Tag: Fabrizio De André

Ripensandoci, forse il problema sono loro – TheClassifica 22/2020

Ripensandoci, forse il problema sono loro – TheClassifica 22/2020

La Battaglia di Grande Inverno, la Battaglia della Nazionale del 1982, la Battaglia di Drefgold e Sfera a favore di un rap molliccio e noioso.

Classifica Generation, stagione III episodio 2. Sanremo che divori ogni cosa

Classifica Generation, stagione III episodio 2. Sanremo che divori ogni cosa

Il pop ha la fissa del meteo, la trap quella degli orologi. Cosa che lo avvicina al suo pubblico, che ne ha ricevuto uno per la cresima.

L’inutile e scorretto articolo su De André

L’inutile e scorretto articolo su De André

Questo pezzo, oggi introvabile ma a suo tempo relativamente discusso e oggetto di (comprensibili) polemiche, e di plausi in realtà non proprio edificanti (da parte di testate che non apprezzo affatto) mi venne proposto dal direttore di un mensile che potete cercare di indovinare. Lascerò qualche indizio.

Non c’era ancora stata la fiction Rai su De André, ma la santificazione era già in atto da un bel po’. Credo di essere stato abbastanza onesto nel mettere insieme le dichiarazioni rilasciate dall’artista medesimo, evidenziando qualche contraddizione. Ma so che oggi non lo scriverei allo stesso modo. Perché se l’appropriazione di De André è giunta al suo picco di ridicolo nella aperta (e forse non completamente simulata) venerazione da parte del ministroduce, che ha finito per prendere il potere grazie al sempre vivo servilismo fascista di questo popolo, vuol dire che qualcosa è andato storto. Questo perché nonostante le sue contraddizioni personali (che oggi rivaluto, perché paradossalmente rendono giustizia alla sua poetica più di quanto avessi notato all’epoca dell’articolo) non ho dubbi che De André oggi stralunerebbe senza contraddizione alcuna, sapendo di avere come estimatore il più smaccato opportunista mai andato al potere in Italia
(…e scorrendo la lista di chi lo ha preceduto, è un risultato di tutto rispetto).
E anche se la parte sull’appropriazione nell’articolo c’è, sui veri motivi per i quali De André sia così manipolabile non ho scavato abbastanza. E dire che bastava guardare nella direzione più facile, quella della religione – mai anarchico l’ha cantata con altrettanto interesse. Evidentemente, si stava preparando al suo destino di santo.

Detto questo, ecco il famoso articolo.

Beatificazioni. In Italia ne sappiamo qualcosa. Così come di gratuite iconoclastie.
Atteggiamenti non molto utili, detto sinceramente, però altrettanto sinceramente ammettiamo che in questa sede ci proponiamo di riesaminare la figura di Fabrizio De André con la maggiore onestà possibile per evitare che il suo culto continui a scivolare lungo una piega pericolosamente acritica, perché la Leggenda del Santo Cantautore non sarebbe piaciuta a lui per primo. Ma non ci interessa tanto tirarlo giù dal piedistallo, che sarebbe un atto autenticamente deandreiano – quanto avvicinarlo per capire in cosa, davvero, è stato grande. Se poi incorreremo in blasfemia, ce ne scusiamo, invitandovi a trovare conferma delle virtù del cantautore genovese nei mille omaggi cantati, nei programmi tv, in decine di saggi e biografie: vangeli apocrifi di un artista che sta venendo svuotato nel modo più subdolo: con la santificazione.
Partiamo da tre nomi. Hendrix, Joplin, Morrison.
Chi legge Rolling Stone dovrebbe sapere a cosa alludiamo – ma proviamo a rilanciare con una triade italiana: Mina, Battisti, De André.

Qui la morte non c’entra, e non solo perché Mina è ancora tra noi, ma perché i tre sono stati mito e caposcuola già in vita (insieme a Celentano. Gli altri, anche chi ha magari venduto persino di più, o fatto cose comunque eccelse, non sono muri portanti dell’edificio).

Tutti e tre giunti al mito tramite un’altra, affascinante forma di scomparsa: quella dal pubblico. E parliamo di scomparsa volontaria, non di perdita del successo, il flop rovinoso che delizia i media quanto le genti. Non è facile far capire oggi quanto tale scelta, a metà anni 70, sconvolgesse questo Paese. Tenendo conto poi che in Italia i tre nomi succitati avevano una popolarità di massa che in USA le tre J non avevano. Il caso di De André è il più eclatante. Perché fu sottratto al pubblico non una, ma tre volte.

La prima, per scelta. Rileggendo i giornali d’epoca, si evince che la cosa faceva impazzire i media. Due esempi: nel 1971 l’Intrepido, popolarissimo settimanale a fumetti, gli dedicò alcune tavole beffarde in rima (una diceva: “Or fa il timido e lo schivo, si dà arie di anti-divo, non partecipa a serate, teme forse le patate?). Nel 1978, sul Messaggero, Dario Salvatori scriveva: «In tempi di spettacolo totale è difficile comprendere le scelte di un uomo che usa i canali di una professione pubblica senza correre il rischio dell’esposizione. Diciamo pure una scelta furbesca, antipatica, fatta a tavolino…».
Ma si badi: De André cercava di evitare i concerti per (dichiarato) disagio nei confronti del pubblico, ma non si negava ad alcun giornale: concedeva interviste alle testate più incredibili e variegate (con buona pace di certi immensi artisti contemporanei da mille cd venduti, le cui preziose minchiate gli uffici stampa concedono solo a papà Corriere, mamma Repubblica e zia Vanity). Smentendo il frizzantello Salvatori, proprio alla fine del 1978 De André si espose, nel celebre tour con la Pfm. Qualche mese dopo la fine della tournée, fu però sottratto al pubblico per la seconda volta, sequestrato da banditi in Sardegna, per quattro mesi.

Vent’anni dopo la terrificante esperienza, nell’estate del 1998, un De André molto mutato dal punto di vista personale e artistico interruppe un tour dopo un anno e mezzo denso di concerti, per la malattia che nel gennaio del 1999 lo sottrasse per la terza volta al pubblico. Al momento della dipartita, il lutto non fu paragonabile a quello che aveva attraversato la nazione alla morte del più popolare (nei vari sensi del termine) Lucio Battisti – tenete a mente questo nome, lo risentirete. Ma col tempo, è stato un crescendo. Oggi, nessuno in Italia gode della reverenza tributata a Fabrizio De André. E’ una gara a chi meglio lo rievoca, rilegge, cita, analizza, svela… e canta.
«Ognuno ha il suo De André», dice Eugenio Finardi, che lo conobbe bene, «ed è giusto così».

Nel coro, poche voci controcorrente. Su tutte, una è particolarmente riconoscibile. Quella di Fabrizio De André. Che per anni ribadì: «Sono un bene di consumo, ormai è il mio mestiere. Raggiunto il mio stile mi sono un po’ fossilizzato. Se la gente vuole questo, non vedo perché non darglielo». (Amica, 1971) «Con una fava pigliavamo più piccioni: facevamo gli scapigliati, i colti, i demistificatori, i protestatori, dicevamo la parola puttana in una canzone, lasciando poi intendere che conoscevamo la musica antica e la Storia (…) Sono un piccolo borghese e faccio canzoni solo per guadagnare». (L’Unità, 1978)

Lucido nell’autocritica, ma confuso in politica. Oltre a spargere ovunque il concetto – e lo status – di “piccolo borghese” come fosse la tana che libera tutti, che giustifica ogni cosa («Mai stato un rivoluzionario, combatterei per i cioccolatini, per il superfluo come tutti i borghesi») inciampò in uscite impopolari, come «Nella scuola pubblica mio figlio si scontrerebbe con la società reale e le sue contraddizioni, ma nella scuola privata può studiare più tranquillo e ottenere tutti gli strumenti che gli saranno necessari per sopravvivere in un mondo che diventerà un ordinato nazismo» (Domenica del Corriere, 1974). Il suo concept album politicamente impegnato Storia di un impiegato peraltro non andò a buon fine: dopo aver detto che era il suo disco più onesto, al contrario di «Spoon River, commerciale e scontato», di fronte agli attacchi della critica militante ci ripensò: «Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di non esser riuscito a spiegarmi. Quando è uscito volevo bruciare il disco». Ma dopo l’album “anarco-insurrezionalista”, anche un’iniziativa opposta ebbe reazioni acide: l’esibizione del 1975 per il pubblico chic della Bussola di Sergio Bernardini, in Versilia.

Se già Gaber si era chiesto se Faber fosse “liberale o extraparlamentare”, Guccini fu tagliente: “Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni” – alludendo poi, nello stesso LP, a Marinella, che ormai faceva “la vita in balera”. De Andrè spiegò al settimanale Bolero che voleva fare abbastanza serate da guadagnare 300 milioni di lire e costruirsi uno studio alle Maldive. A Ciao 2001 disse invece: «Non mi vergogno di chiedere cachet consumistici per cantare in locali consumistici». Poi, a Oggi confessò che doveva pagare la nuova, grande tenuta in Gallura.

Sul piano personale, negli anni 70 mostrò il lato oscuro del suo carattere. Che non era mai stato squisito: pressoché alcolizzato dal 1958 al 1985 («una-due bottiglie di whisky al giorno», precisò). Un tantino peso sul piano sentimentale «Ho tradito mia moglie. Ma è come se non l’avessi mai fatto. E lei lo sa» (Bolero, 1971) «In Gallura io e Dori dormiamo in camere separate, così io posso andare a letto alle 4 di notte (…) Il matrimonio porta alcune delusioni. Ma tra noi c’è grande tolleranza reciproca. Penso sia già molto». (Specchio, 1990). Quasi nietzschanamente senza freni nel comportamento: a Sorrisi e Canzoni nel 1978 raccontò di quando tirava «merda di piccione nelle pentole della massaia del piano di sotto» e di come si era tolto la verginità a 11 anni con una capra.

Violento, come quando da ragazzo buttò la madre contro un vetro, e anche vedendola sanguinare si fece menare dal padre piuttosto che chiederle scusa. Greve col prossimo, come da aneddoto di Paolo Villaggio sull’automobilista che lo aiuta dopo un incidente, e per tutta gratitudine ottiene un’obiezione sul suo alito: «Ma lei ha mangiato della merda! Paolo, ma che cazzo ci facciamo qui con questo?».
Ma alla fine degli anni 70, una rigenerazione partì nel modo più brutale. Il sequestro fu una prova terribile: ammise poi di essere crollato, e di essersi appoggiato a Dori Ghezzi, tenendo però sempre nascosta una latta di tonno per tagliarsi le vene.
Sorvegliati da un metro, incappucciati, incatenati, i dialoghi rarefatti, al freddo, su frasche e sterpi, senza riparo dalla pioggia, con l’opportunità di far l’amore ogni tanto in modo più disperato che amoroso, si ritrovò sottomesso (parole sue, a Gente, 1980) ai rapitori, mentre Dori li mandava affanculo. Confessò poi di aver modificato in quel periodo il proprio rigido ateismo. Di sicuro, tornò con le idee molto più chiare, perché «Uno capisce quali sono i veri valori della vita». Il nuovo De André rimproverava al Manifesto di non occuparsi veramente dei sottoproletari, e porgeva l’altra guancia a chiunque, anche ai suoi rapitori. E quanto all’essere prodotto di consumo, obiettava: «Bisogna vedere se vendiamo carne fresca o carne marcia. Viaggiamo in un’economia capitalistica e speriamo che il fottuto capitalismo regga finché non ci sarà qualcosa di nuovo o diverso». E basta snobismo: «Presentiamoci anche noi cantautori a Sanremo come concorrenti, per far conoscere una canzone italiana diversa».

Negli anni 90 spezzò persino una lancia per il governo Berlusconi: «È giusto che il governo faccia il suo mestiere. Mi rassicura che in questo governo di destra ci sia la Lega, un movimento sicuramente democratico». Svelò un voto per Partito Sardo d’Azione e Sardigna Natzione.
Il cambiamento però fu soprattutto musicale. Gli stilemi cantautorali e il declamare intimidatorio, i medievalismi e le orchestrone lasciarono il posto a una visione finalmente contemporanea: l’immersione nel fiume etnico in cui nel 1984 ancora pochi si erano buttati (Peter Gabriel e David Byrne, ma va riconosciuto che da noi Demetrio Stratos, Battiato e il Battisti di Anima Latina c’erano arrivati anche prima di loro). «In Creuza de mà per la prima volta nella mia vita ho deciso di non fare il cantautore ma il cantante, mi sono preoccupato soprattutto dei suoni. Ho rinunciato al bel canto per cantare come u massacàn, il muratore. Prima, era innegabile l’influsso di Brassens, uno che non concedeva assolutamente nulla alla scena né alla confezione. Per fortuna Pagani mi ha impedito di fare la solita scansione metrica brassensiana, rompicoglioni, tedesca se vogliamo».

L’incontro con Mauro Pagani completava la rivoluzione avviata dalla Pfm. Racconta Franz Di Cioccio: «Si era ritirato, non voleva più vedere i suoi dischi messi in discussione, preferiva tori e vacche. Ma nel 1978 venne a sentirci a Nuoro. Ci vide in camerino, contenti dopo il concerto. Forse provò invidia. Penso avesse paura di invecchiare nel suo eremo sardo. Una volta mi disse: Mentre tutti facevano il 68, io stavo in casa». Parole di De André: «All’epoca ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, il mio lavoro, l’assenza di nuove motivazioni. La Pfm mi diede una spinta verso il futuro». Conferma Di Cioccio: «Non per tirarcela, ma per me da lì iniziò ad essere realmente intrigato dalla musica, mentre prima la scaricava su altri. Prima era cantautore nel senso classico, quasi purista del termine: i testi prima di tutto. I suoi primi fans reagirono male alla nostra collaborazione quasi come i fans di Dylan inorriditi vedendolo con la chitarra elettrica».

La Pfm (all’epoca i Quelli) putacaso, l’aveva portata via a Battisti. Proprio lui. Il suo completo opposto. «Quando ci fu proposto di suonare ne La Buona Novella, eravamo in soggezione, lui era più anziano di noi e già famoso. Noi all’epoca suonavamo nei dischi di Lucio, che era più della nostra generazione». Una strana condivisione, quella dei Quelli, perché proprio tra Battisti e De André si consuma lo scisma della musica italiana, la divisione tra i fautori della prevalenza del testo (ovviamente, schierati a sinistra) e quelli della musica (visti come destrorsi, come il “fascio” Battisti). Se De André era un contenitore per le scelte musicali di chi si trovava lì al momento (Reverberi, Bubola, Pfm, Pagani, Fossati…), Battisti era un contenitore musicale per i testi di Mogol e poi di Panella. Tra i due c’era poco amore. Battisti, nel 1970 ribadì a Oggi una sentenza già di Giorgio Gaber («le sue canzoni sono temini da liceali») rincarando: «Trovo i suoi testi interessanti, ma piuttosto goliardici, dato che piacciono solo agli studentelli. La parte musicale poi è solo accompagnamento, mentre io trovo che la musica debba avere sempre il ruolo principale nelle canzoni. Io più che gli italiani ascolto Bob Dylan, Ray Charles, Otis Redding, i Beatles, Donovan, i Led Zeppelin». Un anno dopo, ad Amica, De André obiettò che la musica italiana non doveva subire l’influenza anglosassone, e che Lucio Battisti era un ottimo musicista e molto all’avanguardia, «ma in fondo ricalcava gli esempi di James Brown e Joe Cocker». Va tenuto conto che De André, di solito aveva una parola buona e sincera curiosità per tutti i colleghi: doveva proprio soffrirlo. In ogni caso, per lui niente Led Zeppelin ma medioevo a go-go, a causa di «un professore che al liceo ci aveva presentato quel periodo come il migliore della Storia».

E parlando di musica. Il primo De André, pur irresistibile per gli amanti del vintage, suona datato, conservatore rispetto alle spinte moderniste del rock internazionale dell’epoca; quando poi la buttava in madrigale, dando di gomito a una generazione di iscritti alla Facoltà di Lettere, viene la tentazione di chiedersi se con la sua influenza abbia appiattito la voglia di ricerca e istinto nella musica italiana. Del rock, o in genere delle novità, a lungo ebbe timore, lo si può dedurre da quanto ci dice Massimo Bubola: «A differenza sua ero un chitarrista elettrico e rappresentavo un mondo di cui aveva un po’ di paura perché incognito. Non amava certo gli Stones, ma gli chansonnier francesi… Ancor oggi qualche giornalista mi chiede quanto Faber mi abbia influenzato, ma penso sia stato il contrario». Finardi invece era stato cercato da De André perché gli facesse da robusta (anche fisicamente) spalla rock militante nella fase delle contestazioni ai cantautori, che lui tuttavia accettava autodenigrandosi (Roma, concerto al Palaeur: “Se hanno voglia di far casino è giusto che lo facciano, non ce n’è di cazzi”. O forse era l’ennesimo porgere l’altra guancia). «Lui era legato alla tradizione francese», ricorda Finardi, «Però in genere nei dischi lasciava spazio agli arrangiamenti di persone che avevano un’inclinazione per le colonna sonora orchestrale, in grande stile: Reverberi, Morricone, Piovani. Io ero in un’ala che ascoltava rock o anche fusion, i Weather Report, mentre lui, il rock credo non l’abbia mai realmente ascoltato. Così non parlavamo mai di musica, ma di politica. Lui era anarchico, io del PCI. Le nostre accese discussioni colpirono suo figlio Cristiano, che a 14 anni scappò di casa per venire da me, accusando Fabrizio di essere un borghese reazionario: lo chiamai e lo tranquillizzai. Politica a parte, eravamo in buoni rapporti. A lui piaceva chi lo affrontava, chi rispondeva alle provocazioni. Detestava essere trattato da sacra reliquia».

Sacra reliquia? Ci conosceva bene, De André. E avrebbe sorriso del destino ridicolo di esser di tutti: di De Gregori come di Gabry Ponte, Frankie Hi-Nrg e Dolcenera, Fazio e Morgan, Beppe Grillo e Vincenzo Mollica, Paolo Villaggio e Fernanda Pivano. Di certo, ha saputo cogliere frammenti “di un mondo che avevamo nel cuore e non riuscivamo ad esprimere con le parole”. Ma che ora sono lì, dentro i suoi dischi, e tutto sommato dentro di noi. Se volete la controprova, controllate quanti frammenti sapete completare: “Dai diamanti non nasce niente…” “Si sa che la gente dà buoni consigli…” “Continuerai a farti scegliere…” “E’ stato meglio lasciarci che…” “Duve gh’è pei…” “Lo Stato che fa? Getta la spugna con…”. “Anche se vi credete assolti…”

Quindi, forse fu davvero piccolo borghese come diceva lui.
Ciononostante, questo è poco ma sicuro, per il pubblico la sua anima è salva.

La moglie del santo. Intervista a Dori Ghezzi

La moglie del santo. Intervista a Dori Ghezzi

«Sì, è vero, la gente se ne appropria. Evidentemente immaginiamo ciò che ci serve».

Speciale Elezioni 2018: Italia vs Resto del Mondo – ClassificaGeneration cap.XVII

Speciale Elezioni 2018: Italia vs Resto del Mondo – ClassificaGeneration cap.XVII

Tutti dicono che è un Paese diviso. In effetti pare diviso dal resto del pianeta.

Lo Stato Sociale è piuttosto inutile – ClassificaGeneration, cap. XVI

Lo Stato Sociale è piuttosto inutile – ClassificaGeneration, cap. XVI

Avrei preferito non parlare mai de Lo Stato Sociale, ma il ritorno di Sfera Ebbasta al n.1 nella classifica dei presunti album non mi lascia molta scelta se non guardare a quella dei sedicenti singoli. Tra i quali Non mi avete fatto niente di Meta&Moro scende al n.2 cedendo il n.1 a Una vita in vacanza – due brani qualunquettisti che si completano in modo mirabile, con buona pace delle schiere di Repubblica che – aduse a saltare pachidermicamente sui carri più tragici – le catalogano, e senza nemmeno un po’ di humour sardonico – come “canzoni impegnate”.  

Che il parapapunzi di Una vita in vacanza sia la canzone più in auge a pochi giorni dal voto più zumpappà che questa nazione abbia mai espresso è del tutto adeguato. E in perfetta sintonia con gli schieramenti che Lo Stato Sociale finge di disprezzare (…e tuttavia, che piccola sottigliezza il fatto che l’unico politico messo alla berlina nel loro video IRRIVERENTE rivolto alla very normal people sia quello che conviene di più sbertucciare, il candidato Renzi).
Avendo avuto il lancinante privilegio di assistere a una loro esibizione, mi sento di garantire di non aver mai visto sul palco in anni e anni e anni (e anni) un gruppo – oh, pardon: si definiscono collettivo, con evidente wannabeismo Wu Ming – più inutilmente strafottente e musicalmente sciatto, credo anche per mascherare i propri limiti infiniti: non c’è loro canzone che non sembri la copia brutta e svogliata di qualcos’altro, e con allusioni e slogan talmente telefonati che sembra che qualcuno abbia mandato Povia al Dams. Nella Mia Umile Opinione, sono uno dei gruppi più disperatamente inutili apparsi negli ultimi cinquant’anni, forse riempiono un vuoto, come tante delle cose insulse che cerchiamo di spiegarci. Il loro comunicato stampa mi avvisa cionondimeno che i “cinque pazzi scatenati”, dopo qualche data in Europa definita Erasmus Tour

(…più smaccati di così, si entra direttamente in Casa Surace) 

“alzeranno ancora una volta l’asticella, per organizzare il limbo collettivo più grande d’Italia”. Per me, benone: hanno pieno diritto di fare brutte canzoni e sfruttare l’ansia di nuovismo che percorre lo scanzonato Paese, nonché di incontrare l’adorazione incondizionata della ineffabile sala stampa di Sanremo – che del resto è la primissima ad abboccare quando le si butta in faccia la locura di una vecchia che balla o una scimmia che balla o l’amico di Daniele Silvestri che ballava (#qualcunocheballa is the new black) (per Sanremo 2019, gattyno che balla e non se ne parli più). Le testate di sinistra, Manifesto in testa, sono totalmente disposte a bersi le raffazzonate rimasticature di Bifo Berardi e Deboscio, intanto che il Corrierone fa le sue gallery sul look vincente (e IRONICO) del frontman cuccioloso, mentre i critici indie abbozzano, stroncati preventivamente fin dagli inizi nella VIRALE Mi sono rotto il cazzo
(“Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda, si fa fatica a capire cosa scrivete, bontà di dio avete dei gusti di merda”)
(opinione opinabile ma legittima, però siete andati a Sanremo a portare una canzone che è l’apoteosi del kaffeeeee, un grido di guerra già rilanciato da un ufficio all’altro sulle ali di whatsapp nel sogno rivoluzionario di una vita in vacanza senza “nessuno che rompe i coglioni”)

Ma a proposito di scrivere in modo patetico, regalo ai lettori di questo angolino marginale un frammento del libro Il movimento è fermo – il “romanzo d’amore e di protesta” del collettivo, pubblicato da Rizzoli giusto un anno dopo l’altrettanto significativo libro di Benji & Fede. Libro dedicato con pucciosa retorica “A chi sa amare e ogni giorno crea possibilità: percorrendo nuove strade, occupando spazi, liberando idee”, ma che si badi, “Non è una storia in versi, e non è neanche un’autobiografia. Parla di noi, ma nessuno è noi, o forse lo sono tutti. Parla di trentenni, ma anche di sbarbi e cariatidi. Lo hanno scritto due di noi, e gli altri hanno detto che è figo”. Il passaggio che vi ho selezionato, in apertura, introduce sapientemente i personaggi principali tramite una brizziana conversazione al bar (e dove, se no) (“in una Bologna che in fondo è sempre la stessa, tra concerti in giro e litri di sangiovese”) sul significato di T’immagini di Vasco Rossi.


Beh. Naturalmente è possibile che là fuori qualche YouTuber scriva peggio. Ma la differenza è che lo YouTuber lo sa.

Top ten degli album. Come detto, Sfera Ebbasta ritorna al n.1, ed è la trap vs Sanremo nelle prime posizioni: Ermal Meta scende al n.3, superato da Annalisa; rimangono in alto FabrizioMoro (n.4) e Ultimo (n.5). Carl Brave x Franco 126 salgono tanto, dal n.32 al n.6, laddove Max Gazzé avanza al n.7, Emma resiste al n.8 davanti a Ed Sheeran e a un’altra nuova entrata dalla Kermesse: Red Canzian al n.10 (meglio, molto meglio di Facchinetti&Fogli anche se si inerpicano risoluti dal n.46 al n.37).

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten la raccolta Primati de Lo Stato Sociale, Oh vita! di Jovanotti, Back home di Madman. Debuttano al n.15 i Decibel, , si presenta al n.22 Bella, prof! di Lorenzo Baglioni. Sempre tre gli album in top 100 da più di 100 settimane: il best di TZN al n.71 (uscito 169 settimane or sono), Hellvisback di Salmo al n.65 (107 settimane) e i Coldplay con A head full of dreams (n.116).

Miglior vita. Sono nove gli album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di dichiarazioni di voto. Ben quattro di questi album sono di Fabrizio De André, il cui cofanettone sale lento ma perentorio al n.16. Constatiamo con piacere che Nevermind dei Nirvana (quelli di Kurt Cobain, quello che cioè zio si è SPARATO) che barcollava al n.100, con un colpo di reni ha evitato l’abisso risalendo al n.83. A deniaaaal, etc.

Pinfloi. Soddisfacente + 4 per The dark side of the moon che sale al n.41, mentre The wall fa ancora meglio e svolazza dal n.72 al 62, e malgrado il disappunto di questa rubrica anche Wish you were here si innalza dal n.82 al 76 – e se nemmeno qui vedete una chiara profezia sul voto del 4 marzo, davvero sarò costretto a farvi dei disegnini.
(… come dite?) (35%?) (Ha! Vi piacerebbe)

Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

Vengono qui e ci portano via le nostre donne e i nostri festival della canzone italiana.

Polemistan, cap. IX – Le migliori polemiche del gennaio 2018

Polemistan, cap. IX – Le migliori polemiche del gennaio 2018

Levante, Ermal Meta, Fedez, Roberto Vecchioni e altri. Perché la musica italiana non è un pranzo di gala.

Lucio Dalla, la musica, gli album: questi fantasmi

Lucio Dalla, la musica, gli album: questi fantasmi

(se Dalla non vi piace, niente di male, secondo me potete leggere lo stesso. Perché il punto non è strettissimamente Dalla)

Si inizia in uno studio di registrazione. Chitarre, amplificatori Marshall, cavi, nastri, lancette di VU che saltellano verso il rosso. C’è Maurizio Biancani, tecnico del suono e produttore, che muove cursori, isola suoni, isola la voce (quando Lucio Dalla scandisce nel silenzio “il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare non lo puoi recintare”, è inquietantissimo), commenta e chiede conto a Ron, seduto al suo fianco, delle scelte fatte per costruire le canzoni dell’album Come è profondo il mare.

Si possono fare documentari musicali in forma breve – e televisiva, quindi – in molti modi. Incrociando filmati d’epoca, camminando per le vie delle città, interpellando coloriti “addetti ai lavori” di altalenante competenza (e non lo fa solo la RAI coll’amichétti fatti cor pennello, lo fa anche la BBC). O lasciando agli artisti il compito di farsi umili testimoni della propria santità.

Ma questa modalità, il racconto a partire dal mixer (la cui versione più riuscita potrebbe essere la serie Classic Albums) è forse quella che più si attaglia a chi come me è tuttora annichilito dal mistero assai grande che erano, una volta, i dischi.

(naturalmente questo tipo di documentario è vintage per forza di cose: senza gli album, di cosa parleranno i documentari del 2037?) (no, ok, ce l’ho) (“Fedez, i retroscena del tatuaggio”) (“Benji & Fede: i tre selfie della svolta”) (“Levante: il pianto che scosse una generazione”) (“Laura Pausini: the making of l’accappatoio”) (“Gué Pequeno: the making of QUEL video su Instagram”)

Così inizia, parlando di suoni (perché per secoli abbiamo convenuto che erano i SUONI a fare la musica! Non l’attitudine, non il fattore X, non lo swag) Com’è profondo il mare, regia di Ruggero Longoni, direzione creativa di Giuseppe Domingo Romano, prima puntata di 33 Giri – Italian Masters, che dal 22 novembre inaugura su SkyArte una serie di sette puntate che includono Radici di Francesco Guccini, Pigro di Ivan Graziani, Crêuza de mä di Fabrizio De André, La voce del padrone di Franco Battiato, Far finta di essere sani di Giorgio Gaber e Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano.

Sì, si potevano scegliere altri dischi, ma si vede che questi erano quelli più fattibili per materiale disponibile. Tutti cantautori. Nessun gruppo. Nessuna donna. Quattro su sette sono trapassati. E tuttavia non c’è Battisti. Immagino che se avessero potuto l’avrebbero incluso – insomma non è una lista di migliori, okay? Sono questi, prendere o lasciare, io credo possano essere interessanti in ogni caso. Anche se spesso l’artista è impossibilitato a raccontarsi. Chissà se non è un vantaggio.

Nel caso di Dalla ho la sensazione che lo sia. La sua assenza mette in rilievo il contributo di tutti gli altri, e nel contempo sollecita una rispettosa aneddotica da parte degli interpellati: molto Ron e Ricky Portera, pochissimo Mara Maionchi e Jimmy Villotti. Ascoltandoli, un album di quarant’anni fa viene scomposto e ricostruito in modo molto, molto interessante. Tipo così:

Samuele Bersani: “A un certo punto era visto come un rottame, pur essendo passato a Sanremo, ai concerti lo contestavano, gli tiravano la verdura”.

Ron: “Aveva attraversato gli anni di piombo coi testi di Roversi, bisognava dire certe cose altrimenti eri morto. Lui si trasformò in un cantautore che parlava comunque sempre del popolo, dell’amarezza della vita, della presenza di un potere. A marzo c’erano stati incidenti a Bologna, erano arrivati i carrarmati, lui era molto impaurito”.

Ricky Portera: “Quando lo incontrai non era un piccolo borghese, era un rivoluzionario: aveva deciso di rompere col proprio passato e scriversi i testi da solo”.

(Sandro Colombini, produttore, durante la presentazione: “Per scrivere Com’è profondo il mare bisogna uscire e girare di notte. Bisogna aver visto la gente, bisogna aver visto i linotipisti, che la gente non ha idea di chi siano”)

Portera: “Lucio mi ha fatto suonare delle cose che neanche Mussorgski si sarebbe sognato, delle enarmonie che lasciano perplessi. Anche in Com’è profondo il mare, c’è una contrapposizione inusuale, un fa diesis su un do”.

Ron: “Queste chitarre, una 12 e una 6 corde, sono io che le suono. Ascoltavo molto Neil Young, da lui ho preso questo tipo di battuta, coi colpetti alla cassa col palmo della mano, a creare una specie di compressione”.

Biancani: “Ci sono dei synth ma la chitarra è predominante”.

Bersani: “Sotto c’è un basso ostinato che non è tipico del pop italiano, è quasi progressive”.

Ron: “Qui senti anche la povertà dei cori: sembriamo quattro ubriachi. Lucio non chiedeva di essere perfettini. A differenza di adesso i dischi si facevano tutti assieme in studio, non dovevi fare una preproduzione con batteria finta, poi aggiungere le tastiere, poi magari in studio levarle… Lucio ci diceva cosa voleva e noi cercavamo di seguirlo. Ci sono sporcature, si sente che a volte non si va tutti insieme, questo è il bello”.

(domande del sottoscritto a Ron, a fine presentazione: “Ma cosa ascoltavate in quel periodo?” “Lui avrebbe ascoltato sempre jazz, io gli facevo sentire molta Joni Mitchell e James Taylor“. “Il documentario sottolinea che avevate i sintetizzatori ma non li avete messi in primo piano”. “Sì, ci siamo andati molto cauti, non avevamo ancora molta familiarità e poi erano strumenti ancora un po’ da interpretare, li abbiamo usati per colorare il suono, mai per appoggiarci i pezzi”)

Bersani: “Per me è un disco onirico che è vicinissimo a come ricordo io Lucio, col suo senso costante della musica anche quando partiva dal rumore. Per un disco successivo passò giornate intere a lanciare chiavi per terra, registrandole, perché secondo lui quel suono ci avrebbe fatto vendere migliaia di copie in più… Poi non accadde”.

Fosse tutto così, io sarei completamente in solluchero.

Invece lo sono solo in parte. Avendo cercato di individuare una nuova formula, la casa di produzione (Except) ha scelto di far eseguire alcuni brani dagli ospiti: Ron suona e canta Quale allegria, e Riccardo Sinigallia e Laura Arzilli eseguono Com’è profondo il mare. Due buone versioni – quella di Ron al piano, in particolare, malgrado qualche tremito del buon Rosalino evidenzia nella composizione una vaga reminiscenza di Carole King, della quale tra l’altro Dalla reinterpretò You’ve got a friend – ma queste cover tolgono minutaggio all’album celebrato, del quale alla fine non vengono commentati tutti i pezzi (…Sinigallia poi, malgrado la discreta esibizione, fa accapponare le orecchie quando si erge a opinionista). I brani “minori” vengono tralasciati, si parla solo della title-track, di Disperato erotico stomp, Quale allegria, Il cucciolo Alfredo, e un pochino di Corso Buenos Aires.

E tuttavia, urrà. Perché l’attenzione alla creazione in studio (che Dalla piaccia o no, come premettevo) sottrae l’artista alla solita beatificazione che tanto piace e tanto fa comodo, ma sposta l’attenzione sulla musica e sul momento della composizione (proprio nel senso della composizione delle sue parti). Sull’album come raccolta di racconti, favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude. E la distoglie anche dalla pura esecuzione, per la quale da anni si smania in omaggio alla verità del live, al rito collettivo del concerto, all’esperienza salvifica dell’ostensione ai fedeli del mistico corpo del divo.

Non so ora se la stessa scelta sia stata fatta per tutti gli altri – sarebbe incredibile un documentario su De André senza i fatidici caruggi. Però posso dire che Com’è profondo il mare di Lucio Dalla, testé ristampato e ripulito per il 40ennale, non aveva (mi perdonino i devoti) mai realmente ottenuto la mia attenzione.

Lo devo ammettere, mi ero perso qualcosa.

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Dieci cose che ha detto Guccini, e una che dico io

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Salvini, De André e le (nostre) anime salve

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Salvini e De André. E i tanti che si indignano: ché è un abominio, che proprio il furbo cappone che sta guadagnando sempre più potere, denaro pubblico e visibilità grazie allo sbandieramento evidentemente demagogico di slogan politici da sbornia cattiva rivendichi tramite l’amato Twitter una passione per il FABER, il poeta dei vinti.Salvini 1 E cerchi anche di illustrare la legittimità ideologica di questa sua passione.

Eppure la faccenda è talmente emblematica. In fondo la musica pop e il culto dei suoi esponenti vive in larga parte di questo aspetto, dell’elevazione dei divi (parola che qualche sospetto avrebbe sempre dovuto darlo) a supereroi capaci di affermare se stessi contro tutto e tutti oppure a santi mondati da ogni male, per riscattarci tutti. Può anche essere ragionevole discutere se Salvini ha “capito De André”, quanto lo sia chiedersi se Morgandeibluvertigo è poi realmente riuscito a “capire Battiato” o se Don Giussani abbia capito l’artista noto come Gesù Cristo, se la famiglia Binladen ha capito il profeta noto come Muhammad. Ma se permettete, io andrei in un’altra direzione (non molto contraria, non particolarmente ostinata).

A una prima lettura il testo di Khorakané non invoca ruspe né bulldozer (però chi lo sa, se nel metatesto. Nel metatesto c’è sempre di tutto). Tuttavia nella mia umile opinione non è realmente questo il punto. La verità è che non si può impedire al laido trombone adorato dai media di ascoltare il poeta dolente pur rivendicato dalla sinistra come proprietà esclusiva. Temo che il paradosso difficilissimo da accettare in questo apparente cortocircuito Salvini-Faber sia che ascoltare musica, anche quella più intrisa di idealismo, di bellezza, di risposte grandi o piccole, non fa diventare migliori. Salvini 2Ci culliamo da anni in questo confortevole dogma, persuasi che chi ascolta i Clash e i Ramones sia un ribelle indomito, chi ascolta i Kraftwerk e Brian Eno un colto esteta, chi ascolta Sting sia un superficiale, chi ascolta metal sia un aggressivo, chi ascolta indie-rock sia una mente vivace e moderna e chi ascolta Vasco Rossi è un rintronato provincialotto. Però sapete, io ne ho conosciuti, di schifosi che ascoltano i Joy Division e di vermi autentici che sentivano Bruce Springsteen. E ci sta.

Anzi, uno dei problemi che dovremmo risolvere è smetterla di essere intolleranti nei confronti di quegli artisti il cui successo di massa annovera per forza di cose un sacco di gente che non ci piace. Del resto né la gente che ci piace né quella che non ci piace ha passioni prevedibili come ci piacerebbe pensare. Tra le scene televisive più meste ma rivelatrici che io ricordi c’è una puntata di Santoro in cui sia il conduttore che Roberto Formigoni cantavano a piena voce, tutti ispirati, Gaber e Lalibertànonèstarsopraunalbero. Salvini 3

Quindi, c’è poco da commentare “Giù le mani da De André”. Visto che ai musicisti attribuiamo abitualmente la qualifica di salvatore delle nostre anime, a maggior ragione, che si salvi anche Salvini (…apprezzate come resisto a fare il gioco di parole), tanto più che De André è unanimente considerato uno dei più salvifici: molto probabilmente il trombone lombardo ci trova una sua forma di redenzione nell’ascolto, una elevazione delle proprie quotidiane rozzezze. Temo sia, se non in toto almeno in parte, quello che tutti noi cerchiamo nella musica che ascoltiamo. Forse dovremmo addirittura ringraziare Salvini perché ci permette di ragionare sulla destabilizzante ipotesi che questa redenzione non arrivi affatto.

Salvini 4