Tag: Cesare Cremonini

Quando Vasco, poi, non è morto – TheClassifica ep. 50

Quando Vasco, poi, non è morto – TheClassifica ep. 50

Dieci anni di solitudine, in mezzo ai suoi sudditi.

Stupidità giovanile e Cesarismo – TheClassifica n.49

Stupidità giovanile e Cesarismo – TheClassifica n.49

Arriva Natale e non so cosa regalare agli anni 90 – per gli 80 sono a posto, gli ho preso un maglione.

Radio Italica

Radio Italica

(io non vorrei occuparmi di questa cosa. Davvero, avrei da lavorare)
(ma pazienza)

Intanto, c’è da dire che la smania di imporre una quota fissa di musica tricolore non è nuova. Ci pensò Pavolini durante il fascismo, ci ha pensato Franceschini durante il Renzismo.

Ora ci pensa la proposta di legge di Alessandro Morelli, presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera – ed ex direttore di Radio Padania. I cui ex giornalisti salutiamo volentieri: quando nel 2017 l’emittente ha iniziato a barcollare, molti di loro sono stati assunti dalla regione Lombardia presieduta da Roberto Maroni.
(perché dicono dei comunisti, ma l’amore dei leghisti per il denaro del contribuente supera quello di Dante per Beatrice)

Nel testo della proposta, che ha già diversi obbedienti firmatari, si chiede (art.2) che “le emittenti radiofoniche, nazionali e private” riservino “almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. Che è un dettaglio non da poco: in Francia per aggirare la famosa legge Toubon, diverse radio si sono messe a mandare musica francese tra le 2 e le 5 del mattino. Haha, i soliti furbòns.

Quindi vediamolo, il rapporto tra musica italiana e radio: magari la proposta ha senso, e non è l’ennesima uscita propagandistica dell’ex partito anti-italiano.

Nella top 10 delle canzoni più diffuse per radio nel 2018 secondo i dati EarOne, c’è un 40% di canzoni italiane, guidate da Non ti dico no di Boomdabash e Loredana Berté (n.1). Nella top 20 sono nove, nella top 30 sono 14, il rapporto tra italiane e straniere è sempre vicino alla metà: si arriva alla top 100 con esattamente 50 titoli.
Inutile dire, per un partito che sa far di conto, che il 50% è ben superiore ad “almeno un terzo”.

Detto questo, se la necessità è aiutare i nostri poveri musicisti, nella top 30 degli album FIMI del 2018 c’è un solo album straniero, e non è nemmeno del 2018: è quello di Ed Sheeran. Ventinove su trenta sono italiani, eia eia. Che è decisamente superiore ad “almeno un terzo”. Quanto ad aiutare “i giovani”, nella top 10 del 2018 solo un’artista ha più di 35 anni, ed è Laura Pausini. Anzi, tra un po’ bisognerà occuparsi di tutti quei cantanti italiani sopra i 35 anni spazzati dallo streaming.
Se la top 10 non vi basta, allarghiamo alla top 100: gli artisti internazionali sono 25, ma dobbiamo includere Queen, Pink Floyd, Guns’n’Roses: i titoli usciti negli ultimi 2 anni sono meno della metà. Di nuovo: 25 su 100 implica che gli italiani il 30% lo superano e piuttosto largamente.
Quanto ai singoli, nel 2017 c’erano stati tre singoli italiani in top 10 (il 30% fatidico), nel 2018 a essere il 30% sono gli stranieri: con un patriottico 70% li stiamo ricacciando da dove sono venuti. Con il n.1 di Amore e capoeira ottenuto con Takagi&Ketra, LaGiusy è la n.1 dell’anno proprio come nel 2015 quando cantava Roma-Bangkok con Baby K.

In sostanza, siamo già quasi in autarchia. Ne volete di più? Va bene, ma prendete provvedimenti più utili: bruciate i dischi stranieri, oppure i libri e i giornali, o bloccate i siti internet internazionali: ci sono nazioni che lo fanno con grossa soddisfazione.

Infine, arriviamo al rapporto tra diffusione radiofonica e sostegno ai nostri artisti. Non c’è un rapporto evidente. La canzone più diffusa per radio nel 2018 è stata Non ti dico no di Boomdabash & Loredana Bertè (sempre dati EarOne). Al n.2 Who you are di Mihail, al n.3 Una grande festa di Luca Carboni. Nessuna delle tre è tra i primi trenta singoli dell’anno, la n.2 e la n.3 non sono nemmeno tra i primi cento: Non ti dico no si è classificata al n.38 nella classifica annuale. Nel 2017 invece svettava Partiti adesso di Giusy Ferreri. Che NON è entrata tra i primi 100 singoli più (venduti?) (ascoltati a pagamento?) (gettonati?) del 2017 nella classifica finale diffusa dalla FIMI. Nel 2016, la canzone italiana più trasmessa – sempre secondo l’autorevole EarOne, era stata Ti sembra normale, di Max Gazzé. Che nella top 100 ci era entrata, con un autorevole numero 98. Aveva fatto peggio di Volevo te di Giusy Ferreri, n.94 – e 18mo brano italiano più diffuso quell’anno. In pratica, trasmettendola un po’ meno, le hanno dato qualche chance in più. Negli ultimi anni il risultato migliore ottenuto da una delle canzoni più trasmesse è quello di Share the love di Cesare Cremonini, n.24 nella classifica di vendite di quell’anno.

Potrei produrre altri dati in merito. Potrei anche sottilizzare su quanto agli ascoltatori della radio interessino le canzoni che sentono, rispetto a chi le ascolta in streaming o compra i cd. Ma non ho tempo. Perché a differenza di Alessandro Morelli e i suoi amici, sto facendo tutto questo gratis.

Il bacio della morte delle radio italiane

Il bacio della morte delle radio italiane

Un piccolo studio sull’apporto dei nostri network radiofonici alle fortune in classifica di una canzone. Non è come pensate: è peggio.

Nitro Ebbasta – Classifica Generation, cap. XII

Nitro Ebbasta – Classifica Generation, cap. XII

Nitro con l’album No comment ha passato la settimana al n.1. E tutti hanno passato la settimana (in effetti, il mese) a parlare di Sfera Ebbasta. Che ok, sarà numero uno nel giro di poche ore e l’evento verrà accolto con enfasi tonante dai media tutti – ma bella sfiga per Nitro, no? Si potrebbe dire: è inevitabile, Nitro viene dal clan di Salmo, che potrebbe essere l’artista di successo più ostentatamente ignorato d’Italia, quindi a lui tocca la stessa sorte; viceversa Sfera è la voce piagnucolina della gioventù e il Paese, ci dicono, ha bisogno di strafogarsi di giovinezza, primavera di bellezza.

Il piccolo dettaglio è che Gionata Boschetti in arte Sfera Ebbasta ha compiuto 25 anni, e Nicola Albera in arte Nitro li deve ancora compiere.

Ma possiamo convenire che il lucente mondo dei media, dagli asserviti agli alternativi, ha stabilito che il primo dà voce ai teenager, anzi, c’è chi incoraggia apertamente i genitori ad ascoltare Sfera se desiderano capire il figlio 16enne che veleggia sereno verso la terza bocciatura. Che cosa attribuisce una superiore autoritas al giovane uomo di Cinisello? I testi? Quelli di Nitro sono due spanne sopra – una spanna se la prende lui, l’altra se la toglie Sfera (“In faccia un AK, tra le gambe un mitra, boom, pah, sparo alla tua tipa… Sembro scemo, quanti ne ho fottuti, ahaha, genio, genio i soldi son cresciuti, ahah!”) (…sono dieci anni che ci facciamo le risatine indulgenti su queste declinazioni della lobotomia, se vogliamo continuare fino al 2060 per me va anche bene, in fondo più le nuove leve sono citrulle, più ho speranze di guadagnarmi da vivere nei prossimi decenni). 
Scartati i testi, la differenza la fa per il 20% il glamour (ché Sfera si agghinda in stile Priscilla regina del deserto, e l’altro pare Kid Rock) ma per l’80%, il genere.

O anche: “Quella famosa trap che piace ai giovani”.

Perché dopo anni a insistere che “il rap piace ai ragazzi”, la trap epatisce il borghese mostrandogli che esiste qualcosa che gli piace ancora di più, un flavour supergiovane che si pone come barriera per separare i vezzeggiatissimi, temutissimi, misteriosissimi teenager e noi e voi barbogi destinati all’esclusione, a non capire le meraviglie del nuovo.

(anche il nazismo e RLT 102,5 sono stati nuovi, e ovviamente nelle rispettive epoche, vedendoli rampare migliaia di opinionisti li hanno difesi da chi “non capiva”) (questo giusto perché il dogma di questa fase storica, nella musica come in politica, è che il nuovo pretende di essere accettato in toto e a pelle di leone giusto perché nuovo, come nella moda) (non a caso)

Il dibattito infuria sul grado di parentela tra i due generi, per qualcuno la trap è uno spin-off del rap, ma le orecchie non sono così convinte. Specie ascoltando i due 25enni in oggetto: confettoso e pieno di autotune birichino il quasimilanese, più ruvido e reminiscente di dna metallaro il quasivicentino. Così spudoratamente contemporaneo il primo, da far suonare vintage il secondo. Insomma c’è persino più differenza rispetto a quando i gruppi punk (costruiti su chitarra basso e batteria) disprezzavano i Led Zeppelin (costruiti su chitarra basso e batteria).

Ma anche riconducendo la trap al rap, Nitro e Sfera restano lontani in stile e carattere quanto potrebbero esserlo Picasso e Dalì, oppure Hemingway e Aldo Busi, oppure (giusto perché non pensiate che li sto paragonando dal punto di vista della rilevanza artistica, ché poi lo so che appena fuori di qui vi parte un “Ahaha, quello scemo paragona un cicisbeo di Cinisello a Salvador Dalì”) lontani quanto possono esserlo Barzagli e Icardi, o Skriniar e Dybala: il maverick vecchio stampo e la soubrette deliziata di se stessa ma innegabilmente bravina nel suo mestiere.

E in fondo la cosa più subdola da parte degli adulti che si gingillano con tutto questo per motivi di sociologia o di co-branding, è stabilire che Sfera sia il capo dei giovani tutti, ignorando quanti tra loro hanno pur sempre mandato al n.1 Nitro, uno che dice “Non voglio pensare, tanto io non mi sopporto, per non farlo mi rapporto e parlo con persone stupide – ma portami via da questa apatia, ti prego portami via da questa apatia”.

Poi oh, se vi fanno schifo tutti e due a me non cambia la vita.

Resto della top 10. L’uscita più attesa, Francesca Michielin, si accomoda subito dietro Nitro. E per completare il podio più Sony ma soprattutto più supergiovane di questo decennio (…forse i nuovi sistemi di conteggio iniziano a fare quel che gli è stato chiesto?) salgono al n.3 i Maneskin, per la soddisfazione della scuola X Factor che ne piazza due su tre. Il podio della settimana scorsa slitta esattamente di tre posizioni: n.4 Ed Sheeran, n.5 MiticoVasco, n.6 Jovanotti. Entra al n.8, immediatamente alle spalle di Mina&Celentano, la divetta di Havana, Camila Cabello, fuoriuscita dalle Fifth Harmony (X Factor Usa) proprio come Harry Styles è fuoriuscito dagli One Direction (X Factor UK). Non so voi ma io trovo il suo nome e cognome ipnotici, mi colpirebbero di meno Ambra Elia o Lorella Parisi. Al n.9 resistono gli U2 e al n.10 si conferma Coez.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten Negramaro (n.11), Cesare Cremonini (n.14) e, molto rapidamente, la Dark Polo Gang (n.19) (a proposito di fenomeni supergiovani). Entra al n.13 il nuovo album di Cosmo, comincia la discesa di Riki capo degli Amiki (dal n.11 al n.23). Rientra in classifica, al n.79, Made in Italy di MiticoLiga, in occasione dell’uscita del film. Tre album hanno superato le cento settimane in top 100, e sono The best of TZN (164 settimane, ora al n.54), A head full of dreams dei Coldplay (111 settimane, n.57) e Hellvisback di Salmo (102 settimane, n. 47).

Miglior vita. Ecco i Cranberries irrompere al n.12 con la raccolta, superando i Linkin Park (n.16), per un totale di 11 album di cantanti o gruppi guidati da cantanti che hanno lasciato questa valle di candidati alle politiche. E ora passiamo senza indugio ai

Pinfloi. The dark side of the moon scende di quattro posizioni fino a un interlocutorio n.28, mentre The wall sale al n.36: la combinazione delle due circostanze è interpretata positivamente dalle agenzie di rating, in fondo descrive una nazione che cerca in se stessa gli intimi motivi per cui è pervicacemente ingarbugliata; inoltre Wish you were here perde dieci posizioni e scende al n.61, ed è da questo che possiamo trarre motivi per avere una limitata fiducia nel futuro.

I sedicenti singoli. Sempre Perfect di Ed Sheeran al n.1, con Havana di Cabello Camila che sale al n.2; anche qui, al n.3 i Maneskin con Chosen. Mancano la top 10 il succitato Nitro (n.11 con Chairaggione), ma anche il singolo di Takagi&Ketra&Elisa&TommasoParadiso&Berlusconi e la mancano pure Il Pagante e la stessa Michielin. Ma si sa che i giovani preferiscono gli album allo streaming, e anche il profumo della carta agli smartphone e la radio agli youtubers.

Il buongiorno dall’amaca del caffé – La guerra per novembre

Il buongiorno dall’amaca del caffé – La guerra per novembre

Se siete un cantante italiano e volete un best-seller, sbrigatevi: c’è un solo mese in cui farlo e non c’è posto per tutti.

(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista

(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista

(settembre 2013) Una ragazza per strada vede che sta fumando. Lo ferma, gli chiede se può accendere. Forse alla madre della ragazza basterebbe udire il suo “Ma zèrto”, per sentire qualcosa – una madeleine per l’orecchio. Ma la ragazza pare troppo giovane anche per essere 

TheClassifica 56. La vera storia di Fiorella Mannoia

TheClassifica 56. La vera storia di Fiorella Mannoia

Pensavo che la 60enne Fiorella Mannoia fosse la donna più (si può dire?) vecchia ad essere andata al n.1 in Italia, ma ho sottovalutato Mina, che a 65 anni decise di regalarsi un primato pubblicando Bula Bula (2005) a gennaio. Gli irriducibili Minatori (cioè i Miners) (o comunque si chiamino i fan di Mina) (Minestroni?) affrontarono la brina in numero sufficiente a far superare al disco le vendite dell’ancora più improbabile n.2 (Push the button dei Chemical Brothers).

Questo mi fa saltare tutta una prolisseide sulla Mannoia come entità necessariamente anziana, fin da Come si cambia (brano di 30 anni fa).

E invece no!, mi ribello e prolisseggio lo stesso. Perché sono così, dolcemente eccetera. 

Fiorella Mannoia ha inciso il primo disco nel 1968. Per dodici anni circa è rimasta nel sottobosco della musica leggera italiana: persino Scaldami (1978), pezzino disco music in stile Rettore, in cui voleva che i suoi fianchi cantassero come fianchi di animali, restò fuori dalle classifiche così come il precedente singolo Tu amore mio, firmato dal Califfo in persona, sulla copertina del quale esibiva accattivanti trasparenze.

(“Ma chi, Califano?” “No, la Mannoia”)

Dodici anni dopo il suo esordio, il suo discografico le trovò una particina di moglie vogliosa nel Pescatore di Pierangelo Bertoli, il quale non sapeva chi fosse e non aveva nemmeno pensato a un duetto ma abbozzò: la incontrò di persona solo tre mesi dopo l’uscita del disco. Fu un primo passo verso la luce. Poco dopo, portò a Sanremo quel suo primo personaggio di panterona inappagata, scandendo forte e chiaro: “Ma io come Giuda so vendermi nuda, da sola sul letto mi abbraccio, mi cucco… perché io non ho bisogno delle tue mani, mi basto sola”

(era il 1981, Gianna Nannini si era già toccata l’America, persino Amanda Lear si era amata da sé – su testo di Cristiano Malgioglio, nientemeno) (che comunque non avrebbe mai scritto “mi cucco”)

Il pezzo in questione, Caffè nero bollente, la fece un pochino notare, ma in classifica arrivò a un tutt’altro che bollente numero 40. La verità è che non aveva ancora 30 anni e quindi non era ancora Fiorella Mannoia. Perché la Mannoia che tutti conoscono inizia col canto di donna italiana vissuta e (di conseguenza) amareggiata: nel 1984 con l’assaggio di Come si cambia per non morire  (“Quante luci dentro ho già spento, quante volte gli occhi hanno pianto”), e poi nel 1987, vent’anni dopo la sua partecipazione al festival di Castrocaro, con l’apoteosi della fremente disillusione della donna matura, Quello che le donne non dicono, con l’anelito per i complimenti dei playboy, nuove rose, e per qualunque ex amante si presenti sotto casa per colorare le sue notti bianche. Pezzo scritto da un uomo, come tutte le migliori lamentazioni femminili sulle miserie maschili.

Sta di fatto che la Mannoia che conosciamo oggi è iniziata negli anni Ottanta, e non ha mai ritenuto di cambiare registro: entrata prepotentemente in sintonia con una massa di donne italiane disilluse, ha sempre cantato quel tipo di canzone e sempre con quell’approccio vocale all’amaro Averna. Non ha mai cantato una canzoncina allegra (la sua voce darebbe una sfumatura di sofferenza anche a La bamba). I tanti anni di musica precedente, li ha fondamentalmente ripudiati. Quel che sto cercando di dire è che Fiorella Mannoia non è mai stata giovane – perlomeno, non per il pubblico italiano, e sicuramente non per il SUO pubblico, che si identifica nel suo tono di adulta ferita dalla vita (e soprattutto dai maschi, ca va sans dir). E non è mai stata altro che quel tono, visto che come autrice si è cimentata per la prima volta a 58 anni, co-firmando due canzoni per l’album Sud. In pratica Fiorella Mannoia è l’espressione di un (ri)sentimento che appare credibilissimo al pubblico, ma che in realtà lei si fa prestare da qualcun altro. 

(potrei anche infiorettare) (o infiorellare) (il tutto con una considerazione sulla trascurata romanità di Fiorella: il suo tono di voce ma anche il suo aspetto sono un trionfo del tipo matronale capitolino) (sarebbe stata perfetta nella serie Rome scritta da John Milius)

Curiosamente, Fiorella spende la sua amareggiata saggezza personale più nell’ambito politico che in quello creativo: nel 2013 ha dato il suo amareggiato appoggio a Ingroia, mentre quest’anno ha espresso il suo amareggiato apprezzamento per il Movimento 5 Stelle (“meglio di questa sinistra”). Salvo poi, pochi giorni fa, lanciare a Beppe Grillo un amareggiato invito a farsi da parte.

(“Ehi” “Ah, eccoti. Ero preoccupato” “Non hai detto una cosa che io ci tenevo” “Sarebbe?” “L’ho trovata su Wikipedia” “Va bene, sentiamo” “Nel 2006 Fiorella Mannoia ha vinto il Premio Simpatia” “Beh, e a chi altri darlo, del resto” “Guarda che è un premio importante, lo conferivano in Campidoglio” “Conferivano?” “Sì, dal 2011, non so perché, non si tiene più. Quell’anno lo ha vinto Roberto Vecchioni” “Ma ovviamente”) 

Songs of Innocence degli U2 scende al n.2, e Pop-hoolista di Fedez slitta al n.3. Al n.4 e al n.5 due nuove entrate: una raccolta di Eros Ramazzotti, e Taylor Swift, unica artista quest’anno a vendere più di un milione di copie. Strategia impeccabile la sua: è partita dalla nicchia americana più redditizia, il country, e si è espansa verso il pop – senza sbracare, rimanendo la brava all-american girl di cui c’è tanto bisogno. Su Taylor Swift in questo momento sono in corso fervidi dibattiti, specialmente nel mondo yankeebritanno cui siamo semper fidelis. Però mi sono già dibattuto sulla Mannoia. Taylor Swift può aspettare trent’anni.

Al n.6 c’è Paolo Conte, al n.7 la Nostalgia di Annie Lennox; chiudono la top ten i ragazzi degli anni Novanta: Francesco Renga, Fabi Silvestri & Gazzé, Cesare Cremonini. A proposito, dopo l’ospitata a X Factor c’è stato un balzo di ogni cosa cremonina: Logico è salito dal n. 20 al n.10, il Greatest hits dal n.70 al 32. Il che va a dimostrare che XF fa vendere i dischi. Basta non partecipare.

Escono dalla top ten. Subsonica, Giorgia, Slipknot, Modà (primo vero segno di cedimento, dal n.9 al 18, da parte di un album che comunque è in classifica, mioddio, da novanta settimane).

Heyheymama. Entra al n.13 la nuova ristampa rinnovata deluxe speciale rimasterizzata e impestata di lapislazzuli di Led Zeppelin IV, ma sorprende un pochino di più l’ingresso al n.17 di Houses of the holy. Attualmente in classifica ci sono più album dei Led Zeppelin che dei Pink Floyd, considerando anche I al n.76, III al n.88, II al n.91. Se non ci credete, ecco:

Pinfloi. La vibrante incertezza attorno al Patto del Nazareno fa scendere The dark side of the moon dal n.42 al n.45, mentre Wish you were here (n.61) si cimenta in uno dei suoi odiosi e ontologicamente inaccettabili sorpassetti ai danni di The wall (n.77); la stupida raccolta A foot in the door chiude la classifica (n.100).

Migliorvita. Solo tre gli artisti che entrano in classifica dall’alto (dei cieli); la circostanza inusuale è compensata da un’eclatante avanzata delle raccolte (24), e da album contenenti, a tutti gli effetti, materiale del secolo scorso (21).

Eh? Al n. 82, seconda settimana in classifica per Rush, album di Raffaella Fico.

TheClassifica 50. Il forcone e il tormentone

TheClassifica 50. Il forcone e il tormentone

Anche quest’anno, i giornali presentano il loro pezzino sulla scomparsa del tormentone. Ah, che meraviglia. Lo fanno da una decina d’anni. Ormai si è capito, è un esercizio di stile – e chiama il like e il commento. Sono forse più furbo di così, io? 

TheClassifica 42 – And after all, we’re only ordinary bands

TheClassifica 42 – And after all, we’re only ordinary bands

Io tendenzialmente disapprovo i critici, invariabilmente più giovani di me (ogni giorno ne nasce uno) che esprimono in modo aggressivo e comicamente brutale il loro fastidio. Capisco che l’aria che tira è quella lì, c’è questa sensazione di imminente dies irae, un anelito di Grande 

TheClassifica 41. Moroder by numbers

TheClassifica 41. Moroder by numbers

La donna barbuta. La suora ballerina. Gli uomini col casco. Gli Amici di Maria. I fratellini dei Modà.

Manca solo The Elephant Man. Che mondo di Freaks. Tod Browning, avevi ragione tu.

Domani sera a Milano c’è Giorgio Moroder, e c’è una fibrillazione che attorno al suo nome non c’era nemmeno quarant’anni fa. A me va bene, cari hipster del cacchio, ma domani sera, mentre postate furiosamente le vostre fotine durante lo spettacolino, ricordatevi di invocare a gran voce Notti magiche o tutti quei pezzi di Sabrina Salerno – non quelli che hanno avuto successo, quelli mica li ha prodotti lui.

Scusate, forse sono nervoso. Al n.1 c’è Zésare Cremonini. L’avete mai visto nervoso, Cremonini? L’avete mai sentito furibondo? A me Zésare è simpatico, e penso che abbia scritto dei pezzi notevoli. Il nuovo disco Logico è pieno di shabadabadà e psichedelia e suoni notevoli per un disco pop italiano (o è un disco di un cantautore italiano?) (decidersi, decidersi) e citazioni bitolsiane (John Wayne, GreyGoose, Quando sarò milionario, Vent’anni per sempre), e cuori leggeri (Io e Anna) e cuori in movimento (Fare e disfare) e cuori pesanti (Se c’era una volta l’amore), e il cuore del cuore del pezzo che vola alto (Cuore di cane) e insomma va a finire che Zésare si conferma più britpop degli inglesi istessi. Penso che gli manchi un po’ il lato oscuro. Delle due l’una (pop) (pardon): o non ce l’ha, o lo nasconde di proposito.

PERCHE’ MAI?

Oh, non ne ho idea. Ma secondo me la sa lunga.

Al n.2 i futuri vincitori di Amici di Maria, i ciociari (così mi dice Guia Cortassa) (su di loro stranamente non ci sono molte notizie) (wikipedia tace atterrita) Dear Jack, guidati da Alessio Bernabei, che tra un anno mollerà gli altri bagonghi per fare Robbie – o Sarcina – o Zèsare. A pubblicare il loro disco (brutto) Domani è un altro film è la Baraonda, una etichetta indipendente, ma dipende – nel senso che come la Ultrasuoni dei Modà, dipende dal boss di Rtl 102,5, Lorenzo Suraci. Al quale una cosa gliela devo dire.

Caro Lorenzo Suraci, boss di Rtl. Io questa cosa te la devo dire. La tua radio è brutta, sta in un posto brutto, con programmi brutti, musica brutta, e tu produci dischi brutti, che furoreggiano su una televisione brutta, e che la tua radio manda a manetta sperticandosi in elogi brutti. Il pubblico è con te? È un pubblico brutto. Stai facendo i soldi? Beh, sono soldi brutti. 

(questa cosa gliela dovevo dire) (ecco)

Al n.3 c’è ora Caparezza, la settimana scorsa n.1; al n.4 Biagiantonàcci, al n.5 Anastacia, rediviva. Contento che stia bene –  e dico la verità; ci sono alcune canzoni di lei che mi piacciono – e sto mentendo. Al n.6 c’è Giorgia, che sul lungo periodo sta recuperando quello che forse non aveva venduto quest’inverno, sprimacciata tra le uscite contemporanee delle altre megadive (Pausini, ora n.14, Elisa, n.28). Tiene il n.7 MiticoLiga, mentre irrompe (relativamente) al n.8 Ben Harper, che ha una fan base rimarchevole che trangugia i dischi insipidi che sta facendo. Però sono contento per l’amico Benone – e dico la verità – e anche per l’amico Paolo Nutini, il cui inglese vendica quello di Rutelli. Chiude la top ten Francesco Renga, dai. Ne escono Davide Van De Sfroos, Moreno, Mondo Marcio e – con inusitata rapidità, mi sento di poter dire – Damon Albarn, che spancia giù al n.27. Cos’è che avevo detto la settimana scorsa? Ah, sì: “I raffinati non comprano dischi”. La ripeto, che magari diventa virale.

Altre nuove entrate interessanti, anche per la posizione che vanno a occupare e le conseguenze che ne possiamo trarre: Santana al n.13 (l’album, che ci crediate o no, si chiama Corazon); Chiara Civello n.16, Lily Allen n.32 (così impari a non telefonarmi, bitch), Lykke Li (n. 61. Ahi, ahi. Si rischia la one-hit wonder, qui). Più interessante ancora è l’impatto dello specialone su MiticoVasco mandato da RaiDue la settimana scorsa: un mazzo di sue raccolte impenna, più di tutte The Platinum Collection dal n. 94 al 21; LiveKom rientra al n.52, TuttoVasco sale dal n. 80 al 58, Best of Vasco Rossi entra al n.72. Bella lì, servizio pubblico, speriamo che ti dia una percentuale.

Intanto ho scoperto che sta vendicchiando anche da noi un fenomeno piuttosto ignorato, la colonna sonora di Frozen. È un Disney passato un po’ in cavalleria, probabilmente perché non è Pixar, quindi gli stessi che stasera saranno a fare le fotine a Moroder hanno deciso che nnaaaah, cioèeee, PixarLasseterStayhungryStayfulham. In Usa però il disco è appena sceso dal n.1 assoluto – e voglio dire, è un film uscito a Natale. C’è da dire che è un film molto violettesco, ma anche un po’ Glee, contiene un numero di canzoni (invero scritte da un team di autori non celeberrimi) che non ricordavo in un Disney da un bel po’. Nella sezione “Compilation” della FIMI è al n.3, staziona tra le prime dieci da quattro mesi, penso che in una ipotetica classifica italiana unificata sarebbe entrato in top ten.

(okay, la classifica unificata esiste, la FIMI la dà in esclusiva a Sorrisi&Canzoni) (quindi non esiste)

A parte questo. Stavo pensando che non ricordo esattamente quando i ragazzini, soprattutto le ragazzine, siano diventati questa risorsa per la discografia. Se ricordo bene, quando ero piccino l’idea era: fino a 10 anni, sigle di cartoni, poi aggregarsi ai gusti dei ventenni. Duran e Spandau e Culture Club non erano decisamente calibrati su un pubblico teen – fu il pubblico teen a saltare sul carro, non c’erano prodotti per loro. En passant, trent’anni fa, i Duran Duran erano al n.1 in Usa con The Reflex, pezzo letteralmente resuscitato da Nile Rodgers. A sua volta resuscitato dai due francesi col casco. Siamo sempre lì, a Tod Browning, ai Freaks, c’est Chic.

Calo nelle presenze di cari estinti: solo otto in top 100. Mi chiedo se sia colpa dell’exploit di MiticoVasco.

Bollettino Pinfloi. Settimana nera. Troppo sole, queste continue belle giornate penalizzano The Wall e Wish You Were Here che addirittura ESCONO DALLA TOP 100. Tiene ovviamente The Dark Side of the Moon, anche se capitombola al n.69. Speriamo che ci sia una Eclipse.