Tag: Emis Killa

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

E poi Jake La Furia e Berlusconi, Emis Killa e Barbara D’Urso, gli FSK Satellite e la mala milanese. Va bene, l’ho presa un po’ larga.

Free Frida

Free Frida

Pochi lo sanno, ma nascosta nel Decreto per Genova c’è una norma che obbliga i cantanti italiani a incidere un brano ispirato da Frida Kahlo. In loro aiuto, un testo ottenuto unendo gli sforzi di ispiratissimi artisti.

Come se ne esce. Ovvero, De Gregori e noi (e loro)

Come se ne esce. Ovvero, De Gregori e noi (e loro)

Leggere articoli che parlano di musica – ci riuscite ancora? Parlano di troppe altre cose che non sono musica. Sembra che tutti vogliano dire altro. Non è casuale. La musica diventa una scusa. No, non è affatto casuale. Naturalmente ha un costo. Il primo sono quei dannati incipit.
“Quando andavo a scuola” “Mio padre teneva parecchio al suo garage” “Nel mio quartiere c’era un tipo” “C’è una scena, nel Signore del male di John Carpenter, in cui” “Non ho mai veramente capito la maionese” “C’è una sola marca di detersivo in cui credo”. Sinceramente, ho la sensazione che la qualità complessiva si stia abbassando forsennatamente. Nel contempo, vedo alcuni (pochi) (e no, non tutti miei amici. Alcuni non so proprio come siano fatti e da dove vengano e quanti anni abbiano. E non mi interessa) che hanno iniziato a scrivere meglio.
Mi sembra una buona idea.

… ma non posso farlo ora, devo scrivere un articolo su quando andavo a scuola e un tipo nel mio quartiere.

(no, non è vero)

Però devo scrivere di un cantautore di una certa età, che era già famoso quando ero piccolo (e quindi lo è da parecchio, sì). E mi dà fastidio, preferisco di scrivere di ciò che c’è in giro.
Pure, forse è un buon aggancio.

Ieri insieme a settantamila persone sono stato al cospetto di Francesco De Gregori e Mimmo Palladino, alla Triennale di Milano. Bella giornata. C’era il sole e De Gregori era come sempre principesco. Sembra un po’ Scalfari, ma principesco. Copio smaccatamente il comunicato stampa, anche perché è preciso e sobrio: dovevano presentare “una xilografia originale di Mimmo Paladino unita ad un vinile 10” con due versioni (acustica ed orchestrale) di una delle più belle canzoni napoletane di tutti i tempi, “Anema e core”, reinterpretata per l’occasione da Francesco De Gregori e da sua moglie Chicca e registrata a Bath nei Real World Studios di Peter Gabriel”.
Forse qualche anno fa l’idea mi avrebbe fatto accapponare le orecchie. Ma adesso la trovo legittima, quasi leggera, forse un po’ leguminosa. La moglie non è salita al proscenio. Alla fine, preferisco la sua voce a controcantare quella di De Gregori, che non quella di Giovanna Marini. Però non è questo il punto. Ora ci arrivo.
Intanto che ero lì e De Gregori diceva alcune cose interessanti (non troppe), e Palladino diceva alcune cose interessanti (non troppe), mi chiedevo quanti dei seicentomila presenti avessero la mia stessa sensazione, di essere nel sogno del Re Rosso di Lewis Carroll.

Non offendetevi se – essendo una élite – sapete benissimo di cosa si tratta, lo riassumo in un attimo per gli altri: in Dietro lo specchio, Alice si trova davanti a un pezzo degli scacchi, il Re dello schieramento brunito, appunto, che sta pisolando; Tweedledum e Tweedledee le dicono che la vita di ogni creatura è contenuta nel sogno del Re; tutti loro esistono finché lui continua a sognare. Se e quando si sveglierà, svaniremo senza tante chiacchiere. Naturalmente può essere una poetica idea di Dio e di come realmente funzioni l’universo e come realmente Nostro Signore gestisca l’intera commedia – ammetterete che si spiegherebbero tante cose.

Ma per quanto io non sia il più fervido dei degregoriani e sia rimasto perplesso ascoltando tanti suoi dischi, come se avvertissi la sottile presunzione che glieli aveva suggeriti
(e certamente rifuggo dall’idea di ascoltarlo dal vivo, l’unica volta che mi è capitato è stato quando presentava un disco ed è stato dylaniosamente noioso)
ci sono certi suoi pezzi nei quali ho abitato. Non sto a contarli, ma almeno sei o sette.

Intendiamoci, ho abitato pure in un sacco di pezzi di altri – non ve li faccio i nomi, perché poi diventa un discorso calcistico. Oppure sì, dovrei farli, perché questo non è un articolo su De Gregori. Ho abitato e abito in pezzi di gente che depreco. Di gente che non so cosa volesse da me. Di gente che ho stroncato, che sbeffeggio, che me l’ha giurata, che inizia a essere parecchio più giovane, di gente che ha azzeccato solo quella, di gente che invece ne ha scritte tante più celebrate ma senza accorgersene ne ha scritta un’altra che a me piace di più e invece lui o lei non saprebbe nemmeno più cantare.
E non la saprebbe più cantare proprio a causa della famosa frase/canzone di De Gregori: Guarda che non sono io.

Ma infatti, non sei tu, sono io. Siamo noi. Che vi abbiamo presi tremendamente sul serio. Che ci siamo fatti spiegare la vita dalle canzoni. Che lo abbiamo fatto per anni, ed è per questo che io do in escandescenze quando qualche collega sentenzioso sentenzia che tutto quello che è nuovo è intrinsecamente, necessariamente bello e utile come il nuovo iPhone, e se non mi ci ritrovo è perché non lo so usare. No, è una spiegazione facile per critici cretini, e se provate a dirmela di persona finisce a pugni, ve lo prometto.
La verità è molto più vicina a questa bizzarra, forse inutile ed elitaria collaborazione tra De Gregori e Palladino. Ovvero, quelle ambizioni (o pretese, chiamatele come volete) di fare anche un pochino di arte, oppure di fare qualcosa di bello (e non FIGO), intanto che venivano lautamente compensati e venerati, e che sono andate dissolvendosi di generazione in generazione.

Il punto è che non è così terribile ammetterlo. Anzi, è così evidente che il successo e la conoscenza del marketing e della costruzione del (…non userò quella parola inglese che inizia per story) del personaggio e i trucchi più efficaci per agganciare i neuroni dei cosiddetti ascoltatori sono diventati una forma d’arte, tanto che riconosco l’onestà di quei recensori che ridono di quei concetti musicali che erano cruciali quando ho iniziato.
De Gregori ieri mi ha messo la torta in tavola quando ha detto: «Io mi ostino ancora a definire la musica “arte”, anche se nel mio mestiere si lavora soprattutto sulla prevedibilità, sul capire cosa vuole il mercato, cosa che agli artisti non dispiace perché rassicura sulle possibilità di successo».

Penso che fosse così anche quando De Gregori era giovane. Vincenzo “Iotammazzerò” Micocci me ne descrisse alcune sfumature non proprio principesche, nel rapporto col successo. Ma poi, le canzoni in cui io ho abitato le ha ben scritte, e lui era lì davanti a me, davanti a noi e non lo sapeva, forse lo presumeva ma in fondo non gli interessava, “Guarda che non sono io”. Sono stato, siamo stati dentro i suoi sogni e dentro quelli dei suoi colleghi. Era parte di un patto implicito. Non facevano la conta dei Rolex e delle Lamborghini, non scrivevano trattati sulla merce che caratterizza la pienezza del vivere, scrivevano per noi. Eventualmente fregandosene di noi. A noi andava bene. E magari pure a noi – e ai media pre-social – fregava poco di sapere chi fosse sua moglie, e dove si erano sposati, e chi erano gli invitati, e chi aveva realizzato il vestito della sposa e dove andavano in viaggio di nozze e cosa facevano ogni giorno.

Il fatto è che sempre meno gente scrive queste canzoni in cui abitare. Lo so io, e lo sapete anche voi, solo che scriverlo sembra triste, buh, vecchiezza e nostalgia e incapacità di capire, bla, bla, blah.
Invece no, va così e basta, e per i 16enni di adesso non è un problema che la musica non sia più abitabile (quelli di loro che hanno quel tipo di sensibilità e di esigenza, poveri, si rifugiano nel preistorico – mica crederete che siano i 60enni a tenere perennemente in classifica Kurtcobain o The dark side of the moon). E non ne soffrono così come per me e per voi non è un problema se non si fanno più film in bianco e nero oppure se non ci sono più i cantastorie per strada oppure che so, se Topolino che vendeva un milione di copie ora ne vende centomila. E tutte ai genitori, in fondo.

Così, forse dire che quella che chiamavamo arte è uscita dall’edificio significa svegliare il Re Rosso. Ma chi lo sa, potrebbe essere la cosa migliore per tutti. Perché è iniziata un altro tipo di partita, e non funziona allo stesso modo. Puoi parlare di calcio e parlare di tennis, ma non è che siccome c’è una palla, le regole sono le stesse. Quindi, raga, il mio problema è che troppi scrivono che davanti alla rete, bisogna buttarla dentro perché è naturale e si è sempre fatto così – ma era un altro sport, la rete non stava lì per quello. E a me va benissimo ragionare sulle sottili differenze tra l’uso degli occhiali D&G in Sfera Ebbasta e l’uso degli occhiali D&G in Emis Killa, mi invitate a nozze. Però se pensate che per i millennial valgano le stesse stradine emozionali ma sia semplicemente cambiata la macchina, se pensate che davvero la roba fatta coi suoni (sempre meno) sia ancora quel tipo di forma di espressione ed esprima quelle stesse cose “perché è sempre stato così”, se pensate che quello che stiamo ancora rubricando come musica sia una evoluzione invece che un mutante di un’altra specie, siete già sott’acqua. Del resto, i ragazzi non sono mica come voi, come me. Posso dirlo, tanto loro mica sono qui a leggere uno che se la mena con la musica e come abbia dato forma a tante cose che non capiva. A dare forma ai chiaroscuri della loro vita, diversissimi dai nostri, non sarà mai la ragazza di Roma la cui faccia ricorda il crollo di una diga – che è un’immagine che li farebbe ghignare sodo – ma un meme, un’emoji del 2011, le prime stories storiche, una sfida ad Amici, un video virale su Whatsapp o quelli che chiamano “esperimenti sociali” su YouTube. “Ricordo Frank Matano che per strada scaricava i suoi gas intestinali in faccia a sconosciuti, che coraggiosa metafora” “Ebbi un’epifania quel giorno che Luis Sal andò a Beirut appositamente per fare dei bei rut, perché è così che mi sentivo quando andavo a scuola e c’era un tipo nel mio quartiere e mio padre teneva parecchio al suo garage”. Forse qualcuno avrà la sua rivelazione con qualcosa di meglio. Ma temo, per motivi di semplice assalto quantitativo da parte del pattume pop, che saranno pochini.

TheClassifica 98 – Lo strano caso del Dr. Fedez & Mr. Killa

TheClassifica 98 – Lo strano caso del Dr. Fedez & Mr. Killa

Emis Killa, n.1, con Terza stagione. Per strano che possa sembrare, Emis Killa è uno di cui (…non “con cui”) potrei parlare ore. No, non spaventatevi! C’è qualche vecchio TheClassifica nel quale, essendosi trovato al n.1, ho lungamente pontificato su di lui in generale. Però 

TheClassifica 50. Il forcone e il tormentone

TheClassifica 50. Il forcone e il tormentone

Anche quest’anno, i giornali presentano il loro pezzino sulla scomparsa del tormentone. Ah, che meraviglia. Lo fanno da una decina d’anni. Ormai si è capito, è un esercizio di stile – e chiama il like e il commento. Sono forse più furbo di così, io? 

TheClassifica 23 – “Rosebud!”

TheClassifica 23 – “Rosebud!”

Cosa abbiamo da dirci io e te, Classifica? No, davvero, cosa vuoi che ti dica? A Milano nevica dopo sei giorni di sole paradossale, e gli imperi cadono a pezzi, e rideremo delle farfalle dorate – ma intanto la raccolta di Laura Pausini è sempre al n.1. Ancorché in attesa di essere sollevata dall’incarico dal nuovo disco di MiticoLiga, in una transizione festosa quanto l’avvicendamento tra Natta e Occhetto. Visto anche dove votano i due fenomeni in questione. Ma poi, al numero 2, entra Giggetto D’Alessio! Rispetto al suo disco precedente, che era entrato in classifica al n.4, non v’è chi non veda come il centrodestra tragga sempre benefici dal promuoversi tramite Mediaset (Canale 5, prima serata, Questi siamo noi). Epperò rimani sempre dietro nei sondaggi, Giggetto. Mentre al numero 3, ecco il piacionismo renziano rampante – il quale, come è nella sua natura, rampa. E Jovanotti rampa in modo piacionissimo: n.3, in salita dal n.15, con Lorenzo negli stadi backup tour 2013. Che la FIMI valuta come presente in classifica da un anno esatto, 52 settimane. Questo, anche se 52 settimane fa il tour negli stadi non c’era ancora stato, e come potrebbe dirvi qualunque esperto, 52 settimane fa non era nemmeno il 2013. Si tratta evidentemente di tutt’altra creatura rispetto alla raccolta Backup, uscita un anno fa: questo è un live, quello era un greatest hits in studio. E’ un disco DIVERSO. Cionondimeno, sorridendosi piacioni, la FIMI/Gfk e Jovanotti decidono che è più bello se qualcosa da lui pubblicato risulta in classifica da un anno e accorpano le vendite, bella Lorè, hehehehehe, ma sì, facciamola pure questa cosa che se la fanno i responsabili delle charts inglesi, provvedono immediatamente a infilarli in una teiera. Continuiamo così, taroccando e piacionando, e ricordate che è, e sarà sempre, tutta colpa del Berlusconismo – since 1861. Tirem innanz.

Laddove Artpop di Lady Gaga lascia precipitosamente la top ten (…dopo. Una. Sola. Settimana) scendendo dal n.2 al n.14, si conferma al n.4 Mika con la sua raccolta di successi (sì, ci sono tutti e tre).
E qui forse dovrei dire, bipartigiano, qualcosa come “non v’è chi non veda come la gaiezza tragga sempre benefici dal promuoversi tramite Sky”. Invece no!, vi sottopongo due spigolature. La prima, è che ho scoperto che i due album incisi da Mika prima di questa raccolta di successi sono andati bene in Europa, anche benone in Francia, benino in Gran Bretagna, discretamente in Canada, ma davvero male, ma male negli Stati Uniti dell’America. Massimo piazzamento, n.29, contro una presenza in top ten ovunque. Per contro, Katy Perry, la persona con più follower con questo pianeta (48 milioni and counting), segue solo 127 persone, e tra queste c’è Mika.
(segue più persone di me, Katy Perry) (a proposito di Twitter: se non seguo voi, non è perché me la tiro) (è perché ho dei limiti oggettivi) (cioè, non è spocchia, di persona sono una pastona, davvero) (chiedete a chi volete) (però non ho mai afferrato benissimo come funziona Twitter, e soprattutto vado in ansia se qualcuna delle persone che seguo twitta più di 4-5 cose al giorno, mi viene come l’angoscia di avere in casa le persone più simpatiche del mondo che però non tacciono veramente mai) (non parlo di voi, però questo blocca le mie relazioni, dottore, è tutto nella mia infanzia) (però voi non prendetevela, davvero) (perché vi voglio bene, e molto. Più di certe persone che voi credete che vi vogliano bene, invece NO) (comunque entro Natale prometto di followare un po’ di persone in più)
(tanto vi dovevo) (e tanto vi dovrò)
(mmh, mi sembra impossibile che MiticoLiga non abbia mai scritto questa riga qui sopra)

Al n.5 c’è Robbie Williams col suo disco swing. Che secondo me questi dischi, a differenza di Michael Bublé (col quale duetta, in un trionfo di pacchianeria) Robbie riesce a venderli non perché siano sensati, ma perché la gente gli vuol bene
(ma MAI quanto bene voglio io a voi)
E d’altra parte come fai a non volergli bene quando canta No one likes a fat pop star – dimostrando, di fatto, il contrario. Al n.6 c’è …Adriano, di Adriano Celentano: è una raccolta di, capperi, 4 cd, che non è stata promossa con un programma televisivo – una volta tanto – ma solo con dichiarazioni di Claudia Mori sulla gaiezza di Rosalinda Celentano. E d’altro canto avendo usato tutti gli altri stratagemmi promozionali, cosa ti rimane. Al n.7, il disco natalizio di Mina, entrato un po’ basso ma aspettate che inizi a nevicare sul serio. Dietro di lei, via gorgheggiando, al n.8 la riedizione del disco di Emma, al n.10 la riedizione del disco di Mengoni, al n.9 Giorgia. Escono dalla top ten, oltre a Gaga, anche Renato Zero, Fiorella Mannoia ed Emis Killa, cosa che lascia le prime posizioni in uno stato di derappizzazione completa che non si verificava credo da marzo. ll che mi fa dire: sì, è stato il grande anno dell’hiphop italiano, eccetera. Però a Natale, no le chiacchiere, boys. Si torna all’ovile. E d’altra parte, Iddio lo benedica il rap italiano, almeno ci dà facce nuove, viventi, contemporanee. Stavo ragionando con un amico di una cosa di cui mi sto accorgendo colpevolmente tardi, ovvero il ritardo cronico degli appassionati italiani di musica. O anche: “Quelli che scoprirono i Doors negli anni Ottanta, i Rolling Stones negli anni 90, gli anni Ottanta negli anni 00, e Iggy Pop quando la tv iniziò a passare ossessivamente quella sua canzone, quella che fa tarara, tarara, tarara, tarara“). Se anche ci fosse in giro qualcosa di abbastanza forte e soprattutto COOL da polarizzare l’attenzione oggi, il pubblico italiano se ne accorgerebbe tra vent’anni. Nemmeno nel pop, con tutto che ci riempiamo la bocca di quanto sia pop la fase attuale. Le nostre charts e le nostre radio sono diversissime da quelle dell’Occidente.

Peraltro, per qualche motivo che non mi arrabatto a capire, Eròsse Ramazzotti balza dal n.55 al n.12.
(“Come no? E allora cosa stai qui a fare? Dai delle informazioni. Ci vuole un attimo, googla, scopri se è stato da Fazio o da Maria”) (“Ma no, non mi interessa, non è rilevante”) (“Perché invece le tue gnagnere sull’ansia da Twitter lo sono? Fai il tuo lavoro, pelandrone”) (“Lo sto facendo! Sto facendo della criticamusicale 2.0”) (“Infilandoci le parentesi e il meteo e la tua misera vita?”) (“Ma certo! E poi non sono mica così invasivo, se il lettore viene qui è una libera scelta; non vado mica addosso a nessuno, se ci pensi il blog non porta nemmeno il mio nome e non vado quasi mai in tv”) (“Eppure sei un così bel ragazzino. Dovresti”) (“Eh, quanto hai ragione”) (“Eh, lo so”) (“Eh, non me ne parlare”) (“Eh, ma d’altro canto”) (“Eh, ma poi la tv è scomoda”) (“Eh, effettivamente. Bisogna prendere la metropolitana e poi il tram”) (“Eh, mica vorrai andarci in macchina” “Eh, no. Con questo tempo”) (“Eh, ora basta. Di cosa stavamo parlando?”)

Raffica di nuove entrate contraddistinte da quell’umiltà apprezzatissima da Simona Ventura: al n.22 Lodovica Comello, cantante per bambini; n.23, Giovanni Allevi, pianista per bambini – col disco natalizio; n.30 gli Stadio, con una raccolta; n.31 Raffaella Carrà, con una raccolta; n.32 Cristina D’Avena, unica vera rockstar italiana, con una raccolta.
The Wall scende dal n.27 al n.39, nell’ambito di una settimana difficile per i Pink Floyd: anche The Dark Side of the Moon scende dal n.30 al n.41; lamenta più o meno la stessa perdita Wish You Were Here, che passa dal n.33 al 45. Sempre 11-12 posizioni, come se prendessero i dischi e li spostassero col righello. Mmh.
Sbraca dal n. 32 al n.54 il disco che doveva salvarci, Reflektor degli Arcade Fire, uscito 4 settimane fa. Sale dal n.84 al n.77 The Best of Nickelback vol. 1.
(sta arrivando una blanda punchline finale)
…“Volume 1???”

Ciao, statemi bene.

PS: aggiornamento.

Il giorno dopo la pubblicazione della graduatoria che ho sopra commentato, la FIMI ha modificato la classifica ufficiale, decidendo che effettivamente Jovanotti è sul mercato con due dischi diversi, dal titolo diverso, dalla copertina diversa, quindi non era tanto carino accorparne le vendite, facendo ottenere a Jovanotti un numero 3 in classifica. Pertanto il live in questione è stato sopravanzato sul podio da Mika, ed è sceso al n.4. Mentre la raccolta Backup, che evidentemente la maggioranza silenziosa ha smesso di comprare come fulminata dall’apparire del vero, è riapparsa molto più in basso, al n.31, inserendosi proprio tra gli Stadio e Raffaella Carrà.
Vi starete forse chiedendo a questo punto quanto venda Raffaella Carrà – e tutti i dischi dal n.32 in poi, visto che aggiungendo un numero31 a un numero4 si otteneva un numero3. O forse non ve lo starete chiedendo perché siete persone caratterizzate da una invidiabile, cicciosa serenità.

TheClassifica 19 – Killa, i Cani e Balotelli

TheClassifica 19 – Killa, i Cani e Balotelli

Emis Killa è n.1 con un disco che si chiama Mercurio. Davanti al nuovo disco di Claudio Baglioni. E questo è un altro di quei segni di passaggio generazionale, no? Elisa scende al n.3. Ma ne ho già parlato, come certamente ricorderete. Oppure no –