Tag: Bob Dylan

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

TheClassifica 33 – Bollettino d’agosto (…non vi piacerà)

TheClassifica 33 – Bollettino d’agosto (…non vi piacerà)

Le autorità non lo dicono, ma la #musicaITALIANA e l’#album sono tra le vittime del Coso.

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Pre-visto. Non so quali rapper italiani abbiano pensato “Mmmh!” alla notizia che Kanye West (forse) si candiderà alla presidenza degli USA. So che da noi J-Ax avrebbe delle possibilità. Escludo che Fibra o Marra possano essere vagamente interessati. Fino a ieri avrei pensato casomai che uno che avrebbe potuto farci un pensiero potesse essere Gué Pequeno, ovviamente dopo essersi informato sulla paga. Non posso più pensarlo dopo Mr. Fini, l’album con il quale è tornato al

Numero uno. Mi aspettavo che zio Gué facesse un album totalmente zarrogante, con le allusioni iper-pop smaccate come aveva fatto riprendendo Oro di Mango o El Trago dei 2 In A Room. Mi aspettavo di vederlo mettersi a capo di una parata twerkante, pronto ancora una volta a calpestare compiaciuto l’idea stessa di credibilità, sfidando chiunque a dire che non può farlo. Invece, è stato quasi uno choc: in Mr.Fini non c’è traccia dell’ineffabile Hugh Guèfner. È un disco di una tristezza inaspettata, anche quando snocciola quelle rime smargiasse che ha insegnato a due generazioni di rapper italiani (“Il mio stato su WhatsApp, fratello, è sempre: Sono in banca” “Io sono la cultura, pura, cruda, cien por ciento”; “Il mio rap è troppo grande, fra’, in Italia è solo un bimbo”, “Vi abbasso l’autostima, perché le fighe di voi rapper le ho schiacciate io prima”. “Sputo su una generazione in posa: conosco i veri Tony, conosco i veri Sosa”).

I primi tra i 17 pezzi (non pochi) dell’album ribadiscono a più riprese che Cosimo Fini alias Gué Pequeno ha gli amici loschi che stanno o dovrebbero stare in galera per il bene di tutti. E malgrado qualche rima divertente e il flow sempre ad alto livello, istintivamente viene da skippare in cerca di canzoni farabutte e irresistibili alla Milionario, un po’ di fanfara per far due ghignate. Ma non ci sono. Andando avanti è sempre più evidente che il gangsta-movie non è di quelli allegri, è più tipo lo straziante Blow di Ted Demme, fratello del più noto Jonathan – morto giovane, molto probabilmente a causa della cocaina. Voi capite che non è facile sentire Gué Pequeno (l’autoproclamato Gué Pecunia) che inizia a pensare malinconico ai ciliegi a Saigon, che confessa “Penso alla mia carriera assurda, più che decennale: è inversamente proporzionale al disastro della vita personale”, o “Questo successo è una persecuzione: è solo l’intro di un’introspezione”. Per poi, nel pezzo in cui chiama per il featuring Sfera Ebbasta (non proprio il Luigi Tenco del rap), sprofondare l’ascoltatore in pieno IanCurtis, con: “La morte mi ossessiona. E che il mio corpo muoia, e che l’anima viva lo sai, non mi consola. Pensavo di essere meglio (…) Non sconfiggerò i miei demoni. Quest’asfalto e questi errori non mi hanno insegnato niente. I flashback mi hanno flashato: il passato torna sempre”.

I miei consiglieri che hanno in mano il polso del pubblico rappuso mi dicono che l’album non ha esaltato gli ascoltatori medi della musica verbosa che tanto piace ai giovanetti. Qualcuno ha anche fatto il confronto con Persona del suo amico Marracash, che Nella Mia Umile Opinione è tutt’altra roba. Personalmente temo che sia un disco molto vero e, come detto, abbastanza dolente. Non mi meraviglio che ciò abbia contrariato qualche fan. Non so se la prossima settimana Mr. Fini sarà ancora al n.1 tra i presunti album. Ma anche se mi metto tra gli scemi che avrebbero apprezzato il Gué più fagiano e sin verguenza, devo dire che apprezzo il coraggio di fare un disco completamente diverso da quello che ci si aspettava da lui. Certo, poi questo tipo di complimento ricorda quella scena di Jerry Maguire in cui quelli che applaudono e gridano “Bravo!”, si bisbigliano tra loro “Lol, si è scavato la fossa”. Ma non credo sia così, penso che senza troppi problemi lo zio Gué tornerà a fare i dischi con le hit – ora si è semplicemente concesso il disco che aveva voglia di fare. E conosco un bel po’ di artisti straordinari che se ne guèrdano benone.

Resto della top ten. Di rappuso in rappuso: i due che hanno preceduto Gué al n.1 della classifica dei presunti album scalano di una sedia come in pizzeria: Ernia si accomoda al n.2, Tedua al n.3, e seduti al tavolo, sulle prime cinque sedie ci sono solamente rapper italiani maschi. Dopo Ghali (n.4) e Marracash (n.5) entra al n.6 Frah Quintale, che rapper non è più, in fondo ce n’è già troppi. Escono subito e con violenza dai piani alti Bob Dylan (dal n.4 al 24) e Neil Young (dal n.10 al 65), ma con il live Spirits in the forest entrano al n.7 i loro coetanei Depeche Mode (…per chi ha meno di 25 anni, da 26 a 96 siamo tutti coetanei). Chiudono la prima diecina Random, i Pinguini Tattici Nucleari ed Elodie. Ma so che scalpitate per la classifica dei Sedicenti Singoli, che a luglio e agosto ribattezziamo

Classifica degli Azzeccatissimi Tormentoni Estivi. È l’ora segnata dal destino: la fresca e disimpegnata Karaoke permette a Sandrina Amoroso e Boomdabash, i RE MIDA dell’Estate, di riportare al n.1 Lu Salentu, uè, uè, perepepé, spodestando Mediterranea di Irama che comunque è lì che ringhia al n.2; mantiene il n.3 M’Manc, le lacreme napuletane supergiovani di Geolier, Shablo & Shferebbàst. Entra al n.4 la fresca e disimpegnata Non mi basta più di Baby K featuring Chiara Ferragni. Non so se siano più QUEEN loro oppure siano più QUEEN Giusy Lamborghini ed Elettra Ferrari, ma sospetto che queste ultime siano più QUEEN CIOÈ DEFINITIVE; malgrado ciò, la fresca e disimpegnata La Isla antra solo al n.76 – però per qualche motivo a me ignoto è uscita di lunedì invece che venerdì, quindi calcoliamo perlomeno un n.66. Che al momento è la posizione occupata da Balla per me di Tiziano Ferro & Jovanotti. Ah, spiace! Tanto. La cringissima eppure fresca e disimpegnata Ciclone di Ketra & Elodie feat. Mariah, Gipsy Kings e Qualcuno Che Non Mi Ricordo scende dal n.17 al 32, ma non per questo siete autorizzati a sperare in un mondo migliore. La fresca e disimpegnata Una vita da bomber di Bobo Vieri, Nicola Ventola (zio cantante) e Lele Adani (mondo bastardo) entra al n.93. Il mio timore è che là fuori, le radio e YouTube e i bar delle spiagge e gli animatori dei villaggi faranno del loro meglio per rovinare queste nostre iniziali illusioni.

Altri argomenti di conversazione. Tornando agli album, Mi ero perso il cuore di Cristiano Godano è entrato al n.56.

(…onestamente, non so quanto vorrei essere parte di una conversazione di questo tipo, però ho fiducia in quasi tutti voi. So che basta darvi un cappello, e potete tirarne fuori una coniglietta di Playboy. Ed è il motivo per cui vi frequento)

Ok, ve ne do un altro. Gli album di Ultimo hanno iniziato a scendere, in questo momento solo Colpa delle favole è in top 30 al n.26.

(questo va meglio?)

Lungodegenti. Il segnetto ÷ di Ed Sheeran, entrato 174 settimane fa, tiene a bada il pelotòn degli inseguitori, il cui leader è Rockstar di Sfera Ebbasta da 128 settimane, seguito dalla squadra di Ultimo con Peter Pan (125) e Pianeti (122), poi da 20 di Capo Plaza (115 settimane di fila) e Potere di Luché (uscito 105 settimane fa). Poi, ovviamente fanno gara a sé i

Pinfloi. The dark side of the moon è in classifica da 191 settimane consecutive, però scende dal n.55 al 69 mentre The wall scende dal 67 all’84. Non è stata una buona settimana, né per l’alienazione né per la paranoia. Lo so che non lo avreste mai detto. Pure, il Pinkfloydometro è lì a testimoniarlo: c’è serenità in giro, diffusa da qualche incosciente. Proteggetevi.

Non c’è solo il rap italiano, c’è anche il rap italiano – TheClassifica 26/2020

Non c’è solo il rap italiano, c’è anche il rap italiano – TheClassifica 26/2020

Alla fine, a vincere è sempre lo schieramento che fa la voce grossa.

Cosa resterà della Fase1

Cosa resterà della Fase1

Ma sicuramente ho lasciato fuori qualcosa.

Andrà tutto (Carmelo) Bene – TheClassifica 15/2020

Andrà tutto (Carmelo) Bene – TheClassifica 15/2020

Qualcosa è cambiato, vero? Siamo in un’altra fase, che non è più paurosa né surreale. E non è più nemmeno emozionante – perché a suo modo, all’inizio lo era stata. Ma da un po’ nessuno canta sui balconi, o telefona agli ex, o ai parenti più lontani, o si affretta a leggere La Peste di Camus. E ci stiamo tutti rendendo conto che in cambio dei parecchi noiosi casini in arrivo, non saremo nemmeno ricompensati con qualche micragnosa soddisfazione. Che so, veder sparire almeno due, tre delle nullità immense e implacabili che abbiamo messo sui piedistalli, le Barbara D’Urso e i Salvini, gli Scanzi e i Gallera che continueranno a occupare la scena e dettare l’agenda – anzi, ragionevolmente ne arriveranno di nuove e a maggior ragione: ci sarà tanta gente con niente da perdere e poche fisime sul concetto di dignità, e parecchi fare il loro legittimo tentativo di fare il colpaccio e dare la scalata a questa nazione intontita.

Preambolo (no, non è vero). Se nella musica valesse la pena di tentare il colpaccio, sarebbe successo in questo mese e mezzo. Invece, l’unico personaggio che ha approfittato della situazione per dare un improvviso senso alla propria bizzarra visibilità è Jo Squillo (…capite a che punto siamo). Negli altri campi dell’arte e della cultura ho visto gente che disegnava, fotografava, scriveva, combinava elementi, si sono viste cose buone capaci di toccarci. Come è possibile che nessuno dei musicisti straordinari che benedicono quest’epoca sia stato folgorato dalle Muse davanti a questo passaggio epocale? Mica chiediamo What’s going on di Marvin Gaye – ma che diamine, almeno una lagna semi-ispirata con una zaffata mistica a unire milioni di scimuniti sgomenti. Un po’di andràtuttobenismo mescolato a qualche malinconia indie sulle piazze spiazzate e il lievito che non ci evita? Cos’è, interferiva con l’immagine, mancava un brand? All’improvviso si sono scaricate le batterie elettroniche, si sono inacidite le basi, non andava Pro-Tools, non si poteva registrare un pezzo da casa propria? Oppure il fatto che non piova da mesi impedisce di inserire la necessaria strofa sul meteo ostile? Sia come sia, hanno mandato avanti il non detto.

Fermi. Non venitemi a parlare del pezzo di Bob Dylan (su cui si è necessariamente espresso l’authority Leonardo Tondelli su ll Post). E non perdiamo tempo col brano di Elisa & Tommaso Paradiso, così mesto che Tommino solo sette giorni dopo ha pubblicato un nuovo singolo per insabbiarlo. La verità è che molti hanno preso iniziative, ma pochissimi hanno fatto la cosa più semplice, scrivere una canzone. Oppure lo hanno fatto ma il manager li ha sconsigliati – o magari sono stati i loro PRODUCERS, quei Remida che col loro sapiente tocco trasformano una porcheria in monnezza.

Però ho un sospetto. Che la gente, un qualche blues o rap della quarantena lo stesse chiedendo. Dylan che ha sa riconoscere un Vietnam quando lo vede, lo ha capito. Ma la cosa migliore che ho sentito finora è l’estemporaneo freestyle di Fabri Fibra su TRX (“Sono il Bertolaso del rap italiano”) (…lo so, lo so. Anch’io gli darei le chiavi della Normale di Pisa, subito). Ma mancando roba decente, sta salendo negli ascolti il brano che iMarkkeyz ha ricavato dallo sclero di Cardi B sul virus – che è una porcheria scema come la tv del pomeriggio ma perlomeno c’è un’idea, e la coerenza di una cultura del meme che ci porta all’estasi per ciò che è cretinissimo. Da noi invece la gente ha dovuto cercare conforto in Fiori di Chernobyl di Mr.Rain – 8 milioni di ascolti in un mese su Spotify e non ci sono scuse per questo. In compenso, nella classifica dei presunti album c’è un ritorno significativo.

Il numero uno. Dopo due primi posti NON ITALIANI consecutivi, Persona di Marracash torna in vetta a più di cinque mesi dall’uscita. Non lo considero un caso. Un giorno dopo la pubblicazione, il 1 novembre 2019, era stato accolto da troppi peana. Un disco così non lo puoi assorbire nemmeno in un mese – e sono stato stretto. Ci ho messo quasi un anno a decifrare certe cose di Status, il densissimo disco precedente, dopo il quale non a caso non era uscito nessun altro album (se non la guasconata con Gué Pequeno). Status nel 2015 non era andato al n.1, era incappato in due settimane di intensi firmacopie da parte di Marco Mengoni. Persona ha raddrizzato quel piccolo torto. Poi va beh, lo so anch’io che la circostanza è influenzata dal fatto che tutti sono lì paralizzati, nessuno sta pubblicando nulla anche perché quello che esce in questo periodo va facilmente a picco. Però alla fine la classifica ci dice che un bel po’ di gente in questo momento sta ascoltando uno che dice delle cose. Poi pensatela come volete, ci mancherebbe. Mica voglio fare quello che ha il polso della strada, sono uno che non esce mai di casa – ahaha, etc.

Resto della top ten. Ghali risale al n.2 e ThaSupreme al n.4, ma Dua Lipa col suo terzo posto sventa l’ipotesi di un podio con tre generazioni (e stili) di rappusi. Non c’è nessun nuovo album in classifica perché del resto stavolta non è uscito proprio nulla (tranne Childish Gambino, che non entra nemmeno tra i primi 100). Però Gaia rientra in top 10, al n.6: peggior risultato di sempre per un vincitore di Amicidimaria. Davanti a lei c’è The Weeknd, e dietro di lei i Pinguini Tattici Nucleari. Chiudiamo la diecina nobile con Ultimo, Gianni Bismark e Rocco Hunt. No, non ci sono già più i Pearl Jam, che scendono dal n.1 della settimana scorsa al n.16. Detto questo passiamo ad

Altri argomenti di conversazione. Non ne ho. Passiamo ai

Sedicenti singoli. Auto blu di Shiva & Eiffel65 rimane al n.1, mentre il brano benefico di Roby Facchinetti sparisce in una botola con un urlo agghiacciante – sale al n.2 l’altrettanto patetica Fiori di Chernobyl di Mr.Rain, e balza al n.3 il remix di Dilemme nel quale Lous and the Yakuza è accompagnata da ThaSupreme e sua sorella Mara Sattei, come a dire che la Sony vuole che quel pezzo ce la faccia, e con le cattive. Da segnalare l’ingresso al n.8 di Toosie slide di Drake, che ovunque si sta impennando – ma non siamo mica gli americani, che loro possono sparare agli indiani. Nella classifica dei singoli, a differenza di quella degli album, c’è una certa mobilità. C’è anche Centro di gravità permanente di CapireBattiato, grazie a La casa de papel. Al n.94, davanti a Circles di Post Malone, che era uscita – è ancora in top 5 in USA, credo. Ci sono solo cinque pezzi in classifica da più di 40 settimane. La mediana – sapete cos’è, avrete anche voi studiato statistica portando a casa un sudatissimo 19 dopo due tentativi come me – è nove settimane. In questo siamo diversissimi dagli USA – verrebbe da dire che loro sono meno USA e getta di noi, e se ci pensate è vero, le nostre opinioni DEFINITIVE durano pochissimo, ogni giorno dobbiamo correre a farcene delle altre. Il pezzo più antico è Someone you loved di Lewis Capaldi, entrato nelle nostre charts 54 settimane fa, è al n.47 e ha raggiunto un n.5 al suo apogeo ma è sempre lì che gira, come spesso capita ai pezzi di quei gnègnosi britanni. Quel che è certo è che tra i singoli non ci sono veri

Lungodegenti. Capo Plaza con 20 ha superato i due anni di permanenza in classifica. E così si unisce al club di cui fanno parte Ultimo con due album, Pianeti (110 settimane) e Peter Pan (113), Rockstar di Sfera Ebbasta (116) e ÷ di Ed Sheeran (162 settimane). Ma non pensate male, l’album da più tempo in top 100 è dei

Pinfloi. The dark side of the moon sale a 179 settimane che festeggia con un deciso colpo di reni dal n.89 al 53 – mi stavo preoccupando. Anche perché The wall non è rientrato in classifica. Il prismone è anche n.1 tra i vinili davanti a Dua Lipa. Il cui album  uno dei quattro usciti in questo secolo nei primi venti vinili più venduti: è in compagnia di Marracash, Coez e Pearl Jam (…e se questa non è una strana compagnia, proprio non so). Tra l’altro The wall non è nemmeno nella classifica dei vinili. Ci sono invece Wish you were here e addirittura Animals. E di ciò, non ve lo nascondo, soffro molto.

Concludo. Disilludendovi su una cosa: non dirò niente su Andrà tutto bene di Elisa & Tommaso. Ve lo scordate. No, davvero. Mi prendete per scemo.

I Grammy di peso – (Il caffé del buongiorno sull’amaca)

I Grammy di peso – (Il caffé del buongiorno sull’amaca)

I Grammy Awards non sono più fighi o intelligenti dei nostri premi: sono stupidi e bolsi ma irrinunciabili come per noi Sanremo. Negli ultimi anni però sono diventati occasione per osservare il vero mutamento sostanziale nel pop, ovvero la preminenza della performance, dell’esibizione spettacolarissima, rispetto alla canzone o composizione o insomma, quella roba lì che – A MARGINE – viene cantata e, in alcuni casi, anche suonata. Un giorno qualcuno (forse non Lady Gaga ma qualcuno che porterà a logici sviluppi il suo percorso artistico) canterà mentre va a fuoco, e allora per rilanciare qualcuno agli Mtv Awards concluderà la sua esibizione decapitandosi, e insomma sbaglierò, ma secondo me l’intrattenimento diventerà molto più interessante, nei prossimi vent’anni. Purtroppo pagheremo questa scoppiettante vivacità con infinite, micidiali gallerie sui migliori e peggiori OUTFIT dei cantanti, sul magico RED CARPET.
 
Ma nell’attesa, c’è comunque questa faccenda di distribuire 84 premi. E li hanno ridotti, eh. Per esempio ci sono ben 22 categorie di Christian Music che sono state fatte sparire negli ultimi dieci anni.
Bene. Ora, scusandomi goffamente per l’arroganza, vi rivelerò una cosa: non farò il nome di nessuno dei grandi favoriti usciti dopo le nominations di ieri perché non ho alcun interesse, nemmeno professionale, per chi vince (…tanto poi i nomi li trovate su migliaia di altri siti) (a partire da quelli più radical-chic e di sinistra, ovviamente – perché lo showbusiness americano, mmmmmh, Dio!!!). Voglio dire: all’inizio di quest’anno i TRIONFATORI sono stati David Bowie (eh), Chance the Rapper e Adele, costretta alla manfrina di scusarsi con la diva di casa, Beyoncé. Vogliamo vederci qualcosa, nel loro aver fatto INCETTA di premi? Io non ci vedo niente, assolutamente niente. E sono uno che vede cose in parecchie fesserie, sono praticamente un allucinato. Ma nei superpremi pop, niente. Non significano niente nemmeno come indicazione per il comparto. No, davvero.
 
Eppure devo confessare di essere affezionato a due degli innumerevoli stupidi premi-grammofoni. Il primo è il Best Traditional Pop Vocal Album. Ha di affascinante lo scontro sanguinario tra Tony Bennett (vincitore nel 1993, 95, 97, 98, 2000, 03, 04, 06, 07, 12, 15, 16) e Michael Bublé (vincitore nel 2008, 10, 11, 14). Sono tutti e due candidati, e sarei molto deluso se il 2018 fosse uno di quegli anni in cui si dà un premio a una delle superpotenze che perennemente tentano di disturbare questo deathmatch (Joni Mitchell 2001, Rod Stewart 2005, Paul McCartney 2013, Willie Nelson 2017). Persino Barbra Streisand, Carole King, Dionne Warwick, James Taylor, persino Andrea Bocelli sono stati rimandati a casa, per premiare uno di loro due. Quest’anno tra i nominati c’è Bob Dylan, che sono tre anni di fila che è candidato ma non vince (che è come dirgli: “È un premio serio, il nostro”).
 
L’altro è il premio alle Best Album Notes, che è una delle cose più desuete del mondo, specie in quest’era di streaming. Ma in fondo lo era già negli anni 70,credo. Mi pare di ricordare negli anni 80 un LP di Joe Jackson che, in omaggio agli album jazz degli anni 50, aveva tutto uno spatafione sul retro della cover. Oggi queste note, come quelle del mio favorito, il mai vincente Ted Olson (storico della musica specializzato in quella dei monti Appalachi, alla quarta speranzosa nomination grazie a Big Bend Killing: The Appalachian Ballad Tradition) consistono più che altro in corredi informativi e ricostruzioni, a volte anche griffate (Joni Mitchell ha vinto nel 2016, Robert Gordon nel 2011) per i devoti, i quali le trovano in genere in cofanetti che comprano a scatola chiusa. Il contrario di quello che tali note erano in origine, quando la loro funzione era presentare il prodotto a un pubblico non convertito ma curioso, supponendo di convincerlo a parole. “Il disco che avete in mano vi piacerà, acquistatelo con fiducia”. Per esempio, questo era il retrocopertina di Tutti per uno, che malgrado il titolo italiano è un disco dei Beatles, in quanto colonna sonora di A hard day’s night. “Si può detestarli ma non ignorarli”, spiegava un certo B.Amb. (…chissà se era una firma autorevole), “ma prima bisogna ascoltarli. (…) Un disco che è quindi anche un documento che rimane a testimoniare come quattro ragazzi di Liverpool che hanno saputo cantare e suonare in un certo modo, siano riusciti a mettere in piedi un giro vorticoso e favoloso di cose strane (…) tutto in un allegro e persino preoccupante carosello che ha avuto per scena il nostro vecchio pianeta in anni altrimenti abbastanza tranquilli”.
Era il 1964. Gli USA bombardavano in Vietnam, Breznev faceva deporre Kruscev, colpo di Stato in Brasile, Mandela messo in carcere, la Commissione Warren decretava che Lee Oswald l’anno prima aveva agito da solo, veniva fondata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Però erano anni tranquilli, spensierati.
Ehi, come oggi.
Polemistan 2. Le migliori polemiche del giugno 2017

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Tutte quelle diatribe che hanno fatto di noi le persone migliori che oggi siamo.

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

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Peggiori video, uscite social, album, canzoni, polemiche, morti del 2016.

TheClassifica 99 – BenJi&Fede, Gaga, la musica come componente marginale

TheClassifica 99 – BenJi&Fede, Gaga, la musica come componente marginale

Al n.1 0+ di Benji & Fede. iostocontrobenji11
Al n.2, Lady Gaga.
Forse state pensando che è tutto abbastanza simbolico. Sì, lo è.

Non avete mai sentito un pezzo di Benji & Fede? Non è mai arrivato in spiaggia come Rovazzi o Fedez, anche se dietro B&F c’è una major? No? Non importa. A ricompensarli c’è lei, la meritocrazia.

«In radio una canzone puoi anche “subirla”, in Rete devi andare a cercarla e cliccarci sopra. Da questo punto di vista Internet è molto meritocratico». (Benjamin Mascolo)

Lady Gaga è uno degli ultimi personaggi per i quali si potevano applicare gli strumenti precedenti. Intendo dire che si poteva parlare anche di musica. Oltre, naturalmente, a tutti i discorsi sulla comunicazione, il successo, il look, il ruolo della popstar, il corpo delle donne, bla, bla, blaaaa – mioddio. Di cosa non parlerebbe la gente pur di NON parlare di musica. Però, la musica c’era. artisti simili a benji e fede
Benji & Fede, viceversa, fanno parte di un’altra fase. La tentazione, per molti di noi anziani (lo siete se avete più di 21 anni) è di ricondurli a cose già viste. Che so, le boy-band, i Blue, i Gazosa, i Tokyo Hotel, i Dear Jack. La cosa più facile è sentenziare che ogni generazione ha avuto la sua versione del prodotto teen-oriented. Invece no, sbaglierò, ma qui c’è qualcosa di diverso. Forse è solo una sensazione. Eppure gli altri li ho visti tutti, e anche quando ero parecchio fuori target, potevo essere d’accordo in linea di massima con il discorso che vi dicevo: aggiornamento di un modello esistente, ma sempre riconducibile a una certa idea della musica.
Qui, l’idea della musica, a mio modesto parere, è Maria De Filippi. Ovvero, andare sul palco, fare ogni singola mossa giusta, fare le facce giuste, usare sempre le stesse cinque note, le stesse venti parole. I loro testi fanno sembrare Nek un poeta crepuscolare – e Rocco Hunt pare Tupac. Ma non è (più) un fattore negativo. La personalità di B&F non è nella musica – è nei tweet, nei firmacopie, nel loro libro, nei selfie, nei loro rapporti con le fan. La musica è solo il pretesto per tutto questo, come in quelle sitcom coi teenager su Disney Channel o Boing o RaiGulp! Non è un’accusa. Semplicemente è così.
Cinque note, venti parole, faccine pucciose. Cinque note, venti parole, capelli deliziosi. Cinque note, venti parole, mossette, vestiti, sorrisi – sorrisi is magic, sorrisi forever.
E la cosa che a questo punto va detta, il cremoso paradosso, è che Maria De Filippi non c’entra niente. I due ragazzi si sono incontrati a Modena, hanno iniziato ad avere un loro piccolo seguito, alcuni discografici della Warner li hanno visti sul palco, e li hanno messi sotto contratto. No, Benji & Fede sono veri. Sono davvero così. Defilippiani senza passare della Defilippi.

«Io ho fiducia nei giovani. Ma i giovani non si interessano di politica perché questa politica non li rappresenta e non li coinvolge in alcun modo» (Benjiamin Mascolo)

Il successo di Benji & Fede ha molto più a che fare con YouTube e Twitter che non con Spotify, che è così banalmente legato alla sola musica. Non a caso su Spotify l’unico pezzo di B&F che va verso i due milioni di ascolti è il loro primo successo, Amore-Wi-Fi. Tutti gli altri pezzi hanno punteggi bassini, anche i duetti con Max Pezzali e Annalisa e Jasmine Thompson. Fa eccezione New York, ma qui c’è un motivo: il sodalizio con lo spagnolo Xriz, che è uno che mena di brutto. benji xrizSu Spotify la sua Me enamore ha 13 milioni di ascolti, e ha altri cinque pezzi sopra i 3 milioni. Benji e Fede li ha praticamente trovati nell’ovetto Kinder – lo stesso confronto tra le facce, nel video di New York, è un po’ impietoso: Xriz ha l’aria di uno che in Narcos o Gomorra, finisce inscatolato da un autodemolitore – B&F sembrano gli amichetti della figlia dell’avvocato, di solito mostrati durante una festa mentre tentano di misurarsi con i coetanei già pregiudicati, per poi battere prudentemente in ritirata dopo il primo piano delle cicatrici dell’avversario.

In tutto questo Gaga è numero 1 in Usa, quindi tutto bene, anche se la classifica Usa non è così diversa da quella italiana nel premiare la smania dei fan e dire la verità solo la settimana successiva (i precedenti numeri uno, i Kings Of Leon, sono subito scesi al n.20). E tuttavia, le sue 201mila copie sono un po’ lontane dal 2016 di Drake (1.04 milioni) e Beyonce (653mila). Siamo più in area Frank Ocean (276mila), Radiohead (173mila) e Blink 182 (172mila). Su Spotify, Gaga sta facendo più i numeri dell’ultimo di Britney Spears che quelli dell’ultimo di Rihanna. In effetti, anche compreso il traino di un singolo che funziona benissimo (Perfect illusion), sta facendo un decimo dei numeri di Anti di Rihanna. Che dire. Quello che desiderava, le si è ritorto contro. iostocontrobenji12Voleva attirare l’attenzione come concept, poi essere approvata come artista. Nel disco ci sono Mark Ronson, Josh Homme, Beck, Father John Misty. Bene. Purtroppo, apparentemente, che Joanne sia un buon album, nel Game of Pop è irrilevante. Che un album sia un flop o faccia il botto, non dipende più dall’album – che diamine, non siamo più negli anni 90. No, perdinci – dipende dal prodotto Gaga, dal prodotto Beioncia, dal prodotto Miley, dal prodotto Benji&Fede. Ho la sensazione che stiamo per vedere qualcosa di simile in Italia nelle prossime settimane, ma non voglio tirarla a nessuno. E poi mi sbaglio spesso, comunque. Non vi preoccupate.

Resto della top 10. Al n.3 i Pooh, al n.4 Nek, al n.5 Il Volo. Michael Bublé, nuova entrata, è al n.6 e come tale si piazza davanti al precedente n.1, Emis Killa. Al n.8 entra Leonard Cohen, al n.9 regge benino Paolo Conte, al n.10 si rivedono i Coldplay. Escono dalla prima diecina con una certa sollecitudine GionnyScandal (n.11), Green Day (n.14), En?gma (n.18), Urban Strangers (n.24) (…a proposito di dui di giovani musicisti).

Altri dischi nuovi. Al n.15 i Korn, al n.17 Thegiornalisti con Completamente sold out (mmh, direi mica tanto) (hehe); Fausto Leali n.22, Ex-Otago n.23, David Crosby n.56 (Graham Nash era entrato al n.34). Al n.65 i Gemelli DiVersi, che sono rimasti in due, Thema e Strano. Non siete un po’ tristi per loro? iostocontrobenji10

Altre flânerie. A quanto pare il premio Nobel Bob Dylan ha già soddisfatto in modo esauriente i pochi che avevano comprato i suoi dischi; ora ci sono due raccolte al n.53 e 61. MiticoVasco lotta come un leone e pur pencolando nelle posizioni più basse della top 100 si guadagna la 103ma settimana di permanenza in classifica: penso che il suo rifiuto di cedere il primato ai Modà possa e debba commuovere persino i più crostacei tra voi. Bon Iver esce di classifica dopo 3 settimane, Zen Circus dopo 4.

Miglior vita. Nella settimana precedente al 2 novembre, solo sei album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di sismi declassati; li guidano i Nomadi.

Pinfloi. Wish you were here rimane al n.1 dei vinili ma ora questo primato gli vale un n.48 complessivo e non più il n.22; flessione per The wall, che scende al n.86. The dark side of the moon esce di classifica, evidente segnale a favore del fronte del NO. E lo sapete, che è così.