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Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Adesso son tutti criminali / A nessuno frega più un cazzo della musica / Siamo diventati il sottofondo di un podcast / un balletto per TikTok”
(Salmo, Criminale)
 
Questo è un buon momento per riprendere questa rubrica come se niente fosse. Perché Salmo mi ha fatto il favore di rimanere per tre settimane al n.1 della classifica FIMI dei presunti album. Possiamo commentare il fatto con elegante inattualità, liberi dall’urgenza febbrile e spasmodica che sconquassa le testate vere.
Ne approfitto per accludere la top ten attuale, perché mi è d’ausilio nella prolisseide. Qual è la prima cosa che notate?
(questa potrebbe essere una variazione interessante del test di Rorschach, forse dovrei brevettarla)
Forse notate che ci sono addirittura DUE gruppi non ITALIANI. Lo so, anch’io fremo di indignazione. Però sono quel tipo di gruppi inglesi che piacciono ai boomer, noi giovani possiamo ignorarli spensieratamente. Pensate, uno dei due non esiste nemmeno più e loro continuano ad ascoltarli.
Poi, cos’altro?
Forse notate che c’è una FEMMINA. Capisco la vostra costernazione, ma potremmo liquidare l’incresciosa circostanza ricordando che in fondo è sempre la stessa femmina, l’unica nella top 20, che mette d’accordo tutti, perché Madame è la giovane con tutti i disagi che ci piace supporre nei giovani con tutti i disagi, e nel contempo è anche il fiore all’occhiello di Sanremo 2021, e il suo album è l’unico sopravvissuto della Sacra Kermesse.
Già, perché forse avete notato che i Maneskin non sono più tra i primi dieci. La verità è che piacciono troppo ai non ITALIANI: è ovvio che hanno qualcosa che non va.
Forse notate che Sferoso Famoso è risalito pancia a terra nelle zone alte della classifica. Forse funziona la strategia di continuare sistematicamente ad aggiungere singoli all’album (che ora è arrivato a 17 tracce).
Forse non ne potete più di questo test e volete arrivare al punto. Ebbene, il punto è che se togliamo da questa diecina i due gruppi inglesi con quella loro musica vetusta e pretenziosa, abbiamo solamente straordinari prodotti di straordinari giovani ITALIANI. Sì, anche Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici, in fondo ha da poco compiuto 27 anni, l’età in cui le rockstar morivano (lui non morirà). Tutti supergiovani tranne
Il numero uno. Ovvero, Flop di Salmo. Che è un animale in via di estinzione. Ha 37 anni, e piace ai quindicenni come ai quarantacinquenni. Qualche anno fa questo concetto era più che accettabile, diciamo che lo è stato dai Beatles ai Coldplay, ecco, proprio loro, torna comodo averli qui con noi oggi, seduti in mezzo a noi. Ma questo concetto non è più accettabile per il mercato discografico ai tempi dell’Algoritmo Onnipotente. Momento profezia: non credo che a fine decennio vedremo situazioni del genere, artisti intergenerazionali. Voglio dire: a qualcuno devi vendere orrende teenscarpe, a qualcun altro devi vendere orrendi boomerocchiali, no? O voi pensate davvero che Sferoso Famoso nel 2029 troverà ancora chi ascolterà le sue gnagnere autotunose che ripetono senza sosta come da ragazzino gli dicevano che non valeva niente e oggi proprio grazie a questa qualità è riccoso e celebritoso (vedi il nuovo singolo di cui sopra) (Uhlala, n.3 tra i sedicenti singoli).
Ogni tanto mi chiedo se rispetto agli altri big shot più o meno quarantenni del rap italiano (Fabri Fibra, Marracash, Gué Pequeno) Salmo non raccolga anche alcune delle aspettative che anni fa il pubblico adulto consegnava a MiticoVasco. Forse me lo ha fatto pensare il ritornello in cui parla di uno “stupido motel”, forse A Dio mi ha ricordato Portatemi Dio. È un’ipotesi, se non vi piace non mi offendo, non so nemmeno se piace a me. E se anche fosse vera, non saprei bene spiegare come si sia creata questa ipotetica connessione. Siccome ho conosciuto Salmo quando ancora metteva la maschera
(ho anche una foto dove la indosso per un attimo, me l’aveva prestata un secondo. Chissà dove ho salvato quella stupida foto. Ma in fondo, pensandoci, potrei postarne una sua e dire che sono io) (no, ok, l’ho trovata, eccola – vedete? Sono io)
posso solo pensare che dipenda da alcuni fattori casuali, e altri che non lo sono: c’è una iniziale matrice hard-rock in tutti e due, c’è una credibilità guadagnata con le unghie di concerto in concerto, maturando mentre la critica li ignorava, schiamazzando a favore di altri enfant-prodige. Ad accomunarli c’è anche, come nella migliore tradizione ITALIANA, lo sguardo non metropolitano (Zocca, Olbia). Però ritengo che ci siano grosse differenze di rabbia e di lucidità tra i due, a vantaggio di Salmo, ma anche di poesia, a vantaggio di MiticoVasco. Perché il rap game, mi spiace doverlo confessare, è più facile del rock game e della sintesi che richiedeva. Nel rock game non avevi sedicimila rime in cui dilungarti, dovevi dare alla tua generazione Siamo solo noi e Vita spericolata. Mentre il testo più popolare di Salmo, secondo Genius, è Perdonami. “È meglio se fuggi / Tu non c’hai la stoffa, bro, taglia e ricuci / In Italia nessuno lavora, ma rubano in casa e poi vanno da Gucci / E cazzo ti ostenti se vivi di stenti, sei un tipo stipato che sogna stipendi / Staccare gli assegni / Pirata ai Caraibi / Ho un flow da karate, ti levo i carati dai denti”.
Se siete digiuni di salmerie, fidatevi: Salmo è anche questo, ma è anche molto meglio di così. Certo, uno dei problemi – Salmo lo sa e i rapper del suo livello pure – è che pochi gli chiedono più di così. Se l’album di Salmo si chiama Flop, se i rapper nel 99,99999999% dei loro pezzi parlano di SUCCESSO, è perché vivono in una dimensione che non prevede nient’altro. Però, colpo di scena, è così anche per il pubblico. Non tutto il pubblico, ma certamente il grosso del pubblico – quello che in questo momento muove il sole e le altre stelle, perlomeno finché l’Algoritmo Onnipotente non deciderà altrimenti. E sicuramente il SUCCESSO è l’unico messaggio che preme ai brand, alle tre multinazionali della musica e al giornalismo musicale che foraggiano con due-tre crostini (e quando è festa, un tarallo). “Sono in trappola, fatemi uscire”, dice Salmo in ben due (2!) tracce di Flop. Lo so amico, ma non ti posso aiutare – e poi in fondo, sei in trappola ma al n.1. Si vede che ti sei meritato entrambi.
Resto della top 10. Come ha detto anche il prof. Barbero rischiando di essere impopolare, se volete stare sul podio della classifica dei presunti album è meglio essere maschio, ITALIANO e con un nomo brevo e facilo che finisco per O, como Salmo, Blanco, Chiello che è n.3, però non è cattivo come negli FSK. Per lui, farò parlare i titoli di testate che penetrano nel palpitante cuore della bella musica – io non ne sono in grado, quindi mi fido di loro. Okay, è vero, la prima non è una testata, è Spotify medesima – ma che differenza c’è, in fondo?
Mi spiace apprendere che indie e trap erano in crisi. Mi spiace perché le consideravo stramorte da tre anni, se sono in crisi vuol dire che sono vive – mai una gioia, proprio. Entrano al n.4 i Coldplay – non stupitevi, anche il decoroso Everyday life aveva ottenuto solo un n.3 nel 2019. Detto della risalita di Sferoso Famoso, dal n.10 al n.5, non si schiodano dalla prima decina Madame, Rkomi e i Pinguini, dei quali un giorno bisognerà avere il coraggio di parlare. Oggi per fortuna non ce l’ho. Tra i PTN e Sangiovanni si insinua, beato lui, Let It Be dei Beatles, al n.9.
Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten Lil Nas X e Deddy, Amico di Maria – come tutti noi. Poi, non mi ricordo cosa raccontavo in questa abituale parentesi. Forse cose tipo: sapete quanti album ha in classifica la Universal? A ‘sto giro, 44 su 100. Stanno perdendo terreno. Se continua così, cadranno alcune teste. Ma non temete, non faranno molto rumore. Ah, ora ricordo: qui segnalavo chi era uscito di classifica e dalle grazie degli ascoltatori ITALIANI, dopo tanto tempo – o dopo pochissimo tempo. Facciamo che riprendiamo dalla prossima, ora passiamo ai
Lungodegenti. Uno torna dopo tanto tempo, e ritrova il segnetto ÷ di Ed Sheeran che gavotta a metà classifica, sempre tra il n.50 e il 59 come succede ormai da quasi cinque anni: sono 242 settimane di permanenza, record assoluto di sempre, e se in passato ho snobisticamente schifato questo disco, oggi gli devo riconoscere un merito: spezza ogni teoria sul vintage e la retromania, perché oggi risulta ancora più insipido e insulso di quando è uscito. Alle sue spalle, con 193 settimane di permanenza c’è Peter Pan di Ultimo, poi con 183 c’è 20 di Capo Plaza, con 154 Playlist di Salmo, con 151 Punk di Gazzelle (ahahaha!) (scusate, tutte le volte che devo constatare che questo è un evergreen della musica contemporanea mi rendo conto di quant’è imbecille il mio lavoro – guai a voi se vi lamentate del vostro). E poi ci sono Re Mida di Lazza con 138 settimane, e Colpa delle favole di Ultimo e Fuori dall’Hype dei Pinguini usciti 133 settimane fa
(…ragazzi scusate ma sono ancora tutti qui dove li avevo lasciati, gli ITALIANI continuano ad ascoltare nevroticamente questi album da quasi tre anni, qualcuno dovrebbe fare qualcosa. Non so chi, forse Figliuolo)
e poi Emanuele di Geolier con 106 settimane e Persona di Marracash che è al n.13 pur avendo da poco festeggiato i due anni di permanenza, si è fatto sostanzialmente tutto il Covid in classifica. Ma a proposito di malattie,
Sedicenti singoli. Colpo di scena! La megadonna degli anni 10, Adele, va al n.1 con la sua immemorabile Easy on me scalzando Kumite di Salmo; debutta al n.3 Uhlala di Sferoso Famoso, un brano del quale alcuni critici supponenti e radical chic dicono che fa uno schifo sovrumano, ma io li depreco e deploro: per me non si possono liquidare queste canzoni con simili giudizi dalla propria torre d’avorio, bisogna scendere in strada con un coltellaccio e inseguirle lanciando proclami deliranti, non so come si inseguano le canzoni per strada ma io sono disposto a farlo, basta subire, patrioti alle armi, “Avanti!” egli gridò dalle retrovie, come dicono i
Pinfloi. The dark side of the moon è al n.65. Non vedo però The wall in classifica. Gente però sul serio, non posso lasciarvi soli un quadrimestre che subito… Va beh, c’è Nevermind al n.91.
Grazie di aver letto fin qui. Statemi bene.
Charlie Was

Charlie Was

Charlie Watts su un pianeta non suo.

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

Non è più un disco normale, è un’entità trascendente. Ha seppellito tutti i suoi simili: è l’highlander degli album rock. Ma che ci fa ancora qui?

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

Renato Zero è al n.1 della classifica dei presunti album col suo ventinovesimo disco. Si chiama Zero il folle. Sono sempre contento quando si mette nel titolo, rassicurando i fan: anche stavolta sarà al centro del suo stesso affresco.

E così, un’altra volta, eccoci riprovare a chiederci perché. Chissà perché.

Renato Zero è una questione culturale. Inscindibile da questo Paese. Renato Zero è LA risposta a ogni domanda sull’Italia. Prendendo una cellula a caso da ogni italiano (mi raccomando: ITALIANO) e mettendole insieme tutte e 60milioni, otterremmo Renato Zero. Se trovassimo una foto di Romolo e Remo da piccoli, scopriremmo che entrambi hanno la faccia di Renato Zero, e pure la lupa: a quattro zampe ma coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. E un giorno l’Italia finirà di vivere come nazione – facciamo, toh, nel 2087, perché non possiamo aspettarci che duri 300 anni, in fondo tante espressioni geografiche governate più seriamente sono durate molto meno (comunque tranquilli: Alitalia sopravviverà). E quel giorno qualcuno come in Watchmen getterà via con noncuranza un quaderno nero e polveroso con scritto UFFICIO AFFARI RISERVATI, sulle cui pagine ingiallite saranno a malapena leggibili certe scritte un po’ più calcate (“…ENRICO MATT…” “…PIAZZ.. FONT..N..” “GOL DI TURON…”). E sull’ultima pagina di quel quaderno ci sarà la foto di un uomo coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. Perché io credo che tutto ciò che fatichiamo a spiegarci ma vediamo ripetersi da anni in forme diverse, grossolane o sottili, alla fine ci riconduca a Renato Zero, il grande prete del pop italiano. Avete presente i preti, specie quelli anticonformisti, controcorénte. Quelli che si guadagnano una piccola santità stando vicino alle persone, che amano quel ruolo che gli permette di predicare e di vestirsi in modo sconclusionato.

Non sto giudicando, eh. Sono decenni che vedo preti e che vedo Renato Zero, e che cerco di farmi una ragione del loro ruolo nella Storia della nazione, e dopo una lunga fase di costernazione mi sono convinto che abbiano una funzione. Per la quale nessuno se n’è mai uscito con qualcosa di meno assurdo. Così da perfetto prete, Zero predica al POPOLO, lo conforta scuotendo la testa con lui (ah, questi politici, ah, questi social, ah, questi italiani che non fanno figli); stringe “le mani a chiunque senza chiedere nome e cognome” (Zero il folle), ne La culla vuota torna a stigmatizzare l’aborto con più sottigliezza di quando lo faceva, davvero controcorrente, negli anni 70 (Sogni nel buio: “Mi chiamerò Francesco o Maria Rosa? Che importa, quello che conta è che io sia come mamma mi vuole… Mi vuole… No. Lei mi ha ucciso!”) e nessuno che l’abbia mai messo sul libro nero come il povero Nek. Poi, come tutti i preti invita a stupire della grandezza dei santi, e il suo preferito è “io, quello che sbaglia e non si pente. Meglio per te se non mi sfidi più: sono così, troppo sincero e fiero. Rinascerò se il mondo è buono”. (Gli anni miei raccontano, 2016). In conferenza stampa si è proclamato “Portatore sano di coraggio” e nello spiegare il titolo dell’album ha specificato che “La Storia l’hanno fatta i folli: Gesù, Galileo, Mozart, Martin Luther King, John Lennon, Pasolini, Steve Jobs”.

Potrei cavillare. Nell’elenco mancano nomi di folli significativi per la Storia, a cominciare da Hitler. Per contro – per stare in quell’epoca – anche Churchill ha fatto la Storia e non credo che fosse folle. Ma ho veramente voglia di mettermi a discutere con Renato Zero? L’unica volta che ci ho provato, si è trasformato in Giorgio Panariello. Eppure, per quanto personalmente non ami la sua opera e fatichi a trovare tre suoi pezzi da mettere nella mia personale top 1.000.000 (fatica che non faccio con Cocciante o con Tozzi, per fare due nomi che erano ai blocchi di partenza con lui) gli riconosco di aver saputo parlare per quasi 50 anni al POPOLO come pochissimi altri. Voglio dire, Berlusconi ci è riuscito per poco più di 20 anni, Pippo Baudo e Pannella per 40. Lui, con la diabolica astuzia dei preti, lo fa dal 1973, anzi, mi correggo: lo fa duemila anni, e lo farà fino al 2087. E forse cambierà faccia ma sarà sempre lui, perché Renato Zero come La Cosa di John Carpenter sa diventare Ultimo, o Anastasio, o Kekko dei Modà che oggi sono al n.2 proprio dietro di lui. E se avete ascoltato gli ultimi album di MiticoVasco e MiticoLiga, pure loro di questi tempi sono Renato Zero. E Canale 5 è Renato Zero, e certamente la Rai è Renato Zero, e RTL è Renato Zero, e ogni tanto, in tutto questo pontificare il dubbio mi viene: forse pure io sono Renato Zero.

Resto della top 10. Dietro ai Modà con Testa o croce (bentornati! Oh, come mi spiace non parlare del loro album. Oh!) c’è Lazza con l’edizione autunnale di Re Mida. Dietro a questo podio tutto rinnovato continuano le nuove entrate, con Levante al n.4 e Mika al n.10. Rimangono in top ten Ultimo, al n.7 con Colpa delle favole, e il contingente di rapper dal n.5 al 9: gli ex primi in classifica Gemitaiz & Madman, poi Night Skinny, Machete e Rocco Hunt.

Sedicenti singoli. Anche qui c’è una novità al n.1, ed è Gigolò di Lazza e Sfera Ebbasta cui partecipa anche Capo Plaza, però solo in featuring, caso mai si credesse il Capo. Al n.2 sale Dance monkey, della strana australiana Tones and I, che scavalca la ex n.1, cioè l’attuale numero 3 Ancora una volta di Fred De Palma featuring Ana Mena, canzone regina dell’estate – che è FI-NI-TA. Quindi torniamo agli album.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top 10 dei presunti album Massimo Pericolo, Post Malone, Emozioni e Masters vol.2 di Lucio Battisti, Abbey Road dei Beatles. Escono del tutto di classifica i Korn dopo 3 settimane, i Verdena dopo due (una delle quali, passata in top 10) e soprattutto Madame X di Madonna dopo 16 settimane. Che dire: è andata così. Se volete sentirvi ancora più tristi, pensate che Elettra Lamborghini è in classifica da 17 settimane.
Invece, il club degli album da più di cento settimane in classifica continua ad annoverare Hellvisback di Salmo (192 settimane), The dark side of the moon (153), ÷ di Ed Sheeran (136 settimane), Evolve degli Imagine Dragons (120), Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (119), The wall (102). Altri album che fanno ingresso in classifica: Lazza, come Cesare Cremonini, ci ha fatto dono di una versione solo piano dei brani di Re Mida, entrata al n.19. Mentre entra al n.32 Il cammino dell’anima di Angelo Branduardi, al n. 43 il live dei Simple Minds e al n.88 quello degli Helloween. Infine, entrano al n.62 Nick Cave, e al n.90 i Darkness.

Miglior vita. Lucio Battisti ha retto piuttosto bene alla seconda settimana, quella in cui non sei più l’hashtag, mantenendo otto album in top 100; grazie a lui abbiamo in classifica undici dischi di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di regime forfettario. Tra loro, e ormai mi ci sto abituando con rassegnazione, continua a mancare Nevermind. È finita un’epoca. Per fortuna non finisce mai l’epoca dei

Pinfloi. Dopo il confronto televisivo da Bruno Vespa, The dark side of the moon riguadagna consensi e sale dal n.75 al 45, ma anche The wall secondo Il Giornale ha ASFALTATO il rivale alle urne e infatti tra i suoi elettori sale dal n.78 al 74, a dimostrazione che pur tra tante differenze rimangono due amabili piacioni ai quali non rinunceremmo per nulla al mondo.

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

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Seduto sotto un platano dell’aeroporto di Bruxelles, un bicchiere di cognac, 35 morti ai confini di Israele e Giordania.

Classifica Generation, Stagione II, episodio 2. Salmo responsoriale

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Uno dei rari casi in cui questa rubrica parla bene del n.1. Ma non temete, già dal n.2 partono le allucinate invettive.

aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno 2017

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Magister, iniziamo dalla cosa più attuale – il live di Vasco è stato un evento numericamente enorme anche a livello mondiale, e l’album è il disco più venduto a Natale. L’altra sera l’hanno pure replicato e in prima serata su RaiUno, non so se mi spiego, la rete di Don Matteo.

…Ah.

Insomma dai, il rock su RaiUno. Dimmi qualcosa.
Per me Vasco è il rock che piace a quelli che non conoscono il rock.

Prenderò a prestito la coraggiosa affermazione del relativamente compianto Biscardi: la tua è un’affermazione grave di cui ti assumi ogni responsabilità.
Tanto è un mito indistruttibile, anche parlandone malissimo i fan non ti insultano nemmeno più.

So per esperienza che non è vero. Ma poi, proprio tu parli? Vuoi finire in un’altra canzone?
È molto semplice: Vasco è una questione di fede. Io sono cartesiano e illuminista, c’è gente che invece ha bisogno di avere una fede e quando trova chi le dà speranze l’abbraccia incondizionatamente.

Capisco cosa vuoi dire ma nel contempo non posso non dirmi Vaschiano, se non altro per motivi di anagrafe. Però lo vivo in modo laico.
Meglio se riportiamo il tutto alla mia affermazione precedente: che versione dà Vasco del rock? Dico semplicemente che se ne hai ascoltato tanto, nel bene e nel male, non puoi fermarti a quel tipo di rappresentazione, con la trance chitarristica, i jeans, il dito medio, il gioco della rockstar e del suo popolo – io credo che il rock sia una musica che ci ha affascinato perché era mercurio, una cosa che cambiava e si trasformava, si evolveva. E faceva evolvere, anzi lo pretendeva dal pubblico.

Siccome sono tendenzialmente rettile, faccio notare che tu hai una buona intesa con Ligabue.
È vero, ma vedo una grande differenza tra i due. Capisco che Ligabue sia prigioniero del personaggio e degli accordi con cui ha costruito la sua fama, so che potrebbe e vorrebbe fare di più ma tutte le volte che ha tentato di scappare da quella gabbia lo hanno stoppato. So per certo che ha cultura e curiosità musicale che in Vasco magari c’erano all’inizio, ma mi paiono esaurite dopo il successo di massa.

Va bene, passiamo ad altro. Visto che è passato un anno e siamo meno coinvolti emotivamente – stabiliamo che il 2016 è l’anno che il rock è morto?
Beh, qualche morto c’è stato pure quest’anno.

Ok, però dai, Bowie, Prince, George Martin…
Ma quest’anno Chuck Berry, Tom Petty, Gregg Allman…

…Chris Cornell, Chester Bennington
Fats Domino, e pure Johnny Halliday!

Sì, però l’anno scorso era uno stillicidio, e per di più pareva programmato tipo quei film con Vincent Price in cui le morti avvenivano secondo un canovaccio, i Dieci Comandamenti o le tragedie di Shakespeare… da Bowie che fa a tempo a compiere gli anni e pubblicare il disco d’addio, fino a George Michael che muore il giorno di Natale.
Va bene, allora diciamo che il rock è morto da un pezzo. L’epopea è finita. Oggi c’è una Babilonia in cui hai di tutto, che da un lato forse è un guadagno, ma per altri versi toglie quell’illusione grandiosa di romanzo collettivo, di sogno avventuroso che era quello che chiamavamo rock.

Nel senso che sappiamo che escono ancora cose notevoli, ma…
Ma non sono riconducibili a niente. Non che io abbia mai avuto pretese di sistematicità, ho rinunciato da anni ad avere un’idea generale della musica, mi sono illuso fino agli anni 90 – Robert Fripp ha indicato nel 1997 la fine di un’era, ora non ricordo esattamente quali argomenti portasse ma vent’anni dopo, la fine di quel decennio mi sembra un buon spartiacque: è da allora che ho abbandonato l’idea che quello della musica fosse un mondo che per quanto vasto si poteva osservare nel suo insieme, e che rispondeva a certe dinamiche. Perché una cosa che tutti vagheggiavamo anche ingenuamente era l’idea di un affresco generale, di una foto memorabile di tutti coloro che contribuivano alla costruzione della cattedrale. Ora si sono aperte le frontiere e tutto è diventato così ampio e disperso e discontinuo che non lo puoi contemplare, non restituisce una sensazione di insieme. Quanti dischi escono ogni giorno? Non credo sia calcolabile.

È tipo la Biblioteca di Babele di Borges, sicuramente là fuori c’è il disco che può illuminarci la vita ma le probabilità che riusciamo a incontrarlo sono irrisorie. O forse parlo per me – qualcosa ti ha illuminato la vita di recente?
Onestamente ascolto meno musica di un tempo, e devo ammettere che il fatto di dover ascoltare cose vecchie per lavoro mi offre gaudio e consolazione. Ma non posso dire che la musica sia in un brutto momento, perché paradossalmente in questa fase è un universo che si espande come mai era capitato prima. Quando ero ragazzo c’era gente che alla musica era indifferente. Sapevano che esistevano i Beatles, e naturalmente i Domenico Modugno, le Rita Pavone. Ma il pubblico che ascoltava tanta musica, ore al giorno, era molto inferiore. Oggi una fetta molto più ampia della popolazione mondiale è attaccata a cuffiette, connessa a piattaforme, agganciata a playlist.

Il che spiega anche la sensazione che la musica mainstream sia diventata ancora più facile, commestibile. Vince la musica che insegue un gustone globale, i sapori che funzionano dalla Colombia alla Corea.
E questo ribadisce che i rimpianti, le nostalgie riguardano solo una minoranza, noi che quando moriranno gli ultimi dinosauri sappiamo che nessun altro prenderà il loro posto.

Fermo restando che non esisterà più quel ruolo. Non ci sarà un Walhalla da riempire.
Ci saranno fuochi fatui, ma la mitologia è finita.

Il bisogno di miti però forse persiste e porta all’acclamazione generalizzata di nomi imprevisti. Il mio esempio preferito sono i Foo Fighters.
Ah, sfondi una porta aperta.

Per me è come sentir incensare un giocatore che era un ottimo giocatore di B ma non adatto alla nazionale, un Massimino Palanca – che può diventare figura di culto, mi va bene – ma non un faro per le genti.
Sì, in certi casi ho la sensazione che basti resistere il più possibile, prima o poi qualcuno ti proclama eroe. Questa è un’epoca che ti massacra sul quotidiano ma chi riesce a ricavare credibilità dal passato è a posto. Jerry Lewis una volta disse “Non preoccupatevi mai del futuro, state attenti a crearvi un grande passato”.

A proposito di passato. Il rock sarà vecchio, ma il rap ha 40 anni.
Sì, certo. Intanto è una prova della sua forza. È interessante che passi ancora come musica nuova, emergente. Mio figlio mi ammorba col rap da quando aveva 12 anni, oggi fa discorsi da old school, sprezzanti nei confronti della trap e dei 12enni di oggi. Personalmente quella sua nudità musicale che può essere vista come un pregio me la rende personalmente respingente. Io alla musica chiedo altro, suggestioni e aperture che non mi pare interessino al suo pubblico.

Però quando il rock è partito le tre note erano sempre quelle. Poi, effettivamente si è espanso. Credo che il rap neonato e il rap 40enne si somiglino di più che non il rock di Elvis e Little Richard e quello di Prodigy o Nine Inch Nails.
Perché quello che conta è il testo, che affonda le radici in tante cose.

Per me va bene, ma io ho bisogno di suoni. Sono quelli che mi hanno portato alla musica. Storicamente, ha funzionato così per secoli, no?
Sì, ma la mutazione non riguarda la tua generazione, è subentrata nelle ultime. Prima c’era una corsa a superarsi, a rilanciare. I gruppi si ascoltavano tra loro e dicevano: voi avete il sitar, noi ci mettiamo il mellotron – allora noi ci mettiamo il moog!, ah, se è così noi ci mettiamo un sassofonista jazz. Per non parlare dell’elettronica.

Oggi l’elettronica è il mezzo per la standardizzazione, stesse ritmiche per le basi, stesso ricorso all’autotune – e lo si sente usare da anni! Mentre il sitar e il mellotron dopo un paio di anni erano diventati un imbarazzo.
L’evoluzione dei suoni simboleggiava un qualche cammino. Io compravo i dischi di personaggi misteriosi che lavoravano su macchine che occupavano stanze intere, e quando si vedevano in foto facevano un effetto fantasmagorico. I primi tecnici del suono avevano il camice, manovravano marchingegni inconcepibili, e ottenevano risultati incredibili. Poi è arrivata la musica elettrodomestica, sono arrivati Wendy Carlos o i Kraftwerk che per me erano la negazione dello spirito creativo.

Davvero? Oggi i Kraftwerk sono divinità.
Loro hanno capito per primi che l’elettronica delle visioni, quella dei Tangerine Dream, di Terry Riley, poteva essere addomesticata, diventare decorativa. E negli anni 80 l’elettronica è stata usata quasi sempre così. Oggi l’elettronica domina, tutto è più sofisticato, eppure al mio orecchio dà la sensazione di inversa proporzionalità tra capacità di ricercare e accesso agli strumenti. Più è facile arrivare alla soluzione, più tu ti impigrisci, riduci le esplorazioni, diminuendo anche la possibilità di imbatterti in territori nuovi.

Gli sbattimenti alla George Martin, quei produttori che si ingegnavano per la voglia di dare un suono diverso… Ora c’è la corsa al suono che funziona. Non è la stessa cosa.
Ora è tutto nella scatola, e magari non vai nemmeno a provare tutto quello che contiene. Credo che usino il tempo più per limare via le componenti rischiose che non per scoprire dove portavano. Mai come ora il successo è ragione d’essere di una cosa. Coso ha venduto? Ha ragione lui. Mentre una volta chi vendeva troppo era visto con sospetto. Onestamente era anche un nostro tic all’incontrario, chi diventava commerciale per la mia generazione aveva la peste, diventava infrequentabile, meglio fare un prodotto difficile per pochi eletti. Questo, lo riconosco, aveva conseguenze drammatiche. Certi artisti li ho rivalutati dopo, con calma, quando sono uscito da questa forma di purismo.

Tu collabori con una grande casa editrice, ti occupi dei loro libri a carattere musicale. Cosa hai notato del modo di scrivere di musica, come è cambiato?
Quasi tutti scrivono dei fatti loro e questa cosa mi sembra una scusa per mettersi davanti alla musica, però è anche vero che rispetto a quando ho iniziato io c’è più capacità di intrecciare il proprio sguardo con l’oggetto raccontato. Una volta ti paludavi da critico, non potevi iniziare una recensione dicendo “Sono qui al pub con le palle girate, e vi devo parlare di X”. Oggi è una formula anche abusata, specie dopo la scoperta di Lester Bangs, morto nell’83 senza che nessuno qui sapesse chi era…

Essendo passato e trapassato, ha acquistato valore pure lui.
Ma nelle sue pretese paraletterarie questo stile può essere più interessante di certe descrizioni pesantissime che erano la regola negli anni 70, recensioni oggi illeggibili che ricordano l’epoca in cui i giornali raccontavano la partita di calcio nei dettagli, cosa accadeva al 12mo minuto, chi sbagliava un gol al 23mo e chi si infortunava al 67mo. Era una cronaca per chi, mancando gli strumenti per assistere all’evento, chiedeva quel tipo di dettagli; ora quegli strumenti ci sono, è naturale che si preferisca il commento. Purché comprenda uno sguardo, restituisca un perché del disco o di chi lo ha inciso.

Io trovo interessante che nel giornalismo musicale si parli sempre così tanto di industria e di tecnologia. Non so quanto negli anni 70 si parlasse di chi produceva gli strumenti di fruizione – che cosa sta facendo Apple, come risponderà Spotify, quanti soldi vale Shazam, chi compra chi. Mi pare che al massimo ci fosse la nicchia dell’Alta Fedeltà, ma era un circolo ristretto, no?
Pensa che io vengo da quel mondo là, negli anni 70 mi pagavano 30mila lire per passare due ore in una saletta con impianti nuovissimi e mi chiedevano di paragonarli. Il mondo hi-fi a me pareva fantastico, finché proprio frequentandolo mi sono accorto della sua fallacia, era un perfezionismo di ascolto che non portava da nessuna parte. Oggi la maggior parte dei ragazzi ascolta musica senza alcuna esigenza di alta o media fedeltà.

L’alta fedeltà premiava i Pink Floyd, quindi la bassa fedeltà…
Premia una musica con minori pretese. Anche qui, nel bene e nel male. Forse il futuro della musica somiglia a quello dei vestiti. Come la moda, la musica viene frequentata con una tale velocità e frenesia che per l’originalità e la durata nel tempo non c’è più interesse. Ma anche qui, il problema è solo nostro, di noi che siamo nati prima. Secondo me un 18enne di oggi non si pone affatto le questioni di cui stiamo parlando, va per la sua strada, si accontenta della parte di musica mondiale che gli giunge, che in ogni caso è infinitesima. Noi volevamo ascoltare tutto, eravamo interessati in qualche modo anche a quello che non ci piaceva, sapevamo che esisteva. Un ragazzo oggi può scegliere il mainstream e ignorare il resto, oppure prendere una propria stradina che per accostamenti casuali lo porterà a innamorarsi di un sottogenere che comunque non pretenderà mai di conoscere a fondo, anche perché non è possibile. Oggi il mondo è plurale, le musiche sono tante, fa musica chiunque. E chiunque può scrivere di musica, con la libertà di inventarsi qualsiasi traiettoria, qualsiasi storia o mitologia, che sarà vera comunque.

Grazie mille, Magister. Anche a nome di chi potrà leggerti qui, visto che tu non hai nessuna intenzione di donare il tuo Verbo su un blog o sui social.
Non ne ho nessuna intenzione, sono il Dinamite Bla della critica: se vi avvicinate al mio eremo coi vostri bitcoin, sparo…

I Grammy di peso – (Il caffé del buongiorno sull’amaca)

I Grammy di peso – (Il caffé del buongiorno sull’amaca)

Alla fine c’è qualcosa di interessante in tutti gli stupidi e inutili premi del mondo.

Come Chuck Berry copiò Marty McFly

Come Chuck Berry copiò Marty McFly

Chuck Berry era vecchio. Ma non il giorno in cui è morto, a 90 anni. No, era vecchio quando ha inciso il suo primo successo. Aveva più di 27 anni.

Marginalità – Beatles, Prince e la popolarità nell’era di Spotify

Marginalità – Beatles, Prince e la popolarità nell’era di Spotify

Immagino che quanto segue sia interessante solo se fate anche voi uso intensivo di Spotify, come me e altri 100 milioni di utenti (nel mondo, non in Italia) (quanti siano in Italia l’ho chiesto a C.S., Senior Account delle Media Relations e Communication. Ha risposto “Numeri scorporati non ne diamo mai”).

Un po’ di cose che immagino sappiate comunque. Spotify è una di quelle cose che ogni tanto succedono, e il mondo si adegua. Gode di consenso e diffusione enormi, mai raggiunti da ciò che era venuto prima – compreso quanto donato da Steve Jobs agli hooligan della mela. danielekForse ci è riuscita perché è svedese. Tutto ciò che è svedese piace a tutti, chi non ama la svedese Svezia? Sta di fatto che in pochissimi anni Spotify è diventata fondamentale per l’industria discografica e le si concede tutto: è too big to fail. Ogni tanto qualche musicista fuoridalcoro rampogna (David Byrne, Neil Young, Thom Yorke) poi entra nel coro (David Byrne, Neil Young, Radiohead). Chi manca più? Taylor Swift, Peter Gabriel, King Crimson, Lucio Battisti, la Lemonade di Beyoncé. Ma ormai i grandi assenti elencati dagli articoli di 2-3 anni fa sono arrivati: Led Zeppelin, Pink Floyd, AC/DC, Beatles, Prince… Come anticipato, queste cose forse le sapevate già. Quindi, passiamo a un po’ di cose che forse troverete interessanti. Per me, lo sono. Per gli altri non so. In effetti noto che non ne parla nessun altro.

Cose che forse non avete notato. Ogni singolo artista o gruppo su Spotify viene presentato agli ascoltatori con 10 brani che sono definiti “popolari” (“Popular songs”), con gli ascolti totalizzati fin dal loro debutto sulla piattaforma in bell’evidenza. Non sempre l’elenco è in ordine di streaming ottenuti. Ogni tanto quella più ascoltata in assoluto è al secondo, quarto posto. Ma questa è un’inezia. Il fatto è che questa specie di “Best of” rappresenta un misto tra quello che il pubblico effettivamente ascolta in massa, e quello che Spotify vuole che ascolti. Perché nella top 10 – chiamiamola così, via – sono sistemate in modo strategico canzoni che magari al pubblico piacicchiano, ma non così tanto. Oppure, proprio poco. Lo so perché essendo un po’ maniacale, ho seguito due Spotify Stories dall’inizio.

(chiedi chi erano i Beatles)

Il Natale 2015 ha sancito l’arrivo dei Beatles sulla palla verde di Spotify. abbey road contrarioDa subito, Come together è risultata in testa alle canzoni più popolari. Non so quanto siate Beatlesiani – però ecco, a me è parso strano. Non Help, e Ticket to ride, o Lady Jane e Yesterday (…scusate, era per alleggerire la tensione spasmodica). È ben vero che è il pezzo che apre l’album che ci ha su la foto famosa, e che in quanto tale per le moltitudini è IL disco dei Beatles per eccellenza (anche se escludo che le moltitudini saprebbero nominarne quattro canzoni). In ogni caso, i media hanno tempestivamente sottolineato la circostanza. Allora le radio (e le tv) hanno puntualmente trasmesso Come together. E nei giorni successivi – being there – la gente finiva per ascoltarla. Perché mica tutti sono come voi che magari andate a cercare Revolution 9 (2,1 milioni di ascolti). O come me, che vado a cercare gli altri pezzi piuttosto noti, per scoprire se  per caso…

Ed ecco – wow! – la piccola scoperta. A sinistra potete vedere le canzoni “popolari” per Spotify. Tra loro si nota While my guitar gently weeps (George Harrison, 1968) (interessante che Harrison e non i Fab Two sia anche l’autore del brano dei Beatles più ascoltato, cioè la solare Here comes the sun) che ha un po’ meno ascolti delle altre. A destra vi ho invece elencato canzoni che potrebbero, numeri alla mano, essere nell’elenco se questo fosse l’elenco delle più ascoltate, ma NON ci sono.

beatles spotify febbraio 2017beatles non popolari

 

 

 

 

 

 

 

 

…Cos’hanno in comune le escluse? Cos’hanno di diverso da alcune di quelle che invece sono state inserite?

Io faccio un’ipotesina. Spotify e i detentori dei diritti (casa discografica e Beatles medesimi, Yoko inclusa) hanno piacere che in bella vista ci sia una mini playlist di pezzi più spendibili, più mediatici, diciamo – che non altri meno contemporanei, un po’ vetusti, a volte un po’ malinconiche… All the lonely songs – where do they all belong? beatles come together

Cosa dice Spotify. M.H dell’ufficio stampa mi ha spiegato (dopo una settimana di consulto interno su cosa dirmi) che “Per quanto riguarda la top 10 degli artisti, la popolarità è basata sugli streaming ma con un peso maggiore per quelli più recenti, per mettere in luce le più popolari al momento. Per questo a volte non corrispondono al numero di streaming totale”.

Ci avevo creduto. Poi, però, questa risposta è stata smentita dall’artista precedentemente noto come Tafkap – defunto nel 2016, risorto su Spotify due settimane fa.

(his name is Prince… The one and only)

Su Prince, non ci sono i dubbi possibili per i Beatles: c’è UNA canzone che è universalmente considerata LA canzone di Prince, ed è Purple rain. Cionondimeno, nell’elenco proposto il giorno del debutto mancavano tra le POPOLARI – a mio modesto parere – alcuni brani piuttosto noti. purplerain-x1800-1406305269Tipo Raspberry beret e Sign o the times. Sono andato a dare un’occhiata. Anche loro – numeri alla mano – già in quel momento sarebbero dovuti essere tra i più POPOLARI. Invece di Delirious, per segnalare il caso più ovvio. Raspberry beret dopo un giorno era già a 8 milioni di ascolti volontari su Spotify. Contro 600mila di Delirious.

Altro caso curioso: i numeri bassissimi di Little red corvette. Non perché non sia POPOLARE – ma perché Spotify mette nella top 10 la versione da 3 minuti invece che quella da 5 minuti che è bollata come “Explicit” (versione che è molto più popolare – ma malauguratamente è colpevole di affermare: “Girl, you got an ass like I never seen, ow! And the ride is so smooth you must be a limousine”) (…so che non sarete particolarmente choccati) (ma nel 1983 queste erano parole inammissibili per le radio americane).

prince spotify febbraio 2017

Successivamente ho fatto degli screenshot periodici dei sommovimenti della classifica, non ve li sottopongo perché immagino siano da maniaci (se però siete dei maniaci, scrivetemi in privato) (forse non è la frase più sagace che abbia mai scritto). Vi rendo partecipi solo di uno screenshot del 28 febbraio. La situazione è questa: Raspberry beret è entrata tra le POPOLARI, ma Delirious non se ne va. In compenso nonostante 10 milioni di stream accumulati è paradossalmente sparita Stare, data in esclusiva a Spotify nel 2015, e per un anno e mezzo suo unico pezzo disponibile chez la palla verde.

Mentre NON sono popolari, a tutt’oggi, nonostante il quorum superato,

Cream – 3,2 milioni
U got the look – 2,9 milioni
Pop life – 2 milioni
Darling Nikki – 2,9 milioni
Controversy – 2,1 milioni
Sign o the times – 2,9 milioni
Diamonds and pearls – 4 milioni
Breakfast can wait, dall’ultimo album – 2,1 milioni.

Nel caso di Prince, mi sembra di poter azzardare che fatta l’ovvia eccezione di Purple rain, i brani indicati come POPOLARI sono un po’ più funky e forse, come si è visto per iI problema di Little red corvette, meno sconvenienti dal punto di vista del testo (Darling Nikki è il caso più eclatante). Ad ogni buon conto, Delirious in pochi giorni ha tirato su 500mila ascolti che forse normalmente non avrebbe preso, e che certamente non hanno potuto riscuotere altri pezzi di notorietà eguale o superiore cui non è stata concessa questa sorta di raccomandazione (ho detto raccomandazione, non #complotto) (…però che bello dirlo).darling_nikki

E quindi? Brevemente: una percentuale molto alta di chi usa i servizi di streaming è un po’ passiva. E anche un po’ conformista. Oppure, semplicemente, si fida. Le classifiche, specie le top 50, sono estremamente apprezzate. Come per certe radio, c’è un pubblico molto ampio che esige i Grandi Successi. Che siano, possibilmente, contemporanei, moderni e allegrotti (“Che pezzo potremmo mettere dei Beatles? Sono tutte tristi” – affermazione rilasciata privatamente da un direttore della programmazione di grosso network radiofonico prima dell’avvento di Spotify). E ci sono pubblicitari, e consulenti musicali di serie tv, e DJ, e giudici di talent, e forse – tenetevi forte – persino giornalisti che magari, nonostante una cultura pop molte milioni di volte superiore alla mia e forse anche alla vostra, possono essere utilmente influenzabili. Perciò, come le radio, ecco che Spotify e – sospetto – le case discografiche indicano quali sono tali successi. E poi, in pura profezia autoavverante, i brani presentati come successi diventano successi. Sostanzialmente, Spotify ha preso il posto della radio nell’accontentare le case discografiche, che del resto in lei hanno investito, e non a caso non levano i propri artisti nemmeno quando, come l’anno scorso, i contratti di licenza scadono.

È un problema? No. È manipolazione? Un pochino. Ma in fondo, ne subiamo di peggiori, via.
Musica e manipolazione sono vecchi amici.