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Polemistan, cap. IX – Le migliori polemiche del gennaio 2018

Polemistan, cap. IX – Le migliori polemiche del gennaio 2018

So che state pensando che sta per iniziare Sanremo e come la Santa Pasqua monderà il mondo dai peccati regalandoci la speranza di un ritornello più giusto. Ma non è giusto affatto! Le polemiche di gennaio non meritano questa fine, dopo che per mattinate intere hanno visto fronteggiarsi i migliori di noi sui media sociali e asociali. Io le terrò in vita, le griderò nella notte, le scriverò nei commenti ai ristoranti su tripadvisor. A cominciare da Claudia Lagona e Rosalba Pippa.

1. Arisa vs Levante (including: cereali). Vorrei far raccontare questa cosa dall’articolo di Vanity Fair che presumo (spero) fosse d’accordo con le due dive gioppine. “Arisa, la cantante di origine genovese dai capelli corti e dal look duro e androgino, è ritornata alla ribalta di recente grazie a Vasame, pezzo incluso come colonna sonora del film Napoli Velata di Ferzan Ozpetek”
(…e chi non sogna una ribalta così?)
“e ha sfoggiato uno stile che per certi aspetti sembra già visto.Non si può non notare che in questa nuova versione di sé Arisa, 35 anni, ha preso ispirazione, anche se inconsciamente, proprio da Levante, 30 anni, l’ultima icona di bellezza italiana che ha spopolato sui social e in tv”.
(sì, spopolato) (no, non spappolato)
“Sì, perché se ci fate caso le due cantanti interpretano lo stesso canone estetico, un po’ Mina, un po’ Maria Callas e un tocco di Cleopatra. Puntano entrambe sul fascino intramontabile dei capelli lunghi e scuri che incorniciano il volto cadendo liberi sulla spalle, sul naso importante che vive in armonia con il resto del viso, sugli occhi grandi e magnetici da tenero cerbiatto e sulla bocca sexy e carnosa che viene voglia di mordere”.

Beh, nella vita ho letto scritti più aberranti, ma provenivano tutti da gente che subito dopo si è tolta la vita in modo cruento. Comunque dopo una fase a discreto intrattenimento in cui Arisa introduceva nel catfight l’idea dei “cereali sottomarca”, le due rivelavano una beffa – vera o concordata in corso d’opera – ai follower e ai media boccaloni. “Ci siete cascati tutti”.


Non ho cuore di dirvi come siano andati in classifica l’ultimo album della icona di bellezza italiana, né la raccolta della cantante di origine genovese. Diciamo che da questo punto di vista ci sono cascati in pochi.

2. Fedez vs Castellitto vs Corriere.it (include: altri cereali). E questa a me sembra più farlocca ancora, ma per dovere di cronaca tutto parte da un’intervista all’attore noto per la versatilità nel fare da trent’anni la stessa faccia – intervista alla quale Corriere.it dà un titolo tanto gratuito quanto irresistibile: “Fedez cantautore ? Ne deve mangiare di pasta e fagioli”. A quanto pare la domanda, in un’intervista riguardante una fiction di RaiUno su di Rocco Chinnici, era se Castellitto preferisse Fedez o De Gregori
(come si vede, che in quella redazione lo spirito di Montanelli e Biagi ispira la gioventù)
Al che Fedez ha replicato, non senza due etti di ragione: “Evidentemente questa nuova fiction su Rai Uno di Castellitto è così interessante che nel titolo mettono me”. Dopo di che, invece di toccarla piano, suona il campanaccio come suo solito: “Io sembro mitomane e autoreferenziale, ma se dicessero anche a me di scegliere tra De Gregori e Fedez, anche io sceglierei il maestro De Gregori, con il quale ho avuto l’onore e il piacere di condividere un palco. Ma che domande sono ? Comunque, vi do un consiglio da nativo digitale
(uh-oh)
“Se dovete promuovere una testata che non si fila nessuno, create dei contenuti interessanti, non fate dei titoli pretestuosi, perché tanto quell’intervista di 11 minuti me la sono guardata solo io, e mi sono pure rotto le p***e a metà”.
(LOL)
“Siccome poi ogni volta però mi devo sempre prendere la m***a gratuita da chi si deve fare la promo facile, fatemi dire un attimo una roba autoreferenziale, fatemela menare: un articolo che si sarebbero visti in due persone lo metto io sulle mie instagram stories con un milione e mezzo di visualizzazioni.. e avete vinto voi”.

Elegante come sempre – non a caso,è fashion icon – ma non so dargli torto. Comunque dai, hanno vinto loro, ha vinto lui, vinciamo anche voi e io che da tutto questo abbiamo imparato molte cose, anche se stiamo per dimenticarle in un battibaleno (incidentalmente, secondo la Treccani questa parola “composto di battere e baleno, ricorre solo nella locuz. avv. in un b.”) (in altre parole, il battibaleno non esiste, io pensavo fosse un fenomeno atmosferico) (non azzardavo sperare che fosse il maschio della battibalena). Passiamo allora ad altri nativi digitali.

3. Orietta Berti vs il partito di governo vs Roberto Vecchioni. La bonaria cantante, al Giorno da Pecora di RadioUno (sempre la Rai di mezzo, eh) dice che voterà Movimento Cinque Stelle e che Di Maio è bellissimo. Il deputato del PD Boccadutri espone un esposto all’Agcom per violazione della par condicio. Di Maio balza sulla palla al balzo: “Grazie a Dio in Italia c’è ancora libertà di voto, di espressione e di parola. Siamo davanti a un’intimidazione bella e buona nei confronti di un’artista da parte del partito che, pur essendo minoranza nel Paese, controlla la Rai e il governo. Orietta Berti è un’icona della musica italiana e dell’Emilia Romagna, è una donna che non deve dire grazie a nessuno
(ah)
e nessuno può pensare di discriminarla per le sue idee politiche, è suo diritto esprimersi e parlare liberamente”.

Chissà come ci è rimasto male Fabio Fazio che la ospita da due decenni. Ma la cosa buffa è che mentre Elio Vito (ve lo ricordate?) dice che la norma, per quanto illiberale (e vi ricordate questa parola?) va applicata, nel PD scatta la consueta corsa all’afflitta autocritica, e chi poteva esprimerla meglio di Roberto Vecchioni! “Orietta tutto il Pd unito attraverso la mia voce, e tu mi conosci e sai che sono sincero, ti chiede scusa. È una cosa importante, Orietta è una persona straordinaria, un personaggio notevole. La amo”.

Nessuno pubblica un esposto contro Vecchioni che parla a nome di tutto il Pd unito attraverso la sua voce. Ma chiude il tutto Orietta stessa: “Se il mio voto fa paura, siamo messi male”. Sì, un po’ lo siamo. Ma basta politica, alleggeriamo.

4. Luca Marinelli vs De André vs l’accento ligure. Nel film Principe libero, coprodotto dalla Rai (ancora!) e benedetto dalla sempre benedicente Dori Ghezzi, manca solo che De André tifi per la Màggica e componga Er barcarolo va sur fiume Sancrìcché. Però non stiamo a fare gli schizzinosi, decenni di cinema e serie tv ci hanno chiarito che nelle scuole di dizione italiane la prima lezione è dedicata ai mille modi di porgere l’imperativo “Daje!”. Se la voce di Marinelli non vi piace, guardatelo in inglese coi sottotitoli come facciamo noi snob.

5. Paura e delirio su twitter. Furenti focolai dovuti a: Silvia Toffanin che a Verissimo definisce Riki capo degli Amiki “Eroe della musica”. Nel video de L’isola, Emma Marrone sfoggia una pelliccia. Ecologica. Ma viene insultata per tutto il mese. Damiano dei Maneskin invece non viene insultato per la pelliccia ma per un tatuaggio in cui Gesù ha la sua faccia: “Il mio tatuaggio non intende offendere nessuno nè tantomeno mancare di rispetto a nessuno”, garantisce. Benji & Fede vanno ospiti a 90 Special di Nicola Savino e cantano 50 special dei Lunapop, stonando un po’. E come trascurare Tiziano Zarantonello di Rollinston che redarguisce Tiziano Ferro e i gay che non cantano da gay. Ma tutto questo impallidisce di fronte a

6. Morganetto vs Ermal Meta e Fabrizio Moro. Incredibile, vero? Ospite di Red Ronnie, l’artista monzese (sapete, pare impossibile che si possano accostare queste due parole senza che una salti alla gola dell’altra) afferma che “Cioè il Sanremo di Baglioni lo vince Fabrizio Moro, che poi sta con Ermal Merdal. Cioè Meta, come Metadone”. E cioè, il metamessaggio giunge subito a Meta, che twitta commovente, ma inutilmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Affascinante comunque come ogni maledetto mese Morgandeibluvertigo riesca a entrare in questa hall of fame delle polemiche.

E ogni mese, riesce a sembrare lui il più scemo. Sicuramente è solo un’impressione.

 

RTL 102,5 e le hit piene di potere

RTL 102,5 e le hit piene di potere

RTL 102,5 Powerhits Estate: lo zombie del Festivalbar.

Superclassifica 2016. Tutto quello che non leggerete

Superclassifica 2016. Tutto quello che non leggerete

Gli italiani dominano, ma fanno canzoni terribili. A Sanremo potrebbero anche non cantare. I morti piacciono solo sui social. Gli americani non sanno cantare. E questo lo dice LA GENTE

Moriremo Sanremesi

Moriremo Sanremesi

“Quanti articoli su Sanremo deve scrivere un giornalista musicale, prima di essere chiamato opinionista? E quante battute e arguzie e analisi sociolinguistiche deve fare, prima che qualcuno gli dica: Ciccio, può bastare? E quante rievocazioni commosse di un vissuto italiano con immagini in biancoenero e ricordi di quella volta che Cavallo Pazzo e Patsy Kensit e Benigni e Springsteen e la Gialappa dovrà fare prima di essere riconosciuto come italiano vero? E quante letture contemporanee e duepuntozero sull’Evento condiviso dovrà offrire, prima che qualcuno gli dica: non mi interessa? La risposta, amici, è che Sanremo e Sanremo. La risposta, nel VANTO, è che Sanremo è Sanremo”.

(dal pezzo su Sanremo di due anni fa) (o tre?) (o uno?) (o dieci?) (o l’anno prossimo?)

I giovani. I CAMPIONI. Il premio della critica. Il premio della sala stampa.
Gabriel Garko.
(“Io icona gay? Se mi desidera un uomo va bene, ma sono un sex symbol e faccio sognare”)
“Tutto su Madalina Ghenea, la nuova valletta del Festival di Sanremo 2016: gli ex fidanzati famosi e il video con Cristiano Ronaldo”.

Gli occhi puntati su Elton John.
Gli occhi puntati sui SUPER OSPITI.
Laura Pausini. Eros Ramazzotti. Renatone Nostro. Elisa. I Pooh, che festeggiano i 50 anni di carriera con la reunion storica con Riccardo Fogli.
Nel senso di: le eccellenze italiane.
Nicole Kidman.
Nel senso di: ogni anno l’Impero, lontano e meraviglioso, ci manda ambasciatori.

Una roba in cui i big sono Dear Jack (senza Alessio Bernabei), Alessio Bernabei (senza Dear Jack), Dolcenera, Annalisa, Irene Fornaciari, Zero Assoluto, Valerio Scanu.
E la comicità. L’impagabile comicità. Enrico Brignano, Nino Frassica. Ma anche Virginia Raffaele.
(“ma anche”)
E Cristina D’Avena. Il momento trashtag.

Le radio. Le televisioni. Gli inviati puntigliosi, professionali. Gli inviati disturbatori, IRRIVERENTI.

MILLETRECENTOTRENTACINQUE giornalisti accreditati.

1335.

E tra loro i colleghi polemici. I colleghi che si eccitano. I colleghi che “è lavoro”. I colleghi che “è parte della nostra cultura”. I colleghi che l’importante è li si veda, li si veda, li si veda. I colleghi che “Ma perché tu sei snob”. I colleghi che minimizzano, che dicono divertìmose, stacce, e dddaaàààaaajjjje, i colleghi che “e anche sticazzi, no?”
(ora, io ho storicamente problemi di reattività collerica, lo ammetto, ma voglio dirvi che internet ha questo di orribile: che qualcuno che ha superato la seconda media possa argomentare con “e anche sticazzi, no?” , e io non possa replicare facendogli zampillare la faccia come una fontana) (“…sticazzami questo, idiota”)

E io non ce la faccio nemmeno più, a cercare di parlarne dicendo che non dovremmo parlarne
(…bell’imbecille anch’io, converrete)

Però penso una cosa.
Da piccolo, ero convinto che il muro di Berlino ci sarebbe sempre stato.
E mi ero anche convinto che avesse un suo senso, una sua legittimità.
(“Stacce”)
E poi, a suo modo, ispirava dei capolavori. Era così simbolico. Rendeva manifesta, con la sua sovietica brutalità, tante cose che le élite cercavano di dissimulare con maggiore finezza.
Ma alla fine, toh: il muro è venuto giù.

E per questo, anche di fronte al ritorno furibondo del circo sanguinario di Sanremo, io un po’ ci faccio conto: sono convinto che Sanremo ci sarà sempre, per l’eternità. E a volte penso che abbia un suo senso, una sua legittimità.
Ma alla fine, toh.

Colpa dei vekkiminkia, o è tutto un sano COMPLOTTO?

Colpa dei vekkiminkia, o è tutto un sano COMPLOTTO?

Decidiamoci: o sono dei rimbambiti, lobotomizzati da Don Matteo, o sono dei diabolici geek capaci di televotare a raffica.

2014: LE ROBE BRUTTE. #robebrutte #brrr

2014: LE ROBE BRUTTE. #robebrutte #brrr

Cose che hanno reso spiacevole il 2014 – incrinando per quanto solo per un attimo la nostra consapevolezza che la ripresa è dietro l’angolo.

TheClassifica 51 – Dogo Silvestri & Gazzé

TheClassifica 51 – Dogo Silvestri & Gazzé

Ehi, zii. Scusate, vi ho trascurato. Oggi vorrei parlare solo dei Club Dogo. Solo dei Club Dogo. Nient’altro. Solo dei Club Dogo.

Ma magari dopo. Prima di tutto, Ensi. Sì, è storia di due settimane fa, avrei dovuto scriverne allora. Ma sono stato attainted in the troubles, come James Durrisdeer.

La sfiga di Ensi! Andare al n.1 col disco più venduto nella settimana in cui si parla di un disco che nessuno ha comprato. Ovviamente, Songs of Innocence degli U2. Nessuno lo ha comprato, ma come sapete è stato ascoltato e discusso (non saprei dire se più la prima o la seconda) molto – eufemismo – più di Rock steady di Ensi. Non so se da questa cosa sono irritato più io, o Ensi. Perchè a questo punto, vacilla tutta l’architrave su cui mi sono impuntato per questa rubrica, cioè il fatto di parlare della musica per la quale qualcuno continua ad aprire il portafogli e spendere i propri soldi. Nel caso di Songs of Innocence (sul quale non ho alcun parere. Perché non è ancora uscito), il disco più ascoltato non è il disco più comprato.

(“Sei sicuro?” “No, mai. Ma di cosa, in particolare?” “Che non sia il disco più comprato. Apple lo ha comprato, giusto?” “D’accordo, però – ” “Non hai scritto da qualche parte che i brand sono le nuove star?” “E con ciò? Forse l’ho scritto solo perché suonava bene. Ho diritto anch’io a scrivere sentenze altisonanti” “Era una provocazione, quindi?” “No, è una cosa evidente. I brand da tempo ci rappresentano più dei partiti” “E i partiti eseguono la nostra volontà” “Questo è troppo acrobatico persino per te, dai” “Quindi la nostra volontà era comprare il disco degli U2. E ciò è stato fatto” “Cosa vuoi da me, io non voglio parlare degli U2, voglio parlare dei Club Dogo” “Ah, ho visto. Bene. Continua a parlare dei Club Dogo. Su. Ti ascolto”)

Dunque, vi stavo parlando di Ensi.
(“AHA!”)
Ma dopo parlerò dei Club Dogo.
(“Sì, sì”)

Credo che Ensi sia la cosa più vicina a un rapper onesto. Fa ridere quanto basta (in tempi più giusti, Terrone sarebbe diventata un classico), non spande, non abusa dei cliché rappusi – però qua e là ce li piazza, tanto per far capire che, qualora. Musicalmente è molto old school, e questa cosa gli apporta rispetto. Se non che, emblematicamente, la settimana dopo escono i Club Dogo e vanno al n.1, e lui esce subito di top ten, andando al n.11.
Ve l’ho già detto quanto è importante la seconda settimana, vero? Però magari quella settimana lì non c’eravate.

I Club Dogo sono l’opposto di Ensi. In passato ho detto cose cruente su di loro, e le penso ancora, nonostante un interessante confronto con Gue Pequeno in un’intervista che è sparita dal mondo, anche se ce ne sono sparute tracce in giro.

Però devo riconoscere che stavolta mi fanno almeno tre gol. Sono come la Juve, i Club Dogo, nonostante il millantato milanismo: vincono con le cattive. Al che tu ti ritrovi lì sperando in un appiglio, tipo che hanno rubato o sono brutti e senz’anima. Al che loro ti fanno notare che te le hanno suonate, quindi muto, rosikone. Al che tu cerchi di non rosikare per non dargli questa soddisfazione. Al che, te ne vai a casa con la sensazione che non abbia vinto il Bene. Al che, non capisci perché. Al che, ripensi ai tre gol. Ovvero:

1) “Chiamami bomber, passami il Dompe”. Il grido di una generazione di zarri. Sapete, io ci abito, in un quartiere rappuso, e davanti a tanta autentica capacità di andare dritti al bersaglio non posso negare la mia ammirazione. Mica per niente quello grosso dei Club Dogo c’ha il papà pubblicitario. Perfetto, davvero perfetto qui ed ora;
2) “Siamo fraaa-giliii”. Il contropezzo, il secondo singolo col dilaniato romanticismo da strada che bilancia il primo singolo smargiasso. Un testo da manuale, proprio nel senso scolastico – se non fosse per un’altra intuizione: Arisa. Forse attualmente la sola cantante italiana con una informe contemporaneità pop. Non so come mai ce l’abbia, ne sono sconcertato quanto voi – perché voglio dire, appena smette di cantare è esattamente tutto quello che non dovrebbe. Però ce l’ha. Persino al netto delle più terribili forche caudine, dal pezzo sanremese terribile alle beghe con Seifalsa Simona – eppure, però, ciononostante quel ritornello Arisa lo canta persino meglio di come va cantato, illumina la canzone, riesce a farla spiccare tra mille stucchevoli riscritture one-two, one-two di Romeo e Giulietta di Baz Luhrmann. Anche qui: stabilito qual è il prodotto e la mission della società, di meglio non si può fare;
3) Non mi ricordo. Forse il terzo è il rigore che non c’era, ma che loro poi dicono “Avremmo vinto lo stesso”;
3) No, invece ora ricordo: il video di Weekend. Ovvero “Guardateci, siamo dentro l’America – vedete, ci sono i CARTELLI. E guardate, siamo anche noi nella piscina con le tipe in bikini. Ce l’abbiamo fatta, siamo dentro al rap!!!!!”

Tutto questo mi fa dire, proprio in questi giorni cupi per TheClassifica, che non lo sa più se ha un senso e un futuro
(okay: se ha un futuro)
che posso persino rispolverare un mio vecchio riempipista, quello dei numeri uno che sono come Berlusconi. E i Club Dogo sono realmente, sinceramente Berlusconi. Hanno spruzzato il loro Dompe sugli snob e i duriepuri, hanno simulato origini umili proprio come lui, il figlio del direttore generale della Banca Rasini, si sono rivolti alla tamarreide offrendole un sogno di rivincita, di riscatto zarrogante dai propri sensi di inferiorità, facendo balenare un mondo che ha una sola legge, quella del califfo Califano: “Nella palude se sarva solo er coccodrillo”.

Se non che, i Club Dogo da ieri sono al numero 2.
Ve l’ho già detto quanto è importante la seconda settimana, vero? Sì, venti righe fa. Però magari venti righe fa non c’eravate. Quindi il n.2 dei Club Dogo alla seconda settimana è in ogni caso rilevante, sapendo che al n.1 oggi c’è un’uscita su cui si poteva scommettere, ovvero Fabi Silvestri e Gazzé.

(“Sono come Berlusconi anche loro?” “…Io e te dobbiamo parlare” “Guarda, io e te stiamo parlando” “Intendo dire in privato. Non esiste che vieni qui a infastidirmi. Non ho mai sentito di uno che va a spaccare i maroni a se stesso. Ma perché mi leggi? Cioè, d’accordo, sei me, quindi sei costretto – però non hai cose più importanti da fare?” “Lo faccio per dare la connotazione autoironica, che è il segnale di contemporaneità. Non sei mica andato a dire queste cose, alla Festa della Rete?” “Sì, ma non è una buona ragione per questa gag del dissidio interiore alla Gollum” “Pure, funziona. Sei il critico con l’autocritica incorporata. Chi ti ammazza?” “Tu. Perché devi sempre essere critico?” “Senti, non ne posso più, parlami di Niccolò Fabi. A proposito, non l’ho mai capito, è con una C o due?”)

Niccolò Fabi è il cavallo da tiro del terzetto, in un modo che forse dall’esterno sarebbe difficile sospettare, ché uno penserebbe che gli altri due, con le loro impennate tra dance, paranze, pantomime con gli occhi da Marilyn Manson, non siano inclini a farsi mettere il guinzaglio da quello con l’aria più timidina. Ma non sottovalutate mai un cantautore – e Fabi è il più cantautore dei tre, determinato nel trainare a testa bassa il supergruppo dell’Urbe dove vuole lui. Qualcosa di Crosby, Stills & Nash ce l’hanno, specie nelle armonie vocali e nel piglio un po’ didascalico di certi pezzi con vista sul pianeta. Ma ditemi se non vi sembra che vocalmente Gazzé e Silvestri vadano a sciogliersi nella voce di Fabi (cosa che secondo me dipende dal fatto che, mettiamola così, io non so se avete mai provato a ingaggiare una discussione con Fabi) (però, come dire) (avreste più possibilità di spuntarla con mia madre). Occhio, non lo dico in senso strettamente negativo: ci sono alcuni pezzi del disco che mi piacciono davvero, e mi piacciono soprattutto perché le armonie vocali, nella canzone italiana, erano andate quasi perse, mentre qui svolazzano vaporose come le Frecce Tricolori. In ogni caso, io non sono contrario alla terna, anche perché se ci pensate non è una joint-venture che moltiplica il pubblico: sbaglierò, ma il fan di Silvestri è già anche fan di Fabi e di Gazzé, e viceversa: il matrimonio d’affari alla Jovanotti-Carboni, all’epoca seguiti da fan tra loro lontanissimi, fu ben altra cosa.

(“Lunghino, oggi, eh?” “Eh! Mi spiace”)

E tuttavia, proprio per le ragioni che ho detto pocanzi, si sente che manca il Neil Young della situazione, il musone scontroso che mette a disagissimo gli altri tre, spingendoli però a dare il meglio anche solo per non essere guardati dall’alto in basso. Io ci avrei visto bene Frankie Hi-Nrg, loro avevano pensato a Samuele Bersani. Che è un altro che se gliene dai occasione può essere pesantissimo, LOL – ma gente, i cantautori sono così, cosa pensavate? Sono dei macigni, cospetto. Voglio dire, Paolo Conte, De Gregori, Ruggeri, Ciampi – più un cantautore è pesante, meglio è: perché è QUESTO che lo istiga a tentare di far volar leggere le parole.

(“Posso interromperti?” “Sì, dopo la frase precedente fa anticlimax” “Se ho capito bene, stai facendo tre classifiche in una?” “Sì. Due settimane fa, al n.1 c’era Ensi. La settimana scorsa, i Club Dogo. Questa settimana, Fabi Silvestri Gazzè” “Capito. E finora hai parlato solo di quelli al n.1. Come pensi di fare per le altre 99 posizioni moltiplicate per tre, cioè 297 dischi?” “Quello lì è il casino vero” “Anche perché poi, il passaggio da Ensi a Club Dogo ai Tre Amigos ti obbliga a cercare di contestualizzare il tutto in un quadro generale, no?” “No, quello no” “Come, no???” “Ma fammi il piacere”)

Robe di top ten. Sono transitati nella diecina nobile un po’ di nomi che vale la pena di citare. Due settimane fa, Maroon 5, addirittura secondi all’esordio, poi lestamente slittati a valle; Il Cile, entrato al n.10 e inabissatosi al n.29 sette giorni dopo (oggi è n.45), nonché Lowlow & Mostro, entrati al n.9, e nel giro di quindici giorni, ritrovatisi 98esimi. La settimana scorsa invece al n.2 è entrato Gianluca Grignani, subito uscito dall’incantesimo: sette giorni dopo, è n.13.
(…eh, mi sa che so cosa state pensando) (oppure viceversa, siete voi che sapete cosa sto pensando) (guardiamoci significativamente per qualche secondo ancora) (bene, può bastare)

Credo valga la pena citare le performance di nomi tenuti abbastanza d’occhio negli ambienti che contano. Robert Plant, ingresso al n.10. Interpol, al n.25. Non vorrei sbagliare, ma mi pare fossero entrati in top ten in America. Come Ryan Adams, del resto (da noi, n.45). Ma questo era la settimana scorsa: le newentries di ieri sono Slash al n.3 (un disco che avrebbe dovuto chiamarsi: More of Quellarobalà), Ariana Grande al n.4 (mamma mia, quanto lo trovo spiacevole, il suo disco) (non trovo altri termini: spiacevole) (però a qualcuno piace, quindi shhh, silenzio) e al n.5 il notevole Joe Patti di Battiato e Pinaxa, pieno di solenne marchingegnosità, infine i Marlene Kuntz che mancano la top ten (Pansonica, n.11). Ed ora corriamo, sbilenchi ed ebbri di tanto TheClassificare, verso le rubrichine finali.

Born tu dai. Ultraviolence di Lana Del Rey è al n.65. Mentre Born to die, non so come dirvelo. Non è più in classifica. Non guardatemi così, non lo so come sia potuto succedere. Dopo centoventi settimane e passa a fluttuare al numero quarantaqualcosa, di colpo il tipo che ogni lunedì comprava otto copie dell’album dev’essere incappato in una carambola fatale. Non mi sento di sbilanciarmi su questa vicenda. Cercate di capirmi.

Miglior vita. Nonostante un album del Banco (Un’idea che non puoi fermare) che entra al n.17 ma soprattutto con il vaiacapirennale di Hendrix e del concerto al Rainbow Bridge (n.45), non aspettatevi una cornucopia di spettri canterini: la quota rimane attorno al 10%. Ma essendo i morti 11 e la classifica fatta di 100 posizioni, voi m’insegnate e io v’imparo che per la precisione la quota è l’11%.

Pinfloi. Trionfo! Le zozzerie gilmouriane vanno giù per lo scivolo, e solo i tre big rimangono in classifica a ricordarci dolcemente che la vita è sopruso e incomunicabilità: n.43 The dark side of the moon, n.52 The wall, n.70 Wish you were here.

(“Okay. Finito, finalmente? O c’è altro?” “Mah, giusto una cosa”)

Altro. Io non appartengo più, il disco dell’anno scorso di Roberto Vecchioni, rientra in classifica al n.67.
E magari voi questa cosa la prendete pure bene – però io adesso dopo aver pubblicato questo pezzo vado a letto. E lo faccio pensando a Vecchioni che rientra in classifica e vai a capire cosa c’è dietro. Sinceramente – voi riuscireste a prendere sonno?

TheClassifica 34 – La vita è belga

TheClassifica 34 – La vita è belga

Nel 2001 Fabiofazio prese 28 miliardi di lire da Tronchetti Provera per non fare niente. Decise che non lo voleva sulla sua La7, e gli cancellò il programma a 3 giorni dal debutto, pagando una penale fantastica. E’ anche vero che l’Inter, all’interno della quale 

TheClassifica 33 – Saving Mr. Floyd

TheClassifica 33 – Saving Mr. Floyd

Sanremo (sì, ancora). E i Pink Floyd. E il film Saving Mr. Banks – Walt Disney, Mary Poppins eccetera. Comincio dai Pink Floyd. Così poi, chiudo coi Pink Floyd. Dunque. A Milano ci sarà una mostra su di loro, i Pink Floyd. Durerà un mese. 

TheClassifica 32 – Bellissimo

TheClassifica 32 – Bellissimo

Che strano, strano guazzabuglio è stato. Dico il Festival di Sanremo, ovviamente.

(finito l’effetto fan base per i Two Fingerz, eccoli cedere di botto: dal n.1 al n.7; si riprende pertanto il n.1 MiticoLiga. Il che mi fa pensare che questa settimana sia in tutto l’anno quella in cui i dischi vendano meno in assoluto, tipo che vai al n.1 con mille copie. Non ce lo diranno mai)

Però è quello che doveva essere, no? 

(al n.2 High hopes di Bruce Springsteen – detto il Boss)

Quando la sinistra ha il potere vero, diventa più centrista del centro. E mica solo da noi.

(al n.3, The Pausa, seguita da Mika, da Elisa, da Giorgia)

E quando la sinistra può fare magheggi, capperi se li fa (è il suo bello. Quando è lanciata a stampede, li chiama “Rivoluzione”) ma li fa per il bene di tutti, beninteso. Per educarci. Così, hanno deciso di sabotare Renga. Il che è di una tristezza fiammeggiante: perché se eri furbo, Renga non lo invitavi proprio, invece di chiamarlo e poi farlo segare dai tuoi amici di Intrattenimento Democratico. Perché delle due l’una: o vota la Giuria di Qualità. O vota la GGENTE. Non, non, non questo triplo turno per cui c’è tipo un Consiglio di Sicurezza dell’ONU, grazie al quale i mille giornalisti in gita delle medie oppure i tuoi amici in giuria di qualità – di qualità – i Virzì e i Silvio Orlando, possono salvare il popolo da se stesso e dal suo gusto ineducato, scatenando i caschi blu o al limite tirando l’atomica su Renga.

(e dopo il n.7 dei succitati Two Fingerz, chiudono la top 10 Emma, Marco Mengoni, i Modà)

Io, io ho questo limite, questa ciste che malsopporto quelli che ci pensano loro, a educare gli italiani alla qualità. Non è tantopeggismo, no. No, no. No. E’ che se c’è una cosa di cui sono certo, è che la musica che mi piace non è migliore di quella che piace a voi. (…momento di ghignosità assortite tipo “Ah ne eravamo certi anche noi” – and so on) (sbrigatevi, però) (finito?) (grazie) Io potrei parlare di musica con voi per mesi, anni. Ma ricordandovi sempre (ossessivamente) una cosa: quando parliamo di musica, non stiamo mai parlando di quale sia la musica migliore. Stiamo parlando di noi stessi. Potrei dirvi che la musica è volontà e, soprattutto, rappresentazione. Di ciò che siamo e vorremmo essere. Potrei dirvelo, e un giorno ve lo dirò – ma NON OGGI, cospetto!, ora faccio un’altra giravolta attorno a Sanremo.

(escono dalla top 10 One Direction e Brunori SAS, dal n.5 al n.20. Significativa quanto inspiegabile risalita di Max Pezzali dal n.23 al n.11, come dei Daft Punk dal n.20 al n.12, come di Sandrina Amoroso dal n.25 al n.13, come di Jovanotti dal n.24 al n.15. Insomma, c’è tutto un piccolo blocco di dischi usciti da un po’ che si è spostato in comitiva di una decina di posizioni. E io continuo a cercare un senso in questa graduatoria che più che fare acqua, è un waterboarding in piena regola)

Insomma, è quasi da non crederci. Le Kessler, la Cardinale, Franca Valeri, la Carrà, Arbore, Paoli. Omaggi a tambur battente. E’ vero, in questi anni ci siamo abituati agli omaggi, ai doverosi omaggi con compunta standing ovation. E ci indigniamo se l’omaggio non viene tributato, se qualcuno viene dimenticato – vergonia! – e intanto che sottraiamo il passato alla critica (beato lui), il presente cade a vite, e non per colpa sua. Ma perché dove vuoi andare. Davvero, dove vuoi andare, se nessuno ti degna di uno sguardo.

(al n.16, nuova entrata, Piano Concerto K503 e K466 diretti da Claudio Abbado. Altre nuove entrate: Stromae, e prima di Sanremo ovviamente, al n.48. Ma più in alto di lui rientra, causa tour, Delta Machine dei Depeche Mode, dal nulla al n.35)

Un po’ mi aspettavo che Fazio facesse qualcosa di sbagliato. Ma devo confessare che me lo aspettavo l’anno scorso, non quest’anno. Scrissi un pezzo in cui peroravo la causa della kermessona nazionalpopolare. Senza esagerare, perché non è che io vada in salsapariglia se vedo Pupo ed Emanuele Filiberto, oppure la salma di Anna Oxa. Però dai, è una cosa facile da fare: ti diamo da mettere in piedi un 

Festival

Della Canzone

Italiana

e quindi tu, suvvia, sii carino: fai letteralmente quello che dice il titolo. E siccome è lo show più costoso del Paese e va su RaiUno, non devi esser nazionalpopolare sui dannati COMICI, e propinarmi una Littizzetto e un Crozza che rovesciano colate di buonsenso per venti minuti a testa. No, devi esserlo sui cantanti, a costo di darmi il caro vecchio trash e gli amici di Maria (e mi costa, scriverlo), insieme a due-tre nomi alternativi, ma forti, non ignorabili. Mica Sinigallia, sant’Iddio! Dai, su. L’anno scorso hai vinto con Mengoni, Elio, Modà, Chiara reduce da X Factor e pure Gazzé, toh. Ma hai saputo riacciuffare Toto Cutugno per la coda. Avresti dovuto fare tesoro dell’esperienza. Invece hai messo assieme un cast di numeri 5, e alla fine ti sei ritrovato un battage tra Arisa, Gualazzi e Renzo Rubino. Mi prendi in giro? Ma chi di loro farebbe più di mille persone a serata? E quel che è peggio, è che ti sei chiaramente aggrappato agli ospiti, concedendo le mezzore a MiticoLiga e Laetitia Casta (!), (!) (!) rendendo ancora più evidente che eri il primo a considerare degli sfigati i tuoi CAMPIONI.

E quindi, ti ritrovi con Rocco Hunt sottosegretario alle Politiche Giovanili (per quanto, Dargen D’Amico) (dico, Dargen D’Amico, che sta morendo pompiere e con la sirena spiegata) (male) dicevo, Dargen D’Amico dice che Rocco Hunt è LA risposta.

E ti ritrovi con Arisa premier, Gualazzi e Rubino ministri.

E tutto questo vuoi farla passare come una figata.

Oh, comunque, senti. Sai cosa ti dico?

(The Dark Side of the Moon scende dal n.34 al n.44, ma Wish You Were Here sale dal n.60 al n.52. Invece The Wall più o meno rimane lì: sale dal n.62 al n.60)

…Purché tu sia felice.