Tag: Bruce Springsteen

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

E Marlon Blando è sempre lui. Uuuuhi. Uuuuhi.

Il 1980 è al primo posto e dice di averne diritto – TheClassifica 47/2020

Il 1980 è al primo posto e dice di averne diritto – TheClassifica 47/2020

Pre-posizione. Tra poche ore, qui, sarà tutto SferaEbbasta. In fondo lo è già. Da un mese Bottiglieprivè, uno di quei piccoli cattivi odori di cui Sfera è esalatore supremo e immortale, e che i ragazzini annusano felici, è primissimo nella classifica dei

Sedicenti singoli. Tra i quali il podio è di fatto identico da quattro settimane, come se i teenager ITALIANI fossero annichiliti nelle loro stanze incapaci di uscire dal loop nel quale Spotify li risucchia come un colossale mostro marino verde come un batrace. È più o meno la situazione di incancrenimento delle hit che si era avuta quest’estate quando per mesi RoccoHunt&AnaMena, Ernia col Superclassico e i Boomdabash con quella roba da Boomdabash erano rimasti lì, inchiodati da luglio a settembre. E d’altra parte Superclassico di Ernia è ANCORA LI’. Dipenderà dalle playlist di Spotifone? Non dimentichiamolo, Spotifone è svedese e in quanto tale rivendica una necessità filosofica di banalizzare la musica. Spotifone punta su Sferone quasi più della Universal che pure è la sua casa discografica: come e più di tutti, vuole farne il suo testimonial ed è lui a metter la lira per quelle iniziative vistose tipo la piazza a Cinisello (ma non a Balsamo, dove tuttora odiano Ciny) o la piazza a New York, perché come il Vicolo Corto e il Parco della Vittoria CiNY e NY sono viciNY, se hai l’accortezza di andare all’indietro – con tanti auguri. Eppure, indietro vacci tu Sfera, vade indietro: questa rubrica non è ancora pronta a caragnare sul tuo disco dall’originalissimo titolo #Famoso, giacché nella sua ansia di mainstream TheClassifica si concentra su chi si trova al numero uno nella nazione, in quanto espresso dal POPOLO nelle modalità previste dal muzic biz. E il destino Ciny e baro ha voluto che prima del fighetto ipergiovane della trap, sul trono ci salissero i vecchi sgherri del rock imbalsamati e quindi cari a Balsamo.

Il numero uno. Power Up, che anche nel nome rivela l’appoggio dei Poteri Forti, mette gli AC/DC al primo posto tra i presunti album al posto dei Negramaro, il cui Contatto si deve accontentare del secondo posto. Il disco dei vecchi fulminati ha mobilitato forse per un’ultima volta il popolo dei dischi nel senso degli oggetti col buco in mezzo, ho letto di 110mila tondi di plastica (cd o vinili) venduti nella prima settimana, quasi il doppio di quanto ottenuto quest’anno da Machine Gun Kelly, che però ha portato a casa – e tanto – anche con lo streaming, mentre nel caso dei venerandi australiani meno di diecimila “album equivalenti” provengono dallo streaming. In soldoni, se i cd fossero stati già soppressi e mandati nel Paradiso dei Supporti a raggiungere videocassette e floppy disk, gli AC/DC non avrebbero mercato, fisicamente proprio. È affascinante, è una sentenza sulle nostre pallide velleità di parlare di tutte queste canzoncine come di una qualche forma d’espressione o (brrr!) arte, quando in realtà semplicemente c’è un prodotto, e bisogna produrre i CONTENUTI adatti a riempirlo. Ora, gli AC/DC non sono fatti per venir fuori da un telefono: come rivendica il loro nome, cantano il corpo elettrico e non quello elettronico. E la rivendicazione di vecchiezza di Young (ops) è sostenuta da una determinazione straordinaria: evocato in seduta spiritica, il 1980 entra in scena fin dalle prime battute, e per tutto il disco viene da chiedersi come stiano andando le Olimpiadi di Mosca, o da comprare una Fiat Ritmo – questo anche per sostenere quel bravo imprenditore di Agnelli, mica penserete che riceverà finanziamenti statali fino al secolo XXI. La prima traccia, Realize, strappa un sorriso a chiunque conosca la band, perché è come vedere un vecchio amico e ritrovarlo uguale (e quindi non sentirsi vecchi). Ma il colpo di scena arriva col brano successivo, Rejection. Parte il riff, e si rimane a bocca aperta: è ancora la canzone di prima? No, ma la chitarra di Angus Young ha deciso di fare tre passi indietro (con tanti auguri) e si ritrova a fare le stesse note – e si riparte, e si tirano su i 20mila dal Via!, e va tutto bene, intendiamoci, perché nessuno di noi chiederebbe altro agli AC/DC nel 2020… e forse nemmeno prima. Sono sempre stati tra le rockband più semplici, immediate ed efficaci: al loro confronto gli Iron Maiden sono l’Art Ensemble of Chicago. In effetti Power-Up somiglia a quel film di Russ Meyer che consisteva semplicemente in donne nude che ballavano davanti alla telecamera: insomma, un certo potenziale di intrattenimento c’è, e non per pochi. Tutto sta a vedere quanto a lungo potete realmente reggere e condividere un concetto così semplice, e ribadito con soddisfatta insistenza: qualsiasi vaga idea che porti anche un secondo fuori dal loro territorio di caccia è bandita. Pochi sono giunti con questa precisione a identificare il proprio suono e a darlo al pubblico – i Rolling Stones, per esempio, sono del tutto privi di questa capacità, ci sono un sacco di loro imitatori che gli somigliano più di loro. Ma persino gli Aerosmith, che pure negli ultimi anni hanno sfiorato questo tipo di obiettivo, hanno finito per mettere qualcosa di spurio nei loro aggiornamenti automatici, introducendo nel loro sound qualcosa che girava attorno. Nel caso degli AC/DC invece il tempo è realmente fermo, e tutto è immediatamente afferrabile come i loro cognomi (Young! Williams! Johnson! Sono arrivato a tifare per il ritorno di Wright invece che di Phil Rudd, per allineare la line-up più lineare del pianeta). A suo modo, è miracoloso, e io li saluto. Temo però che sia sconsigliabile: non fate questo a casa, non giocate con certi obsoleti aggeggi elettrici, non imbalsamate il rock’n’roll – anche se è morto, ovviamente. Loro possono farlo perché, come negarlo?, gli abbiamo sempre concesso una licenza speciale di ripetersi che non avremmo mai conferito a nessun altro. Perché poi a ben guardare, concettualmente questo disco – e il suo successo – giustifica la monotonia di alcuni generi più in voga (…non farò nomi, mi limiterò ad ammiccare tantissimo). Spiace, ma ogni tanto ci si dovrebbe chiedere se proprio bisogna sempre perdonare certi vecchi, irresistibili satanassi miliardari che ci vogliono illudere che il tempo non passi – non è vero, e non è giusto. Hanno tirato un altro osso al cane, e ci viene naturale scodinzolare. Il problema non sono loro. Siamo noi, che siamo felici di sentire la stessa canzone con minime variazioni, come sospettavano i minimalisti alla Steve Reich. Forse stanno proprio mettendo a nudo un nostro punto debole. Però poi allora come possiamo rompere le palle ai teenager perché ci hanno le orecchie cretine? In fondo è un passatempo ancora più divertente che guardare le donne nude che ballano.

Altri argomenti di conversazione. Dicevo che i Negramaro non sono riusciti a entrare al n.1 (spiaaaaace). Scende al n.3 Accetto miracoli l’esperienza degli altri di TZN Ferro, in un podio che per la prima volta quest’anno è ferocemente over 40. Se a questo aggiungete il Boss Bruce Springsteen al n.6 e l’ingresso al n.7 di The Zen Circus e (non dimentichiamolo!) Renato Zero al n.9, abbiamo la top ten ITALIANA più anziana del decennio. Ma c’è una notizia rassicurante per tutti noi e per l’economia: non ci sono femmine. E per forza, non si decidono a ballare nude. Entra al n.55 Christmas di Michael Bublé (..uh-oh).

Lungodegenti. Un album è da più di tre anni in classifica, ed è il segnetto ÷ di Ed Sheeran (194 settimane di permanenza continuata); lo seguono un po’ distanziati Rockstar di SferaEbbasta (148 settimane), Peter Pan e Pianeti di Ultimo (rispettivamente, 145 e 142 settimane), 20 di Capo Plaza (135) Diari aperti segreti svelati di Elisa (108), Playlist live di Salmo (106), Post punk di Gazzelle (103). Ma il disco da più tempo tra i cento più venduti in Italia è… Lo so che ve lo aspettavate, non facciamo sempre questa manfrina, su: è dei

Pinfloi. The dark side of the moon, il disco bicentenario, da 211 settimane (ri)entrato in top 100 si trova al n.46, in mezzo, come se tutti gli altri dischi fossero lì attorno a lui a farsi raccontare storie di tempi perduti; suo fratello minore The wall è un po’ staccato, con la tipica aria immusonita, al n.76. Vi dirò, in questi giorni, dovendo scegliere il dualismo inutile da aggiungere alla lista, verrebbe da usare la opposta polarità Maradona-Pelè. E mi sembra chiaro chi sia Pelè tra The dark side of the moon e The wall. Il che avrebbe come corollario che…
Che cambio idea e prima che sia troppo tardi preciso che The dark side of the moon è Biden e The wall è Trump. E non solo per quella storia dei muri, veh. Grazie di aver letto fin qui, a presto.

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

Non è più un disco normale, è un’entità trascendente. Ha seppellito tutti i suoi simili: è l’highlander degli album rock. Ma che ci fa ancora qui?

L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)

L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)

E io che pensavo che Francesco Renga dicesse che la voce femminile era sgradevole solo perché da anni sentiva quella di Ambra Angiolini.

Bruce Springsteen e The Streaming Dilemma

Bruce Springsteen e The Streaming Dilemma

DISCLAIMER. Io non scrivo questo per causare alcun tipo di infelicità nei fan di Bruce Springsteen. Penso che Springsteen sia immenso, i suoi fan siano giganteschi, il suo ultimo singolo sia la canzone più colossale in circolazione e il suo prossimo album andrebbe fatto sentire nelle scuole e nelle strade e negli uffici postali.

(siete liberi di non credermi) (ma BRUCE mi crederebbe)

Tutttavia, il nuovo singolo di Bruce Springsteen Letter to you non è entrato nella top 100 dei singoli più ascoltati in Italia. Anche se la canzone, dice Wikipedia.it, “Ha ricevuto elogi dalla critica” – e porta come prove i pareri di Kory Grow di Rolling Stone USA (non lo avevo mai sentito nominare, quindi sono andato a leggere due-tre cose, e devo dire che in Italia siamo pieni di cani illeggibili che meriterebbero più di lui di essere tradotti in tutto il mondo) e di Dylan Jones di GQ (ok, lui lo conosco) e di Sam Sodomsky di Pitchfork (…ditemi che non è uno pseudonimo; se c’è qualcosa di penoso al mondo è uno stupido critico musicale con uno stupido pseudonimo). Nonostante questo, la gente non si è fatta incuriosire.

Il punto è che a quanto pare non si sono fiondati sul pezzo nemmeno i fan del Boss.

(scherzavo. Volevo dire i fan di BRUCE)

Dico questo perché Spotify mi dice che in una settimana il pezzo è stato ascoltato da 1,2 milioni di persone. In tutto il mondo. Non gli sono bastate ovviamente nemmeno per entrare nella top 50 globale. Né in quella, probabilmente farlocchissima, delle hit virali. Una delle nuove entrate più basse nella top 100 italiana FIMI è Lean nel lean degli FSK Satellite, n.78, ennesima ode dislessica trappusa alla codeina nella Sprite, grazie alla quale apparentemente si possono fare esperienze allucinogene (prima tra tutte, apprezzare gli FSK Satellite). Nella stessa settimana in cui Letter to you tirava su 1,2 milioni di ascolti nel mondo Lean on lean ne ha ottenuti circa 600mila, parlo sempre di Spotify, tutti in Italia. Ok, qualcuno anche in Svizzera, toh.

Comunque, il punto è che tutto ciò ci dice delle cose. Tutte insieme. Alcune sono ovvie, una no

– che all’abbonato medio globale di Spotify, BRUCE non interessa molto;

– che gli abbonati medi globali di Spotify sono troppo giovani per ascoltare BRUCE;

– che forse BRUCE piace più agli ascoltatori di Apple Music, che si sa che sono più adulti e meno cafoni di noi Spotifiers;

– che un pezzo come quello di BRUCE non può entrare nelle playlist più diffuse, quelle dove sguazzano per esempio DJ Khaled e Ava Max. o l’attuale n.1 mondiale, 24kGoldn, 19enne #fenomenosuTikTok con Mood (ho paura che qualcuno di voi possa non sapere chi è, quindi ecco una sua foto, in tutti i suoi carati);

– che gli abbonati a Spotify ai quali piace BRUCE potrebbero anche essere mezzo milione, ma non hanno ritenuto di ascoltare Letter to you più di due volte. E non perché siano rimasti delusi, presumo che gli sia piaciuto (come sempre). Ma perché, e questo pare comprovato, tutto il sistema dello streaming premia chi ha dei fan che ascoltano il pezzo dieci volte al giorno (è il tetto massimo conteggiato per le classifiche). Ecco, questa sarebbe Nella Mia Umile Opinione la cosa un po’ meno ovvia. Intendiamoci, anche tra le generazioni pre-streaming esisteva gente che ascoltava un pezzo in loop, ossessivamente. Ma non contava. Che avesse comprato il singolo o l’album o avesse una cassetta registrata da un amico (o dalla radio!), il suo secondo o terzo o decimo ascolto non faceva alcuna differenza. Ora invece la fa. Quindi, viene naturale orientare la produzione su canzoni sempre più brevi che si infilino senza disturbare nelle playlist – sì, amici producers italiani che realizzate beat semireggaeton tutti uguali: qui è il momento in cui potete alzarvi e compiacervi del vostro tocco di Re Mida, grazie al quale trasformate la vostra indifferenziata in organico compostabile.

Ma non siamo qui per questo. Lasciamo perdere e torniamo a Springsteen, che in Italia parrebbe sotto i centomila ascolti presso gli abbonati italiani. Non so perché, ma non me la sento di ipotizzare che i fan di BRUCE abbiano ascoltato il pezzo dieci volte al giorno per sette giorni. Io dico che l’hanno ascoltata cinque volte in tutto, e si sono detti “Bene, non vedo l’ora che esca l’album” (a fine ottobre). E hanno iniziato gradualmente a staccarsi dalla novità. Si sa che gli adulti mancano di costanza. Che Springsteen in classifica non appaia e sia cancellato non solo da FSK Satellite ma persino da Aiello è un dato utile e sensato ma fino a un certo punto.

Comunque sia andata, proviamo però a metterla in un altro modo. Diciamo che venticinquemila fan italiani del Boss comprano il cd o il vinile in arrivo, che questo va al n.1, diventa disco d’oro (esattamente 25mila “unità”) in una settimana. E se quel cd o vinile dovesse costare ovunque il prezzo che annuncia Amazon (17.91 euro IVA nclusa per il cd), si muoverebbero 447mila euro (…avete fatto caso che non sto conteggiando il prezzo più alto del vinile? Quello ci porta agilmente a mezzo milione di euro nella sola Italia). Soldi che ovviamente vanno divisi tra buoni amici – ma io dubito parecchio che un n.1 in streaming muova questi soldi, anche al netto dei risparmi di distribuzione, manifattura, quote del negozio eccetera.

Quindi il punto è che lo streaming si pone come misura di un trend, sul quale poi innestare qualcos’altro. Magliette, occhiali fighettissimi, droghe di lusso, articoli di giornale, campagne di sensibilizzazione per convincere i giovani a imparare l’alfabeto. E anche questa a suo modo è rilevanza artistica, non aspettatevi che io faccia lo snob e la snobbi.

Però il punto successivo è che le classifiche come sono ora – e non è facile pensare a qualcosa di meglio, sono il primo a saperlo – sono la cruda testimonianza di quella che Darwin catalogò come “sopravvivenza del più adatto”.

Se non che, e lo dico quasi per togliermi uno sfizio nei confronti di me stesso e della mia balorda attenzione per le classifiche (una fissa nella quale una decina di anni fa mi trovavo un po’ solo, mentre ora nespole, che assembramento), a decidere chi è più adatto in questo tipo di habitat è sempre meno il pubblico, e sempre meno le case discografiche. A decidere, è il negozio. Anzi, i negozi: quello della palla verde, quello della mela bianca, quello cinese della notina col nasino e presto anche quello del tubo rosso.

Ma a Springsteen cosa interessa? L’ultima volta che è venuto a San Siro nel 2016 ha venduto 104mila biglietti, e i suoi 236 concerti intimissimi a Broadway, a 70-80 dollari a biglietto, sono stati visti da più di duecentomila persone. No, a lui probabilmente non interessa molto, che il suo singolo sia – tecnicamente parlando – un flop. O forse gli spiace, ma se ne farà una ragione (“Time slips away, and leaves you with nothing mister but boring stories of glory days”).

Ma qualcosa mi dice che Ava Max e 24kGoldn non faranno mai concerti per 104mila persone. Non so chi li farà. Ma forse il Covid ha sistemato la questione per sempre.

Okay, tanto vi dovevo. En passant, io The social dilemma non l’ho visto. A che pro? Io LO VIVO! (faccina che esce drammaticamente di scena) (no, la verità è che non ho Netflix) (dico sul serio) (…siamo esseri umani ed esistiamo anche noi, sapete)

Machete alle crochate – Classifica Generation: Stagione III, Episodio 21

Machete alle crochate – Classifica Generation: Stagione III, Episodio 21

Salmo direttore artistico di un festival virtuale del rap italiano nel 2019. C’è persino UNA FEMMINA.

La verità insospettabile su Madonna e il Boss – ClassificaGeneration Stagione III, episodio 19

La verità insospettabile su Madonna e il Boss – ClassificaGeneration Stagione III, episodio 19

«And nothing has been alright since Bruce Springsteen, Madonna
Way before Nirvana»
(Bowling For Soup, “1985”)

Il numero uno. Correva il 9 febbraio 1985 quando Like a Virgin, fino a pochi giorni prima n.2 nelle charts americane, scavalcò Born in the USA che si accomodò alle sue spalle. Il fatto che siano tornati a contendersi il primato sottintende che i due Grandi Vecchi non si sono fatti problemi riguardo alla concomitanza dell’uscita: in effetti perdere lo scontro con un rivale del proprio lignaggio è meno umiliante che arrivare dietro a giovani rappusi eventualmente destinati a sparire in un anno e mezzo.
A margine: non ho trovato una singola foto che li ritragga insieme. In 35 anni. Viene persino qualche sospetto – vuoi vedere che… E dire che Madonna è stata fotografata persino con Bob Dylan. E altri due tizi.
Anche Bruce Springsteen è stato fotografato con Dylan. Pure nella sua foto però c’era questo tipo un po’ presenzialista che lo distraeva. Ma insieme, mai. Possibile che in tutto questo tempo non si siano mai incontrati? Chissà, forse non si piacciono molto. Magari prima di diventare migranti, i nonni napoletani di lui hanno fatto brutto ai nonni abruzzesi di lei.

Sta di fatto che Madame X ha ottenuto la prima posizione in USA, con 96mila “unità album”, contro le 66mila che valgono il n.2 a Western stars. Va tenuto conto che molti fan di Madonna hanno in realtà acquistato il bundle cd+biglietto del concerto. Altrove non si poteva. Così in Germania Springsteen ha avuto il n.1 e Madonna il n.5. Nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, il Boss è entrato al primo posto, Madonna al secondo. In Francia, bocciati entrambi, in vetta c’è il rapper Nekfeu; Springsteen è terzo, Ciccone quinta. E anche in Italia, tendenzialmente, è piaciuto più lui di lei. Per ora.
Penso siano entrambi soddisfatti dei piazzamenti succitati: a fronte del loro vero core business – i concerti – le graduatorie dei presunti album sono più che altro una questione di prestigio, di piccole medaglie su uniformi stracariche, ma anche una questione di titoli e sottotitoli ritwittati da noi pecorelle e sottopecorelle. Però una cosa vale per entrambi: ancora ci tengono, agli album – e a quello che rappresenta(va)no: un manifesto momentaneo, un autoritratto, un discorso alla nazione che ormai non si USA più, a meno che non sia un discorso sul successo. Invece Springsteen e Madonna, mai fotografati insieme e antitetici in quest’epoca persino più che negli anni 80 (al di là del comune sostegno a Hillary Clinton), cercano ancora, dopo cent’anni, di interpretare e raccontare il mondo in una dozzina di canzoni. Cosa che Drake o Kanye West, Beyoncé o Ed Sheeran, insomma i top player di questo decennio, fanno giusto se il mondo là fuori ha la mala creanza di insinuarsi nel loro.

Ma qui finiscono le affinità. E iniziano le divergenze. Intanto, è molto interessante che un disco americanone come Western stars abbia avuto meno successo in patria di un disco poco americano come Madame X. L’album del Boss è stato tra l’altro approvato quasi incondizionatamente dagli springsteeniani, con le prevedibili, impagabili encicliche sulla Vita del Santo e l’estatico stupore per ogni leggendaria parola da lui pronunziata. Bisogna riconoscere che è un disco che va a incastonarsi in modo impeccabile nella sua discografia, una sorta di Nebraska riconciliato, con archi che salgono fino alle nuvole, cantato con un aplomb da vecchio Bruce Cash che imbraccia il suo Steinbeck e caracolla nella prateria tutto pieno di pathos. Occhio: se non fate parte della Chiesa Del Sacro Cuore di Bruce, forse verso la decima traccia andrete a farvi controllare i trigliceridi perché tutto è epicamente struggente – anche se un po’ rigido come la camminata di John Wayne: pur di mantenere quel clima solenne prende certe canzoni e le piega verso una direzione innaturale (Hello sunshine, un cavallo lento che fa salire su un treno merci, o Tucson train, che se fosse suonata con le chitarrone sembrerebbe uscita da The river, o il laconico pezzo che dovrebbe mettere allegria, Sleepy Joe’s Café, che sollazza più o meno come una barzelletta raccontata dal dr. Burioni). L’obiettivo è non deviare mai da un contegno maturissimo, dal perenne chiedersi che ne è stato di Gary Cooper, “the strong, silent guy”, e dalla diffusa voglia di montare a cavallo e farsi la Old town road, in un’America così frastornata che si guarda indietro con nostalgia e nella quale persino Lady Gaga si scopre un cuore country… Ma non Madonna.

Resto della top 2. Madame X è l’opposto di Western stars. Un pastrocchio attraversato da lampi di genio, un album di inquietudine spasmodica, che a tratti sfida il ridicolo. Il disco di una che ha capito (…forse) (deogratias) di non poter più competere nel gioco delle divette sue nipoti, sicché tanto vale buttare all’aria il tavolo con tutte le carte. Non è un disco riuscitissimo, diverse canzoni sono tentativi un po’ goffi di cimentarsi coi generi più trendy e superarli a destra. Ma è difficile considerarlo noioso, ed è ingeneroso non apprezzare il tentativo di rimanere fedele a quella sua fama di audace collezionista di impulsi. Purtroppo, detto questo, al momento della resa dei conti
1) è verosimilmente impossibile che questa musica possa catturare l’attenzione dei minorenni
2) per quanto riguarda i maggiorenni, a meno di abili remix dei prossimi singoli le sarà difficile suscitare un qualche interesse a chi non è già suo suddito.
C’è però qualcosa di ammirevole nella testardaggine d’altri tempi con cui prova a fare una musica che guardi oltre la meccanica applicazione di quei furbi espedienti che funzionano. Il personale timore di chi scrive è che aver salvato l’onore con il n.1 americano la convinca di essere ancora una volta nel giusto, di essere la sempiterna vecchia volpona che conosce il suo pollame, privandoci così del frutto di un fruttuoso insuccesso, insomma di un successivo Madame Y cruento e indignato, di nuove Confessions liberate da quei compromessi col pop globalone che creano alcune delle zone vischiose e un po’ unte di questo disco bizzarro e ambizioso.

Resto della top 10. Madonna riesce se non altro col suo n.2 a precedere l’album dell’artista italiana di cui siamo più fieri, Elettra Lamborghini, che va al n.3 col suo capolavoro Twerking queen, un album letteralmente costipato di arte e sentimento. Scende subito al n.4 Jovanotti, mentre Giordana Angi sale al n.5 superando Alberto Urso – ma rimangono Amici. Chiudono la prima diecina Ultimo (con due album), Salmo e Billie Eilish. Ne vengono estromessi Izi, Avicii e Liberato.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla classifica con sollecitudine (una settimana di permanenza) Tuscaloosa di Neil Young e il cofanetto della Rolling Thunder Revue di Bob Dylan; dopo sei settimane L’infinito di Vecchioni è piuttosto finito, e dopo 28 settimane di gloria che non aveva conosciuto alla sua uscita italiana, ci lascia A night at the opera dei Queen. Gli album da più tempo nella top 100 sono Hellvisback di Salmo (176 settimane), The dark side of the moon (137), Il Segno del Diviso di Ed Sheeran (120), Evolve degli Imagine Dragons (due anni esatti! Chi lo avrebbe detto) e Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (103 settimane). La casa discografica Universal ha 52 album in classifica su 100.

Anniversacci. Mi corre l’obbligo di segnalare che le sempre crescenti messe in suffragio per ricordare album usciti quando si poteva lasciare aperta la porta di casa hanno portato in classifica Oro incenso e birra di Zucchero (n.27), Unknown pleasures (n.34), Squérez? (n.35) e per fortuna anche Nevermind (n.98), del quale è SEMPRE l’anniversario. Curiosamente, sono tutti titoli Universal.

Sedicenti singoli. Nella classifica degli accattivanti tormentoni, Veleno7 di Gemitaiz e Madman cade subito dal primo al nono posto, mentre OstiaLido di J-Ax si riprende il n.1. Ma incombe minacciosa al n.2 la predestinata Jambo di Giusy Ferreri, Takagi & Ketra. Calipso di Charlie Charles e dei suoi Nuovi Bimbi chiude degnamente il podio al n.3. Lo so, volete sapere dov’è Playa di Baby K. Passa dal n.18 al 17, si vede che la playa si è un po’ arenata. Comunque, lo so che vorreste sapere di più e credetemi, non vedo l’ora di parlare solo di orrende hit dell’estate – del resto sta arrivando la stagione in cui il mercato degli album passa sostanzialmente a

Miglior vita. Nove album in classifica sono di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di temperature percepite. Questo numero, va da sé (perlomeno, dovrebbe andare da sé, ma non è detto che ci vada) non include i Nomadi, né il Banco del Mutuo Soccorso, né – malgrado le insistenze dei discepoli di Syd Barrett, i

Pinfloi. The dark side of the moon scende di cinque posizioni e va al n.69, The wall rimane imperturbabile al n.87, pronto a essere chiamato in causa qualora venisse veramente realizzato un muro tra Italia e Slovenia, idea che mi ha riconciliato col presente Governo e spero ci siano le condizioni per realizzarlo al più presto, e che altrettanto presto si verifichino le condizioni per dedicarlo alla cara memoria del povero Luca Morisi.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

Presunti album, sedicenti singoli, ascolti radio, concerti, persino i vinili perché sapete, sono tornati di mo- ah, ma andiamo.

Classifica Generation. Stagione II, episodio 6. Conclusioni

Classifica Generation. Stagione II, episodio 6. Conclusioni

Monoliti su questa faccia della luna.

TheClassifica 96. I Pooh, i Modà, i Pink Floyd. Deve esistere un perché

TheClassifica 96. I Pooh, i Modà, i Pink Floyd. Deve esistere un perché

“Ecco, adesso arriva e parla bene dei Pooh”.

Oppure,

“Ecco, meno male che invece di dare una lettura
(buonista)
(storico-sociale)
(ironico-caciarista)
(prog-italpop)
(Foglista) (e non nel senso dell’occhiuto quotidiano) (ma dell’occhiaiuto cantante)
(delirante blog-egotripica)
li distrugge come meritano”.

Ma la verità è che non ho nessun definitivismo da porgere sui Pooh (anche se li ringrazio per essere al n.1 per la seconda settimana consecutiva col loro live, e far sì che io scriva di loro invece che dell’argomento-fregola di queste 48 ore) (Bon Iver) (per completezza: il live è al n.1, la raccolta al n.24).

Pensavo di iniziare raccontando che quest’estate li ho visti a San Siro.
Ma non è niente che strappi un “Oooh!”. Se appena avete mezzo facciamico mediapeople (e se state leggendo me, obiettivamente è un po’ probabile), ci è andato anche lui e ha scatenato il dibattito mesi fa, o quanto meno ha messo le immancabili fotoLOL che tendono a seppellire ogni discussione. E quindi, da che angolo la prendo? Posso davvero dirvi due pensierini nuovi? pooh 1

Quello che segue è quello che ho GIA’ scritto. TheClassifica 37.
“Facchinetti e i Pooh sono qualcosa di fronte alla quale quella che siamo soliti chiamare critica musicale si è sempre scansata. Perché alla fine, i Pooh e i loro fan sono la prova che si può vivere benissimo senza critici musicali. Contro di loro e la loro storia non si è mai scatenata nemmeno una qualche ondata snobistica. Si è provato un certo sdegno femminista per il fedifrago – autenticissimo – di Tanta voglia di lei. Si è ridacchiato di loro con Paolo Bitta, ma il Dio delle città di Valerio Negrini non era una brutta invenzione poetica. A un certo punto si è scoperto con un certo spiazzamento che dischi come Parsifal erano presi attentamente in considerazione da stimati critici stranieri, sorpresi da un classic pop che noi trovavamo saponoso. Ma in generale, nessuno ha mai realmente sparato addosso ai Pooh (e dire che il tempo per farlo non è mancato). Forse perché in loro, insieme alle mai negate ragioni del commercio, abbiamo tutti intravisto, con un certo disagio, le pose e pretese del rock, adattate al pubblico meno sofisticato. Quelli che noi gente di un certo livello, non si calcola – a differenza di quelli che abbiamo imparato a mettere nell’armadio dei giochi, il trash degli Albani e dei Pupi”.

Due anni dopo sono ancora d’accordo con me stesso? Posso aggiungere qualcosa? Avete voglia di sentir poohntificare su un gruppo che probabilmente trovate più inverosimile che detestabile?
(“Sì!”) (grazie, non so cosa farei senza di voi)

Poohnto 1. I Pooh hanno sempre fatto corsa da soli. Nessuna vera alleanza a riqualificarli, tipo Morandi con Dalla o Baglioni con Fabiofazio. Non hanno mai avuto, credo, amici tra i critici, mentre Renato Zero poteva comunque contare sul daje Renà dell’ambiente romano, che un daje non lo nega a nessuno.
Poohnto 2. Comunque, Dodi Battaglia grande guitar hero italiano mancato.
(una volta gli ho chiesto: “Hai mai pensato che avresti goduto di maggiore considerazione se avessi suonato in un altro gruppo?”) (mi ha risposto: “Precisamente, quale?”) (e io, beh, no, non gliel’ho saputo dire) (forse avrei dovuto controbattere che non si risponde a una domanda con un’altra domanda, che è sempre un’ottima difesa) pooh 3
Poohnto 3. Una volta invece ho parlato tanto di musica con Facchinetti. Esperienza estremamente utile, perché lì ho capito quanti professionisti della musica sono più che disposti a far coincidere il gusto personale con il prodotto ben fatto – e la cosa mette in una prospettiva diversa e istruttiva tanti cliché sulla musica come arte. Facchinetti non sarà artista ma è un artigiano bergamasco molto rispettabile, fa canzoni come qualcuno fa vini, sa come si fanno e opera le sue scelte in modo da soddisfare il pubblico che più gli somiglia. Facchinetti della nostra angst non sa che farsene, del resto noi sensibilissimi possiamo scegliere tra migliaia di ardenti anime sfiorate dalle Muse – che paradossalmente finiscono per somigliarsi tra loro più di quanto chiunque abbia mai somigliato ai Pooh. Voglio dire, tra Dylan, Cohen, Buckley, Neil Young, la distanza è minore rispetto a quella che c’è tra i Pooh e i loro Artisti Simili – che secondo Spotify potrebbero essere: Cocciante, Zero, Mia Martini, Baglioni, gli Stadio, Morandi, i Nomadi.
(mancano i Modà)
Poohnto 4. Ecco, i Modà. Probabilmente, fatte le dovute distinzioni di generazione e tempi, sono accostabili ai Pooh come Poohblico. Ma se è così, non si spiega del tutto perché mi facciano uno schifo abissale, mentre potrei difendere dalle vostre ironie furbette Dammi solo un minuto, Pierre, Io sono vivo, Pensiero e almeno cinque-sei altri pezzi (che in 50 anni, insomma, forse non sono tanti) (ma coi Nomadi e gli Stadio farei certamente più fatica).
Poohnto 5. Forse se io e voi fossimo dei veri punk, ascolteremmo i Modà. Musica rancida, testi carichi di putredine la cui stessa esistenza è denigratoria dei luoghi comuni sonori e lirici. Non riesco a pensare a niente di più fastidioso di Kekko Silvestre (…fatti salvi alcuni giornalisti, ovviamente). Il che vuol dire che Kekko è il mio personale Johnny Rotten, più di Johnny Rotten medesimo: turba le mie notti serene di critico stabilizzato. Mentre i Pooh (e Johnny Rotten) non le hanno mai turbate.
Poohnto 6. Nei Pooh peraltro non c’è il rancore calcolatissimo dei testi e degli atteggiamenti dei Modà, che come Emma, Antonacci, svariati rapper e l’ultima Pausini gridano per conto terzi una rabbia piccolo-borghese che gli conferisce due pretese di personalità. Mitico Vasco e MiticoLiga, in questo, sono perfettamente assorbiti e superati a destra, a sinistra, di pancia, di schiena.
Poohnto 7. No, ho finito.

Poohnto n – No, non è vero. Potrei parlare per cinquant’anni dei Pooh e del concerto e del loro pubblico e di Riccardo Fogli e di tutti gli strumenti che hanno suonato (polemicamente) e della mezzora prog e del fatto che comunque in carriera non hanno mai completamente sbragato (ricordate un loro tormentonedell’estate?). Ma non posso, i poteri forti me lo impediscono.

Il resto della top ten. Al n.2 il Boss Springsteen, con la sua nuova raccolta intitolata Nécarne & Népesce. Cinque inediti, più un brano per ogni album, se ho visto bene. Un album singolo venduto al prezzo per il quale i Pooh danno un triplo. Furbi loro, ma caino lui. Forse l’idea iniziale era allegarlo alla biografia – quella sì, che andrà al n.1. A Natale un po’ di negozianti la metteranno vicino al libro, e il 25 dicembre Gesù Bambruuuus porterà felicità in tante case. Al n.3 Shawn Mendes. Sapete chi è? Ha 18 anni, è canadese come Justin Bieber. Riassumerò lui e il suo pubblico con questa fotina:

shawn mendes
Al n.4 Raphael Gualazzi. Pensavo di più, sapete, per L’estate di John Wayne e tutto, ma potrebbe vendere bene sul lungo periodo, non è che ci si possa aspettare che la gente si precipiti a comprare Gualazzi appena uscito. Al n. 5 Zucchero, al n.6 gli Zen Circus. Fischia, quante uscite, questa settimana. Pensate che è uscito ed è al n.8 anche Giò Sada (ha vinto X Factor, no?) (non ricordo più) (X Factor mi ha un po’ saltato lo squalo). Sta di fatto che escono tutti questi dischi, uno dei quali di Bruuuus, e tutti i dischi del re e tutti gli streaming del re non sono riusciti a smuovere i Pooh dal n.1. E con Sfera Ebbasta n.7, Il Pagante n.9 e Nick Cave n.10, mi disfo con colpevole sbrigatività della top ten.

Altre carabattole. I Marillion entrano al n.14. Il loro nuovo disco si chiama F*** everyone and run. Ricordo quando chiamavano i dischi Script for a jester’s tear. Dite quello che volete, ma nei titoli sono migliorati. Al n.28, Nto‘. Al n.30 Vangelis (wow!). Al n.31, Passenger e al n.33 Joe Bonamassa. Al n.37, Dirotta Su Cuba (Studio Sessions vol.1). Al n.38, Billy Bragg & Joe Henry. Che cornucopia di nicchie, no? Al n.63 i Kansas (…i Kansas?????) (quei Kansas???) (ma veramente?) (pare di sì).

Miglior vita. In classifica, otto album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di referendum. Li guida al n.21 (caspita) Nevermind dei Nirvana di Kurt Cobain (manchi!). Gli altri sono Bob Marley (manchi!) David Bowie (manchi!) Amy Winehouse (manchi!) Fabrizio De André (manchi!) Lucio Battisti (manchi!) David Bowie (manchi tanto!) Lucio Battisti (manchi due volte!). 

Pinfloi. AHA! Il vinile ristampato etc. di Atom heart mother smuove un po’ di gente, perché si tratta pur sempre di poter adagiare in salotto la copertina con la mucca – ma si ferma al n.15. Meddle, mancando di tale copertina, si accomoda sotto – al n.17. Obscured by clouds, pateracchio di disco se ce n’è uno, si attesta su un lusinghiero n.25. In tutto questo, tra i veri pinkseller, The wall è al n.40. Mentre The dark side of the moon è uscito di classifica. Non so come interpretare questa cosa. Che sia una reazione durissima alle rivelazioni di Bettarini al Grande Fratello Vip? Alle voci su Elena Ferrante? Non nascondiamoci dietro a un dito, amici: quando The wall prevale su Dark side of the moon è perché la gente è sfiduciata. Quindi, ci siamo capiti. Il divorzio di Brad e Angelina.