Tag: Elio & le Storie Tese

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

Peggiori video, uscite social, album, canzoni, polemiche, morti del 2016.

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

L’America sceglie Trump, l’Italia sceglie il Natale americano di Laura Pausini. Tutto torna. La miliardaria romagnola ha messo in riga non tanto Benji & Fede, scesi al n.2 dopo tre settimane (chissà se uscendo in contemporanea l’avrebbero battuta. Non lo sapremo mai), quanto Fiorella Mannoia, 

Le grandi interviste di aMargine: Rovazzi, il Capo dei Giovani

Le grandi interviste di aMargine: Rovazzi, il Capo dei Giovani

Il collega che mi precede si accomiata con una battuta su Fedez, qualcosa del tipo “Basta che non diventi grillino come lui”. Fabio Rovazzi, con un sorriso indulgente sotto il baffino mormora “Ma no, non è grillino”. E a questo punto, cosa potevo fare: la domanda non era affatto nelle mie intenzioni originarie, però sapete come sono i media.

Ah, non è grillino?
Oh, iniziamo benissimo… rovazzi 5
In effetti. Però quello che hai detto è interessante – mi risulta che il tuo amico abbia scritto l’inno del MoVimento e abbia sempre appoggiato…
(mi guarda. Come per dire “Vuoi davvero parlare di questo?”)

E la verità è che no, voglio parlare di lui, Fabio Rovazzi, l’esile giovane di Lambrate che ha tirato giù tanti birilli: disco d’oro senza aver fatto il disco, hit estiva senza passare dalle radio (“Solo un network, oggi, ha iniziato a trasmetterla”, mi dice), successo online ma senza download, popstar senza aver mai voluto fare il cantante. 22 anni, comico, videomaker e autore entrato nel giro di Fedez e J-­Ax, è arrivato a 31 milioni di visualizzazioni su YouTube con Andiamo a comandare. Per non parlare dei 4 milioni di ascolti su Spotify. Ma controllate, oggi potrebbero essere 32 e 5. Domani, 33 e 6. E quindi, molto più di Fedez, mi interessa capire se la fortuna “virale” dello slogan Andiamo a comandare, più che all’irresistibile balletto di Rovazzi, riflette in qualche modo le sempre più diffuse rivendicazioni generazionali dei millennials.

Ricominciamo dalla cosa di cui, così a naso, in questo periodo stai parlando di meno. Dalla musica.
Sì, i giornalisti me lo chiedono poco, forse fanno bene, non so.
Cosa ti chiedono?
Se il balletto ha un nome, se sono un pazzo o sono un genio. Se quelli del video sono YouTubers famosi. Molte domande sulla politica. rovazzi 1
Ah, lungi da me.
Ho visto. Faccio presto: io la politica non la seguo. So che è sbagliato. Però non mi ci ritrovo. Mentre la musica in cui mi riconosco, quella che ascolto è la musica elettronica. Mentre non ho mai realmente seguito la musica Italiana, se non il panorama EDM. Da mio padre invece ho ereditato The Who, Led Zeppelin, Elio & le Storie Tese e Frank Zappa. Questi ultimi mi colpivano molto quando ero ragazzino perché facevano comicità musicale.
Il pezzo Andiamo a comandare, da chi è firmato?
Da me, Merk & Kremont per la base, e Danti dei TwoFingers che mi ha aiutato a mettere fisicamente in metrica le cose, io non lo avevo mai fatto. Su iTunes mi hanno messo nella categoria Hip-hop ma tutto sommato hanno ragione quelli che sclerano, io non dovrei starci, casomai dovrei stare nella EDM. Io non so scrivere in metrica, non sono un rapper.
Cosa sei?
Un comico e un autore.
Quale comicità preferisci?
Quella inglese, Monty Python soprattutto. Ma anche gli americani, The Lonely Island, Jimmy Fallon. Mi piace veramente tanto anche Maccio Capatonda, però penso che pure lui anche se è bravissimo abbia gli stessi problemi che abbiamo tutti in Italia, e cioè che il trash è sempre in agguato. Per dire, i Lonely Island fanno Jizz in my pants, e lo fanno con Justin Timberlake. Se lo fai in italiano “Mi sborro nei pantaloni”, suona molto meno giocoso. rovazzi 6
Ehm, ok, forse ho colto.
Suonano meglio anche le parole. E poi, voglio vederti ad avere la star italiana più famosa con un testo del genere.
Beh, però Elio & le Storie Tese sono riusciti a fare certe cose. E tra l’altro, Servi della gleba è uscita in un periodo in cui risultava molto più audace rispetto a oggi.
Gli Elii fanno scuola a sé.
Parlando di scuola. Ti eri iscritto al liceo artistico, hai lasciato a un anno dalla maturità. 
La verità è che mi dà molta più soddisfazione essere autodidatta. E oggi ci sono tutti gli strumenti per esserlo. Per contro, se una cosa mi viene imposta dall’alto non mi va più di farla. Internet ti dà tutti gli strumenti per fare molte cose. E devo dire che onestamente, quando ho iniziato a lavorare facendo gli aftermovie nelle discoteche, molto presto ho capito che me la cavavo anche senza aver seguito un corso.
Esattamente, per cosa ti hanno notato Fedez e Ax?
Facevo, e faccio tuttora anche se magari non con la stessa costanza, dei video virali su facebook. Ho fatto questo video intitolato “Come evito il sabato sera”, con me che invento scuse per non uscire e mando agli amici un video col green screen in cui fingo di essere in un locale. Grazie a quel video sono stato contattato da Federico, sono andato a casa sua e siamo diventati amici, abbiamo iniziato a fare cose insieme. Questo era un anno e mezzo fa. rovazzi fedez
Prima cosa pensavi di Fedez?
Non lo dico per come si sono messe le cose, ma sono sempre stato un suo fan, anche non seguendo il genere lui mi è sempre piaciuto come personaggio fuori dalle righe, innovativo, dice quello che pensa.
Mi colpisce il fatto che in diversi video in cui siete insieme, lui accentua la sua prestanza fisica, fa addominali, fa pugilato. E’ voluto?
Cerchiamo la gag, in fondo vogliamo far ridere. Ci troviamo molto bene. Non mi aspettavo che uno come lui si interessasse a uno come me, che non faceva numeri esagerati. Invece è molto attento a tutto, è un buon talent-scout.
Lui ha moltissimi fan, e moltissimi haters. Cominci ad averne anche tu?
Ho due tipi di haters. I primi li capisco, per gli altri sono dispiaciuto. Capisco quelli che fanno musica, perché vedono me che faccio una canzone e non è il mio mestiere, però ottengo il disco d’oro con un trattore in tangenziale. Poi ci sono quelli che dicono “Sei raccomandato”. Mi spiace per loro, ma mi sono sempre sbattuto, andavo in discoteca a fare i video, ho fatto il cameriere beccandomi gli insulti, se sono arrivato a Fedez e Ax è stato sbattendomi. E non faccio le cose calcolando quello che funziona. Faccio quello che mi piace. Anche perché una legge del web è che se fai le cose per fare i grandi numeri, non ti arriveranno. Se appena c’è il sospetto che stai fingendo, o che stai facendo una marchetta, i commenti ti sommergono.
Interessante. Nell’hip-hop le marchette vengono ostentate, sono un elemento del successo.
Il web è il contrario. Ho fatto un video in cui assicuro di essere rimasto umile… rovazzi 9
L’ho visto, quello con l’elicottero. Ma l’elicottero da dove arriva?
Un ragazzo mi ha contattato e mi ha detto “Se un giorno ti servisse un elicottero, io posso mettertelo a disposizione”. Molte cose che faccio nascono così.
Leggo molti commenti riguardanti le tue magliette.
Quello è uno dei miei vizi, ci spendo soldi. Cerco di avere almeno qualcosa di figo. Almeno quello.
Gli altri vizi, come sottolinei in Andiamo a comandare, li deplori.
Fumare non fumo, ogni tanto bevo. Ma non è quello il punto, io sono sicuro che ci si possa divertire senza alcolici e droghe. La smania di sconvolgersi è un cliché.
Alludi all’hip-hop o che so, a Il Pagante?
Loro sono amici. Sono ironici, non credo siano sempre lì a sbocciare. Non mi va di giudicare il Pagante. Anche perché lì l’esagerazione è talmente…
Esagerata?
Ecco. Mi riferisco più a certi elementi del mondo rap che sono molto più crudi sulla droga, ne fanno una specie di mito. Devi tener conto che hai un grosso seguito di ragazzini.
Da un grande potere…
…derivano grandi irresponsabilità.
Il prossimo pezzo su cosa sarà?
Non te ne posso parlare.
Sento dire che sarà sui social. Dimmi un’altra legge del web.
Non è che io sia uno studioso, eh.
Questo è già emerso. rovazzi 7
Eh, infatti. Però penso che il web sia un’arma a doppio taglio. Ci sono cose deleterie. Tipo Andrea Dipré. C’è un sacco di trash. E non è nemmeno il peggio. Forse la cosa peggiore è la cattiveria impunita. Sai, tipo il bambino o la ragazzina che canta una canzone nella cameretta, la mette su YouTube e viene insultata. E la gente dice “Se lo metti sul web te lo devi aspettare”. Beh, per me no. Quindi ecco, il web è anche molto cattivo. Però può cambiare. In fondo è una cosa nuova.
Nuova?
Voglio dire che non è ancora al 100 per 100.
Ti ci vedresti in televisione? O per quello che vuoi fare, il web è meglio?
Io vorrei fare tutto quello in cui mi si dà la possibilità di essere me, e di svecchiare tutto quello che c’è in giro.
Oh, qui ti volevo. Sullo svecchiare. Tu hai per caso la sensazione che ci sia in giro una specie di conflitto generazionale? Giovani contro adulti. C’è un giovanilismo spinto, e una generazione che è infastidita da quella che la fa sentire vecchia. Forse gli anni 60 erano quella roba lì. 
Beh, gli anni 60 vengono ricordati come begli anni. Comunque ci sono un sacco di persone di mezza età che io stimo un sacco e hanno idee innovative, e d’altro canto ci sono miei coetanei universitari rigidissimi. Il primo esempio che mi viene in mente è Andrea Pellizzari. Lui è una persona che stimo molto. Lui dovrebbe fare ancora più di quello che fa. rovazzi 2
Cosa fanno più fatica a capire quelli sopra i 40 anni?
Trovano offensivo il successo di Andare a comandare. E in effetti, so che contiene cose insensate. Che però sono messe lì per un motivo.
Strano che una generazione cresciuta con “Sei come la mia moto” di Jovanotti e “Non me la menare” di 883 sia così puntigliosa sulle canzoni che ascoltano i figli.
Crescere coi dARI è stato peggio. Però capisco perfettamente che risulti incomprensibile il successo di questo prodotto. Io stesso sono stupito. Sinceramente, speravo in un milione di pageview. Non ventuno. Però, oh – devo anche dirlo… Sono contento di comandare.

Colori che svaniscono. Intervista a Elio&leStorieTese

Colori che svaniscono. Intervista a Elio&leStorieTese

Gli alfieri di due generazioni hanno saltato lo squalo? Qualcuno se lo chiede. Io glielo chiedo.

Marginalità. Stagione 1, Episodio 3. Speciale EXPO 2015

Marginalità. Stagione 1, Episodio 3. Speciale EXPO 2015

“The thing about the Internet is that it’s a populist tool”. (Will McAvoy, The Newsroom) Previously, on Marginalità. A un certo punto del marzo 2015 salta fuori che la “long form”, non solo è legittima, ma è una qualità desiderabile nell’informazione su internet. Paolo Madeddu, 

(the Rolling Stone files) Elio vs Frank Zappa

(the Rolling Stone files) Elio vs Frank Zappa

Una delle figure più iconiche del rock, guardato con deferenza e rispetto, esteso ai musicisti che hanno suonato con lui. Ma a vent’anni dalla sua scomparsa, viene da dire che è più popolare lui che la sua musica. Le radio si guardano bene dal suonare i suoi pezzi, anche quelli più commestibili. Pochi, fuori dalla cerchia dei fan, saprebbero indicare la sua canzone più rappresentativa. E su YouTube il suo video più visto in assoluto, con ampio vantaggio anche sui brani col titolo più esplicitamente umoristico (che vedono in testa Broken hearts are for assholes) è uno in cui lui non suona affatto, ma partecipa, elegantissimo e razionalissimo, a un dibattito televisivo sulla censura.

In occasione di una delle iniziative per omaggiarlo e farlo riscoprire (Nel nome di Zappa, maratona all’Auditorium di Largo Mahler a Milano con l’Orchestra Verdi diretta da Danilo Grassi e gli Ossi Duri) è salito sul palco anche Stefano Belisari in arte Elio, cantante di una band che da più parti viene definita “erede di Frank Zappa”. Ma sulla plausibilità di questa definizione si può discutere. 

Ed è quello che facciamo, per l’appunto, con Elio in persona.

Sei tu il più zappiano del gruppo?
Sì, anche agli altri piace ma io e Feiez eravamo i più appassionati.
Qual è stato il tuo primo Zappa?
Avevo sentito certe cose qua e là ma penso di poter dire che Joe’s Garage è stato l’album dell’incontro vero. Più che la musica, inizialmente è stato decisivo il fatto che mi facesse ridere. Quello è stato l’amo che mi ha tirato nella sua rete.
Quando viene fatto l’accostamento tra Elio & le Storie Tese e Frank Zappa, in cosa puoi essere d’accordo, e in cosa e no?
Secondo me è una semplificazione, un’etichetta, e io odio le etichette. In tante interviste ho detto che Zappa mi piace, e tanto. Però mi piacciono anche i Beatles, i Genesis, e ancora di più i Gentle Giant. Quel che è certo è che non ho mai detto che siamo discepoli di Zappa, come si legge da qualche parte. Di espressamente zappiano nel nostro repertorio non c’è molto se non, volendo, lo spirito: certe robe complicate che facevamo all’inizio, con storie che non avevano senso come Cateto o Piattaforma. Di Zappa ho casomai cercato di fare mie alcune lezioni, la principale delle quali potrebbe essere sintetizzata in un principio: il massimo impegno per fare delle cose inutili. 
In che senso?
Quando andava sul palco e faceva suonare i suoi musicisti in tempi completamente diversi, per vantarsi di averlo fatto, in che altro modo potremmo definirlo, se non impegno esagerato per fare una roba inutile?
È possibile che quando hanno iniziato a etichettarlo come freak, un po’ come quando voi siete stati individuati come gruppo demenziale, lui abbia cercato di ostentare la preparazione musicale “seria”?
Noi non abbiamo mai cercato di sottolineare le capacità musicali, quando ci siamo cimentati con cose complesse è stato per piacere e divertimento; non saprei dire se lui ha voluto sottolineare il suo lato serio.
Ma dello Zappa orchestrale cosa pensi?
Lo conosco meno però qui possiamo aprire una parentesi sul suo approccio alla musica, sul suo interesse sia per il rock che per la musica cosiddetta colta. Da tempo la musica contemporanea si è volontariamente allontanata dal pubblico e penso sia un errore che oggi gran parte dei compositori contemporanei riconosce tardivamente. Però allo stesso tempo la musica contemporanea è quanto di più brillante ci possa essere dal punto di vista della musica, in questi ultimi 50 anni è il campo dove si sono spese le migliori energie creative, anche in un oscuro sforzo di ricerca che difficilmente – anzi, in quasi nessun caso – ha prodotto risultati di pubblico.
Puoi farmi dei nomi per meglio inquadrare il discorso?
Nono, Berio, Stockhausen, Varese…
Ah, okay. Anche John Cage allora. Facendo la tara sul termine “contemporanei”, però.
Sì, in realtà continuiamo a usare questa definizione, “contemporanea”, nata per differenziare dalla musica classica questi compositori, quelli che tutti hanno sentito nominare e nessuno ha mai ascoltato, e i successivi, alcuni dei quali sono musicisti con cui io collaboro. Come Luca Lombardi, il massimo compositore italiano vivente, nella cui opera ho cantato, nella mia invasione del campo musicale classico contemporaneo. Però la definizione va presa con attenzione: la classica contemporanea non è solo “contemporanea” in senso letterale.
Quindi, per capirci, escludiamo Philip Glass, Terry Riley, Steve Reich.
Rispetto ai nomi che ho fatto io sono musica leggera.
E Zappa come si è posto tra leggera, classica e contemporanea?
Io paragono il gusto per la musica a quello per il cibo: il gusto va educato. Da piccoli si mangiano caramelle e patatine, da grandi si possono apprezzare delle cose più elaborate. E così come si educa il palato andrebbe educato il gusto della musica. Lo Zappa orchestrale che io chiamerei contemporaneo dev’essersi posto anche lui il problema. In pratica, se rimanere alle patatine o tendere a qualcosa di più alto, anche se non piace a tutti. Anzi, che piace sempre meno – perché se parliamo del gusto del pubblico, dagli anni 70 a oggi è sceso. Non è colpa sua, oppure non è solo colpa sua, perché un po’ lo è. Però basta guardare le classifiche di vendita di quel periodo: c’erano parecchi musicisti il cui repertorio cercava di avvicinarsi alla complessità e qualità della classica, penso a Pink Floyd, Genesis, Yes.
Che però sono anche gruppi che prima o poi sono riusciti ad arrivare alle radio. Penso che oggi nemmeno le “radio rock” mandino pezzi di Frank Zappa. Nemmeno se tratti da quei dischi che i duriepuri considerano più fruibili, come You Are What You Is o Sheik Yerbouti.
Quando in realtà musicalmente sono molto più complessi dei dischi degli esordi, qualunque cosa dicano i duriepuri, che sono una razza che mi fa sempre paura – quelli che “Giù le mani da Frank Zappa”, “Giù le mani da Rino Gaetano…” Lui faceva sembrare semplici certe cose che faceva, perché questo è quello che fanno i geni.
Ma a voi è riuscito di sovrapporre i piani, intendo dire quelli della complessità musicale, dell’ironia, e del gradimento popolare. Secondo te lui ha deliberatamente evitato, anche potendo, di arrivare al grande pubblico?
Questa domanda contiene ancora la trappola del parallelo tra Frank Zappa ed Elio & le Storie Tese…
Ma no, è solo perché magari voi vi siete posti il problema.
Noi abbiamo problemi economici che lui non aveva. Essere di nicchia negli Stati Uniti vuol dire vendere milioni di dischi in Usa e nel mondo; in Italia essere di nicchia vuol dire fare la fame. Noi siamo scesi a compromessi per non fare la fame. Lui ha potuto permettersi di non fare cose che noi invece abbiamo dovuto fare. Ma fin dall’inizio: per dire, io fino al secondo album di Elio & le Storie Tese ogni giorno andavo a lavorare. Contemporaneamente ero anche in tour. Un massacro. 
Voi avete suonato sia con Ike Willis che con Vinnie Colaiuta, due tra i più importanti tra i musicisti ad aver suonato con Zappa. Cosa vi hanno raccontato?
Gli abbiamo fatto il terzo grado. La cosa che mi ha impressionato è stato il capitolo droghe: Zappa, che come hai detto anche tu, aveva l’etichetta di freak, in realtà non faceva uso di droga e non ammetteva che qualcuno nella band lo facesse. Io sono d’accordo con lui: la creatività e la droga non vanno d’accordo. Ma i membri della sua band erano terrorizzati. E quando rischiavano di essere beccati con qualcosa in mano, lo inghiottivano pur di non farsi scoprire – affrontando le conseguenze.

Che ci facevo lì

Che ci facevo lì

Intanto, premessa. Due parole. “Titolo gratuito”. Ecco, tanto per chiarire. Posso dire che mi hanno offerto un risotto con le carote (riscaldato). Che ho gentilmente declinato. Il talent amichevole coi critici – a loro volta amichevoli con lui – è decisamente un altro, non faccio nomi 

Che valletta sei? (ovvero: due-tre cose su Quella Roba Lì)

Che valletta sei? (ovvero: due-tre cose su Quella Roba Lì)

Quanti articoli su Sanremo deve scrivere un giornalista musicale, prima di essere chiamato opinionista? E quante battute e arguzie e analisi sociolinguistiche deve fare, prima che qualcuno gli dica: Ciccio, può bastare? E quante rievocazioni commosse di un vissuto italiano con immagini in biancoenero e 

Skiantos: noi, la musica italiana, il “pubblico di merda”. Intervista (inedita) del 2009

Skiantos: noi, la musica italiana, il “pubblico di merda”. Intervista (inedita) del 2009

Era il 2009, era in uscita Dio ci deve delle spiegazioni, l’ultimo album. Mi ricordo che era provato, ma parecchio. Ma non lo sapevo, il perché. Mi ricordo che lui e Dandy Bestia sembravano due coniugi che hanno litigato ferocemente, irrimediabilmente, e tuttavia si ritrovano a condividere ancora qualcosa, loro malgrado – forse si coglie anche da questa conversazione. Non si guardavano mai negli occhi. O forse è un film che mi sono fatto io. Comunque la chiacchierata iniziò con l’ultimo disco, come si fa sempre, e poi andò espandendosi. In modo, come potrete vedere, anche più serio di quello che io mi sarei aspettato dal “gruppo rock demenziale”. E approdò a un po’ di giudizi feroci su sé e sui colleghi e sul pubblico e sulla storia della musica in Italia.

Che tipo di spiegazioni vi deve, Dio?
Freak Antoni – Vivere è complicato. Per questo ci siamo rivolti a Dio. La vita è faticosa e pesante e bellissima ma soprattutto incomprensibile, per cui avremmo avuto piacere di ricevere indicazioni. Dio. Gli atei dicono: “La cattiva notizia è che Dio non esiste, la buona è che non ne hai bisogno”. I credenti dicono: “Dio c’è e lo sanno anche gli atei”. Noi diciamo che Dio c’è e ci deve delle spiegazioni. È una sintesi.

Ma cosa hai visto di inspiegabile e incomprensibile negli ultimi tempi?
Freak Antoni – Da dove posso cominciare? Potrei citare questioni personali. Ho avuto esperienze traumatiche, inspiegabili e incomprensibili in campo sanitario. Non me la sento di parlarne adesso. In generale… Beh, l’Italia è ribaltata, è un paese paradossale in cui può capitare di tutto e il contrario di tutto. Diceva Carlo Ponti, marito di Sophia Loren, che qualunque cosa tu faccia ti può arrivare una tegola che ti rompe il cranio. In materia di giustizia siamo un Paese senza regole. Senza tempi rispettabili e seri, senza certezza della pena – e lo dico senza essere forcaiolo. Anche i bambini quando giocano si danno delle regole, altrimenti nessuno ne esce vivo. Se vogliamo vivere in società, in uno Stato, due regole bisogna darsele e rispettarle. Perché poi noi saremo quelli demenziali, ma a me sembra che sia la società ad essere realmente demente.

Visto che voi siete “Quelli che non sanno suonare”, parliamo un po’ degli aspetti musicali. Pezzi abbastanza lunghi…
Freak Antoni – Siamo diventati prolissi. Abbiamo scoperto che ci piace riflettere sulle cose. E sugli accordi che stiamo suonando.
Dandy Bestia – Gli assoli non sono più di moda, come i sassofoni e il sitar. Per questo li abbiamo usati.

Ci sono parti copiate in modo evidentissimo. Ad esempio If you can’t rock me dei Rolling Stones.
Dandy Bestia – È un omaggio agli Stones, e ce n’è un altro ai Queen, da Millionaire Waltz.

Occhio che c’è gente che fa causa per certe cose.
Freak Antoni – Li amiamo talmente tanto che capirebbero il nostro affetto. Ma penso che non ci cagheranno proprio.

Il disco sembra molto atemporale, per testi e musiche. I testi non contengono riferimenti alla contemporaneità. La televisione. Internet. Berlusconi.
Dandy Bestia – I temi sono senza tempo, Testa di pazzo o Il razzista che c’è in me sono temi sociali ma senza tempo. 
Freak Antoni – Gli Skiantos non hanno mai voluto fare cronachismo.

Ma allora, Io sono un autonomo?
Dandy Bestia – Okay, è vero. Ma se lo senti adesso vale ancora, è il sinonimo del ribelle del periodo, quindi è atemporale. Sono un ribelle mamma è sempre lui, la figura del ribelle patetico, è l’autonomo del decennio prima. Poi, forse la cronaca suggerirebbe una riflessione forte su alcuni temi, tipo la recrudescenza della violenza sulle donne. Però forse purtroppo c’è sempre stata, e se ne parla di più. Ma certo lo stupro di gruppo, del branco, sono un fenomeno nuovo. A Bologna negli anni 70 le ragazze giravano in minigonna fino alle 6 del mattino. Non è successo niente mai.
Freak Antoni – Ne parlavo di recente con alcune mie amiche che erano studentesse fuori sede a quell’epoca, mi dicevano “Come ci si trovava bene nella Bologna anni 70, potevamo girare con le amiche anche di notte, al massimo ci gridavano belle fighe dalle macchine, ma nessuno ci infastidiva”.

Io ne ho solo sentito parlare, ma ho l’impressione che fosse la proverbiale isola felice.
Freak Antoni – E lo era. Con le sue contraddizioni ma certamente più felice di oggi che è ripiegata su se stessa. L’atmosfera generale è più pesante anche rispetto a quel momento politicamente intenso.
Dandy Bestia – È ovvio che c’è stata una crisi di ideali. Le utopie servivano, in qualche modo la gente aveva un traguardo. La morte delle ideologie forse è stata anche un bene, ma c’è stato uno sbandamento.

È strano sentire queste cose da voi. Siete partiti attaccando ancora più che l’establishment, il pubblico. Il famoso “Siete un pubblico di merda”.
Freak Antoni – Continuiamo a pensarlo.
Dandy Bestia – Ma non continueremo a tirare verdura.

Forse dovreste continuare.
Freak Antoni – Sì, sarebbe divertente, ma un bel gioco dura poco. In realtà abbiamo dovuto smettere perché ci arrivavano lattine – piene – in testa, monetine negli occhi. La gente diceva “Non andiamo via o gliela diamo vinta”. Diventava una guerra mentre doveva essere, beata ingenuità nostra, un grande gioco, un happening collettivo.

Cucinare gli spaghetti sul palco. La cosa buffa è che ora viene sempre evocato, come dire: “Pensa, facevano questo, com’erano avanti”. La reazione tutt’altro che giocosa non viene mai citata.
Dandy Bestia – Queste cose avevano un’origine abbastanza colta, il teatro dada, il Futurismo di Marinetti. Eravamo così, non è stato un caso che facessimo queste performance. Abbiamo smesso perché prendeva una piega pesante fisicamente. Ci tiravano sterco di vacca, o gavettoni d’acqua sul palco, vicino ai cavi elettrici. I tecnici dovevano correre a staccare tutto.

Quindi voi che siete stati molto taglienti e critici ieri, oggi sembrate concludere che si stava meglio quando si stava peggio. 
Dandy Bestia – Detto così è un po’ forte ma forse questa componente c’è. Io non sopporto la dietrologia, ma forse in questo caso… Okay, guarda, non è che si stava meglio quando si stava peggio, è che sono cambiati gli orizzonti. Non c’è riflessione su quanto succede. L’umanità ha sostituito alle ideologie, cioè delle religioni laiche, la domanda su Dio. Le religioni hanno preso in mano la palla: l’Islam, il Cristianesimo. Non vedo altre cose, e questo secondo me è pericoloso.

Qualcosa c’è. La televisione. Internet. Berlusconi.
Freak Antoni – Per quanto riguarda internet, non voglio infoiarmi nell’inchiodo. Voglio dire che non voglio spendere troppe energie fissandomi sulle nuove tecnologie e ciò che le sostiene. Perché ho vissuto tutto il periodo dell’infatuazione per l’Alta Fedeltà, tutte le riviste, e so quanti soldi ho buttato per lo stesso tipo di fissazione. Ogni sei mesi usciva la puntina nuova e tu dovevi cambiarla. Che idiozia. Ora ho avuto delle brutte vibrazioni entrando in un posto dove aggiustavano i computer. Gli ho portato due computer acquistati sei anni fa e mi hanno detto “Ah, oggi è la giornata dei catorci”. Sono andato in un altro posto, e mi hanno detto “È il momento degli zombie”. Che mentalità micidiale. Devo comprare un computer ogni sei mesi, buttarmi su un nuovo software o programma come per la puntina, altrimenti sono un povero imbecille. È una dipendenza, è una droga, e io ne so qualcosa.

Cioè? Intendo: cosa ne sai, oggi, della dipendenza, che non sapevi anni fa?
Freak Antoni – Che ogni dipendenza ti rende un idiota. Ma a suo modo, ogni dipendenza è una specie di avventura, la si vive in questo modo. Per questo è difficile uscirne. Anche se poi ogni epoca ha la sua dipendenza. E anche ogni droga, ha vite diverse. Prendere eroina negli anni 70 e prenderla oggi è completamente diverso, è evidente. Oggi è evasione pura, allora era un tipo di percorso estremo. Non posso dire che non lo rifarei. Ma posso dire che sono molto fortunato a non essere morto, e la sconsiglio. Come sconsiglio qualunque dipendenza, appunto, anche quelle accettabili, dall’alcool a internet alla televisione.
Dandy Bestia – Con la televisione, per rispondere alla tua domanda, non siamo mai riusciti ad avere un vero rapporto, siamo stati uno dei pochi gruppi privi di esposizione televisiva. Anche se è vero che quasi fuori tempo massimo l’abbiamo fatta, con Colorado. L’ambiente era divertente. Però tornando a casa, riguardare le puntate era terribile. Ma è anche vero che magari era più riuscito di quel che sembrava a me. Dopo tutto sono uno che guarda pochissima televisione: documentari e calcio. I film me li compro.
Freak Antoni – Fare la resident band era difficile. E quando lo abbiamo fatto, la poca tradizione che c’era in Italia era quella delle orchestre nei varietà, forse Arbore aveva fatto qualcosa, non ricordo bene. Noi eravamo un gruppo con la nostra storia, lì dovevamo metterci al servizio del programma che di storia non ne aveva. Comunque c’era complicità con i comici. E poi ci hanno pagato, che era la cosa più rilevante.

E la musica di oggi, vi deve delle spiegazioni?
Freak Antoni – La situazione oggettiva è cambiata, la situazione socioeconomicopolitica è ribaltata rispetto agli esordi degli Skiantos, al contesto del nostro primo disco ufficiale nel 77. I nostri amori musicali sono sempre stati il rock, Beatles e Rolling Stones. Mi piacciono le canzoni potenti, quelle corpose che toccano testa cuore e sentimenti, ma non sopporto la ballatona insignificante. Forse è anche una questione di età, trent’anni fa ero Robespierre, ma poi uno impara anche a vedere le sfumature invece che vedere tutto nero e bianco. Spero sia una maturazione. Per esempio, Gino Paoli lo mettevo tra i cantautori melensi, poi un giorno ho sentito Cosa farò da grande. Mi ci sono riconosciuto. Quel ladro che ha rubato stanotte in casa mia…
Dandy Bestia – …non ha portato via un dubbio che c’è in me. Bellissima.
Freak Antoni – Quella canzone per me è stata una liberazione. È che ci hanno fatto sentire così tanto Sapore di sale o Il cielo in una stanza, ce le hanno fatte sentire così tanto – è vero che sono capolavori, ma sono come Natale in casa Cupiello o Filumena Marturano, quelle robe che a causa dell’uso insistito e banalizzato, finisci col considerare prive di vita propria.

Tra l’altro io ti ricordo anche come critico rock, per quanto volatile.
Freak Antoni – Noi abbiamo sempre amato il rock, il ritmo, batterie e chitarre elettriche sono quello che ci fa godere. Abbiamo iniziato detestando i cantautori che erano secondo noi qualcosa di antimusicale, magari bravissimi dal punto di vista testuale però a quel punto fai il poeta, non è mica obbligatorio mettere una musica ovvia a dei testi anche bellissimi. Guccini era grandissimo, aveva testi geniali ma la cacofonia del suo cantato era insopportabile, la sua cantilena… E ho sempre detestato – sto per bestemmiare – certi birignao di Fabrizio De André, quando usa quell’italiano così rotondo, così compiaciuto.
Dandy Bestia – Anche Guccini è compiaciuto.
Freak Antoni – Poi, su De André non dovrei dire queste cosa perché l’italia è il paese che beatifica i morti. Sono sicuro che qualsiasi cosa abbia fatto, per parecchia gente da morto diventerò santo.

È tanto che non scrivi libri. 
Freak Antoni – Scrivo sempre. Ma è tanto che non pubblico. Ho bisogno di scrivere qualcosa di radicale, che mi rilanci l’entusiasmo. Non per megalomania, ma perché certe cose le ho già scritte, quello che ho già fatto non mi viene da rifarlo. Su questo come entità creativa siamo concordi. Lucio Dalla è un grandissimo cantante che ha fatto canzoni straordinarie, ma lui o i Nomadi di oggi – io rispetto quelli di Daolio, ma sono diventati un’azienda mercantile musicale. Oppure Vasco…
Dandy Bestia – Vasco ogni tanto però tira fuori il coniglio dal cappello.
Freak Antoni – Sì, è vero. Credo che il suo problema sia che è costretto a fare grandi numeri. Quando magari gli piacerebbe fare dischi come i primi. Ma il successo è tutto quello che gli interessa. Se lo critichi, ti rinfaccia che ha successo. E nel mondo che ha scelto, non gli si può obiettare niente.

Ma non è che per continuare a essere in libreria hai bisogno di essere fuori regolarmente con libri nuovi?
Freak Antoni – Vero. Ma non vorrei fare il moralista, però secondo me bisogna fare un disco quando hai le canzoni, e un libro quando hai le cose da dire. E non, invece, pubblicare a scadenze regolari giusto per contratto, per essere sempre visibile, per consolidare la presenza sul mercato. Dovresti avere tanto rispetto per le cose che hai fatto, da non impoverire l’insieme con roba qualunque, come secondo me – ripeto: con tutto il rispetto per quello che hanno fatto – stanno facendo Dalla e i Nomadi. Il seguito dei Nomadi mi lascia attonito. Non c’è niente di più insopportabile dell’ideologia farraginosa, quella che vorrebbe dire ma non dice niente. Perché ci sono tutte le cause da sposare, e allora ecco la canzone sui pellerossa con cui fare etnico, e quell’altra di solidarietà con gli africani e i sudamericani…
Dandy Bestia – Fermati, o va di nuovo a finire male.

Ovvero?
Freak Antoni – Tenevo una rubrica su Musica, l’allegato di Repubblica, si chiamava Recensioni al vetriolo o Recensioni roventi, non ricordo. Parlavo male, per partito preso, ogni settimana, perché il giornale non lo faceva. Tutto sommato furono coraggiosi – anche se per conto terzi. I Nomadi si offesero e imbastirono la querela. In quel caso scoprii che esiste un giudice che valuta gli estremi della querela e decide se mandarla avanti o no. Lui decise che no. Fu in quella occasione che scoprii che non puoi paragonare un musicista a un animale.

Lo ignoravo. Nemmeno per dire che è un usignolo? O che è la pantera del rock? O che è l’iguana? Forse ci sono animali di serie A e serie B…
Freak Antoni – Se dici che Freak Antoni a cantare è un cane, Antoni – per quanto la cosa sia vera – può appoggiarsi al Codice Penale che la riconosce come offesa gravissima, lesa dignità personale e professionale. I miei giudizi erano pesanti ma motivati, dicevo che i Nomadi erano il miglior gruppo di cover dei Nomadi, questo mi ha fatto diventare un nemico personale di Beppe Carletti.
Dandy Bestia – L’ho incontrato tre anni fa. Mi ha salutato.
Freak Antoni – Davvero?
Dandy Bestia – Poi a metà serata si è ricordato. E non mi ha guardato più in faccia.

Basta parlar male della gente. Parlate bene di qualcuno. Chi vi piace?
Freak Antoni – Il Sergio Caputo dei primi dischi, tipo Italiani mambo: testi eccezionali, musiche swing. Lui ha capito che non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti. Ci manca.
Dandy Bestia – A me piace Daniele Silvestri. E Max Gazzé. Qualcosina dei Negrita.

L’hip-hop?
Dandy Bestia – A me in generale rompe i coglioni. Però non quando lo fanno i Red Hot Chili Peppers, è la cosa che sanno fare meglio.
Freak Antoni – Sotto le provocazioni non c’è molta roba. E invece dovrebbe essercene. Noi la provocazione per la provocazione non l’abbiamo mai cercata. Noi volevamo provocare il pubblico, non i media.

E i media come vi hanno trattato? Secondo voi al di là dell’essere citati quando si parla di Bologna e del ’77, siete stati trascurati? Se sì, perché?
Freak Antoni – Tutti dicevano “Ah, che meraviglia i punk, l’urgenza, non sanno suonare ma non è importante, il rock è comunicazione”. Tutto questo per noi non valeva: che orrore, non sanno suonare. Il solo punk cui è stato dato credito in Italia è quello ideologizzato dei CCCP. E si è visto che fine ha fatto Lindo Ferretti.

Che fine ha fatto?
Freak Antoni – Ha rinnegato tutto, fatto l’apologia di Berlusconi, della Lega, ma non è questo che mi dà fastidio. È che ha sempre vissuto di slogan, di stupidaggini vuote ma dette con l’aria di chi ha capito.

Faccio un passo indietro, alla questione del saper suonare. Elio e le Storie Tese sono quasi unanimemente indicati come vostri discendenti, e loro “sanno suonare”. Con loro che rapporto avete? 
Dandy Bestia – Non sempre facile, diciamo.
Freak Antoni – Sono dei virtuosi, hanno fatto la loro gavetta come musicisti di studio. Siamo accomunati, ma partiamo da presupposti diversi, loro sapevano suonare e hanno riempito la loro musica con degli spunti umoristici, noi siamo partiti suonando molto peggio ma con delle idee, riempiendo le idee con la musica.

Okay, grazie per la chiacchierata, ma ora, con vero dispiacere devo lasciarvi: c’è un collega che attende il suo turno, e ho superato il limite.
Freak Antoni – C’è un limite a tutto. Ma nel caso, si allarga il limite. Cosa ti è piaciuto del disco?

Devo dirlo? Su tutte, Odio il brodo.
Freak Antoni – Haha, speriamo che i produttori di brodo non querelino. Ma più probabilmente, anche loro non ci cagheranno. Come i Rolling Stones.

Due anni fa ho scritto su Rolling Stone un pezzo sullo scioglimento degli Skiantos e su quanto Antoni non abbia avuto il riconoscimento che meritava, a partire dalle battute che tutti gli rubavano – come “La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”. Il pezzo era intitolato “Roberto Freak Antoni ha un problema. È vivo”. Qualche amico oggi ha commentato, malinconicamente: “Problema risolto”. Ma direi di no.

TheClassifica 5 – In a desperate land

TheClassifica 5 – In a desperate land

(thumpathumpathumpathumpathumpathumpa) (dlen dloin) (dlennn dloin. Dlang. Dlanggg dloing)  Moreno. Merda. Sono ancora soltanto alla n.1. E già ci trovo Moreno. Ogni volta penso che mi risveglierò in un’epoca in cui non facevo il critico musicale, facevo ancora l’università – e al n.1 della classifica degli