Tag: Dani Faiv

Quella cosa del diventare come i propri genitori – TheClassifica 25/2020

Quella cosa del diventare come i propri genitori – TheClassifica 25/2020

Tedua avrebbe potuto fare di meglio. Ma che diamine, aveva bisogno di soldi.

Piccoli Maschi Italiani – TheClassifica 20/2020

Piccoli Maschi Italiani – TheClassifica 20/2020

Prefisso. Ora che siamo entrati nella Fase 3, non ha più senso negarlo: in questo Paese, la gente disperata, determinata a vivere di bassi espedienti, ha due scelte. Fare politica, o scrivere di musica.

E il più straziante tra gli espedienti disperati del giornalismo musicale è quello di fare le carezzine a tutti i fan. Quali fan? Tutti i fan, tutti. Perché come gli elettori, i fan fanno numero. E se è la pancia a guidarli non importa, anzi meglio: nella testa ci metteremo noi quello che li farà sentire legittimati, l’importante è che portino like, condividano, ritwittino, facciano arrivare il pezzo all’artista, al manager, alla casa discografica, e che vivaddio la testata veda impennarsi l’engagement e il critico vibrante che ha brillantemente accostato Myss Keta a Gertrude Stein ed Elettra Lamborghini ad Artemisia Gentileschi possa veder circolare il suo nome fino a legittimamente sognare di scansare Scanzi dal trono di Quelli Che Andavano Abbattuti Molto Prima Ma Ormai.

Il numero uno. La cosa più deprimente di tutto questo è che tra il parlarsi addosso e il pindareggiare, le cose banali si perdono così come nel calcio si è perso il tiro tonto da fuori area che spesso lasciava basito il portiere (la cosiddetta saracca o, a Napoli, ‘o scaldabbagno). Perché negli anni della loro ascesa ho letto di tutto sulla Dark Polo Gang, di tutto. I critici ipergiovani, Dio benedica i loro crapini, elemosinavano per sé dei riflessi di street cred in estasi completa ed epifanica – mentre i critici boomer, Dio benedica i loro craponi, atterriti dal rischio di sembrare anzyani svuotavano lo scaffale degli agganci pasoliniani. Ma questi bla bla non sanno le cose (cit.) Per fortuna nel nuovo Dark Boys Club (che debutta al n.1 tra i presunti album) proprio i tre patatoni, tra un machismo e un facciobruttismo, spiattellano la verità piatta e banale, usando loro stessi, finalmente, le due parole chiave: boy band.

(“Sangue sopra le mie Nike, chi l’avrebbe detto mai di questa fama e quest’hype, di ‘sti soldi e ‘sti soldout? Quando rockiamo lo show la nostra gente fa: “Wow” – Dark Wild Bandana, boy band, quelli che settano il trend”)

E da quaranta metri, ecco la palla in porta. Cos’altro vogliamo dire? Vogliamo contare tutte le volte che si scopano la mia bitch o si baloccano con i vestitini firmati? Annotare tutte le droghe che i frugolini citano orgogliosamente – su tutte, sempre quella più paurosa (buh!). Cioè, la gòga (…perché non importa se sono di buona famiglia, l’alvabbédo d’aa strada sgià oddo gonsonandi). Dark Boys Club dura 26 minuti, è costituito da dieci pezzi secondo i dogmi del marketing, dalla soglia di attenzione alla banale matematica: meno pezzi in meno tempo portano più streaming. Poi, se l’artista vi è simpatico assai, potete gettare lì che la brevità corrisponde a quella stessa urgenza di comunicare che era tipica del punk, blablabla. I dieci pezzi non fanno fatica a prendersi tutti i posti che contano nei

Sedicenti singoli. A partire dalla n.1 misteriosamente intitolata Pussy, nella quale ospitano Lazza e Salmo, poi al n.2 con l’omaggio alle costose braghe Amiri boys (con Capo Plaza) e al n.3 con Savage (con Wayne Santana e Tedua). A me, lo confesso, i tre peracottari sono simpatici assai, e l’album Dark Boys Club, per quanto le sue rime siano difficili da tollerare quando si hanno più di 13 anni, ha tanti featuring di prestìggio e un paio di basi ribalde di Youngotti (so che vi piace pensare che sia Jovanotti) (…anche a me). Purtroppo dopo un quarto d’ora le idee sono già finite, la gang non ha più niente da dire, se non che è una gang – e allora chiudere il tutto in 26 minuti si conferma sintomo di banale saggezza. Evidentemente gli FSK Satellite, che sono per gli undicenni di oggi quello che la DPG era per gli undicenni di tre anni fa, spingono i loro modelli originari a una specie di crescita, e il prossimo album sarà quello (lol) della maturità, anche se mi sa che sarà tipo la Maturità di quest’anno, cioè una faccenda un po’ bufu, regà. Però rimarrà sul tappeto una questione. Che mi ponevo già nel vedere che i BTS sono andati al n.1 ovunque tranne che da noi.

(ma lì, si può rispondere tranquillamente che quelli sono coreani e noi siamo candidamente razzisti. Perché quando tutti i popoli del pianeta stavano nelle palafitte, noi già andavamo a stuprare le Sabine)

Ovvero. Come mai l’Italia in questo secolo è passata dalle boy-band per ragazze a quelle per ragazzi, fatte da ragazzi?

La risposta è scritta sulla sabbia – e la porteranno via tutte quelle hit estive che sbavano da mesi nei file dei nostri più ispirati artisti. E nella Fase IV ci salteranno tutte addosso.

Resto della top 10. Di fatto l’Italia è tutta un blabla, con il rap al n.2 (Ghali), n.3 (Marracash) e n.4 (ThaSupreme). Al quinto posto ci sono i Pinguini Tattici Nucleari, che da mesi i giornali incoronano come veri vincitori di #Sanremo. No, non è vero, non lo fanno. Perché poi dovrebbero scrivere che sono di Bergamo, e da lì in poi è tutto un toboga verso la polemica. Rap anche al n.8 (Travis Scott) e n.10 (Drake), e con The Weeknd (n.6) e Dua Lipa (n.7) abbiamo un terrificante quartetto di stranieri tra i primi dieci, ma possiamo imputarlo allo stato di smarrimento da Fase 2. Al n.9 rientra invece Il Fantadisco dei MeControTe, di Luì e Sofì, e fa sempre piacere, perché ai critici snob come Madeddu non piacciono – eppure è evidente che in loro c’è tutto un sottotesto che rimanda a Serge Gainsbourg e Jane Birkin, o Gainsbourg e Brigitte Bardot, o Gainsbourg e qualunque donna alla quale stesse facendo l’occhio lesso in quel momento.

Altri argomenti di conversazione. La DPG è l’unica nuova entrata in top 50. Dopo essere entrato al n.2, Dani Faiv scende subito al n.15 (uhm). A causa della prudenza nel pubblicare nuovi album, assembramento di long-seller tra il n.11 e il n.20: lì troviamo Ultimo (due volte), Salmo, Lazza, Rocco Hunt, Machete Mixtape, Billie Eilish, Capo Plaza e l’outsider vero di questa top 20 secondo me ovvero Gazzelle, che nelle prime posizioni credo ci sia stato cinque minuti – ma come la vendetta, il suo album piace freddo. Tra i dischi a breve permanenza sarei per segnalare Subsonica, Fiona Apple e Giulia Molino (una settimana), The Strokes e Aya Nakamura (due settimane). Li guardano con alterigia i

Lungodegenti. Iniziamo da 20 di Capo Plaza (108 settimane), i primi di Ultimo (Pianeti entrato 115 settimane fa, e Peter Pan 118), Rockstar di Sfera Ebbasta (121), ÷ di Ed Sheeran (in classifica da 167 settimane). Ma naturalmente l’album da più tempo in classifica è dei

Pinfloi. Ed è The dark side of the moon, lì da 184 settimane, anche se ora è al n.69 e ha perso 25 posti tutti insieme, cosa che mi allarma un po’, perché The wall da quando è uscito di classifica, non si è più visto, cosa che mi fa pensare che si vendesse tantissimo nei negozi. Sì, è rientrato in classifica Nevermind dei Nirvana ma non è la stessa cosa. Anche se, sapete, è il gruppo di Kurt Cobain – quello che si è fucilato da solo, mitico.

Quando Vasco, poi, non è morto – TheClassifica ep. 50

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Dieci anni di solitudine, in mezzo ai suoi sudditi.

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

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Il messaggio è il mezzo. No, è il contrario. Non mi ricordo più.

Ed Sheeran rompe il giocattolo – ClassificaGeneration, stagione III, ep. 22

Ed Sheeran rompe il giocattolo – ClassificaGeneration, stagione III, ep. 22

In realtà, oggettivamente, questo non è il peggiore dei periodi in cui vivere. Per il momento.

Certo, il concetto di “Rinascimento” è un po’ lontano – e da tempo non leggo nemmeno più la parola fermenti, che ha tenuto vive un paio di generazioni di fiduciosi. È un’epoca in cui stiamo smontando i giocattoli con cui siamo cresciuti. Tutti i giocattoli, dalla musica al calcio, dalla scrittura al dibattito politico (e sono certo che poche cose siano state smontate come la #comunicazione). Quello con cui ti ritrovi quando hai finito non è piacevole, come anche il più tonto dei bambini finisce per capire – dopo che ha pazientemente distrutto tutto quanto per demistificare l’inganno in cui si era cullato. Forse è una fase della crescita, chi lo sa. In ogni caso, ora come ora quasi tutti quelli che conosciamo trovano la loro nicchia in cui rimirarsi compiaciuti. Il problema di quelli come me, e temo anche di quelli come voi, è che non siamo fatti per le nicchie. Sarà una forma di claustrofobia. Sarà la forma, così simile a una bara. Ma stare all’aperto, sfortunatamente, è la nostra unica opzione. Così ci ritroviamo a pontificare per farci una ragione di quel che succede. Persino nel momento in cui Ed Sheeran, smontato il suo giocattolo, NON va al n.1.

Sì amici, oggi, eccezionalmente, parliamo del n.3. E vi dirò: nulla mi toglie dalla testa che ci sia un legame tra i capelli di Ed Sheeran, quelli di Donald Trump e quelli di Boris Johnson. Penso che i capelli rossi pieni di estro e gli occhialoni giganteschi siano una componente essenziale del suo apprezzamento globale.

L’altra componente è la impareggiabile fuffosità delle sue canzoni, innocue e prevedibili, vagamente riconducibili alle minestrine della nonna o le merendine di quando eravamo bambini: un deliberato senso di ritorno a qualcosa che era bello e che manca tanto. Lui non riesce a dare ai suoi pezzi quel sapore, non può e non vuole nemmeno. Non ha l’audacia né le capacità dei grandi britanni dei quali è un lontanissimo parente, e al suo confronto i Coldplay sono audaci e sperimentali.

Ritenevo però che Ed Sheeran sarebbe andato al n.1 dappertutto, col suo No.6 Collaborations Project, con le ospitate accuratamente calcolate di Cardi B, Camila Cabello, Justin Bieber, Travis Scott, Bruno Mars, Eminem (il più anziano), Young Thug, 50 Cent, Khalid, Skrillex. Stormzy, Chance The Rapper. Tutti nomi per i quali la banca di Spotify paga, a vista al portatore, centinaia di milioni di clic. Normalmente.

Intendiamoci, il Progetto in questione è andato tutt’altro che male. Subito al n.1 in USA, nella sua Brexit, in Spagna, Canada, Svezia, Olanda, Ungheria. In effetti non è andato al n.1 solo in quattro Paesi.
Che però sono un tantino rappresentativi.
Germania, Francia, Giappone e Italia.

In Germania lo hanno stoppato prima il rapper Shindy, poi i Sabaton, veterani metalloni svedesi. En passant, vi segnalo Giovanni Zarrella, di genitori italiani, che va in Germania da immigrato a portare via il lavoro non solo alle popstar tedesche, ma soprattutto alle popstar ITALIANE. Ah, quanta fine ironia si potrebbe fare (non qui).
In Francia, non c’è stato verso di tirare giù il rapper Nekfeu, col suo Les Étoiles vagabondes.
In Giappone, se ho capito bene, non aveva grandi speranze – ma se vi interessa, al n.1 c’è la rockband Bump Of Chicken col suo ultimo Aurora Arc. Da noi, il Machete Mixtape di Salmo, Nitro, Dani Faiv etc. non si è fatto impressionare.

Tendenzialmente, tutti prodotti locali. Il buon vecchio #legamecolterritorio.

Ora. Se c’è una star globalona e del tutto determinata a esserlo, questa è il Gattyno rosso di Halifax. Il quale non ha motivo di preoccuparsi per il suo fondo pensione e può spensieratamente contare i soldi tirati su nel suo tour – a San Siro, solo per vederlo grande come un fiammifero dall’alto del terzo anello, si pagavano più di 50 euro.

Però. Apparentemente il pubblico di Ed Sheeran, che mantiene in classifica da due anni il suo Divide, non è interessato a sentirlo cantare con altre celebrities tendenzialmente imprevedibili. Preferisce le sue amabili rimasticature di melodie rassicuranti, che nelle prime due note già contengono le altre quattro usate nella canzone. E per quanto risulti surreale portare, come prova dell’affermazione che sto per fare, il fatto che tre sue canzoni superino il miliardo di ascolti su Spotify, e tutte le altre siano a rispettosa, centomilionaria distanza, Sheeran NON è una macchina da hit. Non credo che un sondaggio nella via dove abitate metterebbe in evidenza qualcosa più delle tre canzoni in questione (e sono ottimista) ovvero i due singoli pubblicati al picco delle aspettative, cioè Shape of you e Castle on the hill, e l’altra miliardaria, Photograph.
Ma non sono nemmeno del tutto certo che queste tre siano entrate nell’immaginario del POPOLO più delle hit di Drake o Imagine Dragons o Calvin Harris o Maroon 5, figuriamoci di Coldplay o Lady Gaga.

La popolarità di Sheeran si deve più di quanto siamo disposti ad ammettere al suo sorriso, agli occhiali abnormi, ai capelli sconclusionati, e forse solo in seconda battuta alle canzoni facili da cantare in coro, cosa notata da tutti gli scettici presenti ai suoi concerti: le ascolti, le sai già dopo un minuto come all’oratorio, ti lasciano un senso di blando, temporaneo conforto, e null’altro. E questo spinge ad ascoltarle ancora: il dosaggio di bellezza è ridotto al minimo e come con le bevande gassate, la sensazione di sete da placare bevendo di nuovo non finisce mai.

Solo che alla fine, se non resisti e smonti il giocattolo, se per acquisire personalità ti appoggi ai featuring dimostrando – a maggior ragione – di non averne mai avuta una, quelli che hanno davvero due cose da dire risulteranno – a maggior ragione – più interessanti di te e ti porteranno via il n.1. Nessun problema, i soldi e i clic non mancheranno mai. E magari ti sarà utile per crescere. L’unico piccolo eventuale dispiacere possibile può venire se davvero con questa roba volevi fare quella roba che alcuni chiamano arte. Ma è un concetto così superato.

Resto della top ten. Per la terza settimana consecutiva Salmo, Nitro, Slait, Hell Raton, Dani Faiv e tutto il loro parterre de roi troneggiano al n.1 con la MacheteMixtape4; EdSheeran con tutto il suo parterre de roi indietreggia al n.3, cedendo il n.2 a Colpa delle favole. Beato Ultimo, perché tutti i suoi dischi sono tra i primi: Peter Pan è al n.5 e Pianeti al n.8. Sale dal n.20 al n.4 Atlantico di Marco Mengoni, e completano la prima diecina Salmo (n.6), Bruce Springsteen (n.7), Jovanotti (n.9) e Billie Eilish (n.10).

Altri argomenti di conversazione. L’unico a uscire dalla top ten, spinto da Mengoni, è Luché. Ri-entra al n.15 Anima di Thom Yorke, un gradino sotto Elettra Lamborghini (questo sì, sarebbe un featuring interessante). Entra al n.29 la quarantenne Era del cinghiale bianco di CapireBattiato, tre posizioni al di sotto di Order in decline dei Sum 41. Entra invece al n.39 la colonna sonora di The lion king: the gift di Beyoncé – pensate, in due canzoni c’è addirittura Beyoncé. Va beh, inutile che ce la meniamo, giusto? Se l’avessero catalogata come colonna sonora o compilation non ci saremmo mai accorti del suo ingresso in classifica.

Escono di classifica 10 di Alessandra Amoroso (dopo 41 settimane), Most hated deluxe edition di Jamil, che esce dalla top 100 dopo tre settimane – una delle quali passata in top ten (ma è meglio bruciare in una fiammata eccetera eccetera, no?) e l’album di Daniele Silvestri dopo dieci (poche) (già mi pare di averlo sentenziato tempo addietro: per i 40-50enni il futuro nella musica è un tantino precario) (e nel medio periodo non vedo benissimo i 35enni) (la verità è che i 12enni hanno in mano il mercato, e la discografia si adegua). Il club degli album con oltre 100 settimane di permanenza ha sempre cinque membri: Hellvisback di don Salmo (181), The dark side of the moon (142), ÷ di Ed Sheeran (125), Evolve degli Imagine Dragons (109), Polaroid 2.0 di Carl Brave e Franco 126 (108). Ma espletate le formalità, è giunto il momento di parlare di singoli, anzi degli

Irresistibili tormentoni. Uno smacco per tutta la filiera: le eccellenze ITALIANE cedono la leadership a SEÑORITA di Shawn Mendes e Camila Cabello; al n.2 c’è la bachata dei due outsider Benji & Fede e sul podio c’è sempre un colpo di Machete grazie a Tha Supreme, Dani Faiv e Fabri Fibra con il brano Yoshi. Ma tra le megaproduzioni estive, ora come ora se la cava con un quarto posto solo Jambo de LaGiusy, Takagi & Ketra, davanti a Una volta ancora dei perennemente flirtosi Fred De Palma e Ana Mena. Ma è un momento critico per il comparto. Il settore delle hit balneari avrebbe bisogno di sgravi fiscali. Temo però che ai nostri statisti importerebbe meno di zero se quest’industria che dà lavoro a tanti ITALIANI dovesse passare a

Miglior vita. Sette album di artisti o gruppi guidati da artisti il cui leader ha lasciato questa valle di ReteQuattro. Di nuovo, tra questi non c’è Nevermind. Forse è il momento di una ristampa per l’anniversario del ventennale dell’onomastico, nella quale vengano tolte quelle fastidiose chitarre – un po’ come ha fatto Armin Van Bureen per Jump dei Van Halen. Forse un giorno bisognerà pensarci anche per i

Pinfloi. Wish you were here ha fatto un breve soggiorno di una settimana in classifica, giusto il tempo di mandare una cartolina – i due big restano saldi ma perdono posizioni: The dark side of the moon scende al n.58, e scende anche The wall al n.76, a dimostrazione che anche la malinconia è malinconicamente in crisi, maledetti governi precedenti.

Machete alle crochate – Classifica Generation: Stagione III, Episodio 21

Machete alle crochate – Classifica Generation: Stagione III, Episodio 21

Salmo direttore artistico di un festival virtuale del rap italiano nel 2019. C’è persino UNA FEMMINA.

Classifica Generation, stagione III episodio 2. Sanremo che divori ogni cosa

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Il pop ha la fissa del meteo, la trap quella degli orologi. Cosa che lo avvicina al suo pubblico, che ne ha ricevuto uno per la cresima.