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Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Sui giovani di oggi, ci prendiamo i like – Theclassifica, episodio 20/2021

Pre-mura. Tutti i cantanti famosi sono straordinari. Anche quelli non famosi. Chiunque incida un pezzo. Chiunque non lo incida. Sono tutti artisti favolosi che meritano successo e soldi e immortalità – e anche invidia da parte degli invidiosi, via. …Bene. Ora che l’ho detto, mi 

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Vi parlerò di questa nostra epoca. Oh, sì. Ascoltatemi! In questo periodo dell’anno, soprattutto quest’anno, per andare al n.1 della classifica dei presunti album bastano tremila copie tra cd e vinili, forse anche meno. Con ciò non voglio dire che se l’è comprate tutte la maison Gucci perché i giornali, al modico prezzo di 45mila euro, scrivessero che finalmente, e dai e dai, dopo otto album il suo testimonial presso la vibrante gioventù ITALIANA è


Il Numero Uno. Lauro De Marinis in arte Achille Lauro ci permette di salutare il 14mo cambio di governo in 14 settimane. Non era mai successo; nessuno ha riconquistato il primato dopo averlo perso quest’anno, e anche questo ci dice quanto funzioni bene il meccanismo di entente cordiale con cui le tre multinazionali gestiscono le uscite in modo da non pestarsi i piedini. Ogni Nuova Uscita blandamente sostenuta da una major va puntualmente in vetta alla classifica dei presunti album. Però il pezzo di Lauro piazzatosi meglio nella classifica dei singoli è Marilù, con un trionfale n.83. E questo, sarete d’accordo, certifica che il primato tra gli album è conferito soprattutto da dischi di plastica col buco, sui quali le classifiche FIMI sono sbilanciate – e forse giustamente, perché da lì provengono ancora un po’ di proventi. Però prima di denunciare che una esigua minoranza di Lauriani ha preso il potere grazie ai vecchi supporti, chiariamo che anche nel mondo palpitante e contemporaneo dello streaming non è un periodo di maggioranze passionali. Guardando gli ascolti su Spotify, il player principale nell’ambito digitale, un calo di ascolti nella top 50 è evidente. Non so se sottintenda un calo negli ascolti in generale, forse no (inutile chiedere: tanto, ci raccontano quello che vogliono). Sarebbe comunque a sua volta giustificato dalle poche, prudentissime uscite degli artisti che in Italia come all’estero non vogliono rischiare le docce scozzesi che stanno capitando a parecchi colleghi famosi. Questa situazione è oggettivamente anomala, ma non saprei dire se davvero all’arrivo del #liberitutti tanto agognato, tutto tornerà come prima. Perché nel frattempo, qualcosa sarà cambiato, e l’astronomia della musica avrà cambiato fisionomia. Io non sono del tutto convinto che i big di prima torneranno facilmente a riscuotere il loro dazio in termini di copie e biglietti venduti. Poi, non so nemmeno se riusciranno a riscuotere qualcosa quelli che di colpo si stanno godendo i mille red carpet stesi dai mille media tappetari. Penso che per farsi un’idea di chi ci piacerà in futuro sarà bene tener d’occhio, oltre a Spotify e Sanremo e Maria, anche Amazon e Netflix, cioè le voci del POPOLO. D’altronde se sono in grado di far passare Pintus per comico, sapranno anche far decollare Myss Keta e Anastasio.
E questo è tutto quello che ho da dire su Achille Lauro.
(a voi sembrerà che non ne abbia realmente parlato) (invece sì)
(che poi, sinceramente, qualcuna delle canzoncine che Lauro latra non mi spiace nemmeno) (però è così evidente e penosa, la burattinata messa in piedi per darla a bere a noi e alla critica tranciosa, per di più azzardando paragoni leggendari con personaggi davanti ai quali il lungo Lauro ha la stessa statura artistica di uno scarafone) (comunque, è facile per me fare il sentenzioso: mica rischio di perdere tutti i soldi delle inserzioni di Gucci) (perciò lasciamo perdere e veniamo invece a)

Il Numero Uno Della Settimana Scorsa. Cosimo Fini in arte Gué Pequeno era andato al n.1 per l’ennesima volta con Fastlife 4, condiviso con DJ Harsh. Ora come ora è al n.2, e nella seconda settimana dall’uscita non ha nemmeno un singolo in top ten, anche se i suoi featuring si chiamano Marracash, Salmo, Lazza, Luché, Gemitaiz, Noyz Narcos. Non c’è dubbio che Fastlife 4 sia indirizzato ai fan del rap anni ’10 (un po’ mi emoziona usare l’espressione “anni 10”, è la prima volta. Come vi suona?), e soprattutto a quei suoi fan che erano rimasti disorientati dalle parti più intime e sofferte del recente Mr. Fini. Eppure, qualcosa nel meccanismo sta sfuggendo persino a Gué, se non riesce a scalfire l’egemonia televisiva espressa dalla top ten dei


Sedicenti singoli. A più di due mesi dalla sua conclusione, Sanremo, la divinità mostruosa e immortale, continua a occupare i sogni carezzevoli di questa nazione di stupratori. Il regno sanguinario dell’edizione 2021, forte di 2022 concorrenti, è perpetuato da ben cinque tra le dieci canzoni più ascoltate ancor oggi dai succubi dell’alleanza tra la kermesse e Spotify. Bisogna tornare agli anni 50 per rivedere un simile, furioso e LUNGO predominio sanremese: al n.1 c’è ancora il manifesto della Musicaleggerissima di Nécarne & Népesce, al n.2 la Voce di Madama, al n.5 La genesi del tuo colore di Irama, al n.7 Fedez e Michielin, al n.8 i vincitori Maneskin. E anche altri sanremisti sono in top 20 (Annalisa, Coma_Cose, Fasma & GG) – e tuttavia, guarda un po’, la compilation Sanremo 2021 scende dal n.47 al 52. Capite che allora c’è una strana logica dietro le classifiche attuali e il loro modo di dipingerci il mercato. Oh, non dico che una logica non ci sia. So che c’è, la vedo. Ma in questo momento contingente ha l’aria confusa e barcolla come quei fuorisede costretti a disintossicarsi per il rientro forzato nella casa dei genitori (più che altro per non creare troppe tentazioni a questi ultimi tenendo roba in casa).
In compenso, a Sanremo si oppone Mediaset, coi rapper amici di Maria: Sangiovanni con l’irritante Lady è al n.3, Aka 7even con la fastidiosa Mi manchi è al n.4.
Ma in generale, la classifica dei singoli (incredibilmente) è irrigidita tanto quanto quella degli album (incredibilmente) è fluida e mercuriale: la più alta nuova entrata è al n.27 (un qualche pezzo di Rkomi con Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti). Il pezzo più recente in top 10 è anche l’unico non ITALIANO, ed è Montero di Lil Nas X, uscito più di un mese fa (n.10).
Anche in questo caso, sta succedendo qualcosa di mai visto prima. Come se alla fine chi ascolta musica fosse in una fase di rigetto per la manfrina delle Nuove Uscite, delle canzoni-meme, degli artisti da posizionare secondo le tendenze del marketing, della gara dell’hype con i propri conoscenti saccenti, delle canzoni composte pensando agli hashtag e ai brand da ingraziarsi, e con le basine brutte e insulse escogitate coi telefonetti dai PRODUCERS ReMida che col loro sapiente tocco trasformano il letame in guano. Poi, l’effetto solo apparentemente paradossale (ma che a ben guardare accade anche in altri ambiti, magari anche il vostro) è che quelli a cui piace la musica, un po’ come quelli che un tempo speravano davvero nella politica, se ne vanno, lasciando il campo a quelli che la musica la schifano ma idolatrano le frasette, le mossette, i personaggetti – nella speranza, un giorno, di eleggerli.
Forse è solo momentaneo, certo. Ma forse no. Io rimango qui a vedere, come disse Plinio il Vecchio davanti al Vesuvio. Torniamo agli album e al

Resto della top ten. Dei primi due vi ho già detto, al n.3 ci sono i Maneskin (Sanremo!) al n.4 Madame (Sanremo!), al n.5 entrano i Coma_Cose (Sanremo!) con il loro album lungo 20 minuti, si vede che non avevano molto altro da dire oltre al titolo Nostralgia (…lo vivo come un omaggio a Malinconoia di Marco Masini). Debutto al n.6 per Greta Van Fleet, ho sentito dire che è insospettabilmente buono, però sapete com’è: mi freghi una volta, vergogna per te; mi freghi due volte, vergogna per me. La quota rap è tenuta su da altri tre precedenti numeri uno: Capo Plaza (uscito tre mesi fa, n.7, è il disco da più tempo in top ten), Mace (n.8) e Massimo Pericolo (n.10). In mezzo a loro, Emanuele Aloia con Sindrome di Stendhal. L’album contiene L’Urlo di Munch e Notte stellata e Il bacio di Klimt e La Monna Lisa e Girasoli. Però ci ha messo anche Schopenhauer e Romeo & Giulietta, si vede che porta Filosofia e Letteratura Straniera come complementari. Buon per lui. Per altri


Non benissimo. Come tanti altri artisti che si erano fatti valere prima del crollo delle ideologie musicali e delle loro generose utopie, anche Max Gazzé dopo aver debuttato al n.4 (grazie ai suoi abbonati, che hanno comprato il cd la prima settimana), tracolla fuori dalla top 50 – appena fuori, al n.53. Esce di classifica dopo due settimane Neffa, e dopo 6 settimane si arrende anche la nuova versione dell’album featuroso di Francesca Michielin: il cambiamento delle modalità di ascolto sta castigando con ferocia darwiniana molti artisti di peso con dischi in qualche caso anche molto curati (Malika Ayane, o Ghemon, o Noemi che pure aveva dalla sua Dardust, il più grande PRODUCER mondiale) – ma non se la passa meglio l’ex n.1 Ermal Meta andato sotto il n.100 nel giro di un mese. E dei dischi di Max Pezzali e Negramaro e Claudio Baglioni non avete più sentito parlare, vero? Mi sbilancio: è un’epoca che se ne va, e non basterà RadioItalia a tenerla viva. Per fortuna, qualcosa ci unisce tutti, ed è il disprezzo per quegli stranieri che si ostinano a non essere ITALIANI: bisogna meritarselo. State acquistando esclusivamente detersivi e schiume da barba con una bandierina tricolore? State mangiando eccellenze del territorio? Bene. Grazie a voi, Taylor Swift n.1 in USA, non riesce a fare breccia con la sua arroganza di bovara, e scende dal n.12 all’81, mentre esce di classifica, dopo due settimane, Demi Lovato. Che voi direte: avessi detto, e io vi dirò che dite bene, ma dicendovi anche n.2 in USA e n.2 in Brexit. Detto questo eccoci nel reparto


Lungodegenti. Sono in classifica da più di due anni Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari, (107 settimane), l’unico album di Billie Eilish (108), Re Mida di Lazza (112), Post Punk di Gazzelle (125), Playlist live di Salmo (128), Diari aperti segreti svelati di Elisa (130), 20 di Capo Plaza (157), tutta la discografia di Ultimo, da Colpa delle favole (107) a Peter Pan (167) passando per Pianeti (164); meglio di lui solo l’aberrante Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 216 settimane fa e quindi a poche settimane dallo strappare con un atto di cruenta portata simbolica quel fatidico record di permanenza consecutiva ai


Pinfloi. The dark side of the moon, probabilmente in crisi di mezza età, dopo esser stato tanto affidabile con più di quattro anni di permanenza, di colpo si è messo a entrare e uscire di classifica senza dare spiegazioni; stavolta rientra, al n.85. Ora è The Wall che porta a casa la michetta, e si fa trovare stazionario al n.59. Ora dovrei salutarvi con il momento dei paragoni categorici ma non mi ricordo se ho già usato gli allenatori di calcio e ho già detto che The Dark Side Of The Moon è Massimiliano Allegri e The Wall è Andoniogonde. Perciò nel dubbio aggiungo che The Wall è Massimo Galli, The Dark Side Of The Moon è Matteo Bassetti.
Ovviamente Wish You Were Here è Roberto Burioni.
Grazie per aver letto fin qui. A presto.

Una Generazione Senza – TheClassifica, episodio 8/2021

Una Generazione Senza – TheClassifica, episodio 8/2021

PRO-LOGO. In questo momento nella top 20 italiana FIMI dei presunti album non c’è nessuno che si chiami con il nome con cui è registrato all’anagrafe. Nella top 10 dei singoli è la stessa cosa, eccettuato Marco Mengoni al n.2 – ma in un featuring. Tra i singoli la ricerca è un po’ meno indicativa perché tanto per darvi un’idea, sul podio in questo momento ci sono nove persone invece di tre – e sto contando i Pinguini Tattici Nucleari come una persona sola invece che 6.

POSSIBILI CONCLUSIONI: in quest’epoca ognuno si crea la sua identità invece che accettare quella imposta dai Poteri Forti – cioè i genitori. Bella, cioè raga etc.

…QUELLO CHE DICE “MA È SEMPRE STATO COSÌ”. “Ma è sempre stato così! Allora Nicoletta Strambelli, e Anna Maria Mazzini, e Domenica Berté, eh?, eh?, eh? E Freddie Mercury e David Bowie e Ringo Starr?” Interessante osservazione. Però il mio perentorio 19 in Statistica non si fa uccellare così: mettiamo sul piatto dei dati veri, poi discutiamo. E il confronto più significativo secondo me è sempre quello con 10 anni fa a quest’ora. Pertanto, scrutiamo la classifica FIMI della prima settimana di marzo del 2011: troveremo al n.1 i Modà con Viva i Romantici, seguiti da due rapper. Caparezza e Jovanotti. Sì, sì, dite quello che volete – ma allora li chiamavamo rapper. E troviamo anche Fabri Fibra al n.17; aggiungendo a loro un paio di persone scognomate da Maria (Emma, Annalisa), il plotone dei soprannominati arriva a cinque unità, cui aggiungere a piacere Zucchero (che pur essendo cresciuto con quel nome, all’anagrafe è Adelmo). Contro un resto della top ten frequentato da Nannini, Vecchioni, Pezzali, Antonacci; e prima che possiate dire che erano dei vekki osservanti dell’establishment, aggiungo Amoroso, Ferreri, Tatangelo, Gualazzi, che all’epoca erano giovani e pieni di quella eccitante freschezza che cambia il mondo. E siccome non voglio infierire, non sottopongo alla giuria Ligabue, che comunque sarebbe il suo cognome, ma d’altra parte anche Fibra è Fabri (Tarducci). Ad ogni buon conto, è una generazione senza nome come il cavallo degli America.

PERCHÈ VI DICO TUTTO QUESTO? Perché è importante tenere a mente che un nome e un cognome implicano a loro modo l’accettazione di uno status quo, mentre quando abbiamo VENTI artisti che lo rifiutano, possiamo vagheggiare una generazione che rifiuta di omologarsi alle regole. Oppure, una generazione che pur venerando i prodotti di lusso che vengono messi in vendita con dei cognomi (Vuitton, Gucci, Armani, Lamborghini, Ferrari, Glock) non ambisce a tanto, e preferisce considerarsi un ammiccante prodotto da supermercato. Così, dopo Capo Plaza, Mace e Gazzelle, a sorpresa (mia, perlomeno) abbiamo un nuovo soprannome in vetta.

Il numero uno. È infatti il turno di Il Tre, pseudonimo di Guido Luigi Senia da Santa Maria delle Mole, Roma. Una ventina di giorni fa Marta Blumi Tripodi su Rollinstòn lo ha presentato come “La faccia pulita del rap italiano”, che per qualunque rapper sarebbe un po’ come una sventagliata di Kalashnikov (tanto per citare un altro prodotto famoso associato a un cognome). Lui si è guadagnata una credibilità paurosa con un trittico intitolato Cracovia (“Città dove ce so state un botto de guerre”) e tutto sommato c’era una certa attesa per questo suo disco Ali. Mentre lo ascoltavo per farmi un’idea, ho fatto il giro degli YouTuber. E già il fatto che gli unici big a parlarne fossero gli Arcade Boyz, e trattenendosi per non infierire, era un segnale interessante. Ho scelto di fidarmi del giovane itsDani, non fa numeri enormi ma d’altro canto, io 38mila iscritti li vedo col cannocchiale, quindi rezpekt. Tra i commenti del giovane itsDani e un suo amico apparentemente al debutto, ma approvato dagli utenti perché bestemmiava un tantino, ho selezionato:

“Questo è un testo di chi voleva spaccare e lo ha fatto, e gli altri non ci credevano” “Qui ci sono cose vissute”

“Questa inizialmente mi sembrava è una traccia alla Ultimo, per la tipa, che ti tagli i co***oni però ci sta, poi invece è andato per la hit estiva, bene anche il testo, solita roba trita e ritrita però la usa bene”

“Lui è forte negli extrabeat, la dizione perfetta senza sbiascicare”

“Forte Bvrger, base che spacca” “Qui la barra più figa di tutte: Io Apollo Tredici, tu Apollo? Credici

“Molto bello questo testo, non ho capito un cazzo ma suppongo sia bello, ahaha”

“Qui a un certo punto sembrava di leggere i tweet dei tifosi e davvero iniziare a pensare come loro, che tutti ce l’hanno con loro” “Qui parla del suo percorso, di quanto ci abbia creduto e ce l’ha fatta cazzo, alzava la voce in certi punti e quindi si capiva che è sentito, nulla di particolare però figo, dai”

“Qui mitico Vegas nel featuring, cioè, nel senso, boh, grande, magari anche un po’ meno la prossima volta, eh?”

“È incazzatissimo il ragazzo, eh” “Ha fatto incazzare anche me, Dio****”

“Bella questa traccia, col testo cattivo contro i ragazzetti facciadaculo” “Noi stessi che siamo 2000, 2001 siamo MOLTO diversi dai 2004, siete un po’ tutti teste di cazzo” “Stiamo scherzando eh” “Generalizziamo” Quasi” “Mi dissocio a metà da quello che ho detto”

Questa, ovviamente, è la parte che ho amato di più. Però mi sono divertito molto a guardarli, la verità è che le reaction ai dischi di rap italiano sono quasi sempre divertenti da guardare, e forse le fortune del rap italiano dipendono sempre più dalla sua capacità di generare questi spettacoli derivati, questa condivisione. E non c’è musica più adatta, io alla loro età non avrei mai potuto fare qualcosa del genere ascoltando gli U2 o i Depeche Mode o men che meno i Massive Attack – e figuriamoci la musica italiana dell’epoca. Forse solo il metal veniva ascoltato così da qualcuno, giovani maschi che si chiudevano in cameretta con gli amici per sentire i pezzi muovendo le teste, gesticolando, facendo le facce e gridando “Sììì!!!”. Non a caso, il metal è nel background di molti rapper.

Ma ora che ci penso. L’ascolto da cameretta lo facevano i fan del metal, ma anche le ragazze con le boy-band (eh, sì).

Poi, questo tipo di fruizione da un lato favorisce la bulimia golosa di #nuoveuscite, da scoprire e ascoltare e commentare tutti nelle stesse ore, e quindi spara al n.1 i prodotti pensati per fare il loro piccolo botto al primo ascolto, ma dall’altro fa sì che queste basi e queste rime e queste barre di rivalsa vengano a noia con una certa velocità, sono fuochi d’artificio che dopo il primo “ooh”, devono lasciare lo spazio a quelli conclusivi. Mi dispiace per Il Tre, e per il suo rap ammodo – ma mi sento scagionato da ogni cattiveria quando vedo che in lui non trovano originalità nemmeno i suoi coetanei, che peraltro a differenza di noi boomer sono di bocca buonissimissima e da un album rap si aspettano poco più di quanto si aspettano da una puntata de Il collegio: una roba da commentare insieme ghignando. E forse fanno bene. Questa cosa della musica, a loro non li frega come ha fregato noi.

Sedicenti singoli. Anticipo questa sezione perché mi serve. Non tanto per il podio, che come ventilavo prima, è occupato da Blanco, Salmo, Mace, Takagi, Ketra, Marco Mengoni, Frah Quintale, Ernia, Pinguini Tattici Nucleari (converrà farlo un po’ largo ‘sto podio, vero?). Quanto per il fatto che escono dalla top 100 un po’ subito Blu di Gazzelle, e 7 di Gazzelle, e GBTR di Gazzelle, e OK, Lacri-ma, Scusa e Un po’ come noi di Gazzelle. E con questo responso a una settimana dall’uscita dell’album (e quindi dei relativi sedicenti singoli) mi faccio una ragione del fatto che nel

Resto della top ten ha tenuto egregiamente Mace al n.2, ma il severo Gazzellone ha mollato repentinamente il primo posto scivolando al n.3. Entra al n.4, più in basso di quanto pensassi, l’album di Venerus; scendono al n. 5 Capo Plaza e al n.6 Sferoso Famoso. Chiudono la prima diecina dei nomi che si ripetono da un po’: Pinguini Tattici Nucleari, Ernia, The Weeknd, BTS (rimbalzone dal n.80, mi sa che è uscita un’edizione deluxe).

Altri argomenti di conversazione. Escono di classifica due leggende del rock in un colpo solo, nonché due ex n.1: Power Up degli AC/DC, con 14 settimane di permanenza, e Letter To You, di Bruce Springsteen, dopo 17 settimane. Ben più lunga la permanenza dei primi due album di Ultimo, Peter Pan (159) e Pianeti (156); poi ci sono 20 di Capo Plaza (149), Diari Aperti Segreti Svelati di Elisa (122), Playlist live di Salmo (120), Post Punk di Gazzelle (117) e Re Mida di Lazza uscito 104 settimane fa, due anni di permanenza, auguri. Certo, il segnetto ÷ di Ed Sheeran di anni ne compie quattro: è suo il record tra gli album usciti in questo secolo. Non è più l’unico disco straniero a tre cifre, è arrivato When we all fall asleep, where do we go? di Billie Eilish (100 settimane). Sheeran tra qualche mese potrebbe insidiare il record assoluto di quel disco dei

Pinfloi. The dark side of the moon, attualmente al n.24, aveva una striscia di oltre 220 settimane consecutive nella nostra classifica, ottenute oltre 40 anni dopo l’uscita. Qualche settimana fa, pare per motivi di ristampa, la sua casa discografica gli ha negato la possibilità di prolungare all’infinito questa permanenza.

(oppure)

Oppure, essendo detta casa discografica la medesima Warner che pubblica l’album Segnetto di Ed Sheeran, ha deciso di interrompere la striscia dei Pinfloi per poter inneggiare tra tre mesi al record di un disco pallosissimo e insulso della sua star planetaria. Lo so, è una tesi un po’ complottista. Se siete autentici fan di The dark side of the moon, non sarete d’accordo – ma d’altra parte, se invece siete più fan del disco che questa settimana scende al n.59, cioè The wall, siete un po’ paranoici e quindi SAPETE che è così.

Grazie per aver letto fin qui. A presto.

 

Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021

Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021

“We learned more from a three minute record than we ever learned in school” (Bruce Springsteen, No surrender)   Ogni tanto ho la sensazione che abbiamo tutti – e dico davvero tutti – la percezione di cosa stia succedendo tutto intorno. Cioè siamo l’opposto del 

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

Sì, si parla anche di Pinfloi, ma poco poco. Va bene, d’accordo, non è vero.

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

Pre-lato. Mi muovo in una provincia confusa e irrilevante, anche se stranamente le carte la segnano ancora bene in vista. È una provincia provincialissima, e lo è sempre di più, ogni anno che passa. Questa provincia un tempo era un mondo intero, pieno di fascino e di importanza, quasi tutto quello che vi succedeva aveva un significato, anche se non sapeva di averlo o non lo voleva. Ora il significato glielo diamo noi, un po’ per abitudine, un po’ per non sentirci dei pifferi che stanno sprecando la loro vita. Alcuni, come me, si raccontano che non è vero che la stanno sprecando, che in questa decadenza ci sono in realtà dei segni importanti, delle chiavi per capire quello che abbiamo attorno. O quanto meno, per godercelo in qualche modo. E se lo raccontiamo con forza, credendoci, può diventare vero – non è così che funziona? Qualcuno si lagna e rimpiange i fasti delle ere precedenti, ma altri ogni giorno spargono sincero entusiasmo per quello che scorge nel presente e nel futuro. Certo, ogni tanto qualcuno ci scrive, da altre marche e contee decadute, con una convinzione che ci suscita qualche dubbio: “Il teatro? Non è mai stato così vivo!” “La poesia? Vibra di forza inusitata!” “Il fumetto contemporaneo brulica di maestri!” “Le ironie su noi appassionati di fotoromanzi sono fuori luogo, siete male informati!”. Se lo dicono, sarà vero. Di nuovo: tutto quello che convince abbastanza gente, a suo modo è vero. Personalmente poi ho molta ammirazione per tutti gli entusiasti, perché saltare su un carro che si muove piano e gira in tondo implica che il trasporto ce lo hai dentro, mica come quelli che sono accorsi quando era facile e la luce era così forte da illuminare tutti. Ora bisogna averla dentro. O comunque, avere un bel lanternone. A proposito di carri, in questa provincia provinciale nelle ultime tre settimane è passato un piccolo carro di trionfo che nessuno ha visto. Sopra c’era
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Il numero uno. Sì, sopra quel carro c’erano Sfera lo Sferoso, il Famoso dei Famosi, il supergiovane superbanale che indossa i supervestiti. E dietro di lui, MiticoLiga, il sessantenne ingrugnito, il rocker dolente le cui canzoni sono bizzarramente simili tra loro almeno quanto i pezzi di uno stilosissimo trapper forte di fighissimi PRODUCERS e featuring pieni di dollari e successo.
Ebbene, quello che è successo è che MiticoLiga è uscito col suo album da 27 minuti, corto come devono esserlo tutti i cosiddetti album oggi, per poi essere allungati con altri sedicenti singoli nei prossimi mesi. E il suo album 7 è salito sul carro del n.1, spodestando il disco italiano che ha fermato il pianeta, ha unito i giovani, ha commosso il web, ha eccitato i media, ha vinto il Pallone d’Oro, ha resuscitato i morti (o perlomeno, un famoso mensile che era morto ma pur di compiacerlo è tornato lazzarosamente in edicola), ha mobilitato le piazze (una, di sicuro). E dopo tre settimane, è ancora lì al n.1, mentre il Famoso dello Sferoso ha occupato il trono per due settimane. Come è potuto succedere? Solo perché gli anzyani si sono precipitati a comprare i dischi (quelli rotondi) nei NEGOZI? Acquistando già che c’erano gli album di altri vegliardi come San Claudio Baglioni o Renatone Zero? O c’è qualcos’altro dietro questa rivincita dei boomer? Non so se è questo. Ho però una umile opinione.
Nella Mia Umile Opinione, da parecchi anni il MiticoLiga scrittore è più interessante del MiticoLiga cantautore, e tuttavia in ogni disco, per quanto cringioso, ci sono almeno due se non tre pezzi che fanno pensare che certi giorni MiticoLiga sembra avere capito chi sei. Laddove a Sferone, di chi sei tu, di chi sono i suoi poveri villani, non gliene fotte una stringa delle sue stupide scarpine firmate – e il fottersene non lo rende un king, come dicono gli influencer e i lobotomizzati: lo rende semplicemente una delle centomila celebrities che sono toccate alla serva nazione – e tuttavia, una celebrità abbastanza inutile da essere assegnata a questa provincia fatta di canzoncine e styli e gente eccitabile in cui io e forse anche voi vi muovete. Per contro, e lo dico con una certa sconfitta rassegnazione, MiticoLiga è ancora in grado di pensare a se stesso come a uno che al bar ti offre qualcosa e ti racconta e poi ti ascolta e ti dà la sua contegnosa pacca sulla spalla, e ti dice quelle cose cringiose che ti aspetti che dica (“Vuoi vedere che la fortuna è cieca e che la sfiga ha dieci decimi da sempre”), con lo stesso tono di voce, lo stesso crescendo, le stesse ripetizioni, le stesse esatte note di venti, trent’anni fa. Eppure tutto questo oggi non può più realisticamente essere un male: certamente non è una cura, ma di colpo sembra così lontano dalle gherminelle della contemporaneità, dal distacco, dal kinghismo e queenismo, dal vuoto pneumatico, dall’ironia falsissima, che mi sembra più vicino allo spirito del derelitto 2020 di quanto non lo sia il 90% dei capolavori nelle liste degli album dell’anno. Mondo bastardo, trovo una parvenza di verità persino nell’ennesimo duetto con la perennemente duettante Elisa (…ma apprezzo molto che lo abbia messo per ultimo).
E così, pure questo succede in questa provincia piatta delle musichine che io abito. Che i re sono buffoni, e che i vecchi sfuggono alle trappole che i giovani mettono per se stessi. Forse la verità è che non ne posso più di entrambi, dehehihohu. Però dovrà pur capitare da queste parti qualcuno di meglio l’anno prossimo, no? Se l’aspetto con forza, verrà. E metterà in fila sei note ammodo. Mi accontento anche di cinque, dai.
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Resto della top ten. Lo Sferoso risale al n.2 scavalcando San Claudio Baglioni, e alle loro spalle avanza Michael Bublé con l’album fantasiosamente intitolato Christmas. Al n.5 c’è TZN Ferro, seguito dai Pinguini Tattici Nucleari (non con il disco che è stato in top ten tutto l’anno, questo è quello nuovo) e dalla nuova edizione di D.O.C. di Zucchero. E ci sono anche Bruce Springsteen (detto il Boss) al n.8 e AC/DC al n.9 e Paul McCartney al n.9, è una classifica piena di anziani e di extracomunitari come fosse ancora il 1980 o il 2000 o il 2010 e la gente si fosse regalata dei DISCHI – cosa che i discografici avranno accolto con autentica sorpresa, i loro capi inglesi non li avevano avvertiti che sarebbe successo, ma è andata proprio così, MiticoLiga vende ancora molti cd, gli altri non li stampano nemmeno più, Sferone li mette in vendita solo per il gusto di fare le SupersexydeluxeDubaiEdition da cinquemila euro. E le classifiche sono fatte in modo da tener conto sì dello streaming, però certo se uno vende un coso di plastica che da solo vale quanto un anno di abbonamento a Spotifone, è anche sensato che la FIMI lo voglia premiare un pochino. E poi, è ovvio che Sferone risalirà in vetta quando i teen saranno a casa da scuola annoiati. Però qualcosa, nel superinvestimento titanico che ha permesso alla superstar di Spotify di non entrare in nessuna classifica del mondo, non ha funzionato così meravigliosamente.
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Sedicenti singoli. Nemmeno qui notizie edificanti per Sfera Esfera: Mariah Carey ha ripreso il n.1 nella settimana natalizia (e non le era mai successo prima, in Italia), lasciando Baby in un angolo al n.2, stretto in una morsa festosa tra All I want is eccetera e It’s beginning to look a lot like eccetera di Michael Bublé. Al n.4 c’è addirittura Jingle Bell Rock di Bobby Helms, canzone brutta e cretina la cui presenza è un trionfo del globalismo aggressivo delle playlist di Spotifone, ed è soltanto per l’irritazione che la parola “globalismo” provoca ai sovranisti che la sua presenza va catalogata tra le buone notizie. Mentre tornando a Sferone, non va bene NEMMENO al nuovo singolo Famoso, che NON era incluso in “Famoso”: debutta solo al n.5. Povero Sferone! Penserà che ce l’ho con lui. E solo perché è famoso.
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Altri argomenti di conversazione. Tutti e tre i volumi di Renato Zero escono dalla top 10 degli album, mentre l’ennesima coraggiosa sfida di Achille Lauro non ci è mai entrata ed è al n.56 – e se al suo entourage non dispiace vorrei anch’io un capo di Gucci per aver nominato il suo pacchiano e insulso progetto dandogli #visibilità. Anzi, no, lasciate stare: l’ho avuta, una volta, una cintura di Gucci, non so come mai. Era orrenda in modo peculiare – anche se certamente fighissima. Al n.19 debutta l’album di Blind, della trasmissione XFactor – vedete? Esiste davvero. Anzi, pensate che la vincitrice Casadilego è entrata al n.75. Evermore, dell’artista più popolare del mondo in carica (secondo i discografici uniti) cioè Taylor Swift, è entrato al n.26 la settimana scorsa e langue al n.30 questa settimana. C’è chi sta peggio! Sono usciti dalla top 100 The Zen Circus dopo due settimane, Nuda di Annalisa dopo 10 settimane, Testa o croce dei Modà dopo 2 settimane, Riot di Izi dopo 7 settimane, Fabrizio Moro dopo 4. In compenso ci sono i
Lungodegenti: capeggiati da Ed Sheeran con il segnetto ÷ (199 settimane), poi Ultimo che sfoggia Peter Pan e Pianeti (150 e 147 settimane), Capo Plaza (140 settimane per l’album 20), Elisa il cui Diari aperti Segreti svelati è in classifica da 113 settimane consecutive, Salmo che con Playlist è a 111, e il Post Punk di Gazzelle entrato 108 settimane fa.
Chi manca? Caspita, proprio lo Sferoso, il cui Rockstar è uscito di classifica dopo 151 settimane. Oh, ma buone notizie mai, pover’uomo.
Non manca invece, con l’ennesimo record di permanenza, quel disco, sì, quel disco dei
Pinfloi. The Dark Side of the moon è nella top 100 italiana da 216 settimane di fila, e non era mai successo a nessun album – però è al n.66 quindi muto e porti rispetto a The wall che è al n.44. E lo dico nella dolorosa consapevolezza che tra i due, The dark side of the moon è il panettone mentre The wall è il malevolo brioscione chiamato pandoro. Grazie per aver letto fin qui, buon anno.
Il 1980 è al primo posto e dice di averne diritto – TheClassifica 47/2020

Il 1980 è al primo posto e dice di averne diritto – TheClassifica 47/2020

A un certo punto si parla di donne nude. Chiamate gli amici!

La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

Al n.1 un disco inutile che serve a un po’ di cose. Per esempio, a ipotizzare che un rap idiota convenga a molti.

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Pre-prologo. FSK Satellite al n.1 la settimana scorsa. Emis Killa & Jake La Furia al n.1 questa settimana. Potenzialmente, anche la prossima. In top 10 ci sono solo album ITALIANI, e sette di questi sono album di rap ITALIANO, che potremmo far diventare 7,5 visto che Giggetto D’Alessio per andare al n.1 ha pensato bene di farsi aiutare da un commando di rapper. Le case discografiche che pubblicano questi dischi sono la gigantissima Universal Music (cinque) e la planetaria Sony (due e mezzo).

Prologo. Facciamo allora che se diciamo due cose sul rap ITALIANO, forse dopo tanti anni è il caso di smettere di baloccarsi con l’idea dei ragazzi del quartiere con l’urgenza di gridare il loro disagio al mondo. Il genere è diventato la principale ragione d’essere delle major, quindi le regole sono: se porti a casa il risultato, hai ragione tu. Quando si parla di rap game (laddove di dance game o rock game non si è mai parlato), si sottintende anche questo: puoi vederlo come un gioco, tenendo conto che ai giochi si vince e si perde. Ora, là fuori è il 2020. Facciamo che dopo 40 anni e passa di rap accettiamo tutti questa evoluzione più giocosa che artistica del genere, okay? Che perdere tempo con gli attacchi generalizzati e con le difese generalizzate è ugualmente noioso e non porta a niente. Però facciamo anche che chiunque deve poter avere il diritto di non alzarsi ad applaudire per coloro che, con un gioco così così, diventano

I numeri uno. Trovo interessante che i media non abbiano degnato di attenzione l’album degli FSK Satellite andato al n.1 la settimana scorsa, nonostante il titolo IRRIVERENTE (Padre figlio e spirito) i tre giovanissimi rappusi crocefissi in copertina, e tutta quella pubblicità nemmeno troppo occulta alla premiata ditta Glock Ges.m.b.H, che produce armi da fuoco fin dal 1982 (e non sono nemmeno armi ITALIANE, orgoglio e vanto della nazione): il brand è citato in ben cinque (5) brani dell’album, e se non vi hanno dato dei danari cari FSK siete tre trimoni. Viceversa, un post della cantautrice e attrice Margherita Vicario (che ammetto, non conoscevo) e le reazioni virulente dei fan ha fatto sì che si parlasse parecchio della presunta (ahaha) (…scusate) dicevo, presunta misoginia e violenza di 17, album che rappresenta il debutto del nuovo sodalizio Emis Killa – Jake La Furia. Ebbene: dato sì che arrivo puntualmente dopo tutti coloro che ordinatamente si sono schierati da una parte o dall’altra, e dato sì che sono abbastanza colluso col rap ITALIANO da godere di immeritato rispetto da parte di alcuni dei suoi più vistosi esponenti, vorrei proporre questa interpretazione che piacerà molto a Jake ed Emis, che so essere entrambi tifosissimi di

Paulo Dybala. Per chi non lo sapesse, è un giocatore argentino dal faccino da boyband e dalle giocate spesso letali, a volte obiettivamente magistrali, che spesso permettono al suo club, la squadraiuventus, di vincere partite difficili da sbloccare persino per il Gran Cappone portoghese che milita nella medesima compagine. Tuttavia, al di là del tifo infoiato, che è quella cosa che obnubila al punto di non riconoscere un campione nemmeno dopo che ha steso la tua squadra inventandosi una combinazione inaudita (…ma fa parte del #game del tifo, quindi nessuno s’indigni) in Dybala c’è qualcosa che lo mantiene ancora un gradino sotto i big assoluti del pianeta. Ed è che Dybala ha tra le sue skill quella di buttarsi abilmente e a gran velocità addosso agli avversari per poi rotolarsi a terra molto, ma molto a lungo, con la faccia deformata da un orrendo e raccapricciante dolore che ovviamente non prova affatto, e che sparisce dal suo visino di cantante bamboccio non appena l’arbitro, intimidito dai fan sugli spalti, gli concede quello che voleva. Intendiamoci: molti giocatori, da sempre, hanno adottato questo stratagemma: fa parte del calcio #game da sempre, i tifosi lo apprezzano quando porta risultati, e i telecronisti e giornalisti ITALIANI che hanno paura dei tifosi ITALIANI schiumanti hanno imparato a dire che il giocatore che ottiene il fallo in questo modo “Ha usato tutta la sua esperienza e furbizia” mentre il difensore che non è sparito “è stato ingenuo”. Il punto è, però, che quando un giocatore è veramente forte – e Paulo Dybala lo è – qualcuno potrebbe avanzare la sfrontata pretesa che non ricorra alle misere piccole infamie che hanno costellato le carriere di una nutria come Massimo Mauro o di un frollino come Lulù Oliveira. Ti chiedi, ingenuissimamente, se davvero non possa fare meglio di così: alzare l’asticella, invece di buttarcisi sotto. Invece lui, legittimamente, ti fa notare che fa tutto parte del gioco (ed è vero), e che col rigore o la punizione ottenuti ha vinto la partita, e lo ha fatto per i bro e per i frà, che inneggiano adoranti e irridono gli invidiosi degli schieramenti opposti.

Tornando a Jake ed Emis. Forse non sono abbastanza forti da rinunciare a certi testi in cui il machismo e la retorica della strada e del crimine suonano così superati da sembrare quasi un messaggio di sfida ai trappusi ma anche ai big attuali come Marracash, Salmo e Gué Pequeno che stanno provando – ognuno a suo modo – a formulare nuovi schemi di gioco. Detto questo, tutto tronfio del mio opinare, potrei fermarmi qui – se non fosse che ho saltato la rubrica nella settimana in cui gli FSK sono andati al n.1, e non ci crederete ma l’ho fatto proprio perché sapevo che sarebbero stati seguiti da un album altrettanto cruento, pur proveniendo da un’altra generazione e un’altra latitudine (Potenza invece che Milano). Quindi, temo che mi tocchi fare una puntata doppia e dire qualcosa sulla circostanza. Insomma: la domanda è: forse il pendolo del rap sta tornando verso il celodurismo? (e già m’immagino uno dei rapper in questione che mi apostrofa: “Oh, tipo, te lo faccio vedere io ‘sto pendolo”). In realtà, Nella Mia Umile Opinione, no. Penso però che ricorrere a certi trucchi, convenga, e temo che succederà sempre, nel rap come in politica. E ritengo che Emis e Jake, la cui collaborazione è un calcolo sapiente per entrambi, abbiano messo in conto anche le reazioni negative ma siano del tutto pronti a cavalcare alcune delle difese d’ufficio che ho letto in questi giorni. Per esempio,

Sento dire.  “Ma il rap è questa cosa qui, lo è sempre stato”. Non concordo. È una generalizzazione tanto quanto il mettere sotto accusa un intero genere. Sento dire anche: “Ma vogliamo la politically correctness nel rap?” No, però non facciamo i furbi, raga: raccontare barzellette zozze non rendeva Berlusconi un uomo del POPOLO, ma semplicemente uno che ne lusingava i lati peggiori per intortarlo. Fermo restando che il maggiore gettito di letame viene quotidianamente fornito a questo Paese dalle note reti per famiglie del bouquet Mediaset in prima serata con ampia diffusione e indici d’ascolto, e che la radio della Confindustria ha come star irriverente un buzzicone d’aaa Lazzie, perciò ecco, io aspetterei prima di accusare la nazione ITALIANA di perbenismo, usando come pretesto il primo malcapitato che eccepisce su certi compiaciuti brutalismi. Sento dire poi

(…sento dire un sacco di cose, vero?)

“Ma i ragazzini di 12 anni sanno bene che l’aggressività, il machismo, quel filo di omofobia sono solo #storytelling, sono la versione 2020 dei fumetti (…che detto per inciso, nessun 12enne legge più ormai). E se qualcuno insulta la tipa, non è diverso dagli adulti che scrivono insulti sessisti alla Boschi o alla Azzolina, in pratica è colpa dei social e non del rap”. Come dire che sono le regole del social #Game – però, deh, c’è anche del vero. Anche se in tanti anni di insulti che financo io, marginale due di picche, ho ricevuto dai fan (tra l’altro, quasi sempre da fan di qualcuno che mi piace) (QUASI sempre) so perfettamente che il povero piccolo artista che viene soccorso dai suoi discepoli, in privato gongola per la prova di forza dimostrata dalla shitstorm. Ma questo implica che gli artisti debbano essere responsabili dello zelo dei propri fan? Non potranno più essere liberi di dedicare un brano a Vallanzasca e Turatello citando espressamente il mio riverito quartiere, la mia sweet home Comasina, senza essere obbligati didascalicamente a spiegare “Ragazzi guardate che erano cattivi, veh!”.

(se conosco Vallanzasca – e lo conosco davvero, incidentalmente) (Turatello ovviamente no, ma ho conosciuto gente decisamente vicina a lui) (sentendo il pezzo intuirà subito la furbata dell’operazione, ma farà quanto in suo potere, cioè poco, per interpretare il video. E concluderlo con le parole “Ragazzi guardate che eravamo cattivi, veh”) (se Emis e Jake non hanno fatto nemmeno un tentativo in questo senso, sono meno furbi di quanto io li faccia)

Lungi da me negare libertà di espressione a Jake, Emis e gli FSK (il cui Padre figlio e spirito peraltro ha dei momenti di autentica ghignosità e di ghignosa autenticità) (…più la prima. E vedo dalle reaction degli YouTubers, per esempio ilMasseo o Around Dread, che non sono il solo a pensarlo). Del resto, accetto anche che nel suo sfogo Margherita Vicario mormori “Io continuerò a scrivere bellissime canzoni”. Ma ovviamente le riconosco l’alibi dello choc da insulti di massa, che scuote profondamente chiunque non goda nel farsi infamare (penso che valga ad esempio per Andreascanzi). A questo punto resta un solo argomento, tra i tanti che sento dire. Ed è:

“Ma in fondo i Rolling Stones, Lou Reed, non cantavano droga e violenza o machismo?” Di nuovo: non fate i ciccini, dai. Quelli scrivevano anche You can’t always get what you want o Street fighting man o Perfect day. Se Emis e Jake pensano di aver scritto qualcosa di quel livello, vorrei che cortesemente me la indicassero. Temo che non possano scrivere cose del genere, e nemmeno cose al livello di Marra, Salmo o Gué. Non lo fanno – chissà, forse non lo vogliono fare. Mi domando se sia perché il rap game glielo impedisce.

Resto della top ten. A questo punto, mi sembra geniale che la seconda new entry sia Annalisa con un album intitolato Nuda. Che no, ci mancherebbe altro, non è la modalità in cui una femmina ITALIANA fa bene a porsi in quest’epoca ma semplicemente una cosa provocatorio-simbolica, miii non si può più dire niente che la gente s’indigna, ci vorrebbe un Polo della Libertà a liberarci tutti. Come già accennato, Nuda è uno dei due dischi pop in top ten, tutti e due della Warner: l’altro è Crepe di Irama, che scende al n.7. Gli otto dischi rap in top ten sono perciò quelli dei già citati FSK Satellite (n.3), Mr. Fini di Gué Pequeno (n.4), Gemelli di Ernia (n.5), Buongiorno di Giggetto D’Alessio con tutti i rapper a portarlo in spalla (n.6); chiudono la prima diecina Marracash, ThaSupreme e Geolier.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten perché si erano annoiati di starci Tedua ma soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari che ci stavano accampati da febbraio, e la compilation RTL Power Hits Estate (ed era tempo). Entra al n.39 Alicia Keys. Il dominio di Universal in classifica si è molto ridotto: dal comodo 50% che le era diventato abituale è attualmente a 44 album su 100, con Sony salita a 25 e Warner a 16. Che bello, siamo vicini allo stesso tripartitismo della politica ITALIANA, vedete che non si può fare a meno di tirarla in ballo? Poi pensate, ci sono addirittura 24 album non ITALIANI in classifica. Certo, l’età media degli stranieri è altissima, da Cat Stevens a Deep Purple a Neil Young (…ai Nirvana). Ma evidentemente, come Ibrahimovic o Messi o il Gran Cappone portoghese, malgrado l’età la buttano ancora dentro.

Sedicenti singoli. Nelle playlist le Azzeccatissime Hit Estive dettano ancora legge, e il podio risulta invariato: n.1 A un passo dalla luna di Rocco Hunt & Ana Mena, n.2 Superclassico di Ernia, n.3 Hypnotized di Purple Disco Machine ma occhio, entra al n.4 il singolo 22 settembre di Ultimo, uscito a metà settimana ma evidentemente destinato al n.1 grazie al grido potente del ritornello, che riassume gli sforzi di duemila anni di arte ITALIANA: “Io la vita la prendo com’è”. E così dovreste fare anche voi snob. A proposito di Ultimo, passiamo ai

Lungodegenti. Diari aperti / Segreti svelati di Elisa compie 100 settimane consecutive in classifica. È un album di cui non mi sono occupato molto (ehm), sono andato a dare un’occhiata su Spotify e ho visto che i suoi 14 brani diventati 21 con l’aggiunta di quelli in inglese fanno numeri schizofrenici. Sono molto alti quelli coi featuring (Calcutta, De Gregori, Rkomi, Carl Brave, Brunori Sas) (quello con Carmen Consoli è il più basso). Ora, se voi volete leggere della malignità in questo rilievo innocente, state negando la mia libertà di esprimermi: mi adonto e dissocio: viva Elisa e il suo album che entra nel club prestigioso dei centenari, al cui vertice c’è il segnetto ÷ di Ed Sheeran (186 settimane), seguito da Rockstar di Sfera Ebbasta (140), i primi due album di Ultimo Peter Pan (137) e Pianeti (134), 20 di Capo Plaza (127), Potere – Il giorno dopo di Luché (117). Ma c’è un solo bicentenario in un club tutto suo, e lo hanno inciso un tot di anni fa i

Pinfloi. The dark side of the moon ha raggiunto le 203 settimane consecutive in classifica, e lo fa calando un pochino, dal n.63 al 68; preoccupa un po’ gli scienziati la flessione di The wall, dal n.81 all’85. Ma qui devo ammettere che con meschinità e nequizia vi avevo nascosto l’ingresso al n.13 dell’album live di Nick Mason e dei suoi Saucerful Of Secrets, nei quali milita anche Gary Kemp degli Spandau Ballet (eh, i percorsi della musiqua antiqua). Album la cui tracklist vetusta e pre-Dark Side fa sembrare recentissimi ambedue gli album di cui sopra. Pertanto, i dualismi di oggi saranno tutti vintagiosi: Thedarkside è Leonardo Da Vinci, Thewall è Michelangelo; Thedarkside è Fellini, Thewall è Visconti; TDS è Van Basten, TW è Maradona; The dark side of the moon è Totò, The wall è Peppino.

(…già rido pensando a quale sarà il paragone più contestato) (grazie per aver letto fin qui) (siete fantastici) (a presto!)