Tag: Francesco De Gregori

TheClassifica n.1/2020. Brunori Sa. (di niente)

TheClassifica n.1/2020. Brunori Sa. (di niente)

Questa sera, tornando a casa, troverete i vostri bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza della Classifica”.

La Canzone Definitiva per Figli di Cantanti Italiani

La Canzone Definitiva per Figli di Cantanti Italiani

Cerco un po’ di te nei testi di De André É per te, ogni cosa che c’è Ninna oh ninna eh Il primo bacio il primo giorno a scuola il primo giorno in prova La prima sigaretta che ti fuma in bocca un po’ di 

Come se ne esce. Ovvero, De Gregori e noi (e loro)

Come se ne esce. Ovvero, De Gregori e noi (e loro)

Leggere articoli che parlano di musica – ci riuscite ancora? Parlano di troppe altre cose che non sono musica. Sembra che tutti vogliano dire altro. Non è casuale. La musica diventa una scusa. No, non è affatto casuale. Naturalmente ha un costo. Il primo sono quei dannati incipit.
“Quando andavo a scuola” “Mio padre teneva parecchio al suo garage” “Nel mio quartiere c’era un tipo” “C’è una scena, nel Signore del male di John Carpenter, in cui” “Non ho mai veramente capito la maionese” “C’è una sola marca di detersivo in cui credo”. Sinceramente, ho la sensazione che la qualità complessiva si stia abbassando forsennatamente. Nel contempo, vedo alcuni (pochi) (e no, non tutti miei amici. Alcuni non so proprio come siano fatti e da dove vengano e quanti anni abbiano. E non mi interessa) che hanno iniziato a scrivere meglio.
Mi sembra una buona idea.

… ma non posso farlo ora, devo scrivere un articolo su quando andavo a scuola e un tipo nel mio quartiere.

(no, non è vero)

Però devo scrivere di un cantautore di una certa età, che era già famoso quando ero piccolo (e quindi lo è da parecchio, sì). E mi dà fastidio, preferisco di scrivere di ciò che c’è in giro.
Pure, forse è un buon aggancio.

Ieri insieme a settantamila persone sono stato al cospetto di Francesco De Gregori e Mimmo Palladino, alla Triennale di Milano. Bella giornata. C’era il sole e De Gregori era come sempre principesco. Sembra un po’ Scalfari, ma principesco. Copio smaccatamente il comunicato stampa, anche perché è preciso e sobrio: dovevano presentare “una xilografia originale di Mimmo Paladino unita ad un vinile 10” con due versioni (acustica ed orchestrale) di una delle più belle canzoni napoletane di tutti i tempi, “Anema e core”, reinterpretata per l’occasione da Francesco De Gregori e da sua moglie Chicca e registrata a Bath nei Real World Studios di Peter Gabriel”.
Forse qualche anno fa l’idea mi avrebbe fatto accapponare le orecchie. Ma adesso la trovo legittima, quasi leggera, forse un po’ leguminosa. La moglie non è salita al proscenio. Alla fine, preferisco la sua voce a controcantare quella di De Gregori, che non quella di Giovanna Marini. Però non è questo il punto. Ora ci arrivo.
Intanto che ero lì e De Gregori diceva alcune cose interessanti (non troppe), e Palladino diceva alcune cose interessanti (non troppe), mi chiedevo quanti dei seicentomila presenti avessero la mia stessa sensazione, di essere nel sogno del Re Rosso di Lewis Carroll.

Non offendetevi se – essendo una élite – sapete benissimo di cosa si tratta, lo riassumo in un attimo per gli altri: in Dietro lo specchio, Alice si trova davanti a un pezzo degli scacchi, il Re dello schieramento brunito, appunto, che sta pisolando; Tweedledum e Tweedledee le dicono che la vita di ogni creatura è contenuta nel sogno del Re; tutti loro esistono finché lui continua a sognare. Se e quando si sveglierà, svaniremo senza tante chiacchiere. Naturalmente può essere una poetica idea di Dio e di come realmente funzioni l’universo e come realmente Nostro Signore gestisca l’intera commedia – ammetterete che si spiegherebbero tante cose.

Ma per quanto io non sia il più fervido dei degregoriani e sia rimasto perplesso ascoltando tanti suoi dischi, come se avvertissi la sottile presunzione che glieli aveva suggeriti
(e certamente rifuggo dall’idea di ascoltarlo dal vivo, l’unica volta che mi è capitato è stato quando presentava un disco ed è stato dylaniosamente noioso)
ci sono certi suoi pezzi nei quali ho abitato. Non sto a contarli, ma almeno sei o sette.

Intendiamoci, ho abitato pure in un sacco di pezzi di altri – non ve li faccio i nomi, perché poi diventa un discorso calcistico. Oppure sì, dovrei farli, perché questo non è un articolo su De Gregori. Ho abitato e abito in pezzi di gente che depreco. Di gente che non so cosa volesse da me. Di gente che ho stroncato, che sbeffeggio, che me l’ha giurata, che inizia a essere parecchio più giovane, di gente che ha azzeccato solo quella, di gente che invece ne ha scritte tante più celebrate ma senza accorgersene ne ha scritta un’altra che a me piace di più e invece lui o lei non saprebbe nemmeno più cantare.
E non la saprebbe più cantare proprio a causa della famosa frase/canzone di De Gregori: Guarda che non sono io.

Ma infatti, non sei tu, sono io. Siamo noi. Che vi abbiamo presi tremendamente sul serio. Che ci siamo fatti spiegare la vita dalle canzoni. Che lo abbiamo fatto per anni, ed è per questo che io do in escandescenze quando qualche collega sentenzioso sentenzia che tutto quello che è nuovo è intrinsecamente, necessariamente bello e utile come il nuovo iPhone, e se non mi ci ritrovo è perché non lo so usare. No, è una spiegazione facile per critici cretini, e se provate a dirmela di persona finisce a pugni, ve lo prometto.
La verità è molto più vicina a questa bizzarra, forse inutile ed elitaria collaborazione tra De Gregori e Palladino. Ovvero, quelle ambizioni (o pretese, chiamatele come volete) di fare anche un pochino di arte, oppure di fare qualcosa di bello (e non FIGO), intanto che venivano lautamente compensati e venerati, e che sono andate dissolvendosi di generazione in generazione.

Il punto è che non è così terribile ammetterlo. Anzi, è così evidente che il successo e la conoscenza del marketing e della costruzione del (…non userò quella parola inglese che inizia per story) del personaggio e i trucchi più efficaci per agganciare i neuroni dei cosiddetti ascoltatori sono diventati una forma d’arte, tanto che riconosco l’onestà di quei recensori che ridono di quei concetti musicali che erano cruciali quando ho iniziato.
De Gregori ieri mi ha messo la torta in tavola quando ha detto: «Io mi ostino ancora a definire la musica “arte”, anche se nel mio mestiere si lavora soprattutto sulla prevedibilità, sul capire cosa vuole il mercato, cosa che agli artisti non dispiace perché rassicura sulle possibilità di successo».

Penso che fosse così anche quando De Gregori era giovane. Vincenzo “Iotammazzerò” Micocci me ne descrisse alcune sfumature non proprio principesche, nel rapporto col successo. Ma poi, le canzoni in cui io ho abitato le ha ben scritte, e lui era lì davanti a me, davanti a noi e non lo sapeva, forse lo presumeva ma in fondo non gli interessava, “Guarda che non sono io”. Sono stato, siamo stati dentro i suoi sogni e dentro quelli dei suoi colleghi. Era parte di un patto implicito. Non facevano la conta dei Rolex e delle Lamborghini, non scrivevano trattati sulla merce che caratterizza la pienezza del vivere, scrivevano per noi. Eventualmente fregandosene di noi. A noi andava bene. E magari pure a noi – e ai media pre-social – fregava poco di sapere chi fosse sua moglie, e dove si erano sposati, e chi erano gli invitati, e chi aveva realizzato il vestito della sposa e dove andavano in viaggio di nozze e cosa facevano ogni giorno.

Il fatto è che sempre meno gente scrive queste canzoni in cui abitare. Lo so io, e lo sapete anche voi, solo che scriverlo sembra triste, buh, vecchiezza e nostalgia e incapacità di capire, bla, bla, blah.
Invece no, va così e basta, e per i 16enni di adesso non è un problema che la musica non sia più abitabile (quelli di loro che hanno quel tipo di sensibilità e di esigenza, poveri, si rifugiano nel preistorico – mica crederete che siano i 60enni a tenere perennemente in classifica Kurtcobain o The dark side of the moon). E non ne soffrono così come per me e per voi non è un problema se non si fanno più film in bianco e nero oppure se non ci sono più i cantastorie per strada oppure che so, se Topolino che vendeva un milione di copie ora ne vende centomila. E tutte ai genitori, in fondo.

Così, forse dire che quella che chiamavamo arte è uscita dall’edificio significa svegliare il Re Rosso. Ma chi lo sa, potrebbe essere la cosa migliore per tutti. Perché è iniziata un altro tipo di partita, e non funziona allo stesso modo. Puoi parlare di calcio e parlare di tennis, ma non è che siccome c’è una palla, le regole sono le stesse. Quindi, raga, il mio problema è che troppi scrivono che davanti alla rete, bisogna buttarla dentro perché è naturale e si è sempre fatto così – ma era un altro sport, la rete non stava lì per quello. E a me va benissimo ragionare sulle sottili differenze tra l’uso degli occhiali D&G in Sfera Ebbasta e l’uso degli occhiali D&G in Emis Killa, mi invitate a nozze. Però se pensate che per i millennial valgano le stesse stradine emozionali ma sia semplicemente cambiata la macchina, se pensate che davvero la roba fatta coi suoni (sempre meno) sia ancora quel tipo di forma di espressione ed esprima quelle stesse cose “perché è sempre stato così”, se pensate che quello che stiamo ancora rubricando come musica sia una evoluzione invece che un mutante di un’altra specie, siete già sott’acqua. Del resto, i ragazzi non sono mica come voi, come me. Posso dirlo, tanto loro mica sono qui a leggere uno che se la mena con la musica e come abbia dato forma a tante cose che non capiva. A dare forma ai chiaroscuri della loro vita, diversissimi dai nostri, non sarà mai la ragazza di Roma la cui faccia ricorda il crollo di una diga – che è un’immagine che li farebbe ghignare sodo – ma un meme, un’emoji del 2011, le prime stories storiche, una sfida ad Amici, un video virale su Whatsapp o quelli che chiamano “esperimenti sociali” su YouTube. “Ricordo Frank Matano che per strada scaricava i suoi gas intestinali in faccia a sconosciuti, che coraggiosa metafora” “Ebbi un’epifania quel giorno che Luis Sal andò a Beirut appositamente per fare dei bei rut, perché è così che mi sentivo quando andavo a scuola e c’era un tipo nel mio quartiere e mio padre teneva parecchio al suo garage”. Forse qualcuno avrà la sua rivelazione con qualcosa di meglio. Ma temo, per motivi di semplice assalto quantitativo da parte del pattume pop, che saranno pochini.

Polemistan, cap. IX – Le migliori polemiche del gennaio 2018

Polemistan, cap. IX – Le migliori polemiche del gennaio 2018

Levante, Ermal Meta, Fedez, Roberto Vecchioni e altri. Perché la musica italiana non è un pranzo di gala.

Polemistan 6 – Le migliori polemiche dell’ottobre 2017

Polemistan 6 – Le migliori polemiche dell’ottobre 2017

Fabri Fibra, Fedez, Mara Maionchi, Morgan: d’arte e sessismo.

The Artist Formerly Known As Theclassifica. Ep. VIII – Fabri vibra

The Artist Formerly Known As Theclassifica. Ep. VIII – Fabri vibra

Provo sempre un piccolo dolore quando qualcuno argomenta partendo da sé come la quintessenza del blogger (“Quando avevo 15 anni, e guardavo Mtv…”), o come Aldo Cazzullo (“Mio nonno vs i giovani d’oggi”). O come un rapper (“Vi parlerò di io, di me, del sottoscritto. Voi? Boh, se foste interessanti, sareste io”).

Perciò scusate l’appiglio personale per illustrare una sorta di tesi. Il fatto è che nei mesi scorsi gli album italiani di cui i miei contatti (pardon: amici) su facebook hanno più discusso sono quelli di Baustelle e Brunori Sas. Di Fabri Fibra, n.1 della settimana con Fenomeno, hanno parlato in pochi, molto pochi.

Lo so da me, che questo dice delle cose sulla mia TL. Però nulla mi leva la sensazione che ne dica qualcuna anche su Fabri Fibra, su come è percepito (sia lui che il rap), sulla sua fatica nell’esser preso sul serio quanto i suoi colleghi col dna cantautorale e l’animo lacerato. E pensare che Fibra è altrettanto dolente di Bianconi e Brunori. E tuttavia è per metà buffone, il che screma via un sacco di gente che lo trova irritante quando – beh, quando è irritante. Perché lo è.

(devo confessare che per me l’autoflagellazione del 40enne di La verità di Brunori è più irritante, ma ammetto che la cosa è riconducibile a una scarsa propensione per l’autoflagellazione)

Ad ogni buon conto, Fenomeno è un aperto tentativo di rap italiano adulto. Fibra non è il primo a provarci, ma tra quelli che ci hanno provato è quello col seguito maggiore. E non lo fa con l’attitudine dello zio che parla a mamme e nipoti alla J-Ax, ma parla a chi lo ascolta scendendo dal piedistallo del rapper, trattando alla pari chi ascolta invece che intortarlo col pop-hoolismo (tanto per alludere a chi ne fa sapiente ed esplicito uso). Le carte sono in tavola da subito, fin dalla Intro in cui si dice qui di nuovo “a cercare di convincervi e di convincermi che sono ancora in grado di rappare. E poi, vale ancora la pena di rappare per me? Insomma, ho 40 anni. Il rap è una cosa per ragazzini”. Oppure, in Invece no: “Questi rapper sono tutti innocui, quasi fanno sembrare il mio genere un altro. Ho provato a puntare più in alto: rischi la crocifissione, Venerdì santo”.

Quindi come vedete l’intento è quello. Ma ci riesce, nell’intento?

Nella Mia Umile Opinione, ci siamo quasi. Non del tutto, perché questo è un disco bipolarissimo, e il Fibra-joker, quello che spesso si compiace delle sue rime e delle sue ironie (“Io sono il rapper più odiato d’Italia. Ma io vi amo! Hahaha!”) per sua natura cerca di sabotare il Fibra che vuol esser preso sul serio. Perché il punto è che pure il joker vuol essere preso sul serio. Ma è più difficile: per strano che sembri, oggi gli riesce più facile sfoderare momenti di verità quasi disarmanti sulle proprie relazioni personali, sulla fatica di fare il personaggio pubblico, sul tempo che passa (“Le nuove generazioni che parlano in codice e ti tagliano fuori, mani di forbice”) che non sfoderare il sarcasmo un po’ cialtrone del Mr. Simpatia che ritorna in pezzi come Cronico o Equilibrio.

Ma è evidente che quello che il grand’uomo sta cercando di dirci davvero sta in frammenti come “Neanche ti immagini quanta fatica – fa niente, all’alba vincerò… ero convinto di poterlo fare per sempre, e invece no. Io speravo di mancarti almeno un po’, mi aspettavo una chiamata e invece no. I nemici, quante energie mi tolgono. Tu pensavi fosse un sogno e invece no”. Oppure, nel mesto bilancio di una relazione: “Stavo pensando che non avremmo mai dovuto incontrarci”. Voi capite che fa il pezzo coi Thegiornalisti, ma è a tanto così dai Baustelle.

Resto della top 10. Se avete una certa familiarità con questa rubrica, sapete che a volte mi dilungo oltremodo sul numero uno anche per non soffermarmi sul n.2. Ebbene, questa settimana l’intero podio è nuovo, e dietro a FF ci sono al n.2 Levante e al n.3 i Deep Purple (!). Su Levante, la scelta di non sbilanciarmi è perché ho dei sospetti, ma aspetto ancora un po’ prima di formularli apertamente. Prendo tempo e tiro le prossime elezioni.
(se la prossima settimana sfonda e va al n.1 sono nei guai)
Quanto ai Deep Purple, come dire: hush.
Dal n.4 al n.10 ci sono Gattyno Ed Sheeran, i Depeche Mode, l’ex numero uno Jamiroquai, Benji & Fede, The Chainsmokers (altra nuova entrata, e tutto sommato bella alta, per essere una band che non è una boy-band), Mina&Celentano e MiticoVasco. Metà della top 10 è straniera, credo non capitasse dagli anni 80. E non sono nemmeno tutti inglesi, c’è persino un gruppo americano (i Chainsmokers, appunto). A voi sembrerà normale ma non lo è, e da tanto. Gli americani che cantano non ci piacciono più. Ma già dai tempi di Obama, forse prima.
Escono dalla prima diecina Ermal Meta, Paola Turci (dopo l’ingresso al n.2, scala bruscamente al n.16), Umberto Tozzi e Bob Dylan.

Altri argomenti di conversazione. Gli Ex-Otago ri-entrano al n.22, proprio una posizione sopra i TheGiornalisti – putacaso. Ingressi al n.36 per Mario Venuti, n.38 Pentatonix, n.42 Nada Trio. La raccolta di TZN festeggia le 124 settimane in classifica salendo al n.52. E a proposito di risalite, il live di Francesco De Gregori, uscito 10 settimane fa, improvvisamente rimbalza dal n.59 al n. 12. Wow, cos’avrà mai fatto De Gregori la settimana scorsa? È andato da Maria De Filippi. Vi sentite morire? Passiamo a chi lo ha già fatto.

Miglior vita. In classifica ci sono otto album incisi da artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di vaccini; li guida, come spesso succede, Nevermind dei Nirvana, disco che è a tutti gli effetti una specie di rito di passaggio per il giovane di questo secolo, persino più di quanto lo fosse per noi vecchiardi degli anni 90. Ma a proposito di riti di passaggio, lasciate che una volta tanto vi stupisca parlando dei

Pinfloi. The dark side of the moon sdrucciola lievemente verso il n.45, con The wall che rimane stabile al n. 64 mentre Wish you were here precipita al n.95, notizia che io accolgo con la malcelata libido di quelli che vedono il partito avverso crollare nei sondaggi. E tuttavia, il dato nel suo complesso non può non far riflettere, è una fase di disaffezione da parte dell’elettorato dietro alla quale chi governa deve saper anche cogliere il significato del calo dell’ecumenico Dark Side combinato con la stabilità del paranoico The wall. Non v’è chi non veda che fin quando le élite rimarranno testardamente sorde a questi segnali lanciati dal popolo, la deriva del Paese sarà inevitabile.

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

L’America sceglie Trump, l’Italia sceglie il Natale americano di Laura Pausini. Tutto torna. La miliardaria romagnola ha messo in riga non tanto Benji & Fede, scesi al n.2 dopo tre settimane (chissà se uscendo in contemporanea l’avrebbero battuta. Non lo sapremo mai), quanto Fiorella Mannoia, 

TheClassifica 98 – Lo strano caso del Dr. Fedez & Mr. Killa

TheClassifica 98 – Lo strano caso del Dr. Fedez & Mr. Killa

Emis Killa, n.1, con Terza stagione. Per strano che possa sembrare, Emis Killa è uno di cui (…non “con cui”) potrei parlare ore. No, non spaventatevi! C’è qualche vecchio TheClassifica nel quale, essendosi trovato al n.1, ho lungamente pontificato su di lui in generale. Però 

Dieci cose che ha detto Guccini, e una che dico io

Dieci cose che ha detto Guccini, e una che dico io

Ieri mi è apparso per la prima volta Guccini. Per me è stato molto interessante, perché io, forse per motivi generazionali, l’ho sempre un po’ sottovalutato. Anche quando ho scritto delle cose piuttosto cruente su di lui, ne ho sempre parlato come se non fosse un bersaglio grosso, ma fosse meno rilevante di altri suoi colleghi. Poi se vi interessa provo ad abbozzare un paio di ragioni, giù in fondo. Ma prima, per riparare in un certo senso a questo errore di valutazione
(e per mettere da qualche parte le cose che ha raccontato, essendomi preso la briga di trascriverle) 
vorrei ospitare alcune delle (tante) cose che ha detto ieri Guccini, nel presentare il suo nuovo cofanetto di cd e il suo nuovo libro all’osteria Moretto di Bologna (da lui identificata come “l’osteria di fuori porta” che gli ha ispirato uno dei suoi pezzi più importanti). Seduto davanti a tutti dietro a un tavolo come se fosse in cattedra. Però la cattedra di un’osteria.

1. ENTRATA IN SCENA
“Mi chiamo Francesco Guccini. Sono nato nella prima metà del secolo scorso. Sono ancora vivo”.

2. BATACLAN
“Nel cofanetto ci sono molte versioni inedite, tipo un’Avvelenata in versione rap buttata lì qualche anno fa, più due pezzi mai pubblicati. Uno è una canzone che avevo completamente dimenticato, si chiama Allora il mondo finirà, è del 1967, una fase in cui c’era paura della guerra atomica, i missili a Cuba. Questa canzone è sorella di Noi non ci saremo e Un vecchio e un bambino, che è più postatomica che ecologica come hanno pensato in tanti. Ma non credo che quella paura sia simile a quella per i fatti di Parigi. Quelli li commenterei con una canzone per me più adatta, Libera nos Domine, che alla fine se non sbaglio dice: Dai preti di ogni credo da ogni loro impostura, da inferni e paradisi e da una vita futura, da utopie per lenire questa morte sicura, da crociati e crociate da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati di ogni tipo e natura libera, libera, libera, libera nos, Domine. Chi ha un’ideologia talmente forte che non accetta dialogo e confronti, non ha dubbi, si fa sparare. Pensano di andare in paradiso non so con quante vergini a disposizione. Non c’è possibilità di dialogo, senza il dubbio si ha un’ideologia feroce che cancella le menti, mentre io il dubbio l’ho sparso a piene mani. Non ho mai detto: domani succederà. Ma sempre: forse, boh”.

3. HO FATTO DUE CONTI
“Facevo il giornalista alla Gazzetta dell’Emilia. Non è che succedessero molte cose, quei bei delitti di oggi. Non c’era molto da raccontare, qualche piccolo furto, incidenti. Non c’era il giorno libero, lavoravo fino alle tre del mattino, ero precario e prendevo 20mila lire al mese. Ma una volta che mi presi una settimana di ferie, mi pagarono 10mila lire. Allora incontrai Alfio Cantarella, poi batterista dell’Equipe 84. Lui faceva il fattorino ma suonava anche in un complesso che faceva musica da ballo in un complesso chiamato Marino’s, col genitivo sassone. Mi disse che cercavano un cantante-chitarrista. Gli chiesi quanto guadagnavano. Ho fatto due conti e sono entrato nei Marino’s”.

4. MA NON VOLEVO FARE IL CANTANTE 
Il panorama musicale è cambiato completamente. Così come è cambiato quando ho iniziato io, dal girare per le sale da ballo a fare i dischi. Il mio primo LP Folkbeat n.1, un titolo orrendo ma non per colpa mia, credo vendette sei copie. E pensavo che tutto sarebbe finito li. Invece due anni dopo alla EMI arrivò un nuovo direttore artistico perché si cambiavano come gli allenatori nel calcio – e mi chiese se avevo abbastanza pezzi per un nuovo disco. Così uscì Due anni dopo, anche quello non vendette niente. Nel 1970 un ulteriore direttore artistico mi chiese se avevo pezzi, e feci L’isola non trovata. Infine feci Radici, quello con in copertina i bisnonni paterni, che fu il primo che ebbe un certo successo. Ma allora una casa discografica che aveva qualche personaggio che andava bene – in un’epoca in cui i dischi d’oro erano per chi vendeva un milione di copie, non 50mila – poteva permettersi il lusso di far incidere dischi a chi non vendeva tanto ma meritava fiducia. Addirittura è andata a finire che sono l’unico rimasto nella stessa casa discografica per tutta la sua carriera. Oggi anche quando i ragazzi vincono i famosi talent show, se funzionano, bene. Ma se non funzionano spariscono. Mi sembra che sia un modo di favorire delle illusioni perché molti vogliono fare il cantante da grande, cosa che io tutto sommato non volevo fare. Anche perché c’era un’educazione familiare di un certo tipo. Dicevo: faccio il cantante, mi rispondevano: va bene, ma cosa vuoi fare? Non era considerato un mestiere. Anche quando tornai col primo contratto, centomila lire al mese per l’esclusiva dei pezzi che scrivevo, ed era una bella cifra, mio padre mi disse: sì, ma quanto durerà? C’era sempre il cosafaraidagrande. Mi sono convinto solo al quarto disco che stavo facendo questo per vivere. E anche i concerti ho iniziato a farli un po’ tardi. Prima cantavo giusto all’Osteria delle dame”.

5. CANZONI INUTILI 
“Due anni fa ho fatto l’ultimo disco, con un titolo cui pensavo da tempo, L’ultima Thule, e ho deciso di chiudere, basta. Perché i primi anni le canzoni mi uscivano con grande facilità, non mi sono mai trovato a dire: oddio devo fare un disco e le canzoni non escono. No, venivano quando avevano voglia, quando avevo cose da raccontare, quando c’era un fatto che mi colpiva. Sentivo colleghi che dicevano: ora devo stare chiuso un casa un mese per scrivere i pezzi del nuovo album. A me all’epoca non capitava. Però ultimamente facevo fatica, tra i miei ultimi due dischi sono passati credo cinque anni. E di fatto oggi non suono neanche più la chitarra, non ho più i calli sui polpastrelli, non ascolto più musica. In macchina ogni tanto mia moglie mette su un cd e io dico: Per l’amor di Dio… Il fatto è che sento tante canzoni inutili. Comunque anche le mie canzoni, risentirle mi dà un certo fastidio, quando in un ristorante per farmi un omaggio ne mettono su una delle mie io dico: No! Grazie”.

6. LEGGERE E SCRIVERE
“Ho smesso di cantare e suonare ma non di scrivere. Stiamo già progettando il terzo libro giallo con Machiavelli. Scrivere mi piace ancora, ho molte cose da dire e mi diverto molto. Forse nella scrittura di romanzi e racconti sono ancora abbastanza fresco. Il mio primo romanzo, Croniche epafaniche, l’ho scritto se non sbaglio nel 1989, sul computer. Lo avevo comprato nei primi anni 80, era grosso come un tir ma col motore di una 500. Poi sono passato a un piccolo mac, comunque da allora ho sempre scritto col computer – ma non le canzoni no, per scriverle ho sempre usato carta e penna. Allo stesso modo, ho smesso di ascoltare musica ma non di leggere. Però ho un problema alla vista, per cui faccio molta fatica a leggere, ho bisogno di un apparecchio che mi ingrandisca le parole. In ogni caso sono tuttora un grande lettore: narrativa, saggi, tradizioni popolari, ultimamente molti gialli, molta storia medievale anche”.

7. L’AVER SCRITTO CANZONI 
“La canzone per me è sempre stata più difficile della pagina scritta, perché nella scrittura puoi usare più pagine, raccontare, tirar via. La canzone deve essere sintetica. Anche se ci sono canzoni-fiume che durano nove minuti, deve condensare tutto in strofe, in rime, assonanze. Pur essendo più difficile dà molta soddisfazione cantarla, farla sentire agli amici, e poi metterla in un disco. E pur essendo più difficile, l’urgenza delle prime canzoni era fantastica: scrivevo liscio, in brevi periodi di tempo. Pensavo a un argomento, mi mettevo lì con la chitarra, provavo un giro di accordi e mi venivano le prime parole, dopo era abbastanza facile andare avanti. La locomotiva, come ho raccontato mille volte, sono tredici strofe scritte in venti minuti, forse mezz’ora, è venuta fuori proprio come un treno. Altre canzoni invece prendevano più tempo, scrivevo e mi fermavo, poi magari dopo un anno o dieci mi tornava in mente e la finivo. Le ultime canzoni non le ho quasi mai scritte lo stesso giorno, quasi mi stancassi, facessi fatica a completarle. Oggi non mi metto lì, non ho nessuna voglia di fare canzoni. Anche se gli argomenti ci sarebbero. Ma non ho più quel desiderio di raccontare con una canzone”.

8. FORSE UNA RABBIA ANTICA, GENERAZIONI SENZA NOME
(questo a dire il vero è un estratto dal libretto di commenti alle canzoni incluso nel cofanetto)
“Pochi giorni dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, mi chiesero se me la sarei sentita di cantare ancora una canzone che in qualche modo mitizza un attentato. Risposi che c’era una grande differenza tra i due avvenimenti perché quel gesto anarchico, anche se non apprezzabile, era figlio di un impulso individualista, non organizzato né pianificato, privo di ambigui appoggi esterni. Anch’io avevo simpatie di tipo anarchico ma non da militante: il mio era più che altro un punto di vista letterario e romantico”. 

9. ETA’ DELL’ORO
“Sono convinto di aver vissuto una specie di età dell’oro. Sia per quello che ho visto crescendo, per il mondo e le persone che non esistono più e ho avuto la fortuna di conoscere e raccontare nei libri, l’appennino negli anni 40 e 50, la civiltà contadina, i miei nonni che macinavano il grano col mulino. Ma anche nella musica. Prima di me c’era stata la generazione dei cosiddetti genovesi, che poi magari non erano di Genova come Tenco, Paoli, Fidenco. Loro scrivevano quasi solo canzoni d’amore, bisognava passare a un genere diverso. De André lo aveva fatto prima di me, con ispirazione più che altro francese; io sono arrivato alle sue spalle con qualcosa di nuovo, se ci pensiamo Auschwitz è stata diversa come canzone, e non nasce per caso, nasce perché avevo sentito altra gente quasi passata inosservata, per esempio le Cantacronache, poi c’era Dylan che esplodeva in quegli anni lì. Ma adesso si fa fatica, tutte le cose sono state già dette e già fatte. Oggi ci sono tante copie. Il sospetto è che ricalchino qualcosa di già sperimentato. Non è neanche colpa loro, arrivano tardi. Peraltro non è detto che una generazione di autori sia seguita da un’altra generazione, lo si vede nella letteratura, ci vuole qualcosa di nuovo, di veramente nuovo. Vinicio Capossela è l’ultimo che ho sentito che si è inventato qualcosa. Bravo, estroso, serio, colto. Ma il più è stato detto e scritto. Noi siamo stati fortunati tutto sommato per essere stati lì al momento giusto nelle condizioni giuste”.

10. RETROMANIA 
“Quando sento dire una volta sì che ci si divertiva, dico sempre: non sarà che siamo cambiati noi? Purtroppo invecchiando non hai più lo spirito che avevi una volta, quando cercavi la gente e avevi bisogno di incontrarla. E anche in questo, sono stato fortunato”.

11. (…ora, considerazioni mie) (neutre) (almeno credo)

Guccini negli anni 80 non mi arrivava mai dalla radio, né da nessun posto. In quell’epoca gli altri cantautori decollati come lui negli anni 70 scalavano le classifiche (Dalla, DeGregori, De André, Bennato, Venditti). Lui oggettivamente no.
Curiosamente, nel mio liceo aveva una certa popolarità tra i ragazzi di imprinting cattolico. Ora, dopo un’immersione nelle canzoni del suo cofanetto, mi è anche parso di capire come mai: parecchi suoi pezzi sono pennellati di un tristissimo senso di morte e distacco dalla vanitas degli uomini – che talvolta esprime con malinconia, talvolta con insofferenza, talvolta con disprezzo. Forse ho fatto male a sottovalutare Guccini, e il suo ruolo nel cattocomunismo italiano (ma avrebbero dovuto mettermi sull’avviso i Nomadi, che in fin dei conti erano una sorta di suo satellite).
Cattocomunismo, ma con quegli slanci anarcoidi di ribellismo romantico, come giustamente dice lui stesso. Sì, c’è molto Guccini intorno a noi, ma non salta agli occhi subito.

(mi sento di precisare che nonostante le apparenze, non trovo niente di deprecabile nel termine – forse un po’ trito – cattocomunismo. Penso che descriva bene la nostra gente. Chissà, magari è una delle cose più originali che l’Italia abbia prodotto)

Ma tornando a Guccini, è interessante come i suoi libri abbiano una cifra stilistica molto diversa dalle sue canzoni. Sembrano scritti da un altro (per quanto appena possibile, accoppi qualcuno pure lì). Ma anche nella loro indulgente leggerezza verso il piccolo mondo antico (…Fogazzaro!) che evocano, rivelano una curiosa insofferenza per la propria vanitas di cantautore e del piccolo mondo antico della musica: Guccini potrebbe raccontarci con lo stesso stile letterario di manager, discografici, colleghi. Quel mondo lo ha soprattutto consegnato all’Avvelenata; nei libri mette, come se i suoi genitori o i nonni lo stessero ancora giudicando, le sue Radici. Quelle, sono degne di letteratura, mentre “questa gloria da stronzi” no.
Comunque, S.F. è morta, i bambini sono nel vento, lui si era ucciso per Natale, il treno pieno di signori ha fatto una brutta fine, Dio è morto e Andrea Pazienza pure e Noi non ci saremo – ma Guccini è ancora vivo. Ed è stato bello vederlo di persona, dai.

Marginalità. Stagione 1. Pilota.

Marginalità. Stagione 1. Pilota.

Cose che non saprei dove altro scrivere. Forse dovrei aprire un blog.

TheClassifica 64. Marracash, Carmen Consoli – una faccia, una razza

TheClassifica 64. Marracash, Carmen Consoli – una faccia, una razza

Parlare di Marracash e Carmen Consoli insieme? Va bene. Come volete. Però siete voi che avete insistito, eh? Se non ne viene fuori niente, poi non lamentatevi.

Status di Marracash (n.2) e L’abitudine di tornare di Carmen Consoli (n.3) sono stati pubblicati nella stessa settimana dalla stessa casa discografica. Il fatto che io li trovi due buoni dischi, che potrei mescolare nello stesso lettore mp3, oltre a sancire che io sono una creatura strampalata (ma questo, lo trovate scritto già sullo zerbino lì fuori) ci dice che le strategie discografiche non prevedono sovrapposizioni. Le fasce di mercato sono ben chiare: Marracash = pubblico in età scolare (dalle elementari all’università) (in fondo si somigliano), Carmen Consoli = pubblico che ha superato il trentesimo giro. Nessuno, si ritiene, aprirà il portafogli per entrambi.

Ambedue non pubblicavano album da un bel po’. Il che è piuttosto importante, è un fattore che di solito induce a non fare troppo i camaleonti, ché già un po’ di gente là fuori rischia di non riconoscerti. Ambedue fanno generi che (lo dimostra il mancato spodestamento di Marco Mengoni, sempre n.1), pur reggendo bene, attualmente subiscono la dittatura leziosa del poppettone italiano. E subiscono forse proprio la difficoltà di un’inversione: un rapper che si rivolga ai 35enni, o una cantautrice che dia forma al pensiero dei 20enni. La cosa strana è che le forme spurie, in realtà, vengono premiate dal pubblico. Jovanotti è quella roba lì. Fedez è quella roba lì. Il pop con le scarpe rap. Forse invece Levante è quell’altra roba, non so, vedremo.

Se c’è un limite che accomuna ambedue i dischi, è quindi che tutti e due continuano a muoversi nel loro territorio, cosa che alla fine sembra quasi un’accondiscendenza anche involontaria nei confronti delle strategie di mercato. Ho la strana sensazione che Marracash, forse anche per necessità di consolidamento in una scena che cambia molto velocemente – e che è di fatto in balia dei capricci di un pubblico sempre più ragazzino (che ci mette un attimo a punire chi dà segni di crescita) abbia rielaborato a lungo i pezzi di Status perché non gli scappassero troppo di mano, e non si allontanassero troppo dai riferimenti dei referenti. Poi, è chiaro, nell’assalto di messaggi, moltissimi dei quali sopra la media del genere, molte cose sono proprio sue, così come lo sono i vezzi di Carmen Consoli ne L’abitudine di tornare: il sillabare marcato, la tossicodipendenza da aggettivi (…qualunque oggetto si trovi a passare dalle sue parti è sempre a rischio di diventare ostinato, silente, mantecato, corinzio), le zaffate di modugneria – non sempre respirabilissime. Più che altro perché, da attestato di appartenenza melodica mediterranea, è diventata manierismo: Negramaro e Modà, ma anche un tot di cantautori brizzolati modugneggiano sin verguenza. Ma ammetto che al disco della Carmen mi ero avvicinato con lo stesso entusiasmo di chi per regalo di Natale riceve le robe eque e solidali. Invece, dai.

Perché detto delle rispettive prudenze, in tutti e due i dischi io – deogratias – sento della musica. E guardate che non succede più così spesso, eh? Di norma, ovunque ti giri, si sentono i suoni. Le citazioni. La produzione, i giochini, i metamessaggi, le collaborazioni

(non che nel disco di Marra manchino, eh) (e sono tutti maschioni vestiti di nero) (…poi vengono a dirmi che il rap è omofobo) (fatevi delle domande, raga) (mentre nel disco di Fedez sono tutte femmine) (ché Fedez, per quanto sia il più giovane, è l’astutoulisse della congrega).

Consoli e Cash, con questi due cognomi che per le rispettive fasce sono tutto un programma 
(va beh, il cognome di lui non è Cash) (anche se a furia di chiamarlo Marra) (è Rizzo, che è un po’ meno significativo) (non vi autorizzo a fare gli spiritosini – una mia ex di tanti anni fa faceva Rizzo di cognome) (…ripensandoci, forse potrei autorizzarvi)
hanno fatto due dischi ineccepibili per chi già li stima. Ma non è previsto che arrivino a chi non li mastica di già. Poi per forza non c’è la comprensione tra i popoli e si arriva alle intolleranze e a Charlie Hebdo.

(“…ma cosa stai dicendo, ma sei scemo?”) (“L’ho scritto per svegliarti”) (“Ah. Beh, hai fatto bene, mi avevi fatto addormentare. Quand’è che parli male di qualcuno? Che io vengo qui per questo”) (“Davvero? Ma cosa stai dicendo, tu sei me – non hai facoltà di scegliere se venire qui dentro o no” “Vero. Però dai una botta lo stesso, dai. A nessuno interessa quando parli di musica” “Squisito come sempre. Ricordami bene cosa rappresenti, che non mi ricordo più” “Sono l’espediente ironico del critico che si autocritica. Sai quando scrivi del cinismo sogghignante, del distacco 2.0 come cifra della contemporaneità?” “Davvero scrivo queste cose?” “Ehi, questa dovevi farla dire a me, sono io quello salace” “Ah sì?” “…Ohoho. Bravo, eh. Bravo” “Fammi theclassificare, dai” “Sì, meglio”)

Miglior vita. Ci sono ventotto dischi di artisti deceduti in classifica, VENTOTTO – siamo o non siamo gli stragisti più intonati del mondo? Ventiquattro sono di Pino Daniele – VENTIQUATTRO, nuovo record. Voglio dire, quasi uno su quattro (…lo so che ci arrivavate) (VOI sì, ma IO in matematica avevo un 4 autorevole e rispettato). 

Pinone. Daniele peraltro caccia fuori dal cimitero autorevoli habitué della top 100: vengono a mancare (ops) Fabrizio De André e Nirvana, spinti fuori dalla vitalità Pinesca. A guidare il corteo è, un po’ a sorpresa, Bella ‘mbriana, salito al n.14, mentre Nero a metà scende dal n.11 al 24. Avevo già pignoleggiato sul fatto che con Pinone mangiano praticamente tutte le etichette italiane. Ma una cosa che può essere interessante notare è che ora come ora i suoi sono gli unici dischi della Warner in top 20.
(e pensate che è l’unica casa discografica con cui sono in buoni rapporti)

Topten. Ci sono un bel po’ di nuove entrate, all’ombra di Consoli e Cash, e sono Ghost (n.7), Giovanni Allevi (n.8), Claudio Baglioni (n.12), Marilyn Manson (n.26), Bjork (n.32), Mark Ronson (n. 73), Belle and Sebastian (n. 86), The Decemberists (n. 90). Mi pare di sentire qualcuno di voi: “Oooh, ma così basso?”
Escono dalla prima diecina Fedez, AC/DC, Francesco De Gregori. Leggevo l’altro giorno sul magazine del Corriere della Sera un’intervista a DeGregori intitolata (testuale) “Noi italiani siamo dolci e deboli. E’ questo, insieme alla lentezza, che la Merkel vorrebbe farci espiare. Ma nella vita la bellezza può più del dolore”.
Giuro, era il titolo. 
Il sottotitolo, non l’ho letto.
Ed io che mi preoccupo di non saper fare i titoli.

Pinfloi. Pinone non butta fuori dalla classifica solo i defunti, ma anche i Pink Floyd.
(…queste battute gratuite non vi fanno onore) (lo dico per l’ennesima volta, io sono Floydiano, anzi, lo dico così che fa più elegante: io non posso non dirmi Floydiano)
The endless river scende al n.11, The dark side of the moon barcolla giù all’83, e tutti gli altri sono fuori dalla top 100.

Dimenticavo. Hozier è l’unico straniero tra i primi dieci. Decimo, appunto.

E poi basta. Ho finito. Ciao, e grazie.

No, non è vero. Ho messo una foto di Consoli invece che di Cash perché la sua faccia non mi persuade. Era più vecchia quindici anni fa, dai.

E alè, coltiviamo buoni rapporti come fossero grano saraceno. Ho finito davvero. Grazie a tutti.