Tag: Fiorella Mannoia

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Le popstar italiane una volta avevano delle opinioni. E magari le hanno pure oggi – ma pagano dei manager perché le stronchino sul nascere.

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

L’America sceglie Trump, l’Italia sceglie il Natale americano di Laura Pausini. Tutto torna.
La miliardaria romagnola ha messo in riga non tanto Benji & Fede, scesi al n.2 dopo tre settimane (chissà se uscendo in contemporanea l’avrebbero battuta. Non lo sapremo mai), quanto Fiorella Mannoia, che entra al n.3, poi Giorgia che scende al n.4 (e con B&F aveva perso), Robbie Williams (che entra al n.5), Bon Jovi (n.1 in Usa, da noi debutto al n.6) (un anno fa il rabberciato Burning bridges era entrato al n.3), Gemitaiz (entra al n.7) (con la versione deluxe dell’album con cui era entrato al n.1). Pausini natale panchina

E tutto questo senza nemmeno calare l’asso: la presentazione mondiale del disco a Disneyland Paris.
(sì, i colleghi sono già in fibrillazione) (quelli bravi, che ci andranno)

I sondaggisti (io) hanno sbagliato le previsioni. Anche se non ve l’ho detto (e potrei continuare a farlo, in effetti) pensavo che Combattente di Fiorella Mannoia, forte dei firmacopie e della promozione della settimana scorsa, desse la vittoria alla candidata rossa.
Invece, quando nemmeno i centri commerciali hanno acceso le prime lucine, ecco che l’Italia, nel segreto dell’urna, ha scelto il Xmas di Mrs. Pausini.

Secondo Beppe Grillo, il primato della Pausona è un meritato trionfo per i vaffanculers del mondo e una sconfitta degli intellettuali (che la prenderanno sportivamente, sono così abituati a vincere); è opinione diffusa che il governo Renzi ne esca indebolito mentre Salvini è entusiasta e così Briatore; Berlusconi ha ammesso alcune analogie tra lui e Laura Pausini, e il suo amico Putin ha accolto il n.1 di Laura Xmas con moderato compiacimento – la Duma ha apertamente applaudito. A New York alcuni giovani hanno manifestato contro il disco, ma Giorgia ha ammesso la sconfitta ringhiando “Lasciamola lavorare”. Poi, naturalmente, a lavorare di più sono stati gli analisti del giorno dopo, che per spiegare la vittoria hanno puntato il dito sul ceto medio impoverito e disilluso, che alle promesse delle canzoni nuove di artisti con qualche illusoria pretesa, hanno preferito il populismo di canzoni capaci di toccare le corde dell’italiano medio. Ma la verità brutale è che alla magnata (femminile di magnate) di Solarolo, degli italiani non importa granché.
(so che qualcuno tra voi ha commentato “Fa bene!”, ma sia chiaro che mi dissocio) Laura pausini navidad

Prima di vedere perché, una premessa: il disco è di un professionismo impeccabile. Mrs. P, dal punto di vista vocale, è veramente al massimo, e ostenta una confidenza impressionante con l’inglese. Nel disco non strilla nemmeno tanto, per la smania che la possiede da qualche anno, anche se in Jingle bells, appena sente approssimarsi un bel do pieno (pardon: a C note) di sleigh! non resiste e apre tutto, concedendo anche il bis e il tris (“sleeeeEEEeigh!“) (nessuno ha mai avuto il coraggio di dirle che quando lo fa, più che a Ella Fitzgerald somiglia a Wanna Marchi) (Laura, te lo dico io perché sono l’unico che ti vuole bene veramente, altro che i tuoi valletti di Miami)
E a proposito di Jingle bells: i brani scelti sono di un’ovvietà sanguinaria. White Christmas, Jingle bell rock, Oh happy day, Happy Xmas (War is over) – che è peraltro l’unico altro brano in cui strilla e gorgheggia “War is oveeeeher if you want iiiit!!!” come se avesse davanti 4 colleghi meno bravi di lei ma seduti alla scrivania di un talent. Non c’è niente che non troviate in tutti gli altri album innevati degli ultimi dieci anni, anche italiani, da Irene Grandi a Mario Biondi. Ma ancora più ovvi a dire il vero sono gli arrangiamenti swingosi di Patrick Williams, consumato mestierante, re delle colonne sonore tv (Lou Grant, Colombo, e un sacco di altre cose antiche e non strettamente famose), direttore scelto dal tardo Sinatra per i suoi duetti – ed è questo il girasole che appone all’occhiello. Forse più ancora che dalle parti delle natalate di Michael Bublé, siamo nel territorio di Tony Bennett, quel tipo di disco natalizio nel quale l’acquirente cerca l’esatto contrario delle sorprese. Un po’ di originalità (ma poca, eh) fa capolino solo solo nello swing di Jingle bells, per non renderla insopportabile, ché è una canzone che fa schifo come poche.

Il problema è che per essere una donna di personalità non arginabile (non più), Mrs. P. ostenta il suo quid solamente nell’ostentazione della superstardom internazionale. pausini ditoChe ottiene, tra le altre cose, spazzando via ogni parvenza di italianità maccarona e provinciale in favore del Natale del Kansas City. Dieci brani in inglese, uno in latino (Adeste fideles, molto popolare nel centro dell’Impero, essendo di provenienza irlandese), e solo alla fine del cd, la zia ricca si ricorda di noi parenti poveri e schifosi e ci canta la canzone in italiano – Astro del ciel (che peraltro è la austroungarica Stille nacht tradotta). Un solo pezzo in italiano, così come nella versione francese e canadese c’è Noël blanc. Però occhio, nella versione per il mercato latino, caramba!, ci sono:
¡Va a nevar, va a nevar, va a nevar!
¡Blanca navidad!
¡Santa Claus Llegò a la Ciudad!
¡Noche de paz!
¡Feliz Navidad!
Mamacita non tiene las mismas ediciònes como todas: yanquis e chicos vanno coccolati, mentre noialtri terronazzi adoremus comunque. Non è che la scelta non ci fosse, eh – non dico Christmas with the yours di Elio & le Storie Tese o È Natale di Mina, ma qualcosa si poteva buttare lì, beninteso solo per noi, per un’edizione che non offendesse popoli più stupendi del nostro: poteva pescare dove voleva senza per questo essere provinciale e mandolina: da Tu scendi dalle stelle (napoletana certificata dal 1754) a De Gregori, che il Natale lo cantava pure negli anni di piombo. O Caro bambin Gesù – che cavolo, l’ha cantata Bocelli, più sdoganata di così – oppure, per un album di fine anno, banalmente, L’anno che verrà di Dalla. Invece Mrs. P. non ha ritenuto di fare un’edizione del suo disco per gli italiani. E stando così le cose, quello che mi turba non è tanto la sua feroce voglia di prendersi un altro Grammy. Quanto che avalli il fatto che il Natale, anzi il Xmas, anche da noi va celebrato swingando, festeggiando in stile americano perché è una festa americana.
Niente di illegale, comunque: avevano i soldi e se lo son comprato.

Il resto della top 10. Ehi, ve ne ho già parlato. fiorella mannoia nuovoVi devo giusto le posizioni dal n.8 al n.10, occupate da Franco Battiato & Alice (Live in Roma) (curioso, non sono in ordine alfabetico – né ordinati per galateo), Pooh e Coldplay. Escono dalla prima diecina Nek (n.19), Lady Gaga (n.21), Emis Killa (n.24). Non ci sono rimasti molto, vero?

Altri emendamenti. Questa poi. Alicia Keys (n.14) non entra nemmeno in top ten. A differenza di Norah Jones che poche settimane fa ce l’ha fatta. Entrano al n.51 gli Alabama Shakes. E al n.75 Keith Jarrett. E per questa settimana, con la musica per intenditori abbiamo chiuso. L’album più anziano in classifica è ANCORA, dopo 105 settimane, Sono innocente di MiticoVasco, che addirittura risale due posizioni e va al n.95 pur di tenere testa alla raccolta dei Modà. Che malauguratamente, sale anche lei – al n.52. So che in questa battaglia state tutti tifando MiticoVasco come me. Forza, mettete mano al portafogli e regalatene una copia al cognato.

Miglior vita. Sette album incisi da artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di exit poll. Guidati da Leonard Cohen. Ehi, un momento, non è vero: Cohen era vivo, per quelli che lo hanno comprato fino a giovedì scorso. E infatti, la sua posizione in classifica è peggiorata, dal n.16 al 26, a riprova che non ha beneficiato della propria morte (…ok, non è un’espressione felicissima, ne convengo).

Pinfloi. Beh, qui tocca tornare a Mrs. Pausini. Perché tra i nomi su cui ha marciato inesorabile, c’è anche quello sacrosantissimo di The dark side of the moon. Theclassifica pausini vinili pink floydChe ci crediate o no, il vinile definitivo è stato sconfitto dal 33 giri di Laura Xmas, e si è dovuto accomodare al n.2 della classifica del feticismo. È ben vero che gli autentici floydiani posseggono già almeno otto delle precedenti Ristampe Definitive Speciali Limitate Imperdibili Stavoltaveramente Mondocano dell’album prismoso, però vi rendete conto anche voi – il vinile della Pausini contro IL vinile dei Pink Floyd. Che poi evidentemente da lì viene un grosso contributo al primato complessivo della nostra matrona, visto che il n.2 di TDSOTM vale ai Pinfloi un n.12 complessivo (e quindi, se tanto mi dà tanto, dalla nicchia del supporto raffinato è arrivata una bella spinta: beccati questa, Mannoia). Quanto a Wish you were here e The wall, sono rispettivamente al n. 60 (meno 15 posizioni) e al n.83, stazionario e dignitoso. Non ricordo se Roger Waters ha mai cantato canzoni natalizie. Secondo me avrebbe dovuto provarci. Shine on you crazy Santa. The great gig in the snow. Comfortably Tannenbaum. Happy Xmas (Wall is over). Beh, quest’ultima può inciderla Trump.

TheClassifica 59 – Mi vergogno per GiannaNannini perché lei non lo fa (introducing “Irrilevanza Molesta”)

TheClassifica 59 – Mi vergogno per GiannaNannini perché lei non lo fa (introducing “Irrilevanza Molesta”)

Premessa uno: se un disco vi piace, se una canzone vi piace, buon per voi. Avete ragione. Non c’è critico o blogger che possa portarvelo via. Premessa due: se un artista entra nella sua fase di Inconsistenza Assoluta, questo non inficia quello che ha fatto 

TheClassifica 57. Ed il tempo crea eroi

TheClassifica 57. Ed il tempo crea eroi

Sally non deve morire.

TheClassifica 56. La vera storia di Fiorella Mannoia

TheClassifica 56. La vera storia di Fiorella Mannoia

Pensavo che la 60enne Fiorella Mannoia fosse la donna più (si può dire?) vecchia ad essere andata al n.1 in Italia, ma ho sottovalutato Mina, che a 65 anni decise di regalarsi un primato pubblicando Bula Bula (2005) a gennaio. Gli irriducibili Minatori (cioè i Miners) (o comunque si chiamino i fan di Mina) (Minestroni?) affrontarono la brina in numero sufficiente a far superare al disco le vendite dell’ancora più improbabile n.2 (Push the button dei Chemical Brothers).

Questo mi fa saltare tutta una prolisseide sulla Mannoia come entità necessariamente anziana, fin da Come si cambia (brano di 30 anni fa).

E invece no!, mi ribello e prolisseggio lo stesso. Perché sono così, dolcemente eccetera. 

Fiorella Mannoia ha inciso il primo disco nel 1968. Per dodici anni circa è rimasta nel sottobosco della musica leggera italiana: persino Scaldami (1978), pezzino disco music in stile Rettore, in cui voleva che i suoi fianchi cantassero come fianchi di animali, restò fuori dalle classifiche così come il precedente singolo Tu amore mio, firmato dal Califfo in persona, sulla copertina del quale esibiva accattivanti trasparenze.

(“Ma chi, Califano?” “No, la Mannoia”)

Dodici anni dopo il suo esordio, il suo discografico le trovò una particina di moglie vogliosa nel Pescatore di Pierangelo Bertoli, il quale non sapeva chi fosse e non aveva nemmeno pensato a un duetto ma abbozzò: la incontrò di persona solo tre mesi dopo l’uscita del disco. Fu un primo passo verso la luce. Poco dopo, portò a Sanremo quel suo primo personaggio di panterona inappagata, scandendo forte e chiaro: “Ma io come Giuda so vendermi nuda, da sola sul letto mi abbraccio, mi cucco… perché io non ho bisogno delle tue mani, mi basto sola”

(era il 1981, Gianna Nannini si era già toccata l’America, persino Amanda Lear si era amata da sé – su testo di Cristiano Malgioglio, nientemeno) (che comunque non avrebbe mai scritto “mi cucco”)

Il pezzo in questione, Caffè nero bollente, la fece un pochino notare, ma in classifica arrivò a un tutt’altro che bollente numero 40. La verità è che non aveva ancora 30 anni e quindi non era ancora Fiorella Mannoia. Perché la Mannoia che tutti conoscono inizia col canto di donna italiana vissuta e (di conseguenza) amareggiata: nel 1984 con l’assaggio di Come si cambia per non morire  (“Quante luci dentro ho già spento, quante volte gli occhi hanno pianto”), e poi nel 1987, vent’anni dopo la sua partecipazione al festival di Castrocaro, con l’apoteosi della fremente disillusione della donna matura, Quello che le donne non dicono, con l’anelito per i complimenti dei playboy, nuove rose, e per qualunque ex amante si presenti sotto casa per colorare le sue notti bianche. Pezzo scritto da un uomo, come tutte le migliori lamentazioni femminili sulle miserie maschili.

Sta di fatto che la Mannoia che conosciamo oggi è iniziata negli anni Ottanta, e non ha mai ritenuto di cambiare registro: entrata prepotentemente in sintonia con una massa di donne italiane disilluse, ha sempre cantato quel tipo di canzone e sempre con quell’approccio vocale all’amaro Averna. Non ha mai cantato una canzoncina allegra (la sua voce darebbe una sfumatura di sofferenza anche a La bamba). I tanti anni di musica precedente, li ha fondamentalmente ripudiati. Quel che sto cercando di dire è che Fiorella Mannoia non è mai stata giovane – perlomeno, non per il pubblico italiano, e sicuramente non per il SUO pubblico, che si identifica nel suo tono di adulta ferita dalla vita (e soprattutto dai maschi, ca va sans dir). E non è mai stata altro che quel tono, visto che come autrice si è cimentata per la prima volta a 58 anni, co-firmando due canzoni per l’album Sud. In pratica Fiorella Mannoia è l’espressione di un (ri)sentimento che appare credibilissimo al pubblico, ma che in realtà lei si fa prestare da qualcun altro. 

(potrei anche infiorettare) (o infiorellare) (il tutto con una considerazione sulla trascurata romanità di Fiorella: il suo tono di voce ma anche il suo aspetto sono un trionfo del tipo matronale capitolino) (sarebbe stata perfetta nella serie Rome scritta da John Milius)

Curiosamente, Fiorella spende la sua amareggiata saggezza personale più nell’ambito politico che in quello creativo: nel 2013 ha dato il suo amareggiato appoggio a Ingroia, mentre quest’anno ha espresso il suo amareggiato apprezzamento per il Movimento 5 Stelle (“meglio di questa sinistra”). Salvo poi, pochi giorni fa, lanciare a Beppe Grillo un amareggiato invito a farsi da parte.

(“Ehi” “Ah, eccoti. Ero preoccupato” “Non hai detto una cosa che io ci tenevo” “Sarebbe?” “L’ho trovata su Wikipedia” “Va bene, sentiamo” “Nel 2006 Fiorella Mannoia ha vinto il Premio Simpatia” “Beh, e a chi altri darlo, del resto” “Guarda che è un premio importante, lo conferivano in Campidoglio” “Conferivano?” “Sì, dal 2011, non so perché, non si tiene più. Quell’anno lo ha vinto Roberto Vecchioni” “Ma ovviamente”) 

Songs of Innocence degli U2 scende al n.2, e Pop-hoolista di Fedez slitta al n.3. Al n.4 e al n.5 due nuove entrate: una raccolta di Eros Ramazzotti, e Taylor Swift, unica artista quest’anno a vendere più di un milione di copie. Strategia impeccabile la sua: è partita dalla nicchia americana più redditizia, il country, e si è espansa verso il pop – senza sbracare, rimanendo la brava all-american girl di cui c’è tanto bisogno. Su Taylor Swift in questo momento sono in corso fervidi dibattiti, specialmente nel mondo yankeebritanno cui siamo semper fidelis. Però mi sono già dibattuto sulla Mannoia. Taylor Swift può aspettare trent’anni.

Al n.6 c’è Paolo Conte, al n.7 la Nostalgia di Annie Lennox; chiudono la top ten i ragazzi degli anni Novanta: Francesco Renga, Fabi Silvestri & Gazzé, Cesare Cremonini. A proposito, dopo l’ospitata a X Factor c’è stato un balzo di ogni cosa cremonina: Logico è salito dal n. 20 al n.10, il Greatest hits dal n.70 al 32. Il che va a dimostrare che XF fa vendere i dischi. Basta non partecipare.

Escono dalla top ten. Subsonica, Giorgia, Slipknot, Modà (primo vero segno di cedimento, dal n.9 al 18, da parte di un album che comunque è in classifica, mioddio, da novanta settimane).

Heyheymama. Entra al n.13 la nuova ristampa rinnovata deluxe speciale rimasterizzata e impestata di lapislazzuli di Led Zeppelin IV, ma sorprende un pochino di più l’ingresso al n.17 di Houses of the holy. Attualmente in classifica ci sono più album dei Led Zeppelin che dei Pink Floyd, considerando anche I al n.76, III al n.88, II al n.91. Se non ci credete, ecco:

Pinfloi. La vibrante incertezza attorno al Patto del Nazareno fa scendere The dark side of the moon dal n.42 al n.45, mentre Wish you were here (n.61) si cimenta in uno dei suoi odiosi e ontologicamente inaccettabili sorpassetti ai danni di The wall (n.77); la stupida raccolta A foot in the door chiude la classifica (n.100).

Migliorvita. Solo tre gli artisti che entrano in classifica dall’alto (dei cieli); la circostanza inusuale è compensata da un’eclatante avanzata delle raccolte (24), e da album contenenti, a tutti gli effetti, materiale del secolo scorso (21).

Eh? Al n. 82, seconda settimana in classifica per Rush, album di Raffaella Fico.