Tag: FIMI

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Un discorso politicamente sconsolato attorno a canzoni brutte, streaming e radio.

TheClassifica n.1/2020. Brunori Sa. (di niente)

TheClassifica n.1/2020. Brunori Sa. (di niente)

Preambulatorio. Non so se capita anche a voi, in queste sere di silenzio invernale, di cielo buio e freddo e stelle lontane e fredde, di chiedervi se davvero l’Algoritmo ci ama come dei figli. Se davvero ha tempo per noi, per le nostre piccole vite. Che è una cosa diversa dal dubitare dell’Algoritmo. Intendo il dubbio ben più terribile che in realtà all’Algoritmo non importi niente di noi, che non siamo inclusi nel suo disegno nemmeno in quanto unità infinitesimale. Che i nostri clic e i nostri cookies (o i nostri spavaldi tentativi di sottrarci ad essi) non vengano calcolati nemmeno per un microsecondo. Che le nostre azioni buone o cattive, le nostre preghiere e le nostre sfide siano per lui inutili nel momento stesso in cui le pensiamo.
Il numero uno. Ascoltando Cip! di Brunori SAS provo lo stesso tipo di disagio. Perché così come l’Algoritmo non ha nessuna intenzione di occuparsi della mia anima, anche se questo dovrebbe pur essere il suo mestiere, allo stesso modo le canzoni di Cip!, prevedibile n.1 nella classifica FIMI dei presunti album, dovrebbero per loro mestiere confortarmi nel mezzo del cammin di mia vita, farmi forza in un momento in cui, in quanto anagraficamente adulto, le mie già poche certezze vengono sfaldate ogni singolo giorno dal tifone di una modernità irrazionale e furibonda.
Il fatto che non succeda, ma che anzi, ascoltando Cip! io mi senta atterrito più o meno come dopo un paio di minuti di un programma di Mario Giordano o di un video di Casa Surace, può significare tre cose:
 
1. Sono uno stolido energumeno (…non ho molti elementi per negarlo), troppo superficiale per condividere la sua malinconia dolceamara corroborata da uno sguardo gentilmente ironico sulla nostra epoca;
2. Sono uno snob, e non apprezzo le buone intenzioni di Dario Brunori, che si fa continuatore di una dinastia di cantautori i cui stilemi mescola solennemente come si fa con la polenta;
3. Sono uno che di quei cantautori forse apprezzava anche un aspetto che nella beatificazione è sottaciuto: l’ego smisurato, la quasi divorante ansia di essere unici e irripetibili. De Gregori, Dalla, Venditti, persino CapireBattiato, da giovani erano più simili a MiticoVasco di quanto siamo disposti ad ammettere (chiedete a chi li frequentava). Sono stati rockstar travestite da pecora, da compagno di strada o Compagno di scuola o Compagni di viaggio, o da Caro amico. Ed era da lì che – Nella Mia Umile Opinione – scaturiva la magia quando c’era la magia: dal sapersi animali fantastici e cercare lo stesso di parlare a tutti.
 
Sono certo che Brunori voglia parlare a tutti, e non posso essere così schifoso da non dargliene atto. Ma Nella Mia Umile Opinione non ha niente di unico e irripetibile, e i suoi testi hanno la personalità di una tisana. La mia sensazione è che non dica nulla di significativo, e che chi si ritrova ad ascoltarlo è come chi meriterebbe dei film con Gassman, Monica Vitti e Mastroianni, e si vede rifilare commedie generazionali dolciastre con una semprebrava Ambra Angiolini o un sempreefficace Stefano Accorsi. Certo, è evidente che per molti è il contrario, anzi! Cip!, dice proprio quello che vogliono sentirsi dire. Però attenzione: è proprio quello che garantiscono al loro pubblico Mario Giordano, Casa Surace, Ultimo: dicono al proprio pubblico quello che vuole sentirsi dire. Proprio quello, come un richiamo alla propria razza: Cip! A me la formula pare artefatta, mi pare di essere a un Taleequaleshow sui cantautori con un solo concorrente, con l’aggravante che davanti a una frase come “Chi se ne frega di Jung o di Freud, non siamo dei santi, dài, sbagliamo anche noi”, mi pare di sentire Fedez nitrire giù nelle stalle come i cavalli di Frankenstein Junior. Ma posso capire come Brunori soccorra un pubblico sconcertato dalla narrazione dell’epoca che gli propongono Sfera Ebbasta e Ultimo, o Salmo e Calcutta; un pubblico che nell’isteria salvinista che si appresta a dare il colpo finale a questo Paese spettacolosamente imbecille (e non uso spettacolosamente a caso) per qualche minuto ritrova il sorriso quando una voce che con gli strappi del De Gregori più annoiato gli parla dei due che stanno insieme da vent’anni e si dicono ancora ti amo e hanno sempre la stessa passione (Per due che come noi), dei giorni in cui siamo buoni e degli altri in cui siamo nervosetti (Il mondo si divide), e del giorno in cui ti guardi allo specchio e ti scopri più vecchio eccetera però alla fine dai, la vita è bella (Capita così). E infine dei soliti “loro”, gli altri, che “vogliono solo urlare, alzare le casse e fare rumore, fuori dal torto e dalla ragione: un branco di cani senza padrone” (Al di là dell’amore)
…Senza padrone? Oh, andiamo. Un padrone ce l’hanno. Le facce che cercano schiaffi ma trovano sempre gli applausi, applausi, 90 minuti di applausi, ce l’hanno un padrone.
Gli applausi.
 
Resto della top 10. I dischi iniziano a uscire solo ora (il che sarebbe la risposta alla domanda: com’è sto fatto che per un mese non hai scritto niente se non l’ANALISONA?), e dietro al debutto al n.1 di Brunori troviamo sostanzialmente gli stessi album che erano nella prima diecina alla fine del 2019. Ovvero 23 6451 di ThaSupreme, Persona di Marracash, Colpa delle favole di Ultimo, gli FSK Satellite che salgono pian piano al n.5, poi Tiziano Ferro, Salmo, MinaFossati e Lazza; unica nuova entrata nonché unica straniera in top ten, Selena Gomez il cui Rare è al n.6. Ah, se vi interessa, l’ho anche sentito. Passiamo ad
 
Altri argomenti di conversazione. In tutto questo tempo, Peter Pan di Ultimo è entrato nel club degli album in classifica da più di 100 settimane, raggiungendo Rockstar di Sfera Ebbasta (che compie due anni di permanenza e li festeggia al n.37), Segnetto di Ed Sheeran (150 settimane) e un album di un gruppo inglese che in questo momento non mi sovviene. Se siete tossicodipendenti di questa rubrica potreste aver notato che non fanno più parte della cricca gli Imagine Dragons e Carl Brave x Franco 126. Mi beo della vostra attenzione, davvero – e vi ricompenso annunciandovi che c’è un long-seller che li sostituirà tra due settimane, e che per come stanno le cose, potrebbe andare a tirar giù dall’Olimpo la raccolta di TZN e Hellvisback di Salmo, i due selleroni storici. Ma affrettiamoci verso i
 
Sedicenti singoli. Al n.1 c’è sempre lui, in direzione ostinata e felpata ThaSupreme con Blun7 a Swishland; alle sue spalle c’è sempre Dance monkey di Tones And I. Dietro a questi giovani dai vocalismi inusitati c’è da qualche settimana un sodalizio interessante, perché va a incorniciare quel giovanilismo che piace alle generazioni tardone: Ti volevo dedicare di Rocco Hunt feat. J-Ax & Boomdabash è l’Italia degli anni 20 almeno quanto lo è Giorgia Meloni: nel video c’è la riproposta devota di una scena ICONICA di Gomorra, con Rocco Hunt che canta come un neomelodico, J-Ax che fa la guest superstar per 30 secondi, e soprattutto c’è la quota-caciara portata dai Boomdabash che, cifre alla mano – perché io parlo SEMPRE cifre alla mano
(…scusate, ho deciso che sarà uno dei miei jingle quest’anno) (com’è?) (sembro un cretino?) (ma in misura accettabile, comunque?) (ok, posso permettermelo) (torno ai Boomdabash)
in due anni hanno preso il posto di Jovanotti nel Grande Centro della programmazione radiofonica italiana, e se vogliamo sono l’emblema della musica mainstream italiana contemporanea, e lo dico componendo i dati di radio, singoli FIMI e visualizzazioni dei video su YouTube. Ho però anche la sensazione che molta gente li sovrapponga a Takagi & Ketra. Ma forse anche a Pio & Amedeo. Dovrebbero fare qualche sketch all’insegna della comicità IRRIVERENTE, potrebbero farsi scrivere i testi dai comici di Made in Sud che fanno morire dal ridere, ahaha, fanno proprio passare a
 
Miglior Vita. Due album dei Queen e uno di Fabrizio De André. È uno dei minimi storici, anzi forse mai negli ultimi quindici anni la classifica aveva ospitato così pochi album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di citofoni. Quasi mi scuso per avervi fatto perdere tempo con questa rubrica, ma c’è un piatto ricco che ci attende al tavolo dei
 
Pinfloi. The dark side of the moon è l’album da più tempo in classifica in Italia, con 167 settimane di presenza consecutive. E tuttavia, la sua faccia scura (ma con un prisma sul naso) vi sarà sufficiente per intuire che anche questa settimana si ritrova alle spalle del fratello ombroso, The wall, che col suo n.43 lo precede di due posizioni. Concordo con voi per quanto riguarda le posizioni di Wish you were here (n.88) e della raccolta per plutocrati The later years (n.96): non ci dicono nulla sullo stato della nazione. Ma per quanto riguarda i due big, il fatto che da quando è iniziata la campagna elettorale il disco aggressivamente paranoico abbia sovvertito gli antichi valori e messo sotto il disco malinconicamente alienato è un chiaro segnale, che ci dà indicazioni più di qualsiasi sondaggio sull’ennesima tornata elettorale in arrivo, e che Mentana ignora per pura supponenza.
 
Suppongo che pochi di voi abbiano letto fin qui, e che siano arrivati stanchi – per questo, non posso che ringraziare per la pazienza, siete molto gentili.
PS
Un’ultima cosa, perché non si sa mai: le facce che cercano schiaffi e trovano sempre gli applausi vengono da 90 minuti di Salmo. Spero non si offenda; per ringraziarlo dirò per lui una preghiera all’Algoritmo.
Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

Il messaggio è il mezzo. No, è il contrario. Non mi ricordo più.

The Dark Side of Marracash – ClassificaGeneration, ep. 28

The Dark Side of Marracash – ClassificaGeneration, ep. 28

Altri argomenti di conversazione. (questa settimana, comincio da loro). Per la quinta settimana consecutiva, il podio della classifica degli album è completamente diverso da quello precedente. È un periodo così, noi POPOLO esultiamo col nostro cuore ITALIANO per nuovi album ITALIANI e li mandiamo al governo salvo poi scoprire che ci tocca cambiarlo perché eravamo stati ingannati dall’Europa e dagli ebbréi e i negri e i buonisti. In compenso nelle prime venti posizioni ci sono venti artisti ITALIANI. Tutti maschi ITALIANI di sesso maschione, tranne una – che è Emma, la ex n.1, ora n.3. Ma vi annuncio che in questa nostra nerboruta nazione maschia, ha resistito l’antico record di permanenza di Titti Ferro, il cui TZN non verrà più insidiato da Hellvisback di Salmo, che è uscito di classifica dopo 195 settimane, stabilendo comunque il record per gli album veri e propri, laddove TZN ha resistito 206 settimane con una raccolta.
Ora sarebbe il momento di occuparsi come sempre del n.1 tra i presunti album. E invece no, rimandiamo ancora e partiamo dai
Sedicenti singoli. DanceMonkey di Tones and I abdica dal trono e scende al n.3, lasciando il n.1 a Supreme di Marracash featuring Sfera Ebbasta e, guardacaso, ThaSupreme. Ma anche al n.2, con il brano Crudelia, c’è Marracash. E incidentalmente, anche al n.4 e 5 e 6 e 7 e 8 e 9 e 10 e 11 e 12 e 13 e 15 c’è Marracash. E ora possiamo passare ai presunti album. Non indovinerete mai chi è
Il numero uno. Che ci crediate o no, è Marracash, con Persona. Ok, detto questo passiamo ad
Altri argomenti di conversazione (di nuovo). È la terza volta che l’Italia si trova davanti a una Drakata (o un’EdSheeranata, se siete filobritannici) (…siete filobritannici?) (FUORI DI QUI! Brexit!). L’invasione quasi completa della top ten dei singoli era stata messa in atto da Sfera Ebbasta (nove posizioni su dieci nel gennaio 2018) e da Salmo (stessa performance, novembre 2018). Poi, ha piazzato sette brani in top ten Gué Pequeno (che tra l’altro ha il filotto più lungo, dal n.1 al n.6, anche se con fior di featuring). E quest’anno l’allagamento si è verificato solo con le joint-venture (Machete Mixtape e Mattoni di Night Skinny e tanti frà). Il che ci conferma un po’ di cose che già sapevamo (…ma nella vita è sempre bello, non è vero?). In primo luogo, che di big in grado di fare un album che tanta gente vuole ascoltare, non ce n’è così tanti. Oh, magari di certi album si parla tantissimo – ma magari senza sentirli. In secondo luogo, ci viene confermato che lo streaming premia soprattutto i rappusi (purché ITALIANI). Sono forse riusciti in queste imprese altri idoli dei giovani? Ultimo? No. Irama? No. Benji & Fede? No. Oppure. Coraggio, ditemi qualche big. Chi? No, no. Se volete, potete verificare: giusto i Maneskin hanno avuto 4 pezzi tra i primi dieci, toh. Ma per il resto, si direbbe che gli utenti di Spotify e Applemusic e gli altri siano sbilanciati (o aiutati a sbilanciarsi) verso l’hip-hop. E sarà interessante vedere cosa succederà se e quando YouTube entrerà nei conteggi, perché il sospetto è che i compagni Benji & Fede e il compagno pop sarebbero vendicati. Ma finché TuTubo concederà giusto qualche centesimo ogni tanto, non succederà, quindi torniamo a
Il numero uno. Dicevamo del rap ITALIANO. Là fuori ci sono un centinaio di rappusi (maschi) che vi diranno che stanno avendo un successo ITALIANO gigantesco e maschio, ed è vero che tanti di loro si stanno togliendo belle soddisfazioni. Ma se mi permettete di lasciar fuori dal mazzo J-Ax e Jovanotti, per evidenti (e tutt’altro che imbarazzate) propensioni pop, e Fedez a seguito di autocombustione, alla fine i pesi massimi sono cinque: Sfera Ebbasta, Fabri Fibra, Gué Pequeno, Salmo, Marracash. Ognuno ha una gestione diversa della propria autoritas. Da Gué Pequeno, che non sa più cosa inventarsi per vedere fino a che punto può trollare il pubblico (…e l’ultima capriola, prima o poi, sarà la reunion con i Club Dogo se non addirittura con le Sacre Scuole) a Salmo, che ha scalato la montagna dal lato più ripido, a partire dal rapporto coi media. La cosa che impressiona di Marracash però è che nei quattro anni che sono passati dall’album precedente Status (2015), ha più che altro regalato la propria credibilità agli altri, lasciando che la propria crescesse sotterraneamente, senza coltivarla – the opposite of rap, vero? Anche se Status non è certo rimasto anni in classifica come Hellvisback (e forse non è del tutto giusto), la leggenda del re della Barona è andata lievitando come un soufflé, portando a Persona una cornucopia di ascolti e di recensioni entusiaste.
In effetti, così entusiaste che mi chiedo se chi lo incensa lo ha ascoltato davvero, denso e ambizioso com’è: sono molto invidioso della capacità degli altri di capire subito le cose, io ci ho messo tantissimo tempo per scoprire tutte le cose che veramente mi piacciono negli album di rap che veramente mi piacciono. Allo stesso modo ci sono cose di Persona che mi sono piaciute subito, altre che non mi sono ancora arrivate, altre che forse non mi piaceranno o che sono troppo stupido per cogliere, ma forse mi saranno rivelate una sera in cui mi troverò in strada da solo o un pomeriggio in cui perderò il treno o quando contro l’invecchiamento berrò la centrifugata con l’avocado e zenzero o quando tutto questo niente sarà mio. L’unica cosa su cui mi sento di sbilanciarmi in modo assoluto è che spero che qualcuno dei mille rappusi d’Italia, magari pure qualcuno che è stato persino al n.1 in una settimana in cui tutti erano distratti, ascoltino questo album e si convincano di poter fare una cosa così. Che prima che la razza si estingua dicano a se stessi “Ce la posso fare”.
(…anche se non possono)
Detto questo, vado ad ascoltarlo ancora perché non si sa mai, pure La fabbrica di plastica di Grignani, la prima settimana sembrava a tutti un gran disco.
(…scusate, questo era un po’ un inside joke per Marracashers)
Resto della top ten. Entra al n.2 il Sole ad Est di Alberto Urso, il tenorino di Amici, e scende al n.3 Emma Marrone, la star di Amici. In effetti, dal n.2 al n.7, è tutto un trenino di bel pop melodico all’italiana, con Marco Mengoni al n.4, Renato Zero n.5, Ultimo n.6, Modà n.7. In fondo al treno però ritorna il rap: rientrano infatti tra i primi dieci Rocco Hunt, il Machete Mixtape, e Lazza.
Altri argomenti di conversazione (ancora, e ancora). Ci sono state alcune uscite un po’ brusche dalla top ten. Per esempio Benji & Fede, dal n.3 al 24, ed erano al n.1 quindici giorni fa. Oppure Enzo Dong, entrato al n.6, retrocesso al n.25 in sette giorni. Oppure ancora, Willie Peyote, entrato al n.5, subito derapato al n.40.
Altri argomenti di conversazione. Qui è dove controllate se si è accomiatato qualcuno che vi è simpatico, e la sua buonuscita: sono stati estromessi dalla classifica anche Frah Quintale e Post Malone (entrambi dopo 43 settimane), Liberato (dopo 23), Lil Nas X dopo tre mesi, Twerking queen di Elettra Lamborghini (19 settimane), poi due album che sono stati al n.1: Junior Cally, che ha dominato la nazione sei settimane fa, e MiticoLiga, che era uscito 8 mesi or sono. Poi fuori Taylor Swift dopo nove settimane, Liam Gallagher dopo cinque, i Blink-182 dopo una ventina di giorni come del resto Angelo Branduardi e Gio Evan e i Lacuna Coil. Ma naturalmente non mi riferivo a chi si è accomiatato definitivamente, cioè chi è passato a
Miglior vita. Otto album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di madri cristiane; è un negligente piacere rivelarvi che al n.88 c’è Nevermind, e dovrebbe sempre essere lì, come le candele nel cassetto della cucina che non si sa mai. E passiamo ora ad
Altri argomenti di conversazione. (ehi!!) (ma come?) Sì, perché mi stavo dimenticando di dirvi che se Hellvisback non è più l’album da più tempo in classifica, il club dei centenari si assottiglia, ora i titoli sono cinque ovvero ÷ (cioè il segnetto di Ed Sheeran, da 140 settimane), Evolve degli Imagine Dragons (124 settimane), Polaroid di Carl Brave x Franco 126 (123 settimane). Ma
(è dall’inizio che fremo per dirvelo)
non ho ancora nominato, in realtà, l’album da più tempo in classifica ORA.
Sì, raga, è lui. Sono loro. Siamo noi. Sono i
Pinfloi. The dark side of the moon, con 157 settimane di militanza tra i primi cento, ha alfine visto il fiume portare via i cadaveri dei suoi avversari pieni di contemporaneità, e non solo: anche The wall ha superato i due anni dall’ultimo ingresso (106 settimane); si trovano rispettivamente al n.49 e al n.74. Per festeggiare, hanno invitato anche l’amico Wish you were here, che entra al n.99 – per fortuna verrà come sempre sparato via subito come un tappo di champagne. Col quale potete festeggiare anche la fine di questa TheClassifica così interminabile ma così ITALIANA; grazie per essere arrivati fin qui, a presto.
TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

Come una generazione che si sente ripetere che siamo al mondo per comprare Rolex, Gucci e Lamborghini ha sviluppato una sensibilità ambientale.

Musica pop vs musica rap vs noi, il POPOLO

Musica pop vs musica rap vs noi, il POPOLO

La verità su quello che ascoltate, voi soli dentro la stanza, e tutto il mondo fuori.

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

Mi spiace dover premettere che questa Analisina sarà molto tecnica, perché sto cercando di vendermi come analista serio, non posso più intrattenervi come ai vecchi tempi. Mi spiace.
A proposito:

“Mi spiace”, dice il dottore al paziente: “Queste analisi dicono che le restano da vivere – mmmh, direi… sì, dieci”.
“EH? Come sarebbe, dieci? Dieci cosa – anni? Mesi? Settimane?”
“Nove”.

Bene, ora siete pronti a seguirmi in questo viaggio nella musica più ascoltata in Italia nel primo semestre del 2019. Venite con me nelle classifiche FIMI feat. Gfk.

Singoli. Ove fosse necessario dimostrare che in questo particolare campionato chi esce per primo ha ragione per forza di cose, la top 10 è costituita da brani entrati in classifica tra Natale e Sanremo (5-9 febbraio). Soldi di Mahmood, che è il singolo TOP della prima metà di quest’anno, è accompagnata da altri due brani presentati al Festival (Per un milione, Boomdabash, e I tuoi particolari, Ultimo). Tenendo conto dei cambiamenti nel concetto stesso di singolo, credo sia il miglior risultato degli ultimi vent’anni di Festival. Anche se parzialmente ridimensionato dal fatto che dal n.11 al n.30 compaiono solo altre due sanremate (Irama, Shade & Federica Carta) (…poi se volete cavilliamo sul fatto che Ultimo, Boomdabash, Irama e pure Shade&Carta, in top 30 ci entravano comunque) (en passant, vi dà fastidio se metto in bold le parti che vale la pena ricordare?) (è paternalistico?) La top 10 in ogni caso parrebbe premiare un genere soprattutto. Il genere piacione.

Ad ogni buon conto. Ora come ora, pare una buona idea fare Sanremo a febbraio. Anche perché, piccola curiosità che affascinerà chi di voi fa musica o la vende: pochissimi singoli in top 50 oggi hanno l’anzianità di servizio di quelli di Salmo o di Shallow di Lady Gaga o Sweet but psycho di Ava Max, entrate in classifica tra ottobre e Natale. Spiace che tante belle canzoni, fatte per durare, vengano defenestrate così alla svelta – ma dipende anche dall’armata di hit dell’estate che vengono scaraventate sul mercatino tra maggio e giugno. Comunque, se volete un consiglio, non pubblicate singoli a cui tenete tra ottobre e dicembre. Non c’è più una gran voglia di musica in quel periodo.

Per contro. Come convenivo col giovane collega Lapalisse, la presenza nelle zone alte della classifica di brani relativamente recenti è indice del fatto che sono piaciuti parecchio! Bad guy di Billie Eilish è entrata in classifica a fine marzo, come Old town road di Lil Nas X – ma la migliore performance in tempi ristretti è quella di Calipso (Charlie Charles, Dardust, Fabri Fibra, Mahmood, Sfera Ebbasta), dodicesimo posto ottenuto in sole 9 settimane. Wow. E pensare che qualche radical-chic ha storto il naso. E facciamoli, ‘sti nomi: io.

In top 10 ci sono sei canzoni italiane contro quattro straniere. Quando qualche ineffabile umorista (e anche qui facciamoli ‘sti nomi: sempre io) parla di sovranismo musicale, si appoggia per esempio ai dati del 2016 (nessuna italiana in top 10), o del 2017 (due italiane) o del 2018 (bang, sette italiane) (…potremmo dire che malgrado la chiara maggioranza, c’è un blando recuperino del globalismo) (ve lo confermo allargando il dato alla top 30: nel 2018 solo 10 straniere in top 30, nel 2019 sono 12) (nel 2016 erano 25 su 30) (lo streaming ha risvegliato nel POPOLO l’amore per le canzoni ITALIANE) (e se guardo i nomi di quel 2016, non è che ci fossero delle meteore, eh) (Alan Walker, Sia, J.Balvin, Maitre Gims, Coldplay, Justin Bieber, Shawn Mendes, Major Lazer, Rihanna, Drake, DNCE, Zayn, Adele) (semplicemente, lo streaming ci ha dimostrato che la nostra musica è più bella).

Hanno più di un pezzo nella top 30: Sfera Ebbasta (tre, due dei quali sono featuring), Mahmood e Salmo (il primo con un featuring, il secondo con una featurata, quella di Nstasia) (scusate per il termine “featurata”), e Ultimo. Che è l’unico che non ha coabitazioni, i due pezzi in top 30 sono solo a suo nome. Direi che finora è lui il boss di questo 2019, anche se non ha ripetuto l’exploit di Sfera Ebbasta, sette singoli (da solo o con rinforzi) nella top 30 del primo semestre 2018.
Il che mi fa anche un po’ pensare che non sia uscito un album molto forte.
(metto via questo pensierino per dopo)
A proposito di featuring. In top 10 ce n’è uno in meno rispetto al 2018.
Sempre a proposito di featuring: tra i primi 50 Ultimo compare cinque volte, contro quattro di Sfera Ebbasta. Che però quattro volte su cinque è in compagnia. Ultimo, non lo è MAI. Non è di molta compagnia. Ma è il più simpatico che ci sia.
Argomenti (maligni) di conversazione. Rispetto al 2018 latitano due nomi, che pure hanno pubblicato singoli in tempo utile: Ghali (n.54) e Fedez (non in top 100).
Altri argomenti di conversazione. Nel secondo semestre del 2018 sono poi uscite ben cinque canzoni alle quali sono bastati sei mesi o meno per vendere quanto o più delle cinque migliori del semestre iniziale. Ed erano tutte tormentoni estivi. Questo per ribadire che il Paese ha una tangibile voglia di leggerezza, insieme a una tangibile voglia di veder gente crepare rantolando.
Quindi, ora complimenti alle dieci che vediamo in cima, ma chissà domani su che cosa agiteremo le mani. Coi singoli ho finito. Credo. Ci vuole un bell’intermezzo.

Vinili. Queen, Pink Floyd.
E Pink Floyd e Queen. E Queen e Pink Floyd – e ovviamente i Nirvana. Ma c’è anche un italiano, ed è il più giovane di tutta la top 10 (Ligabue). Va beh, niente da commentare qui, no? Era giusto per fare una pausa spensierata.

Presunti album. Tre album di Ultimo e due dei Queen in top 10. Questo non lascia molto spazio al resto – ma colpisce vedere Paranoia Airlines di Fedez, quasi unanimemente considerato un flop (e i singoli parrebbero confermarlo) al secondo posto. Non che al terzo posto ci sia un album noto per essere un trionfo (Start di MiticoLiga). Proviamo a vedere se c’è qualche dato-setaccio.
(occhio che ora divento ancora più fiscale)

Un disco d’oro sono 25mila (per così dire) copie. Un disco di platino, 50mila. Nel primo semestre del 2018, sul podio ci sono cinque dischi di platino e mezzo (tre di Sfera Ebbasta, uno di Laura Pausini e uno e mezzo di Irama, che avrebbe ottenuto il secondo platino a luglio – e parliamo di un album che era uscito a giugno). Sul podio del primo semestre 2019, ci sono probabilmente tre platini e mezzo, perché se Peter Pan ne ha portati a casa tre in un anno, il 2018, è molto possibile che Colpa delle favole, uscito ad aprile, sia a tanto così dal secondo.
Insomma, quest’anno manca qualche disco di platino, lassù in alto.
Per contro, nella top ten della prima metà del 2019 ci sono sette dischi di platino già certificati, uno per ciascuna delle prime sette posizioni (il n.8, la Queen Platinum Collection, è fermo al secondo disco di platino ottenuto alla fine del 2018).
Anche nel 2018, soltanto i primi sette avevano superato le 50mila – per così dire – copie. E stando alle certificazioni, i dischi d’oro (25mila copie) erano solo per gli album fino al n.25. A quanto pare per il 2019, i dischi d’oro certificati entro la fine di giugno si fermano al n.23 (Izi, Aletheia).
Quindi, se siete d’accordo, nel 2019 abbiamo avuto meno – per così dire – vendite.
E visto che tra quei primi sette Ultimo ricorre due volte e i venerabili Queen una volta (con Bohemian rhapsody), i nomi che hanno portato a casa quei sette dischi di platino sono un pochino meno. Sempre se siete d’accordo, nel 2019 abbiamo avuto meno vendite complessive, meno album di successo e meno nomi capaci di vendere tanto – perlomeno tra gli album. Tutto questo mentre per finanziare una hit dell’estate ci sono le adunate oceaniche e i cartelloni pubblicitari in strada.

A questo punto qualcuno (facciamoli, ‘sti nomi: io) potrebbe dire che si vende meno perché gli album non piacciono e non interessano. E potrebbe notare che, al di là delle nuove modalità di compilazione delle classifiche che favoriscono i GIOVANI, bisogna pur incamerare il dato devastante del tour di Ultimo negli stadi, che non è così adolescenziale. Insomma, si era visto con Sfera nel 2018, lo vediamo con Ultimo nel 2019, siamo in pieno forsennato CAMBIAMENTO. Tanti nomi che vediamo nelle top 10 erano sconosciuti tre anni fa, come se il POPOLO non aspettasse che dei nuovi castigamatti cui tributare rapidamente il proprio entusiasmo irrefrenabile e convinto. Lo so, ricorda la politica. Sono anni che ve lo dimostro, che il mainstream è politica – ma voi niente, continuate a guardare Lilli Gruber. Eppure non ve ne voglio, e passo ad altri freddi dati.

Major league. Nel primo semestre 2018 Universal Music aveva 11 album in top 30, Sony 9, Warner 6, Believe 2, Artist First e Self uno a testa. Nel 2019 la quota di Universal supera la metà (18 su 30), Sony scende a 5, Warner a 3 (e l’anno scorso ne aveva quattro nei primi cinque), Believe sale a 3 (sempre Ultimo), Artist First resta a uno. Quasi tutta la musica che ascoltiamo in Italia viene da Universal. Beh, grazie, Universal.

Prima gli italiani. Nel 2019: cinque stranieri in top 30 (Queen, Billie Eilish, Bruce Springsteen, Imagine Dragons, LadyGaga & Brandon Cooper)
2018: due stranieri in top 30 (Ed Sheeran, Imagine Dragons).
Ehi, ve l’avevo detto che il 2018 è stato più sovranista del 2019. Ci stiamo ri-globalizzando. Beh, molto piano.

Pensavo vendessero di più. Vado dal n.70 in giù, okay? Anastasio, Elettra Lamborghini, Francesco Renga, Daniele Silvestri, Vinicio Capossela, Clementino, Liberato, Nek.
Poi, Sanremo – lo sappiamo – ha fatto un gran bene a Mahmood, e dei tre singoli in top 10 abbiamo già discusso fino allo spasmo. Ma ricordiamo un po’ anche le vittime di Sanremo. Gli album di Ex-Otago, Paola Turci, Arisa, Anna Tatangelo non sono entrati tra i primi 100.

Ma poi, significa qualcosa? Il successo, alla fine, è così intangibile. Quasi quanto questa analisi. No, anche di più! Perché tornando ai singoli: diciamo che quelli portati da Motta e Ghemon a Sanremo sono percepiti come accettabili successi, giusto? Beh, non sono nella top 100 dei singoli. Numeri troppo bassi: 4 milioni per Ghemon, 2 milioni per Motta.
E tuttavia. Diciamo che Spotify, da sola, non è tutto il mondo. E poi, Spotify ha un suo modo di spingere chi le piace tanto. Penso che lo faccia gratis.
(nel complesso, penso tante cose impensabili)
Comunque, intendo dire che accanto a Spotify nel calderone della classifica ci sono Apple e Deezer e Google e soprattutto TIM Music, allegra compagna degli italiani abbonati all’impagabile società di bandiera.
Però FIMI mi informa che a chiudere la top 100 ci sono nell’ordine, singoli di Nigiotti, Gazzelle, Achille Lauro e Dark Polo Gang.
Ebbene, per quei singoli i numeri di Spotify a semestre chiuso sono:

Nonno Hollywood – Nigiotti, 8 milioni di ascolti
Sopra – Gazzelle, 14 milioni di ascolti
C’est la vie, Achille Lauro & Boss Doms, 9 milioni di ascolti
Gang shit, Dark Polo Gang feat. Capo Plaza, 13 milioni di ascolti.

Concludo che non devo fidarmi troppo di Spotify. E che Nigiotti è più amico di altre piattaforme – magari Tim Music, appunto. Però concludo anche che 4 milioni di ascolti in cinque mesi su Spotify non bastano a una top 100.

Tornando agli album. Cosa possiamo aspettarci per il secondo semestre? Se per i singoli l’effetto accumulo, a fine anno, non è una garanzia di gloria perché l’estate dà una botta a tutto il comparto, è ancora più difficile prevedere cosa accadrà tra gli album. L’anno scorso uscire all’inizio dell’anno ha avuto un suo peso: nel 2018 il podio del primo semestre e quello dell’intera annata erano composti dagli stessi artisti: Sfera Ebbasta, Laura Pausini, Irama, e solo tre album usciti da luglio a dicembre sono poi riusciti a infilarsi nella prima decina (Salmo, Maneskin e Ultimo). Anche in questa classifica interlocutoria sulla quale sto pindareggiando, sul podio abbiamo album usciti nel 2019. E tuttavia, subito dopo, dal n.4 al n.9, abbiamo sei album usciti alla fine dell’anno scorso. E le vendite degli attuali primi tre sono così basse che è lecito aspettarsi un podio un po’ diverso a fine 2019. In caso contrario, abbiamo un problema.
Ma che importa, ne abbiamo tanti. E con questo, io e Analisina vi salutiamo.

A che ora è la fine del Liga? – ClassificaGeneration, Stagione III, ep. 9

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Tutto porta a una conclusione inevitabile: la fusione tra MiticoLiga e MiticoVasco.

Radio Italica

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Un po’ di quote vere: come stanno le cose tra musica italiana e radio italiane.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

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Buongiorno e benvenuti – scusate se il posto è piccolo, grazie per aver portato le sedie da casa. Cercherò di essere conciso ma se posso darvi un suggerimento, non siete tenuti ad ascoltare tutto. Magari potete fare un giro e tornare dopo. Io in compenso mi sento tenuto a mettere giù tutto: in fondo un rapporto è un rapporto, no? E quando il rapporto sarà finito, potremo convenire che non siete voi: sono io. 

Indice. Sto per parlarvi dei presunti album e sedicenti singoli più (per così dire) venduti, dei concerti più visti, delle canzoni più ascoltate per radio, dei vinili, delle case discografiche più presenti in classifica, di Sanremo, dei talent, e forse dei flop.

Prontivia. TOP TEN ALBUM.
– Tutti maschi tranne Laura Pausini (l’anno scorso, nessuna donna).
– Tutti italiani tranne Ed Sheeran (come l’anno scorso. E lo straniero era sempre lui).
– Tutti sotto contratto con una major tranne Ultimo (come l’anno scorso. L’infiltrato era Ghali).
– Tutti sotto i 35 anni tranne Laura Pausini (l’anno scorso, sei over 35). Le tre multinazionali che sostengono FIMI volevano dimostrare la loro dinamica supergioventù, e hanno applicato il CAMBIAMENTO al sistema di rilevamento premiando lo streaming. Poi non sarò io a dirvi se la Universal darà a Gemitaiz (n.9) e ad Eros Ramazzotti (n.22) la stessa mancia di fine anno. Io sono qui semplicemente a commentare la classifica, fingendo che questi siano dischi veri, e si vendano. Se lo fa la FIMI, e se a Gemitaiz va bene, chi sono io per cavillare.

E a proposito di Gemitaiz: è sicuramente il re del featuring. Il suo album Davide contiene 15 brani (e che siano tanti, fa bene alla classifica, perché gonfia le cifre dell’album) e tanti ospiti che portano i loro fan come a una bella festa – occhio che non vi rubino i giacconi, gli adolescenti ricchi lo fanno spesso alle feste perché sono gangsta, ahaha, ben vi sta, bufus. Ospiti di Davide: Gue Pequeno, Achille Lauro, Fabri Fibra, Coez, Madman. Con 51 e 21 milioni di ascolti, i featuring di Coez e Achille Lauro sono i suoi brani più sentiti su Spotify. Anche se il featuring dell’anno è Tesla, che grazie a Sfera Ebbasta e Drefgold porta 64 milioni di ascolti a Capo Plaza.
E a proposito di rappusi: in top 10 ce ne sono 5. L’anno scorso erano 3 (Ghali, Gué Pequeno, Fabri Fibra) più rappusi parzialmente scremati (Jovanotti, J-Ax&Fedez) che volendo riportano la percentuale in parità. Verò è che anche l’età dei rapper scende rispetto al 2017. L’età delle donne no, anche perché alla fine sono sempre quelle: in top 30 ci sono Pausini, Emma, Sandrina Amoroso, Giorgia. Scendiamo pure, tanto ve le posso anche elencare tutte, ci si mette un attimo: c’è Mina al n.38, Annalisa al n.39, Francesca Michielin al n.62, Cristina D’Avena n.69 (inserire umorismo qui). E con Carmen al n.99 abbiamo chiuso. Aggiungendo le straniere, fanno 12 donne in classifica su 100 posizioni. Sì, amici, la classifica del CAMBIAMENTO che piace ai giovani è maschia e italica. Ma magari la spiegazione è semplice: le donne in Italia non hanno nulla da dire. Skrrrt, skrrrt.
Quota Talent Pop: 2 (includo Benji&Fede anche se non vengono da un talent, viceversa escludo Maneskin anche se vengono da un talent, perché qualunque cosa facciano, non so se sia pop). Buona annata per entrambi anche se pare di poter dire che in questi due-tre anni il successo vero si concentra su un nome solo per ciascuno. L’anno scorso non c’era nessuno per X Factor, mentre per la DeFilippi & Associati c’era Riki invece di Irama.
E a proposito di Irama. Il secondo presunto album più venduto dell’anno, Plume, in realtà è un EP, sette canzoni, trainate dalla megahit Nera (49 milioni di ascolti). Irama in autunno ha pubblicato un altro album (Giovani, n.28) quando avrebbe forse potuto fare la gherminella di ripubblicare Plume in una Fero Edition, e forse superare Sfera Ebbasta. Perché tra gli album più venduti, alcuni sono usciti due volte se non tre, e uno di questi è proprio quello dell’impellicciato di Ciny. Sfera Ebbasta nel 2018 ha pubblicato Rockstar anche nella Popstar version (in autunno) e nella International version; Lady Pausa per contro ha ripubblicato Fatti sentire col titolo Fatti sentire ancora e ha aggiunto una versione Deluxe. Tutti i brani aggiunti o reinseriti nelle nuove versioni, naturalmente, vanno a gonfiare i numeri del presunto “album” che la FIMI conteggia come unico. Se non vi sembra sportivo parlatene con un discografico, cercateli su Linkedin – cercate la posizione Masnadieri.

E a proposito di Sfera Ebbasta. La prima versione di Rockstar è uscita a gennaio, che vuol dire dodici mesi di tempo per accumulare ascolti. Irama è uscito a maggio, Salmo è uscito a novembre, i Maneskin a settembre, Ultimo a febbraio. Questo per dirvi che volendo, potreste tenerne conto. Ma anche per dirvi che la faccenda di risultare il più venduto dell’anno a qualcuno importa parecchio. E se col vecchio sistema essere l’artista più venduto a Natale poteva significare essere il più venduto dell’anno, ora che ci è stato regalato il CAMBIAMENTO non lo è più – cosa che credo risulti particolarmente chiara a Marco Mengoni (n.12). Comunque, putacaso, a metà gennaio uscirà l’album di Fedez. Ma ora,

Beninomanonbenissimo. Quanto appena detto spiega perché alcuni grossi nomi sono rimasti fuori dalla top 10 e si adattano a stare tra il n.11 e il n.20. C’è un bel parterre de roi: Jovanotti, Mengoni, Sandrina Amoroso, Emma (malgrado gli affanni iniziali. Anche per lei, comunque, un reboot dello stesso album ha aiutato), Cesare Cremonini, Ermal Meta, e persino Thegiornalisti al n.20. Sotto di loro, mi sentirei di aprire la categoria

Nonbenissimo. Eros Ramazzotti n.22, Negramaro n.23, Giorgia n.25, Gué Pequeno n.27 (Gentleman era stato n.10 nel 2017). Però anche sotto il n.30 c’è gente importante.

Non. Al n.34, malgrado la buona accoglienza per Se piovesse il tuo nome, c’è l’album di Elisa, casualmente solo due posizioni sopra Evergreen di Calcutta. Per lui è un buon risultato, diciamo che è la sua dimensione, anche se per diversi colleghi è il Paul McCartney italiano. Eppure questo forse non basta per vendere anche i dischi (lo dico senza cattiveria, so che non lo crederete ma per me il disco di Elisa è buono) (il discorso è più ampio, e riguarda i gusti del POPOLO e l’influenza dei device sulla roba che si ascolta, è una questione tecnica e non ho tempo per dilungarmi ancora sull’argomento). Non credo che per Elisa sia un problema, anche se mi figuro che la nuova casa discografica si impegnerà per farle fare cose più lucrative. Fabrizio Moro, co-vincitore di Sanremo, è n.44, anche se con una raccolta (Sanremo, incidentalmente, è stato un bagno di sangue per tutti, eccetto Ultimo). Emis Killa si piazza al n.46 pur avendo debuttato al n.1, come del resto la Dark Polo Gang che chiude al n.51 – e con tutto lo sbattimento di firmacopie che hanno fatto, non parrebbe un gran risultato, però ciànno gli orològgi, ciànno gli occhialetti, ciànno le bitches, ciànno la robba nella tasca, sfilano per i brands, non sarò io a discutere. Lo Stato Sociale al n.88 (la raccolta contenente il motivetto di Sanremo), Subsonica n.89, Max Gazzé n.91, Achille Lauro n. 98 (…deve aver fatto fatica, Baglioni, a convincere la Sony a farlo partecipare a Sanremo). E l’album 68 di Ernia che era entrato al n.1 la settimana dell’uscita, non è riuscito a entrare nella top 100. Dove è entrato di gran peggio. Ma non Baby K. Né Lorenzo Licitra, vincitore di X Factor 2017. E nemmeno Cosmo, Le Vibrazioni, Nigiotti, Decibel, Tiromancino, Noemi, Riccardo Sinigaglia e Luca Carboni (uuh). E nemmeno Motta, malgrado Vivere e morire abbia ricevuto la Targa Tenco 2018 nella categoria “Miglior disco in assoluto”. E lo è certamente. Mm-hmm.

Sanremo 2018. Un bagno di sangue. Ah, ve lo avevo già detto, vero? Si sono salvati solo Ultimo ed Ermal Meta (n.19). Comunque quello nella foto non è Ermal Meta, è Motta.

Sovranismo. Visto che ÷ (Divide) di Ed Sheeran è uscito nel 2017, nessun album straniero del 2018 è entrato tra i primi 30. Lo ripeto in maiuscolo? NESSUN. ALBUM. STRANIERO – ok, può bastare. Posto che l’italiano schifa gli stranieri bianchi neri e gialli, perché quando loro erano ancora nelle palafitte lui già eleggeva dei crapuloni, da noi i fenomeni mondiali tirano su a malapena il minimo sindacale. Il miglior piazzamento è di Evolve degli Imagine Dragons, al n.32. Lo incalza, da defunto, XXXTentacion, al n.37. Drake, anche quest’anno pascià imperiale delle vendite mondiali, da noi piazza Scorpion soltanto al n.55 (ah, ne soffrirà indicibilmente). Ariana Grande ed Eminem (concerto più visto dell’anno, a Milano) sono persino andati al n.1 in classifica, ma perché usciti in settimane di sottoaffollamento, tant’è che alla fine eccoli lì vicini al n. 64 e 65 – che bella coppia. Tra l’altro Ariana è stata la prima donna straniera ad andare al n.1 in Italia dai tempi di Adele. Poi abbiamo i Muse al n.72. Bruce Springsteen al n.87 (sotto Einar di Amici, sigh). E poi sostanzialmente la pacchia è finita. I titoli internazionali sono 25 su 100, ma dobbiamo includere Queen, Pink Floyd, Guns’n’Roses: i titoli usciti negli ultimi 2 anni sono meno della metà.Travis Scott, malgrado il debutto al n.1 (ad agosto, beninteso), rimane escluso dalla top 100 annuale. Cosa che lo accomuna a un sacco di gente, dagli Arctic Monkeys a David Byrne a chiunque sia piaciuto a quelli che se ne intendono. Non guardate me. Skrrt, skrrt.

Intermezzo del buonumore. La canzone più diffusa per radio è stata Non ti dico no di Boomdabash & Loredana Bertè (dati EarOne). Al n.2 Who you are di Mihail, al n.3 Una grande festa di Luca Carboni. Nessuna delle tre è tra i primi trenta singoli dell’anno, la n.2 e la n.3 non sono nemmeno tra i primi cento. Ok, radio: all’anno prossimo.

Le Megaditte. Tra gli album, Universal si prende il n.1 e un n.9 grazie al suo roster di rappusi, ma è Warner che ha avuto un’annata che non ricordava da un bel po’, con cinque nomi in top 10 e con una certa varietà, bisogna dire: il pop (Irama, Laura Pausini, Benji&Fede), il rap (Capo Plaza), per far contenta la sede inglese, su nel centro dell’Impero. Come l’anno scorso, un indipendente (Ultimo, per Honiro – Believe) nelle alte sfere. Alla fine:
Universal – 41 titoli
Sony – 27 titoli
Warner – 20 titoli
Distribuzione indipendente: Artist First 7, Believe 3, Self 2.
Tra i singoli invece Sony porta a casa il n.1 e in questo caso si gioca la top 10 con Warner, con quattro titoli a testa, contro due di Universal. E a proposito:

Sedicenti singoli. Nel 2017 c’erano stati tre singoli italiani in top 10 ed era stato un trionfo rispetto agli anni precedenti, quest’anno a essere tre sono gli stranieri, finalmente li stiamo ricacciando da dove sono venuti. Con il n.1 di Amore e capoeira ottenuto con Takagi&Ketra, LaGiusy è la n.1 dell’anno proprio come nel 2015 quando cantava Roma-Bangkok con Baby K. A proposito di joint-venture, ce ne sono cinque nella prima diecina, tutto sommato un numero contenuto. Trap non ancora debordante in hit-parade (tre singoli), mentre almeno metà dei pezzi sono quelli che amabilmente definiamo “tormentoni estivi” e che ormai sono megaproduzioni con budget che basterebbero a mantenere per diversi anni un piccolo Comune del Centro Italia, e che certamente permette a qualcuno di lasciar perdere quella vecchia faccenda degli album. Naturalmente, in qualche caso abbiamo a che fare con singoli veri, in qualche altro con i brani di punta degli album. Né io né voi abbiamo margine di discussione su questo, perciò prendiamo in considerazione chi avrebbe voluto essere in questa top 10. E invece.

Einveceno. I due pezzi oréndi dei Thegiornalisti si fermano al n.16 e 17, Pappappà rappappà de Lo Stato Sociale è n.30, la molto celebrata Non ti dico no di Loredana Berté e Boomdabash è n.38, Faccio quello che voglio di Rovazzi n.49, la vincitrice di Sanremo Non mi avete fatto niente di Ermal Meta & Fabrizio Moro è n.50 (Occidentali’s karma di Gabbani aveva chiuso al n.6 l’anno precedente). In alcuni casi vale il calendario, vedi La fine del mondo di Anastasio che è n.94. Certo, è uscita più o meno in concomitanza con i singoli di Vasco, Fedez, J-Ax. Voi li vedete in classifica? Io proprio no.

Autarchia, zii. Il brano n.1 nel Regno Unito, One kiss di Calvin Harris & Dua Lipa, se la cava con un buon n.19. Il brano n.1 in USA, God’s plan di Drake, è n.26, un gradino sotto Pem pem di Elettra Lamborghini, che col suo n.25 precede anche Il ballo delle incertezze di Ultimo, vincitore di Sanremo Giovani nonché una delle (tante) (sì, un po’ tante) rivelazioni dell’anno. Che dire, per me non è un problema se gli italiani preferiscono Pem pem a – che so, No roots di Alice Merton (n.35), anche se naturalmente questo indurrà i producers ad aumentare in modo esponenziale la musica oggettivamente lercia e nauseabonda e castigare ghignando quei musicisti snob che insistono a mettere cinque note in fila, ignorando i veri bisogni del POPOLO. D’altra parte Pem pem piace ai nuovi protagonisti del mercato, i bambini delle elementari, che purtroppo invece di limitarsi a guardare YouPorn sui telefonini ricevuti per la Prima Comunione, li usano per ascoltare, crapine sante, la monnezza più spietata. E per fortuna YouTube non conta per la classifica – unico aspetto positivo del fatto che YouTube usi le canzoni praticamente a sfroso (con gran dispetto delle case discografiche e della maggior parte degli artisti).

Fisime. Questo è il momento in cui mi faccio assalire dalle mie insicurezze giovanili e mi figuro che qualcuno che non mi legge mai mi venga a insegnare che sì, i presunti album e i sedicenti singoli, ma i concerti sono un’altra cosa. (ehi, grazie). Concerto più visto del 2018: Eminem a Milano, 80mila persone, davanti a J-Ax & Fedez a Milano, 78mila persone. Non proprio concerti rock. Però dal terzo posto in giù il rochenroll salva la faccia amici:  Guns’n’Roses a Firenze (66mila), seguiti a breve distanza da Foo Fighters, Vasco Rossi, Imagine Dragons e Pearl Jam.
Altre fisime. Questo per contro è il momento in cui le mie insicurezze dell’età matura mi portano a pensare: ma è meglio un singolo megaconcerto, o una tournée trionfale di venti date nei forum? O una da cento date nei teatri? E dove sono i dati su questo? Non li ha nessuno. Perciò insicurezze, tornatevene da dove siete venute, merito una vita migliore.

Miglior vita. Nella top 100, solo cinque album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di emendamenti. Li guida XXXTentacion al n.37, e ne fanno parte Fabrizio De André, Nirvana (Nevermind chiude al n.78, sette posizioni meglio del 2017) e ovviamente i Queen, con Platinum collection (n.45) meglio della colonna sonora di Bohemian rhapsody (n.59).

Vinili. The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti all’album solista di Roger Waters e a Wish you were here. Non è vero, vi ho letto la classifica dell’anno scorso. Nel 2018 The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti a Nevermind e a Enemy di Noyz Narcos, per motivi che secondo me sfuggono persino a Noyz Narcos. Nel 2016 invece l’album più venduto era The dark side of the moon. E a proposito di

Pinfloi (e con questo sapete che ho quasi finito) The dark side of the moon si piazza al n.47 tra gli album più venduti del 2018 (cd + streaming + vinili), lasciandosi dietro Lady Gaga e Dark Polo Gang, mentre The wall si guadagna il n.67, davanti a Frah Quintale e Muse (faccio questi nomi solo per darvi una prospettiva, nessun secondo fine). Entrambi migliorano di diverse posizioni rispetto al 2017, quando erano al n.55 e 78. Come l’anno scorso, Wish you were here non è entrato nella top 100, e direi che questo comunque è un buon risultato per il governo del POPOLO.

Sì va bene ma alla fine, quanta musica è stata venduta? Più o meno dell’anno scorso? Se non ve lo dico è perché non è un’informazione che circola. Al momento. O forse non circolerà mai. Ma davvero, tra tutta questa arte e questa coolness e questo CAMBIAMENTO, ritenete che i grezzi numeri abbiano una qualche importanza?

Grazie per essere arrivati fin qui. So che non c’è proprio TUTTO, onestamente non si poteva, a meno di fare una maratona su Netflix. Se pensate che manchi qualcosa, chiedete pure. Buon anno. Skrrt, skrrt.