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TheClassifica 9/2020 – Ghali e il Sanremo fantasma

TheClassifica 9/2020 – Ghali e il Sanremo fantasma

Un mese fa. Questo Paese era tutto kermesse, kermesse, kermesse. Un mese fa ognuno proclamava il suo Vero Vincitore, e ognuno di noi 750.000 ispirati critici si produceva in delicati, innamoratissimi articoli di impietosa pesantezza sulla straordinarietà assoluta ed epocale del suo bambolino preferito. E non sarò io a negare la bellezza inaudita delle canzoncine della kermesse, forgiate in vampe di magnificenza. Bravo Diodato, bravo Achille Lauro, bravo TZN, brava Elettraelettraelettra Lamborghini, bravo Bugo, brava Levante e brava Elodie e brava Tosca (le metto assieme perché secondo me sono piaciute alle stesse persone) bravi i Ricchi & Poveri, bravo Morganetto, bravi tutti. E un mese fa, il sole splendeva sui cantantei della kermesse che andavano tutti bravamente, ognuno a modo suo: chi vendendo i dischi, chi allietando dalle radio (ho sentito passare per ben due volte Rita Pavone), chi impazzando nei meme, chi volando nello streaming, chi caragnando nelle peggiori trasmissioni tv del pianeta… Quand’ecco.

Quand’ecco. In questo momento il tempo della musica si è come fermato, aggrappato a quella kermesse come l’Overlook Hotel di The Shining è rimasto aggrappato a una vecchia festa. Non sta quasi uscendo niente, i tour sono rimandati, i firmacopie pure, l’unica possibilità è andare in televisione, i più big da MariaDeFilippi, i più nicchiosi dalla Bignardi, i più disperati da Chiambretti. La cosa migliore sarebbe trovare modo di apparire in Montalbano (anche solo come vittime di un’ammazzatina). Spero ovviamente – giacché faccio pur parte di quelli che vivono delle briciole dell’indotto – che il comparto delle canzoncine si riesca a riprendere da questa voragine che si va aprendo e che, non c’è bisogno che ve lo dica, tirerà dentro un po’ tutti. Eccetto i servizi fondamentali: Netflix, Amazon e i Nutella Biscuits.

Se non che. Io posso anche sperare all’impazzata, ma il comparto delle canzoncine è un po’ particolare. Pochi hanno diritto a una finestra lunga. Quando il treno passa, lo devi prendere, perché quello dopo, vattelapesca quando passa, e in un attimo non si è più i preferitissimi dei media versipelle e del pubblico banderuolo, che si annoiano e hanno bisogno di nuovi stimoli. Pensate per esempio alla sfiga dei Pinguini Tattici Nucleari. Un percorso praticamente perfetto, forse avrebbero persino potuto vincere la kermesse se la venerabile SalaStampa non avesse dovuto compattarsi su Diodato per impedire che il POPOLO si facesse male eleggendo Gabbani. Bòn, sarà per un’altra volta, si sono presi le loro soddisfazioni. Tutto bene salvo il piccolo errore tattico (nucleare) di pubblicare l’album lo stesso giorno della compilation ufficiale, che grazie alle nuove regole di quest’anno che hanno unificato le due diverse charts, soffia il n.1 ai Pinguini; è solo un titolino, però era una cosa da raccontare ai nipoti. Bòn, sarà per un’altra volta. In fondo, c’è un tour nei palasport: Unipol Arena, Pala AlpiTour, Mandela Forum, Palazzetto a Roma, due date al Forum di Assago, una delle quali già sold out. Ma di nuovo: bòn, sarà per un’altro bòn, e buon bòn, siate bòn, speriamo in bòn.  

Il numero uno. In tutto questo, Ghali che entra sia al n.1 dei presunti album che dei sedicenti singoli finisce pure lui per ricordare la kermesse, e un’entrata in scena tra le migliori della storia del Festival. Peccato sia andata praticamente persa per l’orario – saranno state le 7 del mattino – e per la difficoltà di emergere in quel caleidoscopio di furibonda meraviglia che sono state le canzoni in gara in questa edizione. Ma tra i milioni di artisti che hanno partecipato a Sanremo2020, il Ghalifo è stato Nella Mia Umile Opinione quello più mainstream di tutti. E col coraggio di esserlo: con lo schioccante “Bell’atmosfera” di Good times, con lo studiatissimo gancio (“Ma non è cool”) di Boogieman, e naturalmente con la carezzina al POPOLO di Cara Italia. Per forza di cose, l’album DNA è un’altra faccenda: è molto pop, ma con una certa prudenza. Anzi, forse Ghali visto che la sua street cred era andata in ghalando perché il mondo adulto lo stava accettando volentieri, ha cercato di contenere questa sua propensione. D’altronde il flop del paciugoso singolo Turbococco è stato uno dei più istruttivi della storia del rap italiano: i 13enni vanno trattati come se avessero 4 anni di più, non 4 anni di meno. DNA è un buon album pop, e Ghali è una popstar perfettamente credibile e pronta per la mengonizzazione – ovvero, qui per giocare con noi per sempre, per sempre, per sempre. Ma se devo dirvi la verità

(devo?)

personalmente trovo che almeno metà dei quindici pezzi di DNA siano bellocci come Ghali – ma senza anima. Per fare un esempio: Fallito, il pezzo conclusivo, è un buon pezzo. Sì. Ma non posso fare a meno di notare che avrebbe potuto scriverlo qualunque rapper. Prendete il testo e mettetelo in bocca a qualcun altro, scegliete chi volete: gli starà addosso, né largo né stretto né corto. Anzi, è già successo: negli ultimi cinque anni qualunque rapper della penisola ha scritto il suo Fallito, il suo pezzo su come la fama e la celebrità sì, okay, figata raga – però alla fine, meh. Fallito potrebbe averla scritta, con le proprie personali varianti, Gué o Gemitaiz o Rkomi o Fibra (…dieci anni fa) o altri cento colleghi. L’unica invenzione che poteva essere interessante era quella del mostro che sta sotto il suo letto. Il problema è che non riesco a credere che Ghali abbia paura di qualcosa che non sia la rovinosa caduta dalle scale del successo.

Oh, ma del resto anche gli altri, no? Bòn.

Resto della top ten. Il Fantadisco dei MeControTe lascia il n.1 a Ghali ma non se ne va lontano, e regge all’impatto di una grande sensazione mondiale come i sudcoreani BTS, al loro miglior risultato nel nostro Paese appassionatamente razzista e bargiggione. Strappa un n.4 Piero Pelù – quindi mi sa tanto che i Litfiba torneranno insieme. Al n.5 Ecceteraeccetera Lamborghini precede Ozzy Osbourne, il cui Ordinary man è al primo posto nella classifica dei vinili. Dal n.7 al 9 eccolo ancora qui, il podio di Sanremo, in ordine inverso: i Pinguini, Gabbani, Diodato. Al n.10, Marracash, che insieme ai MeControTe è l’unico residente nelle zone alte a non essere andato a quel Festival dell’Overlook Hotel. E me lo immagino, Marrajack, mentre si aggira, si guarda intorno sospettoso, poi siede al bar e inizia a discutere con Lloyd, che sembra l’unica Persona con cui avere una conversazione sensata. E il fatto che non esista, in fin dei conti, è accettabile.

Sedicenti singoli. Ghali al n.1 con Good times, inseguito da Ghali al n.2 con Boogieman (feat. Salmo) e da Diodato al n.3. Nella top ten ci sono solo due nomi che non sono apparsi al POPOLO nella kermesse, e sono il n.8 Mahmood (…lo dite voi o lo dico io?) (ditelo voi) e il n.10 The Weeknd, unico STRANIERO. L’altro featuring placcato in oro di Ghali, ovvero quello con ThaSupreme, è al n.6. Altri filamenti di DNA non sono entrati in top ten. E ora, so che di fronte a un.1 e un n.2 sembrerò veramente deficiente a dire che i pezzi di Ghali non stanno andando benone, però qualcuno deve pur annotare che un vero big del rap italiano (vedi Salmo, Marra, ThaSupreme, Sfera), si prende tutta la top ten – altrimenti non è un vero big del rap italiano. È un big di qualcos’altro. Ma questi sono

Altri argomenti di conversazione. Albano & Romina entrano al n.80 (…eh). Il ritorno di Pat Metheny si guadagna un n.14. Escono dalla top ten Justin Bieber che ha fatto appena in tempo a entrarci, J-Ax che c’è stato per cinque settimane e ThaSupreme che ci è stato quindici settimane (gosh). Sapete che l’album di Mina e Fossati, uscito quattordici settimane fa, è ancora in classifica? È al n.61. Non vi fa strano che qualcuno lo stia comprando ora? Non vorreste che un giornalista d’inchiesta andasse a intervistare quelli che ADESSO stanno comprando il disco di Mina e Fossati? Io me li figuro ascoltatori di RadioRai. Perlomeno finché non cominciano i programmi musicali (…quelli no) (non appena la voce di John Vignola azzarda un saluto, gli girano subito l’interruttore in faccia) (LOL, devo ricordarmi la prossima volta che lo vedo di farlo anch’io) (scusate, divagavo. Vi ho già detto che c’è un solo defunto in top 100? È il cantante dei Queen – avete presente, Mamaaaaa etc.) (è al n.98 con la Platinum Collection) (ok, ora ve l’ho detto) (quindi passiamo dai morti ai)

Lungodegenti. Compie due anni di permanenza Pianeti di Ultimo, che con Peter Pan fa ancora meglio: 107 settimane consecutive nella classifica dei presunti album. Sopra le cento settimane anche Rockstar di Sfera Ebbasta (110) e il disco col segnetto di Ed Sheeran (÷) che invece è apparso per la prima volta in classifica (e in questa rubrica) TRE anni fa. Eppure, anche questa settimana, l’album da più tempo in top 100 è dei

Pinfloi. Ed è The dark side of the moon, qui da 173 settimane, per di più in salita (dal n.70 al 66). A differenza di The wall che ha uno scivolone preoccupante, va giù al n.96 – perché del resto chi ha voglia di sentirsi promettere riduzione dei contatti umani e distanza dai propri simili quando questo sogno si sta inaspettatamente avverando?

TheClassifica, ep. 7/2020. Il trionfo della morte.

TheClassifica, ep. 7/2020. Il trionfo della morte.

“Solitudine e malinconia: i soprammobili di casa mia”

TheClassifica, episodio 6 – Il Festival, J-Ax e (il Paese) ReAle

TheClassifica, episodio 6 – Il Festival, J-Ax e (il Paese) ReAle

Ecco, dopo un’analisi ragionata delle sentenze degli opinionisti, i VERI vincitori del Festival di Sanremo. Sono quarantuno.

Ok, l’ho guardato. Ma adesso ditemi voi

Ok, l’ho guardato. Ma adesso ditemi voi

Il Grande Fratello VIP. Amici 19. Chi vuol esser milionario. La Pupa e il Secchione. Non è la D’Urso. Non è l’Arena. Temptation Island VIP. Tu si que vales. Che Dio ci aiuti 5. Don Matteo. Italia’s got talent. C’è posta per te. Il cantante mascherato. Amici VIP. Tale e quale show. Ballando con le stelle. Uomini e donne. L’eredità. L’isola dei famosi. Striscia la notizia. Tg5. Studio Aperto. Masterchef VIP. L’isola dei famosi VIP. Tg5 VIP. Don Matteo VIP. Le Iene VIP. Chi vuol esser milionario VIP, Chi vuol essere Ministro VIP Milionario con la Pupa e i VIP.

È vero, non li guardo.

Mi fanno uno schifo clamoroso.

E mi fa schifo anche Sanremo. Lo dico da anni. So che sembra una posa, me ne faccio una ragione. La kermesse (haha, che risatine chiamarla la kermesse, vero?) ha stravinto anche per quello.

Per il momento non voglio parlare di chi tra voi li guarda e li apprezza, non ancora. Ma IO perché non li guardo? Cos’ho che non va? Anche dal punto di vista professionale, come mai non smanio come il 99% dei miei colleghi per questo lento, abominevole, noioso, agonizzante spettacolino scolastico scritto coi piedi (e piedi ben sporchi e schifosi per di più)? Cos’è, sono un intellettuale snob lontano dal POPOLO? Come mi permetto, dall’alto di che cosa io sentenzio che questi programmi scritti dalle migliori menti della mia generazione sono una poltiglia marcia e invereconda, e danno un contributo immenso,

ripeto immenso,

a rendere sempre più imbecille questo Paese che già gira con una sveglia al collo e ne va orgoglione? Cos’è, mi piace essere il guastafeste, il bastian contrario? O sono qui a sclerare sul festival di Sanremo perché così mi si nota di più?

Stavolta però siamo ad armi pari, l’ho guardato. L’ho fatto.

L’ho fatto perché nessuno mi dica che MI VANTO di non guardarlo come si dice che facciano quelli che si vantano di non avere la tv. Perché nessuno mi dica che sono snob e radical-chic, a me che sono nato e cresciuto alla Comasina e ci vivo tutt’ora, che sono buon cliente di McDonald’s e posso citarvi a memoria una quantità ragguardevole di canzoni di Raf e di frasi di Game of Thrones, che litigo con chi non depreca la juve e la mia idea di vacanza è stare al bar della spiaggia, a me che se mi dite che il mio disprezzo per Sanremo è una posa intellettuale vi prendo a testate, così valutate da vicino la mia dotazione intellettuale.

Nah, d’accordo. Non è vero, non l’ho guardato per questo.

L’ho guardato perché mi hanno dato del danaro (ripetiamo insieme: daaa-naa-ro) (mica molto – mii-ca-moolto) per guardarlo e scrivere le PAGELLE. Zio caro, le pagelle. Un’altra cosa che odio.

Però credetemi, me li sono guadagnati quei soldi. Primo, perché ho lottato: sia per non guardarlo che per non scriverle, ma poi mi sono detto che intanto erano gentili a chiedermelo, perché dopo tutto, c’è la fila per dare le pagelle ai poveracci che vanno a Sanremo, i reietti nel cono d’ombra dei SUPEROSPITI così ricchi che possono pure dare il compenso in beneficenza, oh santissimi e benedetti. Se non le avessi fatte io le avrebbe fatte qualcun altro, magari madido di giocosa positività nonpregiudiziale nei confronti di questa feroce, bolsa pantomima che come Yog-Sototh di Lovecraft sta al centro del nostro Paese e ghignando brama il male assoluto. E non sto esagerando.

E poi me le sono guadagnate perché scrivere per una testata non è come qui, che sono a casa mia e posso scrivere, che so, che gli anni in cui il Paese ha fatto a meno de Le Vibrazioni sono stati anni di progresso politico e civile per tutti. Nah, mica si possono più scrivere queste cose, non è nemmeno più la fase in cui puoi venir fuori come voce FUORI DAL CORO (nome del programma di Mario Giordano, ripeto Mariogiordano, dove sei Dio, perché ci disprezzi così?) (No, non rispondere, so già che hai una lista di motivi). No, il momento dei mordaci guitti che tiravano su like tirando frecciatine è finito, ma non ha lasciato il posto a qualcosa di meglio: è semplicemente il contrario, bisogna essere amici di tutti e ironicamente complici, al massimo esprimere riserve cautelosi come Sky quando parla della Giuvéndus, perché se scrivi su una qualche testata qualcosa che turba il social media manager di qualcuno dei Mozart in gara, semplicemente ti scatena contro migliaia di imbruttiti che ti danno dell’invidioso e fallito. E non solo: alla fine interviene qualche giovanetto di Noisey o di Rollinstòn a dargli ragione, bisogna capire il linguaggio giovane della promettente Carruba Pirlacci, rispettare il percorso degli Hinterland Babbions o cogliere la contemporaneità del sound di DJ Zanzaro grandissimo PRODUCER, sono straordinari artisti toccati da Dio e certi critici si prendono troppo sul serio, ahaha, i critici, poveracci – e concludono con “detto questo, SE VI VA leggete i MIEI articoli”.

Me lo sono guadagnato perché l’ho guardato, a partire da Fiorello vestito da prete (e cosa, se no) a fare le finte battute irriverenti, fino a Savino che diceva “Nooo!” a ogni posizione della classifica, anticipando il pubblico (forse la cosa più fine di tutta la serata). Dalle nove all’una e mezza di notte, ho visto una cosa presentata da Amadeus, che è uno che già mi sembrava una merenda al formaggio ai tempi di Radio Deejay. Ho sentito ore e ore

(e ore, e ore)

di cantanti che non vedono un n.1 in classifica da decenni, mentre cantavano canzoni brutte e scadenti di autori insulsi e vezzeggiatissimi, ma tutte con una patetica patina di ostentata modernità, e se non ce l’avevano nella musica ce la infilavano nel testo, da quello che diceva “sono incazzato perché c’ho vent’anni” (il favorito secondo i bookmakers, vedete un po’ voi) a quelli che infilavano la parola “stronzo” nella canzone perché così parla il POPOLO, basta col political correct.

L’ho guardato e intanto pensavo che Sanremo ha vinto facendo l’opposto di quello che si suol dire sul Diavolo: il suo trionfo è aver convinto tutti di esistere. Per un anno in questa nazione non si parla d’altro, abbiamo abbattuto ogni istituzione possibile, ma Sanremo resiste da 70 anni ed è ormai realmente al centro della narrazione che questo stivale scemo ha deciso di fare di se stesso, retorica e lustrini, ipocrisia e Nostalgiacanaglia, verniciate tecnorappuse negli interstizi di un melodismo insipido. Ha convinto anche quelli che nel profondo sanno benissimo che è uno spettacolaccio sciapo in cui Amadeus fa l’imitazione di Celentano (aaaargh) (nel 2020) e Don Fiorello gli regge il sacco, li ha convinti con la gherminella di essere un deposito di care memorie, di emozioni condivise – ma Gesùalgaloppo, davvero l’emozione di aver visto Ultimo perdere (la maggiore emozione dell’edizione scorsa) vale cinque ore di noia ebete? O la verità è che è troppo forte la calamita dei social, l’idea che stiamo facendo tutti amabili battute sul tutino di Achille Lauro o sugli ultimi rantoli di Morganetto? La sensazione che tutti gli italiani, beata gente, stiano guardando la stessa cosa?

Ma STIAMO guardando la stessa cosa? Perché io sto guardando una roba straziante, una voragine di pesantezza dove gli sponsor si ammazzano per fornire la carta igienica ufficiale della sala VIP e il fondotinta ufficiale del dopofestival (e ho dei comunicati stampa spaventosi che potrei allegarvi in merito), un incubo nel quale ci vengono promessi i Ricchi e Poveri e tutti i media esultano ironici perché sì, “Che bello il nostro trashone nazionalpopolare, questo vogliamo!” (e questo ci porta i clic). Io sto vedendo questo e mi fa pena – ma voi? Voi no?

Oppure sì ma vi va bene così, perché è GIUSTO che sia così, in fondo bisogna essere indulgenti, insomma si sa che è quella cosa lì? Ditemi, venite fuori, voi che mi intasate la TL con Coachella e con Ricky Gervais e con “Aah, certo in Italia non si può”, voi che pianginate tre volte l’anno sull’anniversario della morte di Ian Curtis e su quello della nascita di Ian Curtis e su quello dell’uscita di Lov, lov will tear us apaaaaaaart again dei Joydivision. Forza, ditemi che Sanremo siamo noi, siamo noi questo piatto di grano. E ditemi che lo saremo sempre.

Ma ditemi anche perché, e cosa ci ha condannati.

PS – aggiornamento che fa ridere

Non l’hanno pubblicato e non vedrò il danaro. LOL

😀

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

La musica più ascoltata in Italia nei primi sei mesi del 2019. Il Governo del Cambiamento vende un po’ meno, ma la concorrenza non c’è più.

Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

(sul treno per Roma c’era una donna) (piuttosto bella, con i capelli rossi ma una ciocca era bianca) (e seduta accanto al finestrino) (…ovviamente vedeva passare l’Italia ai suoi piedi) (ma a parte questo) (davanti a sé, sul tavolino aveva un tablet ma anche un kindle, ma anche un iPod – e un libro) (e stava parlando in un telefono) (e nel telefono diceva) (“Ditemi che senso ha ironizzare sul fatto che Di Maio come unico lavoro ha fatto lo steward allo stadio”) (“Dovete capire che per la maggior parte della gente è un lavoro molto più rispettabile di quello del 90% dei candidati”) (“…Ma non solo”) (“Il punto è che gli elettori italiani hanno bisogno di uno steward da stadio. Con un sorriso gentile come quello che ha lui”) (“Hanno bisogno di uno che semplicemente gli dica: ecco, le faccio vedere, quello è il suo posto. Proprio il SUO, sì”) (“Può mettersi comodo”) (“E iniziare a gridare con tutti gli altri”)

Ermal Meta è entrato in classifica con il suo nuovo album Non abbiamo armi al n.1. Ritengo sappiate che con Non mi avete fatto niente ha vinto il festival di Sanremo in coppia con Fabrizio Moro. Il quale però è entrato in classifica col SUO album – la raccolta Parole rumore e anni – al n.3. Tra i due si interpone Sfera Ebbasta, al n.2. Madman, ex numero uno, scende al n.5 accomodandosi tra altre due folate sanremesi: Ultimo al n.4, e Lo Stato Sociale che entra al n.6.
Su Ermal Meta e la sua capacità di interpretare il nostro immaginario canzonaro ebbi a esprimermi già in occasione del suo precedente primato in classifica. Non ho cambiato idea, quindi mi preparo a citarmi addosso (cit.)
(…grazie, troppo buoni)
Prima però volevo segnalarvi quanto accaduto qualche sera fa su twitter.

Dovete sapere che all’improvviso il FANDOM di Ermal – si chiamano I Lupi di Ermal e sono in schiacciante maggioranza di sesso femminile – si è lanciato in un hashtag ispirato da una reazione renatopozzettiana, filologicamente ineccepibile, di fronte a disegni che fantasticavano sull’intensità del suo rapporto con l’intensissimo Fabrizio Moro.
“Elamadonna” è stato però ibridato con “le asfaltate”, in sostanza le volte in cui il loro idolo si è dimostrato lapidario e superiore, sia sui social che in televisione. In uno di quei crescendo che spesso portano a momenti di esilarante stupidera social, l’uomo al quale incautamente Morgan ha incautamente affibbiato il nomignolo Meta-done emergeva come irresistibile diffusore di salaci stilettate. Il che è interessante perché il riposizionamento a simpatico fa parte del processo di approvazione di ogni artista o politico italiano. Per questo quel momento affascinante che era Tribuna Politica non tornerà più – perché ci sono Maria e Fazio a fare il politicissimo lavoro, un tempo ingenuamente non richiesto, di rendere simpatici i candidati quanto i cantanti. E viceversa.

Non è più così facile distinguerli, del resto.

E ora, alcune inevitabili righe sull’album. L’unica cosa interessante del pezzo vincitore di Sanremo è che è un country con quel timing chiamato “train beat” – sapete che il country è molto ballato, soprattutto nella grande provincia norditaliana? Ed è abbastanza appropriato, si affianca alla fantasia di tornare a cavalcare nelle nostre terre, cacciando bufali, dopo aver sparato via tutti i musi neri. Però Meta è in forma, per me il disco è migliore del precedente; oltre alla JohnnyCashata con Moro ci sono dei pezzi interessanti. Personalmente cado a pera per la missiva Caro Antonello, dedicata al nume Antonello Venditti, che è un po’ la sua versione di Song for Bob Dylan di David Bowie. E in generale in mezzo all’enfasi ipercuoristica sovrapprezzata dal suo pubblico, un po’ di frasi da cantautore laureato gli vengono. Anni passati a studiare il pop italiano,
(qui mi sto citando paroparo, come promesso)
a scrivere per praticamente tutte le star del talent-pop, a capire esattamente cosa ci fa invariabilmente piangere e cosa ci fa rimanere bietolosamente trasognati, hanno permesso al giovane albanese di accumulare una tale conoscenza delle nostre debolezze che potrebbe prendere il potere candidandosi in uno di quei partiti dove col minimo impegno diventi ideologo (eccetto la Lega Nord ovviamente, lo stipendio è eccellente ma la compagnia è mortificante).

E col ritorno alle elezioni, alle quali accennava il prologo, chiudiamo la prima parte col resto della top ten: Emma, unica donna nelle prime posizioni, scende al n.8 (ahi), dietro a Ed Sheeran; il nuovo album Alchemaya di Max Gazzé chiude al n.9 il quintetto di sanremesi entrati nella diecina nobile (avvisate i suoi fan Wikipedisti, perché non si sono accorti che è uscito e non è carino); dietro di lui c’è Jovanotti con il suo disco tutto importante.

Altri argomenti di conversazione. Non riescono viceversa ad approdare nell’Olimpo degli Eletti Noemi, che entra al n.13, il live di Elio & le Storie Tese (n.14), Le Vibrazioni (!) al n.17; Roma è de tutti di Luca Barbarossa al n.21 (metto il titolo perché mi fa blandamente ridere), Ornella Vanoni al n.24. Poi abbiamo Caccamo al n.41, Enzo Avitabile al n.44 e Facchinetti & Fogli al n.46 (wow!) (forse da soli ottenevano di più), Mudimbi n.50, Mirkoeilcane n.79. Chiude la ristampa di Modern art di Nina Zilli, n.95.
La raccolta di Claudio Baglioni sale dal n.56 al n.30. Non tanto, no. Ma del resto, forse la gente ne aveva avuto un’overdose. Escono dalla top 10 i Maneskin dal n.5 al n.12 (Sanremo scaccia X Factor) MiticoVasco al n.15, Ghali al n.18, Mr. Rain al n.23 e, con una perdita di 46 posizioni, Justin Timberlake (n.54). Entrano al n.31 i Franz Ferdinand, prima novità non sanremese. Infine, momento senex con i tre album più anziani in classifica: la raccolta di TZN al n.63 (168 settimane) i Coldplay al n.90 (115) e Hellvisback di Salmo n.68 (106 settimane).

Miglior vita. Sull’onda della fiction su RaiUno Fabrizio De André, cantautore preferito dal sensibile Salvini, vede il nuovo cofanetto salire dal n.32 al n.20 (pensavo meglio) (ma d’altra parte costa un po’); c’è lui alla guida dei nove album in classifica riconducibili ad artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di rimborsi. Con tutte queste nuove entrate, Nevermind è scivolato al n.100. Guardate, tremo soltanto all’idea.

Pinfloi. La settimana post-sanremese non ha danneggiato The dark side of the moon, che si è limitato a perdere fisiologicamente 4 posizioni; il clima di fiducia e unità nazionale creato dalla kermesse ha invece danneggiato The wall, sceso dal n.57 al 72, mentre ha contenuto le perdite Wish you were here (dal n.79 al n.82). Gentiloni non ha mancato di far notare la sostanziale tenuta dei tre dischi alla Merkel, che ha ovviamente puntualizzato che la posizione di Hauauìsc è un problema che rimane sul tavolo e che anche l’Unione Europea si aspetta che le nostre istituzioni si adoperino per risolverlo: gli strumenti ci sarebbero. Troppe volte abbiamo pensato di scaricare Wish you were here su una nuova legislatura: la verità è che lo stiamo scaricando sulle generazioni future.

10 cose che Gabbani ha detto presentando il suo album – meno una.

10 cose che Gabbani ha detto presentando il suo album – meno una.

Conferenza stampa di Gabbani al Touring Club di Milano, per la presentazione di Magellano.

Noi che non lo guardiamo. Voi che lo guardate.

Noi che non lo guardiamo. Voi che lo guardate.

“God only knows it’s not what we would choose to do”

Moriremo Sanremesi

Moriremo Sanremesi

“Quanti articoli su Sanremo deve scrivere un giornalista musicale, prima di essere chiamato opinionista? E quante battute e arguzie e analisi sociolinguistiche deve fare, prima che qualcuno gli dica: Ciccio, può bastare? E quante rievocazioni commosse di un vissuto italiano con immagini in biancoenero e ricordi di quella volta che Cavallo Pazzo e Patsy Kensit e Benigni e Springsteen e la Gialappa dovrà fare prima di essere riconosciuto come italiano vero? E quante letture contemporanee e duepuntozero sull’Evento condiviso dovrà offrire, prima che qualcuno gli dica: non mi interessa? La risposta, amici, è che Sanremo e Sanremo. La risposta, nel VANTO, è che Sanremo è Sanremo”.

(dal pezzo su Sanremo di due anni fa) (o tre?) (o uno?) (o dieci?) (o l’anno prossimo?)

I giovani. I CAMPIONI. Il premio della critica. Il premio della sala stampa.
Gabriel Garko.
(“Io icona gay? Se mi desidera un uomo va bene, ma sono un sex symbol e faccio sognare”)
“Tutto su Madalina Ghenea, la nuova valletta del Festival di Sanremo 2016: gli ex fidanzati famosi e il video con Cristiano Ronaldo”.

Gli occhi puntati su Elton John.
Gli occhi puntati sui SUPER OSPITI.
Laura Pausini. Eros Ramazzotti. Renatone Nostro. Elisa. I Pooh, che festeggiano i 50 anni di carriera con la reunion storica con Riccardo Fogli.
Nel senso di: le eccellenze italiane.
Nicole Kidman.
Nel senso di: ogni anno l’Impero, lontano e meraviglioso, ci manda ambasciatori.

Una roba in cui i big sono Dear Jack (senza Alessio Bernabei), Alessio Bernabei (senza Dear Jack), Dolcenera, Annalisa, Irene Fornaciari, Zero Assoluto, Valerio Scanu.
E la comicità. L’impagabile comicità. Enrico Brignano, Nino Frassica. Ma anche Virginia Raffaele.
(“ma anche”)
E Cristina D’Avena. Il momento trashtag.

Le radio. Le televisioni. Gli inviati puntigliosi, professionali. Gli inviati disturbatori, IRRIVERENTI.

MILLETRECENTOTRENTACINQUE giornalisti accreditati.

1335.

E tra loro i colleghi polemici. I colleghi che si eccitano. I colleghi che “è lavoro”. I colleghi che “è parte della nostra cultura”. I colleghi che l’importante è li si veda, li si veda, li si veda. I colleghi che “Ma perché tu sei snob”. I colleghi che minimizzano, che dicono divertìmose, stacce, e dddaaàààaaajjjje, i colleghi che “e anche sticazzi, no?”
(ora, io ho storicamente problemi di reattività collerica, lo ammetto, ma voglio dirvi che internet ha questo di orribile: che qualcuno che ha superato la seconda media possa argomentare con “e anche sticazzi, no?” , e io non possa replicare facendogli zampillare la faccia come una fontana) (“…sticazzami questo, idiota”)

E io non ce la faccio nemmeno più, a cercare di parlarne dicendo che non dovremmo parlarne
(…bell’imbecille anch’io, converrete)

Però penso una cosa.
Da piccolo, ero convinto che il muro di Berlino ci sarebbe sempre stato.
E mi ero anche convinto che avesse un suo senso, una sua legittimità.
(“Stacce”)
E poi, a suo modo, ispirava dei capolavori. Era così simbolico. Rendeva manifesta, con la sua sovietica brutalità, tante cose che le élite cercavano di dissimulare con maggiore finezza.
Ma alla fine, toh: il muro è venuto giù.

E per questo, anche di fronte al ritorno furibondo del circo sanguinario di Sanremo, io un po’ ci faccio conto: sono convinto che Sanremo ci sarà sempre, per l’eternità. E a volte penso che abbia un suo senso, una sua legittimità.
Ma alla fine, toh.