Tag: Ermal Meta

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Un’epoca di musica pop è finita. E forse è giusto. Ne sta iniziando una nuova, di musica inconsistente. E forse è giusto.

Musiche pesantissime – TheClassifica 11/2021

Musiche pesantissime – TheClassifica 11/2021

Pre-massa. Sospetto che le maggiori riflessioni che la musica italiana ha fatto sulle dinamiche sociali negli ultimi 20 anni siano:

  1. Ognuno di noi è solo, tutti cercano di fregarlo tranne la mamma e la sua popstar preferita, che è una persona speciale che merita un successo enorme;
  2. Ognuno di noi è solo, e tutti gli dicono che non ce la farà mai perché tutti sono invidiosi – tranne i frà i brò gli zì e i trullallà;
  3. LORO, in generale sono contro di NOI. E non c’è molto da chiarire in merito. Va così e basta. Non dite che non ve ne siete accorti, insomma;
  4. I soldi vanno adorati, sono letteralmente magnifici e chi ne ha di più è certamente migliore di chiunque;
  5. Anche i prodotti vanno adorati. Tutti abbiamo necessità assoluta di possedere una quantità schiacciante di prodotti costosi;
  6. Certo non bisogna essere schiavi del consumismo: siamo italiani e sappiamo vivere, quindi ci basta anche solo essere abbastanza ricolmi di soldi da vivere perennemente a Portorico ricoperti di catenazze d’oro, tatuaggi anche sui denti e una quantità di escort da portare in giro sopra dei SUV che irradiano musica orrenda ad altissimo volume mentre la gente attorno riconosce la superiorità della nostra civiltà;
  7. Infine e soprattutto: la strada è la strada ed è la strada che è la strada nel senso che cioè, in questa citttttàh.

Diciamo quindi che quella della canzone che narra la società è una tradizione che è andata perdendo vigore. Dal 1981 era stata il core-business degli artisti di sssinìstra, ma sarebbe inaccettabile dire, come fanno periodicamente i formaggioni di destra, che cantautori come Dalla, Bennato, Venditti, DeGregori, Zero, Baglioni debbano le loro fortune a una qualche idea di “canzone impegnata”. In compenso il rapporto tra cantautori di sssinìstra e musica equa e solidale è andato gradualmente sfilacciandosi. Penso che Daniele Silvestri e Niccolò Fabi abbiano fatto le ultime cose realmente ispirate in quell’ambito, perché al loro slancio corrispondeva una capacità di dire le cose e crederci. Poi, correggetemi se sbaglio, abbiamo avuto una fase in cui prima Caparezza e poi Mannarino sono stati identificati a qualche livello come cantori del popolo. Forse in questi ultimissimi anni possiamo iscrivere al partito (pardon) anche Brunori Sas, toh – anche se è più cantautore da disagini portatili. Eventualmente, nelle microbolle universitarie si cercava di dare un ruolo di critica sociale a I Cani o Lo Stato Sociale. Ma credo che questo la dica lunga sui provvedimenti urgenti che andavano presi nelle Università italiane a inizio secolo: non è stato fatto, e ormai non c’è più rimedio. L’importante è che servano a trovare lavoro. Ai docenti, intendo – è per loro, che le teniamo in piedi, non per altro.

Ma tornando alle canzoni che ci parlano del mondo, col passare del tempo i vecchi big hanno sempre continuato a tentare timidamente qualcosa, ma credo che per esempio Jovanotti col suo Sabatosabato o MiticoLiga con il suo Made In Italy abbiano suscitato nella loro potenziale audience quello stesso moto di ripulsa atterrita che si accompagna al ricordo dei perennemente sbeffeggiati Inti Illimani – come se nel DNA sinistrese fosse entrato per l’eternità l’imbarazzo per la can…zo…ne…po…po…la…re di Ivano Fossati, o per il fatto che la Storia siamo noi o che Piero dorme sepolto in un campo di grano, insomma la reazione suscitata nel proprio elettorato era sempre “Sì, va bene ma basta prediche, tanto siamo migliori per definizione, no?”

Curiosamente, la mutazione genetica è avvenuta su entrambe le sponde. Solo che è stata di segno opposto. Anche perché c’è ancora un pubblico che chiede che qualcuno gli spieghi in modo facile e immediatamente comprensibile quello che gli pare di veder succedere. Quel pubblico non trova nessuno a sinistra. In compenso trova Ultimo, Fabrizio Moro, Ermal Meta e se qualcuno se li ricorda ancora, i due Comunisti Col Rolex. Ed è abbastanza fatale che questa settimana ci ritroviamo

Il numero uno tra i sedicenti singoli. Ovvero, davanti a Madame (n.2) e Maneskin (n.3) Colapesce e Dimartino e il loro inno a una musica salvifica in quanto disimpegnatissima, che parrebbe essere stato adottato euforicamente da un pubblico di sinistra che grazie all’adorato Sanremo (…ovviamente) ha finalmente trovato il mantra con cui ritrarsi dal brutto mondo cattivo che non lo capisce, e dedicarsi finalmente all’amore appassionato per il proprio straordinario ombelico. E nel contempo,

Il numero uno tra i presunti album. Ovvero Tribù urbana di Ermal Meta. Che con le sue canzoni si rivolge espressamente a chi stordito da una Vita da fenomeni chiede canzoni che diano due indicazioni di massima sul mondo, o anche solo una pacca sulla spalla. “Tommaso ha 40 anni e tre bocche da sfamare ma si affoga nei bicchieri e resta a galla coi pensieri; Marta li ha compiuti ieri e guardarla fa male, il contrario dell’amore la morde, ma lei è un fiore tra le pietre” (Il destino universale) “Siamo gli ultimi di questa lunga fila, siamo quelli che ci manca ancora una salita. Quelli che vedi quasi sempre sullo sfondo, invisibili che salveranno il mondo” (Gli invisibili); “Nel fango della stessa sorte tutti noi siamo uguali, che ridiamo con le costole rotte per andare avanti” (Un altro sole).

So bene che i miei colleghi ignorano Ermal Meta più che possono. E non mi aspetto che la sua immagine mi porti una ventata di lettori, perciò in copertina metterò Colapesce e DiMartino, in modo che mi leggano sei persone invece che quattro. Poi, sul fatto che sia necessario parlarne, naturalmente non posso essere così incrollabile: le sue canzoni non mi piacciono, tranne forse la strana No satisfaction – ma questo non è rilevante. La cosa che mi confonde è un’altra: ogni tanto sospetto che la maggior parte delle sue canzoni non piaccia nemmeno a lui. Che però le scrive così perché ritiene che questa sia la loro forma necessaria: enfatica, coi corettoni, con soluzioni melodiche da pop cantautorale che sembrano prendere le mosse dall’Eros Ramazzotti degli anni 80, o dagli anni in cui Ron era il faro di Radio Italia. È come se Ermal Meta, proprio perché non è italiano, si sentisse libero di ricordare agli italiani che c’è un tipo di pop con cui non hanno chiuso, e tutti i PRODUCERS di Presuntuopoli non realizzeranno mai nulla di altrettanto incisivo, qualunque cosa gli dicano i discografici e una generazione di critici priva di orecchie (oltre che di colonna vertebrale). A suo modo, questo tipo di musica è il nostro country: ci piacerebbe liberarcene per sentirci finalmente ipermoderni. E sarebbe anche un’esigenza comprensibile. Ma quello che secca ammettere è che proprio come accade col country americano, questa musica e la facilità con cui arriva contribuisce a mettere in luce tutti i limiti di quella con cui abbiamo creduto di seppellirla.

Resto della top ten. Alle spalle di Ermal Meta c’è un altro album sanremese o quasi, perché Nuda10 di Annalisa era già uscito a settembre e dopo una settimana al n.2 era rapidamente crollato al n.24 nel giro di sette giorni. Mantiene il n.3 Obe di Mace, che si sta comportando davvero benone; debutta al n.4 Meridionale di Aiello, davanti a Tante care cose di Fulminacci. Completano la prima diecina Gazzelle, Capo Plaza, la compilation Sanremo 2021, i Maneskin col disco vecchio e Sferoso Famoso.

Altri argomenti di conversazione. Scende dal n.5 al 20 La Rappresentante Di Lista, manca la top 10 Gio Evan (n.14). Ma che gli importa, lui è un poeta. Entra(no) al n.42 Lo Stato Sociale. Sembrerebbe piuttosto basso ma non mi sbilancio, poi magari salta fuori che NON era realmente l’album, un po’ come Colapesce e Dimartino che sono al n.19, ma è la versione nuova, è ancora quella vecchia, devo veramente stare dietro a tutte queste sceltine strategiche? Ma quanta voglia posso avere? Ragazzi fare i discografici in quest’epoca dev’essere noiosissimo, fanno bene a drogarsi. Intanto escono dalla classifica dopo una sola settimana Scary Hours 2 di Drake, che era entrato al n.54, i Kings Of Leon, Road to the Sun di Pat Metheny, Jason Vieaux & Los Angeles Guitar Quartet (era entrato al n.25). Gli album in classifica da più di 100 settimane sono Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari (102 settimane), Billie Eilish con il suo debutto (103), Re Mida di Lazza (107), Post Punk di Gazzelle (120), Salmo con Playlist Live (123), Diari aperti segreti svelati di Elisa (125), 20 di Capo Plaza (152), Ultimo con tutta la sua discografia ovvero Colpa delle favole (102) Pianeti (159) Peter Pan (162), e su tutti l’inutile Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 211 settimane fa. Prima o poi, per decisione ormai presa dalla casa discografica, toglierà il record di settimane consecutive ai

Pinfloi. Ma non oggi. Intanto, The dark side of the moon scende (in modo appena percettibile) al n.31, The wall sale (in modo appena percettibile) al n.51. Ipotizzo che queste oscillazioni appena percettibili seguano quelle di due punti di riferimento planetari importanti per quel che resta dei nostri sistemi ideologici: The dark side of the moon è sicuramente Joe Biden con i suoi problemi di equilibrio, mentre The wall è Putin, assassino e orgoglioso di esserlo in un mondo che non sa più riporre la sua stima in una schietta brutalità.

ClassificaGeneration Stagione III ep. 3. Fedez e Di Maio: guardando dal trono

ClassificaGeneration Stagione III ep. 3. Fedez e Di Maio: guardando dal trono

Quando il potere logora chi ce l’ha, anche il potere non è più quello di una volta.

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Le popstar italiane una volta avevano delle opinioni. E magari le hanno pure oggi – ma pagano dei manager perché le stronchino sul nascere.

Mina mena! – Classifica Generation, episodio XVIII

Mina mena! – Classifica Generation, episodio XVIII

«Io non capisco là fuori
Io non capisco l’industria
Io non capisco il banchiere
Io non capisco se il disco è come tu lo volevi
Io non capisco ci credi?
Io non capisco mi segui?
Io non capisco ti vedi?»
(Cosa avevi capito?, FF)

A quanto pare, sono stato chiuso un mese.
Chiuso in me stesso! Chiuso nella mia gabbia adorata, chiuso come una testuggine testona, per crescere, per capire come darvi di più, come compiacervi – giacché l’ultima volta mi avete messo solo 19 like, branco di farabutti versipelle. Oddio, non che mi cambi molto, 19 o 91, tanto l’Amministratore Delegato di aMargine sono io e sono un amministratore illuminato. Davvero. A costo di puntarmi in faccia i fari. Non mi pago certo in base ai like (essendo un po’ il mio fiore all’occhiello), laonde mi sono concesso un mese di pausa. Poi mi sono invitato a pranzo e mi sono detto: “Può anche darsi che il pubblico in questo momento non senta necessità delle tue vibranti analisi”. E mi sono risposto, piccato: “Ma se è così, cosa vogliono? Che indichi il nuovo su cui precipitarsi per poter accusare gli altri di essere vecchi? Che scriva titoli gratuitamente volgari come il Miserocefalo? Che scriva pezzi più corti perché non hanno tempo, devono andare a fare le battute e i meme? Che scavi loculi nelle nicchie? Che mi metta a sarabandare di supporti, di tecnologia? Potrei farlo, a me interessa anche”.

Ma chi lo sa in fondo cosa è interessante oggi, no? Siamo così tanti, a scrivere, e siamo così tanti a commentare (…non ho detto a leggere) e appena metti fuori la testa vieni assalito da tutti questi scriventi, tanti illeggibili, tanti imperdibili. Ah, che epoca mirabolante, voi vorreste forse viverne un’altra? Vi dirò, io per nulla al mondo. Voglio vedere questa come va a finire. Avete letto per caso una delle tante interviste a Virginia Vallejo, la giornalista amante di Pablo Escobar? Lui era un assassino criminale che dovrebbe stare in galera pure da morto, però la riempiva di gioielli e vestiti firmati, però la stuprava e menava, però si sono incontrati duecentoventi volte (però, che memoria), però «Se non lo avessi incontrato oggi sarei una di quelle vecchie giornaliste che girano per Miami e sono acide con le giovani». E Marta Serafini del Corriere le chiede come abbia potuto farsi sopraffare e umiliare così a lungo. Lei risponde che voleva «vedere come sarebbe andata a finire questa storia».
Capite, è l’elevazione della barzelletta di Pasquale a stile di vita.
(gosh, scusate lo spoiler se non sapevate la Barzelletta di Pasquale)
Ma non siete così anche voi? Non siete curiosi di sapere come va a finire?
Per fare un esempio, i dischi che si vendono OGGI. Quest’anno, la FIMI non ha comunicato nulla sul volume di affari della discografia italiana. Lo aveva sempre fatto. Anche solo per dire “Ehilà gente, c’è più streaming, c’è meno streaming, più cd, meno cd, più acqua, meno acqua”. Che non abbiano finito di contare? Forse tutto dipende da una persona che mentre noi siamo qui, sta contando gli streaming a mano, a uno a uno, di casa in casa.
Così io cucino coi dati che ho. Che mi dicono che nel 2018 nessuno ha tenuto il n.1 più di una settimana eccetto Sfera Ebbasta. Abbiamo avuto, su 13 settimane, 10 album diversi in testa (è l’anno più instabile del decennio) e parlo anche di pesci grossi: Laura Pausini, Benji & Fede, Ermal Meta. E adesso Mina, che peraltro non andava al n.1 da undici anni.
Tutti regni durati sette giorni.
Cosa vorrà dire?
(ah già, dovrei dirvelo io)

Intanto, che ci sono state più uscite importanti, perché è meno importante uscire a ridosso di Natale, e più proficuo uscire nei primi mesi dell’anno a ridosso dei tour. E vedrete quando anche da noi lanceranno il bundle biglietto+cd che negli Usa ha riportato ai primi posti gli album del 2016 di Bon Jovi e Metallica.
Poi, ho la minuta sensazione che alla fine, nell’ennesimo riparametramento cd-streaming, il secondo non sia divenuto così preponderante come pensavamo. Abbiamo avuto tanti rapper al n.1, ma i rapper e ora i trapper sono anni che vendono anche in Italia un bel po’ di cd (“formato fisico”, come dicono quelli di cui potete fidarvi).
Prendiamo la classifica di questa settimana. Mina n.1, seguita da Laura Pausini con tutto il suo corpo diplomatico. Al n.3 entra Vegas Jones, un altro virgulto di Cinisello Balsamo (che evidentemente sta mettendo a frutto la sua modernissima Biblioteca Pertini). Dal 23 al 29 marzo il suonatore Jones ha presenziato in 14 megastore diversi, per esempio il pomeriggio del 25 era sia alla Feltrinelli di Genova che in quella di Torino.
(non contemporaneamente. La prima alle 14, la seconda alle 18)
Al n.4 debutta L’amore e la violenza vol. 2 dei Baustelle, che si sono fatti Genova-Torino il giorno prima di Jones, e la combo Bologna-Firenze il giorno dopo.
Al n.5 entra invece Mezzosangue, che è il primo di quelli che non hanno fatto firmacopie, e aggiungiamo pure che non ha una major dietro – quindi per quanto io sia abbastanza sicuro che i suoi cd li stia vendendo, non credo di sbilanciarmi troppo se dico che di tutta la top 10 è quello che conta di più sulla performance con lo streaming.

Cosa voglio dire con questo? Niente di particolare! In realtà, era solo per confondervi con un po’ di informazioni per glissare sul disco di Mina. Ritengo sia la prima volta che non ascolto un disco che va al n.1 in Italia. Bene, lo so che non è professionale
(ma come mi ricorda il direttore di aMargine sto scrivendo agratis, cosa che non è professionale nemmeno lei)
ma non mi interessa proprio il 74mo album della Signora, forse il 50mo che vede alla direzione artistica Massimiliano Pani, uno che non faccio per dire, ma da quando aveva 16 anni scrive canzoni per Mina, più bigliettodavisita di così. 
(non sapevo invece che Pani fosse così ricercato, oltre che da Mina, da Rai e Mediaset per le musiche delle fiction) (sostanzialmente fa musiche per Mina e per le telenovele italiane) (…vedete già, lì dietro quel muro, il collegamento simbolico in agguato, vero?) (no, meglio fare un passo indietro)
Mi scuso anche coi suoi autori, so che è per questa presunzione che perdo le elezioni, ma c’è troppa roba da ascoltare per sentire ancora un’interprete che conosco – diciamo così – un po’ bene,  e della quale sono pure riuscito, per motivi anagrafici, a vedere gli ultimissimi anni di immagine pubblica (correndo poi a rivedere gli anni precedenti nelle teche Rai, e a leggere le folgoranti interviste raccolte in Mina Talk di Ferdinando Fratarcangeli). L’album Maeba ha preso buone recensioni, e io mi fido. Poi, metteteci che Pani è andato da Fazio, che a ‘sto giro un sacco di critici sono stati invitati a Lugano nel caveau della Signora; che è sbarcata su Twitter, che è testimonial vocale TIM e non mi meraviglierei che su TIMMusic andasse fortissimo. Quindi insomma, la peraltro schiva Laura Pausini si sarà fatta una ragione dell’aver ceduto il trono alla Storia della Canzone Italiana.
(LOL, sono sicuro di no invece, me la immagino blu dal fastidio)

Resto della top 10. Scende al n.6 Tedua, ex n.2 ma anche n.1, scende al n.7 l’altro Cinisellese (o Cinese, da Ciny) Sfera Ebbasta, album più longevo tra i primi dieci con tutto che è uscito solo a gennaio, per ribadire la vorticosità di cui vi dicevo prima. Scendono al n.8 Benji & Fede, che forse avevano fatto meglio nel 2016 (sta a vedere che ormai bastano due anni per il ricambio generazionale). Al n.9 Ultimo, al n.10 Ermal Meta.
Toh, tutti italiani.
Ah no, giusto: Mina è cittadina svizzera.

Altri argomenti di conversazione. Nel gennaio 2017 il vol.1 di L’amore e la violenza dei Baustelle aveva debuttato al n.2. Ed Sheeran è uscito dalla top 10. Così come Max Nek & Renga, e Oi Vita di Jovanotti e il n.1 Usa, XXXTentacion (n.15). Entra al n.32 Boarding house reach di Jack White. Un po’ meglio dei Led Zeppelin (How the west was won, n.39, uscito nel 2003. Pensavo prima) e di Edoardo Bennato (Burattino senza fili, uscito nel 1977. Pensavo dopo). Dopo due settimane è già uscito di classifica American utopia di David Byrne. Ah, se solo lo avesse chiamato My life in the bush of the ghosts vol.2. La nonna della classifica è sempre The best di TZN Ferro, n.51, uscito 174 settimane fa; lo segue a rispettosa distanza Hellvisback di Salmo, con 112 settimane in top 100, attualmente n.59. Non è più tra noi invece A head full of dreams dei Colpdlay, usciti dopo 116 settimane. E a proposito di gente che non è più tra noi:

Miglior vita. Soltanto sette album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di Selvaggia Lucarelli. Li guida Giorgio Gaber, il cui Le donne di ora è entrato al n.16. Però ho come la sensazione che i cari estinti in classifica siano meno vivaci di un tempo. Anzi, se devo dirla tutta mi sa che il 2016 oltre a un centinaio di rockstar ha ucciso pure questo comparto. Ma non ha certo ucciso i

Pinfloi. The dark side of the moon beccheggia al n.34, tra Francesca Michielin e Dua Lipa. The wall scende dal n.47 al n.54, perdendo l’occasione di superare Lo Stato Sociale (n.50). Ma la buona notizia è che Wish you were here scende al n.83 – ci dev’essere disaffezione in giro, persino Hauauìsc, il giovane che abita sopra di me, l’altro giorno NON stava suonando o sentendo Wish you were here: ha preso consapevolezza della palpitante contemporaneità, lo deduco dal fatto che ho riconosciuto ciò che stava sentendo, era l’ultimo di David Gilmour.

Speciale Elezioni 2018: Italia vs Resto del Mondo – ClassificaGeneration cap.XVII

Speciale Elezioni 2018: Italia vs Resto del Mondo – ClassificaGeneration cap.XVII

Tutti dicono che è un Paese diviso. In effetti pare diviso dal resto del pianeta.

Lo Stato Sociale è piuttosto inutile – ClassificaGeneration, cap. XVI

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Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

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(sul treno per Roma c’era una donna) (piuttosto bella, con i capelli rossi ma una ciocca era bianca) (e seduta accanto al finestrino) (…ovviamente vedeva passare l’Italia ai suoi piedi) (ma a parte questo) (davanti a sé, sul tavolino aveva un tablet ma anche un kindle, ma anche un iPod – e un libro) (e stava parlando in un telefono) (e nel telefono diceva) (“Ditemi che senso ha ironizzare sul fatto che Di Maio come unico lavoro ha fatto lo steward allo stadio”) (“Dovete capire che per la maggior parte della gente è un lavoro molto più rispettabile di quello del 90% dei candidati”) (“…Ma non solo”) (“Il punto è che gli elettori italiani hanno bisogno di uno steward da stadio. Con un sorriso gentile come quello che ha lui”) (“Hanno bisogno di uno che semplicemente gli dica: ecco, le faccio vedere, quello è il suo posto. Proprio il SUO, sì”) (“Può mettersi comodo”) (“E iniziare a gridare con tutti gli altri”)

Ermal Meta è entrato in classifica con il suo nuovo album Non abbiamo armi al n.1. Ritengo sappiate che con Non mi avete fatto niente ha vinto il festival di Sanremo in coppia con Fabrizio Moro. Il quale però è entrato in classifica col SUO album – la raccolta Parole rumore e anni – al n.3. Tra i due si interpone Sfera Ebbasta, al n.2. Madman, ex numero uno, scende al n.5 accomodandosi tra altre due folate sanremesi: Ultimo al n.4, e Lo Stato Sociale che entra al n.6.
Su Ermal Meta e la sua capacità di interpretare il nostro immaginario canzonaro ebbi a esprimermi già in occasione del suo precedente primato in classifica. Non ho cambiato idea, quindi mi preparo a citarmi addosso (cit.)
(…grazie, troppo buoni)
Prima però volevo segnalarvi quanto accaduto qualche sera fa su twitter.

Dovete sapere che all’improvviso il FANDOM di Ermal – si chiamano I Lupi di Ermal e sono in schiacciante maggioranza di sesso femminile – si è lanciato in un hashtag ispirato da una reazione renatopozzettiana, filologicamente ineccepibile, di fronte a disegni che fantasticavano sull’intensità del suo rapporto con l’intensissimo Fabrizio Moro.
“Elamadonna” è stato però ibridato con “le asfaltate”, in sostanza le volte in cui il loro idolo si è dimostrato lapidario e superiore, sia sui social che in televisione. In uno di quei crescendo che spesso portano a momenti di esilarante stupidera social, l’uomo al quale incautamente Morgan ha incautamente affibbiato il nomignolo Meta-done emergeva come irresistibile diffusore di salaci stilettate. Il che è interessante perché il riposizionamento a simpatico fa parte del processo di approvazione di ogni artista o politico italiano. Per questo quel momento affascinante che era Tribuna Politica non tornerà più – perché ci sono Maria e Fazio a fare il politicissimo lavoro, un tempo ingenuamente non richiesto, di rendere simpatici i candidati quanto i cantanti. E viceversa.

Non è più così facile distinguerli, del resto.

E ora, alcune inevitabili righe sull’album. L’unica cosa interessante del pezzo vincitore di Sanremo è che è un country con quel timing chiamato “train beat” – sapete che il country è molto ballato, soprattutto nella grande provincia norditaliana? Ed è abbastanza appropriato, si affianca alla fantasia di tornare a cavalcare nelle nostre terre, cacciando bufali, dopo aver sparato via tutti i musi neri. Però Meta è in forma, per me il disco è migliore del precedente; oltre alla JohnnyCashata con Moro ci sono dei pezzi interessanti. Personalmente cado a pera per la missiva Caro Antonello, dedicata al nume Antonello Venditti, che è un po’ la sua versione di Song for Bob Dylan di David Bowie. E in generale in mezzo all’enfasi ipercuoristica sovrapprezzata dal suo pubblico, un po’ di frasi da cantautore laureato gli vengono. Anni passati a studiare il pop italiano,
(qui mi sto citando paroparo, come promesso)
a scrivere per praticamente tutte le star del talent-pop, a capire esattamente cosa ci fa invariabilmente piangere e cosa ci fa rimanere bietolosamente trasognati, hanno permesso al giovane albanese di accumulare una tale conoscenza delle nostre debolezze che potrebbe prendere il potere candidandosi in uno di quei partiti dove col minimo impegno diventi ideologo (eccetto la Lega Nord ovviamente, lo stipendio è eccellente ma la compagnia è mortificante).

E col ritorno alle elezioni, alle quali accennava il prologo, chiudiamo la prima parte col resto della top ten: Emma, unica donna nelle prime posizioni, scende al n.8 (ahi), dietro a Ed Sheeran; il nuovo album Alchemaya di Max Gazzé chiude al n.9 il quintetto di sanremesi entrati nella diecina nobile (avvisate i suoi fan Wikipedisti, perché non si sono accorti che è uscito e non è carino); dietro di lui c’è Jovanotti con il suo disco tutto importante.

Altri argomenti di conversazione. Non riescono viceversa ad approdare nell’Olimpo degli Eletti Noemi, che entra al n.13, il live di Elio & le Storie Tese (n.14), Le Vibrazioni (!) al n.17; Roma è de tutti di Luca Barbarossa al n.21 (metto il titolo perché mi fa blandamente ridere), Ornella Vanoni al n.24. Poi abbiamo Caccamo al n.41, Enzo Avitabile al n.44 e Facchinetti & Fogli al n.46 (wow!) (forse da soli ottenevano di più), Mudimbi n.50, Mirkoeilcane n.79. Chiude la ristampa di Modern art di Nina Zilli, n.95.
La raccolta di Claudio Baglioni sale dal n.56 al n.30. Non tanto, no. Ma del resto, forse la gente ne aveva avuto un’overdose. Escono dalla top 10 i Maneskin dal n.5 al n.12 (Sanremo scaccia X Factor) MiticoVasco al n.15, Ghali al n.18, Mr. Rain al n.23 e, con una perdita di 46 posizioni, Justin Timberlake (n.54). Entrano al n.31 i Franz Ferdinand, prima novità non sanremese. Infine, momento senex con i tre album più anziani in classifica: la raccolta di TZN al n.63 (168 settimane) i Coldplay al n.90 (115) e Hellvisback di Salmo n.68 (106 settimane).

Miglior vita. Sull’onda della fiction su RaiUno Fabrizio De André, cantautore preferito dal sensibile Salvini, vede il nuovo cofanetto salire dal n.32 al n.20 (pensavo meglio) (ma d’altra parte costa un po’); c’è lui alla guida dei nove album in classifica riconducibili ad artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di rimborsi. Con tutte queste nuove entrate, Nevermind è scivolato al n.100. Guardate, tremo soltanto all’idea.

Pinfloi. La settimana post-sanremese non ha danneggiato The dark side of the moon, che si è limitato a perdere fisiologicamente 4 posizioni; il clima di fiducia e unità nazionale creato dalla kermesse ha invece danneggiato The wall, sceso dal n.57 al 72, mentre ha contenuto le perdite Wish you were here (dal n.79 al n.82). Gentiloni non ha mancato di far notare la sostanziale tenuta dei tre dischi alla Merkel, che ha ovviamente puntualizzato che la posizione di Hauauìsc è un problema che rimane sul tavolo e che anche l’Unione Europea si aspetta che le nostre istituzioni si adoperino per risolverlo: gli strumenti ci sarebbero. Troppe volte abbiamo pensato di scaricare Wish you were here su una nuova legislatura: la verità è che lo stiamo scaricando sulle generazioni future.

Il rap spiegato dai rappusi – Classifica Generation, cap. XIV

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“Chi vi credete che noi siam, per le rime che facciam”

Polemistan, cap. IX – Le migliori polemiche del gennaio 2018

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Levante, Ermal Meta, Fedez, Roberto Vecchioni e altri. Perché la musica italiana non è un pranzo di gala.

Superclassifica 2017: i più – diciamo così – venduti. L’analisona

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APERITIVO

 

(partiamo dal dato meno glamour di tutti, per farvi capire quanto, in questa occasione cerimoniosa, sarò severo e notarile)

 

Le Case. Warner si prende il numero 1 globalone. Sony si prende il resto del podio. Un indipendente (Believe con Ghali) si prende un posto in top 5. Universal sbrana tutto quello che può – a partire dal sesto e settimo e ottavo e nono e decimo posto. Le tre maggiori spazzano parecchio, ma non spazzano tutto: Self figura al n.11 grazie a Coez, Artist First sfoggia un n.17, 18 e 23 (Negramaro, Ermal Meta, Dark Polo Gang), Believe riappare al n.33 grazie a Brunori SAS.

 

 

L’anagrafe. Sopra i 50 anni, solo tre titoli in top 10: Mina&Celentano, MiticoVasco e Jovanotti (per poco). Rispetto agli anni scorsi l’età media si è sensibilmente abbassata, come da esigenza del comparto tutto.

 

 

Sesso! Se si esclude Mina con Celentano (e non so se da sola ce l’avrebbe fatta) c’è incredibilmente una sola donna in classifica tra i primi 20: CristinaD’Avena, e non da sola – con i suoi duettanti. Mi pare sia la peggior performance femminile degli ultimi trent’anni. Okay, non sono uscite Pausini, Emma, Amoroso, Elisa. Quindi siamo fermi a loro? Mmh. Quel che è certo è che al pubblico dell’hip-hop le femmine non piacciono. Si vede che c’è quell’omosessualità latente che tirano in ballo per il pallone.
Calendario alla mano. Al netto delle versioni deluxe con cui sono stati ripresentati, tre dei dischi più apprezzati nel 2017 sono usciti nel 2016 (ed erano tra i dieci più venduti anche nel 2016): MIna&Celentano, Tiziano Ferro, la raccolta di MiticoVasco. Quindi, potremmo dire che solo 7 dischi del 2017 sono in top ten. Ma vale la pena notare che in tutta la top 10, l’unico disco espressamente pubblicato nell’imminenza del Natale 2017 era quello di Jovanotti (e diciamocelo, non svetta). Anzi, l’album più venduto a Natale (ModenaPark di MiticoVasco) è solo al n.14. Deduzione pretaportér: il disco non è stato un regalo di Natale. Oppure, se lo è stato, non è stato tirato su a caso, in fretta. D’altro canto un po’ di big sembrano trovare più conveniente uscire a gennaio e febbraio, mesi più vicini alle tournée.

 

PRIMI PIATTI

 

 

Album più venduto: Divide (per gli amici: ÷) di Ed Sheeran, l’album con cui il gattyno che canta voleva deliberatamente superare le vendite di Adele, e non escludo che ce la possa fare. Era dal 2000 che il disco più venduto in Italia non era straniero (in quell’occasione, la raccolta “1” dei Beatles). Al n.2 i #ComunistiColRolex, seguiti al n.3 da Riki capo degli Amiki, che è pure al n.12 (e in questo la sua doppietta è pure meglio di quella di MiticoVasco). Al n.4 Mina&Celentano, ma ho dei sospetti: Tutte le migliori, la raccolta di quest’anno, non appare nella top 100, e direi pertanto che è stata considerata una versione deluxe dell’album Le migliori del 2016. Non sarebbe la prima volta che viene fatta questa gherminella – la cosa ci svela che le case discografiche tengono alle classifiche più di quanto dicano. Al n.5 Ghali, l’altro fenomeno del mondo teen con Riki – e so che accostarli è una piccola perfidia da parte mia, prometto che non ce ne saranno molte altre in un pezzo in cui sono tenuto a sommergervi di fredda cronaca. Interessante che il Vasco “per tutti” della raccolta Vasco Non Stop (n.8) abbia battuto il Vasco Evento, per di più proposto sotto Natale – e anche su RaiUno – di Modena Park (n.14). Certo, c’è anche il fatto che i dischi dal vivo non piacciono.
Jovanotti al n.7 non è quello che ci si aspettava, no. Lui potrà vantarsi di aver fatto un album diverso, ma ho la sensazione che il singolo primaverile sarà ancora più cuoricioso del tipico singolo primaverile cuoricioso di Jovanotti.

 

Stranieri. Niente americani in top 20. C’è giusto un inglese (Ed Sheeran) una band irlandese (U2). Proprio volendo, ci sono due #aiutiamoliacasaloro (Ghali ed Ermal Meta). I primi americani sono al n.21 (Imagine Dragons), seguiti dai Linkin Park al n.40. In mezzo, tre inglesi (Depeche Mode, Coldplay, Harry Styles). Oh, il mercato italiano è fortemente autarchico: non è una cosa che scopriamo oggi. Però non commentate che è una caratteristica solo nostra perché non è vero: le charts di Francia, Germania, Spagna sono altrettanto impermeabili ai diktat dei megaboss di New York e Londra. Tranne per quanto riguarda i singoli, come vedremo.

 

I SECONDI

 

NonBenissimo. MiticoLiga, solo n.25 – sì, il disco è del 2016, ma pure quello di Tiziano Ferro, e guardate dov’è. Vale anche per Giorgia n.26. Mentre sono usciti nel 2017 Biagiantonacci (n.32) e Gianna Nannini (n.64) (due posizioni sotto The Weeknd, non so se mi spiego). Disastro inenarrabile per The Kolors, i ragazzi-meraviglia di solo due anni fa: niente top 100 per l’album della casa discografica Baraonda di Lorenzo Suraci, boss di RTL 102,5: lecito ipotizzare a questo punto che i 4 dischi di platino si dovevano più a Maria De Filippi e alla televisione che non alla radio. Poi, lungi da me sottolineare come l’ambientino del giornalismo musicale sia alla mercé dello hype, dei rapporti con gli amichetti o della semplice tifoseria personale. Però se solo la FIMI tenesse conto della quantità di amore battente di Coloro Che Ne Sanno, certi artisti sarebbero più in alto di quello che sono: per esempio TheGiornalisti (ancora dove li avevo lasciati l’anno scorso, al n.45), o Levante (n.54), Baustelle (n.56) o Calcutta (n.96). Questo non significa che alcuni caldeggiati non ce l’abbiano fatta: Brunori SAS porta a casa un signor n.33, e con una piccola etichetta. Ma se vi devo dire la verità, Calcutta può pure farmi degli ampi gesti bimani, perché lui in classifica ci è entrato: guardate invece qui sotto – lasciate che vi mostri il Titanic.

 

Rock’n’roll. Non me la sento di includere MiticoVasco o i Negramaro nel discorso, perdonatemi. Parto quindi dagli U2 al n.15. Arrivo a includere gli Imagine Dragons al n.21 – e presumo che i pitchforkiani stiano già abbandonando la sala. Depeche Mode al n.27. Mi spingo a includere Harry Styles al n.35 (tanto quelli sono già fuori dalla sala, giusto?). I Linkin Park al n.40. Dave Grohl coi Foo Fighters al n.82 fa meglio di Dave Grohl venticinque anni fa con i Nirvana: l’immarcescibile Nevermind chiude al n.85. Ma parlando di (N)evergreen, è ovviamente ora di passare ai

 

Pinfloi. The dark side of the moon è al n.55, ed è il vinile più venduto dell’anno. Roger Waters è al n.49, David Gilmour al n.59, The Wall al n.78.
E questi sono gli unici dischi che mi sento di definire rock nella top 100. Niente Kasabian, niente Arcade Fire, niente fratelli Gallagher. Men che meno St Vincent. Sarebbero bastate poche copie, credo, ma l’entusiasmissimo di Coloro Che Ne Sanno Di Musica si ferma sempre davanti ai 9 euro del prezzo dell’album, mentre la devozione degli Gnoranti no. Occupiamoci allora di un genere ben più in salute.

 

Rap Royal Rumble. In top 10, quattro titoli rap – nei quali non includo Jovanotti, con buona pace del disco prodotto da Rick Rubin. Abbiamo il n. 2 di J-Ax & Quellaltro, il n.5 di Ghali, poi Fabri Fibra al n.9 e Gué Pequeno al n.10. Coez rimane fuori per poco (n.11), Caparezza è al n.13 e Sferaebbasta al n.19. Quini Dark Polo Gang n.23, Tedua n.29, Rkomi n.31. Raga, confrontiamo con l’anno scorso, quando avevamo avuto Salmo con un n.13, Marracash & Gué Pequeno n.24, Gemitaiz n.26. Eh, insomma: sicuramente il cambiamento nel conteggio, con l’enfasi sullo streaming, ha fatto un grosso piacere alla scena e alla scenetta – ma non credo sia solo questo. Penso che tutti abbiano fatto un passo importante verso una maggiore fruibilità pop: Fibra, Gué, Coez, Sferaebbasta hanno pubblicato dei singoli che sono stati ampiamente passati dalle radio. Paradossalmente, sono più cantabili i brani rap che non quelli pop: forse personalmente non sono un esempio significativo ma a me i ritornelli di Tiziano Ferro o Riki mica sono rimasti così in mente.

Sanremo. L’anno precedente era stato un disastro. Quest’anno, Carlo Conti passa il testimone a Claudio Baglioni con due album in top 20 (Gabbani, n.16, ed Ermal Meta, n.18). Tuttavia, io rimetterei il Dom Perignon nel frigo, visto che dopo il n.49 di Michele Bravi si scende parecchio ed è legittimo chiedersi quanto il n.63 di Gigi D’Alessio o il n.79 di Samuel o il n.83 di Fabrizio Moro, gente che ha una fanbase piuttosto solida, debbano qualcosa al Festival. Forse ne ha beneficiato il n.38 di Fiorella Mannoia, il cui album uscito nel 2016 non era andato benissimo. Sta di fatto che non vedo nella top 100 i dischi di Chiara, o Clementino, o LaGiusy. Ma è pur vero che con Occidentali’s Karma al n.6 tra i singoli, una vincitrice di Sanremo è tornata nella top 10 delle canzoni, credo sia la seconda volta in questo secolo (l’altro è stato Mengoni con L’essenziale, ma non era conteggiato lo streaming).

 

X Factor vs Maria. Riki terzo, è un bel botto. Ma anche Federica n.24 e Thomas n.37. Da Sky rispondono con i Maneskin n.66, ma naturalmente il programma di Canale 5 ha qualche mese di vantaggio. Non ce l’ha fatta Nigiotti. Come del resto Manuel Agnelli – a differenza di Fedez e Levante.
IL
CONTORNO

 

I cosiddetti singoli. Vince Portorico, grazie ovviamente a Despacito di Luis Fonsi e tutti gli altri che non mi ricordo il nome; al n.2 il Brexit Ed Sheeran con Shape of you, al n.3 Senzapagareeeeeh di J-Ax & Quellaltro, primo singolo italiano. Con Francesco Gabbani (n.6) e La musica non c’è di Coez (n.8) ne sono entrati 3 in top 10, meglio dell’anno scorso, quando sempre J-Ax & Quellaltro erano arrivati al n.5 con Vorrei ma non posto.

 

Doppia presenza in top 20: Ed Sheeran (Perfect è al n.9), gli Imagine Dragons (Believer n.10, Thunder n.12) e i Clean Bandit (Rockabye n.5, Symphony n.15. Se riuscite a distinguerle). Solo n.23 Riccione dei TheGiornalisti: un po’ è perché YouTube non conta, un po’ perché la Carosello evidentemente non stressa abbastanza Spotify, un po’ perché il cordiale nazismo delle playlist è fatto per spammare le nostre vite di poppetto globale. Perché non ditemi che Swalla (n.29), Me rehuso (n.31) e Paris (n.33) sono dilagate nel Paese più de L’esercito del selfie (n.35).

In generale. Direi che è stato un anno molto (troppo) reggaeton, anche italiano. Piacciono molto, mio malgrado, i featuring (11 in top 20). Meno brani di provenienza europeo-continentale, che invece avevano conosciuto una breve stagione di fortune per i generi EDM e pop . Ah, ovviamente l’album di Luis Fonsi, nell’altra classifica – beh, non se ne parla nemmeno.

 

 

IL DOLCE
Vinili! Tra i primi venti, solo album delle tre major.
Primo dei vinili, non ridete, The dark side of the moon. N.2, Roger Waters, primo dei dischi – ehm – nuovi. Al n.3 (ah, non posso tollerarlo) Wish you were here DAVANTI a The wall, quarto. Al n.5 il primo album italiano, Le migliori di Mina&Celentano. Seguono Back in black di Amy Winehouse, poi i Nirvana ma non con Nevermind (n.15) bensì con Unplugged in New York, quindi Led Zeppelin IV, i Masters di Lucio Battisti, e al n.10 Caparezza.
Ed Sheeran tra i vinili è solo al n.13.

 

L’AMARO

 

Miglior vita. In calo, forse anche per la legge dello streaming, la quantità di album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di sacchetti bio. Li guida Lucio Battisti al n.36. Nessuno di loro appartiene al club dei defunti del 2016; solo i Linkin Park grazie a Chester Bennington, rientrano nel piccolo club del 2017. Ma possiamo dire che sarebbero entrati in top 100 comunque. La morte non ci piace più come una volta.