman (feat. Salmo) e da Diodato al n.3. Nella top ten ci sono solo due nomi che non sono apparsi al POPOLO nella kermesse, e sono il n.8 Mahmood (…lo dite voi o lo dico io?) (ditelo voi) e il n.10 The Weeknd, unico STRANIERO. L’altro featuring placcato in oro di Ghali, ovvero quello con ThaSupreme, è al n.6. Altri filamenti di DNA non sono entrati in top ten. E ora, so che di fronte a un.1 e un n.2 sembrerò veramente deficiente a dire che i pezzi di Ghali non stanno andando benone, però qualcuno deve pur annotare che un vero big del rap italiano (vedi Salmo, Marra, ThaSupreme, Sfera), si prende tutta la top ten – altrimenti non è un vero big del rap italiano. È un big di qualcos’altro. Ma questi sono

Altri argomenti di conversazione. Albano & Romina entrano al n.80 (…eh). Il ritorno di Pat Metheny si guadagna un n.14. Escono dalla top ten Justin Bieber che ha fatto appena in tempo a entrarci, J-Ax che c’è stato per cinque settimane e ThaSupreme che ci è stato quindici settimane (gosh). Sapete che l’album di Mina e Fossati, uscito quattordici settimane fa, è ancora in classifica? È al n.61. Non vi fa strano che qualcuno lo stia comprando ora? Non vorreste che un giornalista d’inchiesta andasse a intervistare quelli che ADESSO stanno comprando il disco di Mina e Fossati? Io me li figuro ascoltatori di RadioRai. Perlomeno finché non cominciano i programmi musicali (…quelli no) (non appena la voce di John Vignola azzarda un saluto, gli girano subito l’interruttore in faccia) (LOL, devo ricordarmi la prossima volta che lo vedo di farlo anch’io) (scusate, divagavo. Vi ho già detto che c’è un solo defunto in top 100? È il cantante dei Queen – avete presente, Mamaaaaa etc.) (è al n.98 con la Platinum Collection) (ok, ora ve l’ho detto) (quindi passiamo dai morti ai)

Lungodegenti. Compie due anni di permanenza Pianeti di Ultimo, che con Peter Pan fa ancora meglio: 107 settimane consecutive nella classifica dei presunti album. Sopra le cento settimane anche Rockstar di Sfera Ebbasta (110) e il disco col segnetto di Ed Sheeran (÷) che invece è apparso per la prima volta in classifica (e in questa rubrica) TRE anni fa. Eppure, anche questa settimana, l’album da più tempo in top 100 è dei

Pinfloi. Ed è The dark side of the moon, qui da 173 settimane, per di più in salita (dal n.70 al 66). A differenza di The wall che ha uno scivolone preoccupante, va giù al n.96 – perché del resto chi ha voglia di sentirsi promettere riduzione dei contatti umani e distanza dai propri simili quando questo sogno si sta inaspettatamente avverando?

TheClassifica ep.8/2020 – Bambini perduti

TheClassifica ep.8/2020 – Bambini perduti

“L’ignoto fa paura ma dentro al buio non c’è niente di nascosto: noi salveremo i nostri amici ad ogni costo! Yeee Signor S tu non vincerai mai! Yeee Signor S presto lo capirai”

TheClassifica, ep. 7/2020. Il trionfo della morte.

TheClassifica, ep. 7/2020. Il trionfo della morte.

“Solitudine e malinconia: i soprammobili di casa mia”

Sanremo entra in classifica. Sì! Laggiù, vedete? – ClassificaGeneration, Stagione III ep.4

Sanremo entra in classifica. Sì! Laggiù, vedete? – ClassificaGeneration, Stagione III ep.4

Occuparsi di classifiche di vendita o di ascolti nella settimana di Sanremo è nel contempo subdolo e patetico. Non voglio annoiarvi, perché ormai abbiamo deciso tutti insieme (ricordate quella sera? En passant, mi dovete ancora i soldi per la pizza, che non è la prima volta che mi fate il numerone, eh) che Sanremo è il Carnevale, la trashatona liberatoria della quale questo Paese così compunto e mai sopra le righe ha bisogno per guardare serenamente nell’abisso. E l’abisso, come ci ha sempre raccontato Nietzsche, se ne compiace. Chi più sereno di lui?

Cercate di capirmi, non è facile ridimensionare il Festival senza sembrare snob. Però rimango veramente incantato nel vedere tutta ‘sta Oktoberfest ma senza che si venda una birra. O quasi. L’anno scorso, solo uno ha venduto dei dischi, ed è Ultimo – e non era nemmeno uno dei venti concorrenti big. Due anni fa, solo uno ha venduto dei dischi, ed era Gabbani. Tre anni fa, edizione vinta dagli Stadio, Francesca Michielin ha superato le 100mila copie col singolo, che forse non ricordate nemmeno come si chiamava (Nessun grado di separazione). Nessun altro. In soldoni, non va diversamente da X Factor e Amici: uno su X ce la fa. Si tirano gli spaghetti sulla parete, e quello che rimane appiccicato ha vinto – non necessariamente quello che vince la gara. Nelle annate fortunate, fanno il botto in due, tre. Così, per le cifre che muove Sanremo, è veramente bizzarro che un intero comparto si mobiliti come fa la discografia italiana, per non parlare dei millequattrocentoquarantatre giornalisti accreditati (non sto inventando).
Le classifiche che vado a commentarvi sono uscite dopo tre giorni (su cinque) di Festival. Forse è ancora presto. Certo, una volta di serate mica ce n’erano cinque. Però va bene, non voglio guastare feste a nessuno, mi fa piacere che tutti si divertano pazzerellamente e mi limiterò ai dati.

Tra gli album, Fedez tiene. E tira un sospirone di sollievo. Paranoia airlines conserva il n.1 davanti a Madman, il cui MM vol. 3 entra al n.2 – e non al 3, dove scende Playlist di Salmo. Mentre Ensi debutta al n.6, Ultimo rimane al n.4 con Peter Pan, ma rientra in top 10 con Pianeti (dal n.15 al 10). Il superospite Mengoni passa perentoriamente dal n.10 al ben più prestigioso n.8. E questo è l’unico effetto di Sanremo sulla classifica degli album. Nella prima decina pascolano ancora comodamente i Queen (n.5 la Platinum collection, n.7 colonna sonora di Bohemian rhapsody).

Tra i singoli, Fedez cede. Torna al n.1 Coez con È sempre bello. Dietro al tormentone estivo Calma di Pedro Capò feat. Farruko (n.2) e a Sweet but psycho di Ava Max, debutta al n.4 Gang shit, brano della Dark Polo Gang – e se volete la mia opinione, a ‘sto giro quel titolo è fin troppo generoso con loro. Ultimo (toh!) entra alle loro spalle, al n.5, con I tuoi particolari. Sfiora la top 10 un altro concorrente di Sanremo, è Irama, al n.11 con La ragazza dal cuore di latta. Poi troviamo Senza farlo apposta di Shade & Federica Carta al n.29. Fanno tre nella top 30. Da qui in poi forse vi è più comodo che ve li metta in fila.

n.33 Achille Lauro, Rolls Royce
n.43 Simone Cristicchi, Abbi cura di me
n.48 Loredana Bertè, Cosa ti aspetti da me
n.56 Nigiotti, Nonno Hollywood
n.67 Daniele SIlvestri feat.Rancore, Argentovivo
n.71 Boomdabash, Per un milione.
n.77 Arisa, Mi sento bene
n.81 Mahmood, Soldi
n.84 Il Volo, Musica che resta
n.94 Francesco Renga, Aspetto che torni.

Quattordici su ventiquattro sono comunque entrate, anche se davanti a un piazzamento sotto al n.30 un discografico tende a praticarsi dei tagli sulle braccia.

Ma intanto, mentre il mondo guarda altrove, Fedez esce del tutto dalla top ten e la sua TVTB con la DPG passa dal n.1 al n.17. Holding out for you, con Zara Larsson, scende dal n.13 al 38. Prima di ogni cosa dal n.29 al 75.
Poi basta.
Quattordici brani di Madman sono in classifica. Oh, sono quattordici come quelli di tutto Sanremo.

Altri argomenti di conversazione. Torniamo agli album. Dalla top ten escono subito e anche con veemenza Adrian Celentano (dal 9 al 22) e gli Afterhours (dal 6 al 29). Escono dalla classifica Bowland (dopo 7 settimane), il live degli Skunk Anansie (dopo una), l’album di Nada (dopo due settimane) e i Tre Allegri Ragazzi Morti (una settimana). Fanno il loro ingresso al n.24 Murubuto, al n.27 Massimo Volume e al n.34 Frenetik & Orang3.
Risalendo dal n.50 al 35, Hellvisback di Salmo festeggia tre anni puliti di permanenza; lo seguono The dark side of the moon (117), Vascononstop (116) ed Ed ed Sheeran (100). Il cui album ÷ (Divide per gli amici) è piantato al n.43, rigido come se fosse passato a

Miglior Vita. Con la Queenmania così regnante, in classifica ci sono nove album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di ambasciatori. Nevermind è stabile, e la sua oscillazione minima dal n.65 al n.67 non preoccupa gli investitori, è giusto avere fiducia, passeranno questi chiari di luna e questi scuri di luna.

Pinfloi. The dark side of the moon, in linea con le previsioni del Governo, guadagna 11 punti – dal n.56 al 45, mentre il più pessimista The wall scende dal n.67 al 72. Purtroppo c’è anche una brutta notizia, Wish you were here sale dal n.98 all’86, per ricordarci che non dobbiamo mai abbassare la guardia.

Il bacio della morte delle radio italiane

Il bacio della morte delle radio italiane

Un piccolo studio sull’apporto dei nostri network radiofonici alle fortune in classifica di una canzone. Non è come pensate: è peggio.

Superclassifica 2017: i più – diciamo così – venduti. L’analisona

Superclassifica 2017: i più – diciamo così – venduti. L’analisona

L’anno in cui gli italiani decisero che aveva ragione il resto del mondo, e comprarono Ed Sheeran e Despacito come tutti gli altri.

Gli avanzi del Natale (Il buongiorno dall’amaca del caffé)

Gli avanzi del Natale (Il buongiorno dall’amaca del caffé)

 

 

“Per me è stato Natale tutto l’anno”. Gabbani sa quel che dice.

 

 

 

 

Elisa – fa rima con le risa.

 

 

 

 

 

 

Speriamo che qualcuno si sia regalato questo cimelio paragonabile al costume da tricheco di John Lennon per importanza – e per stilosità.

 

 

 

 

Come cantava Elton John: “It’s sad, so sad, what a sad, sad situation”.

 

 

 

 

Insolitamente sobria.

 

 

 

Ma d’altra parte, ha dato tanto l’anno scorso.

 

 

 

 

Natale è il periodo dei buoni sentimenti e chiunque abbia fatto parte di un gruppo sa che la voglia di menare il cantante è un buon sentimento.

 

 

 

 

Quando uno è poeta, trova le parole attingendo alla segreta sorgente della magia.

 

 

 

Al mondo esiste solo una grande Chiesa che parte dalla promozione e arriva fino a #Nalate (sul Seveso).

 

 

“Gli animali non hanno ombrello, e non portano mai il cappello”. Se ne deduce.

 

 

 

 

“Nel programma sono presenti inserimenti di prodotti a fini commerciali”.

 

 

 

 

 

1000 RT. Ha l’aria di averla portata a casa lui.

 

 

RetroNatale.

 

 

 

 

 

Ius Natali.

 

 

Più zio di così si muore.

 

 

 

Affinità e divergenze tra il selfie di Ferragosto e quello di Natale.

 

 

 

Comunque, da sempre nel mondo dello spettacolo, quando quelli del marketing ti chiedono di fare il buffone, tocca fare i buffoni. Auguri a tutti.

 

RTL 102,5 e le hit piene di potere

RTL 102,5 e le hit piene di potere

RTL 102,5 Powerhits Estate: lo zombie del Festivalbar.

Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi

Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi

Addio alla classifica degli album e dei singoli, benvenute Classifica dei Supersimpa e Classifica Bellazio

Classifica Generation, ep. III. Cinquant’anni di alzo Zero

Classifica Generation, ep. III. Cinquant’anni di alzo Zero

Forse nessun cantante pop ha capito la natura del potere quanto Renato Zero. Ne ha il tono, pieno di compassionevole buonzénzo, e lo sguardo, fisso sulla preda. Poteva interpretare lui l’Andreotti de Il Divo. In fondo incarna da prima del Frank Underwood di House of Cards il coraggio di fare le cose spiacevoli che funzionano. L’astuzia dell’ambiguità all’inizio, poi la poesia da Nescafé del Carrozzone e del più fico Amico, infine l’abbandono di ogni leggerezza in favore della predica piagnona da vecchio pretone. Ma già dall’inizio aveva capito (forse da Marco Pannella?) l’appeal di un populismo missionario: inventandosi la Zerofobia ha anticipato tutti i Mourinhi dello showbusiness diventando la prima popstar vittimista (“Noi sorcini contro tutti perché ci vogliono male” “Mi hanno chiuso Zerolandia perché davo fastidio nelle alte sfere” “Vogliono uccidere il sogno di Fonopoli”, e così per decenni).
 
Un’altra intuizione è stata tenersi più basso di altri colleghi – il che gli ha procurato una certa quale complice simpatia dei critici musicali, specie i suoi concittadini. Sempre ad alzo zero nelle liriche (a volte, sue), non si è mai baloccato con le pretese dei musicisti: anzi, forse la musica gli è indifferente: dopo gli ammicchi disco degli anni 70 (ma sempre con arrangiamenti gustosamente simili a quelli delle canzoni di Gloria Guida o Nadia Cassini nei filmetti zozzi) non è ravvisabile in lui una qualche parentela sonora né straniera né italiana – se non l’ipermelodismo orchestrale melodrammatico/sanremese. D’altra parte non è nemmeno affar suo: da decenni se ne occupa la sua ombra in do minore, il quasi omonimo Renato Serio, responsabile dell’inno di Forza Italia, di tante sigle di Fantastico e di Ciao Darwin, da sempre pronto a sviolinare senza risparmio su qualsiasi idea degli autori zeriani fidati: Vincenzo Incenzo, Mariella Nava e soprattutto Maurizio Fabrizio, uno dei totem del pop italiano classico (arrangiatore del primo, migliore Branduardi, poi autore di Storie di tutti i giorni per Fogli, Bravi ragazzi per Bosé, Almeno tu nell’universo per Mia Martini, e ovviamente I migliori anni della nostra vita, scartata da Ornella Vanoni, Mia Martini, Giorgia ma diventata armadifinemondo quando a recitarla dal suo pulpito è stato don Renato).
 
E così, Zerovskij è l’ennesimo n.1 che la nostra classifica tributa a questo potere che chiagne e fotte. “Un nome che ricorda Cajkovskij per amore di quella musica, di quell’arte, di quella cultura che oggi ci stanno nascondendo – penso ci sia una classe politica e culturale che faccia di tutto per tenere il popolo ignorante” (…maledetti!). Sì, è al n.1, e riempirà le arene con 19 brani nuovi all’interno di un “progetto tra musica dal vivo e recitazione con 61 elementi d’orchestra sinfonica, 30 coristi, 7 attori”.
Zerovskij (…solo per amore, è il nome completo) è l’apoteosi del pretismo di Zero: inni rigonfi di enfasi a sottolineare la portata salvifica dei messaggi. Perché ora, io so che se voi avete letto due libri e frequentato musicisti più ambiziosi, in certi brani che iniziano con le parole “Ecco che ritornerà settembre, pigramente un’altra estate va. Dopo le aspettative della gente si ritorna alla normalità” (oppure con “Buongiorno a te, umanità, quest’oggi che si fa? C’è guerra o no? Io non lo so. Chissà a chi toccherà. Qui c’è da fare tanto per la felicità”) potrete ravvisare la sottigliezza di un agosto a Milano Marittima. Eppure, don Renato ha piazzato i suoi album al n.1 in cinque decenni diversi, e tra due anni sarà durato più della Democrazia Cristiana. Lui lo ha capito prima di Biagio Antonacci e di Kekko Silvestre e Lorenzo Fragola e Fabio Volo che c’è un fabbisogno basico di poesia anche in chi legge Leggo. C’è tanta (tanta) gente che no, non è stata mai toccata da Eluard né da Leopardi, ma nemmeno da De Gregori o CapireBattiato o i Baustelle. Però quando sente “Il potere annebbia gli uomini e il denaro certo non li sazierà” o “Estasiarsi si può, ma quelle polveri no”, declamate con quella voce piena di carità, si sente sfiorare l’anima dal ditone di Dio.
Però ora non guardatemi come se, in sfregio a un’élite di saputoni, stessi rivalutando Zero e i suddetti schifosi manco fossero dei democratici della strofa paladini del popolo dimenticato. Non ci penso nemmeno. Dico solo che sanno che ci sono cose spiacevoli che funzionano. Ed è così che si va al potere.
 
Al n.2 c’è Harry Styles, ex One Direction. Mi spiace non diffondermi su di lui, perché è molto più interessante di un cavolo di ennesimo album di Renato Zero. Sul quale però mi sono dilungato per due buoni motivi: 1) ho la sensazione che ci abbiano tutti rinunciato, a discutere Zero. E posso anche capire. Lo si accetta come una specie di male congenito, che ci trasciniamo da 50 anni: ce ne sono di più longevi, tipo la Fiat o il coperto al ristorante; 2) è il n.1. E qui dentro va così. Gente, non sbuffate, mica le faccio io le regole. Però daje Harry, io faccio il tifo per te.
 
Resto della top 10. Al n.3 tiene benino Gabbani, ma del resto al n.4 tiene benino anche Izi, ex numero 1. Dal n.5 al n.9 non ci sono facce nuove per la top 10 (Francesco Renga, MiticoVasco, TZN, Fabri Fibra, Ed Sheeran), ma al n.10 entra Omar Pedrini. Uh, due bresciani in top 10. E non solo: corre voce facessero parte dello stesso gruppo – ah, quei pazi, pazi anni 90. Escono invece dalla prima diecina Coez (dal n.3 al n.11), così come Mina&Celentano e (piuttosto presto) i Kasabian (dal n.7 al n.19. Vive le rock, davvero).
 
Altri argomenti di conversazione. Entrano al n.14 i Paramore, e al n.24 Paul Weller, che a parole siete tutti lì a blaterare del Modfather e quando morirà sarà un po’ morta la vostra generazione (per l’ennesima volta), però neanche in top 20, cicisbei. La raccolta di TZN accumula la 129ma settimana in classifica al n.41. Ma vi sto annoiando? Come dite? A morte, eh? Beh, allora
 
Miglior vita. Solo SEI album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di concorrenti della Val d’Aosta. Li guida, e lo so che non ve l’aspettavate, Nevermind dei Nirvana, che passa dal n.54 a un meno conciliante n.66. Vi chiederete: e i Soundgarden,che detto per inciso con Chris Cornell è morta un po’ una generazione? Superunknown entra al n.95, ma non ha avuto molti giorni per una performance più vitale. E ora mi toglierò uno sfizio: concludere con
 
Pinfloi. The dark side of the moon avanza. Lento ma ineluttabile come l’osteoporosi, sale dal n.39 al n.38, circostanza che ovviamente riflette l’incoraggiante attenzione del pubblico per il festival di Cannes, e il red carpet, e la croisette, e un certain regard. Ma attenzione: le riflessioni del Paese sulla legge elettorale spingono The wall dal n.69 al n.51: supererebbe – come è giusto – Wish you were here, se questo, con la doppiezza che gli è connaturata, a sua volta non balzasse biecamente dal n.58 al 49, profittando del compiacimento degli italiani per il ritorno in edicola de L’Unità, pazzo diamante dell’editoria.