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Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

PREMESSA PER CHI NON È ABITUATO. Vorrei potervi dire che le charts annuali che sto per sottoporvi hanno un significato reale. Ma non è così. Come possiamo comparare la performance di un album uscito a gennaio e quella di uno che è uscito a novembre? Anzi, a controllare le date di uscita dei più venduti tra gli album, viene da dire che a dominare il 2020 è stato il 2019. Del resto, per fare l’esempio più ovvio, l’album di Marracash (disponibile dal novembre 2019) ha avuto tutto il 2020 per colonizzarci, laddove evidentemente Sferoso Famoso, uscito nel novembre 2020, non ha vinto quest’anno ma ce lo ritroveremo tutto trionfoso nell’Analisona del 2021 (intanto, colgo l’occasione per rendere omaggio alla madrina di questo appuntamento: Annalisona) (…non che il suo 2020 sia stato da incorniciare, purtroppo).
Ma dicevamo: ha senso pontificare su classifiche come quelle della FIMI, le principali e più rappresentative in circolazione in Italia, anche se mescolano dati di natura opposta, dai cd – e nemmeno tutti (per esempio non quelli delle edicole) agli ascolti ossessivi e condizionati dalle playlist – e nemmeno tutte (per esempio, non conteggiano YouTube)?
RISPOSTA. No!
RISPOSTA ARTICOLATA. No, non ha senso, però magari se ne possono trarre due indicazioni. Forse persino tre. Se in qualcosa di quello che state per leggere riuscirete a trovare qualche spumeggiante aspetto musicalsociologicoestetico utile a chiarirvi il lato lagnososchiamazzante questo impareggiabile Paese, forse non tutto questo sarà andato sprecato.
Ma se vi ritroverete a concludere che è solo una sarabanda di nomi e penose manfrine necessarie a tener su una qualche illusione di panorama musicale, io non ho niente da obiettare. Alla fine è solo un’occasione per fare un po’ di conversazione, oppure di prendere atto che siamo passati dall’inizio del decennio alla sua fine.
Comunque, per gentilezza, per avere la migliore approssimazione possibile del SUCCESSO, cercherò di mettervi a disposizione classifiche di varia natura, e non solo quelle della FIMI (che saluto) (ciao, FIMI!) (viva la FIMI) e non solo quelle italiane, e non solo quelle delle “vendite”. Ehi, non lo fa nessun altro! Cioè, sì, ok, lo fanno separatamente, ma così non si capisce niente. Io invece, mmmh, vi manderò di nuovo a scuola, io vi darò ogni centimetro delle charts, oh!, vi darò whole lotta classifiche. A cominciare da quella dei concerti più visti nel 2020.
Ehi, complimenti ai Dream Theater – e pure a Gazzelle, davanti a Renatone… Come? Cosa? Sento qualcuno che da là in fondo mi dice che le classifiche vanno contestualizzate, che da sole non significano niente eccetera. Oh, ma devo dirvelo io? Dove siamo, in una telecronaca Rai, che avete bisogno di qualcuno che vi aiuti a capire cosa vedete? Va beh, facciamo un’altra premessa.
PREMESSA SUL FATTO CHE IL 2020, DI QUA E DI LÀ. Può darsi – lo dicono tutti – che sia stato un anno particolare. Sapete, stop ai concerti, niente Olimpiadi, niente Fuorisalone, niente Sangue di San Gennaro. In compenso ci sono stati i talent e ovviamente Sanremo (niente può fermare Sanremo). Tuttavia, l’unica cosa che distingue realmente questa Analisona da quella del 2019 è che manca la classifica dei concerti più visti. Per il resto, quello che avevamo visto succedere nel 2018 e 2019, si è confermato nell’anno testé concluso. Il Riassunto per chi non ha tempo non è troppo diverso da quello di dodici mesi fa.
RIASSUNTO PER CHI NON HA TEMPO
1) solo gli ITALIANI fanno musica che piace agli ITALIANI – gli stranieri producono cose che non ci sfiorano- a meno che non vengano trasmesse su Netflix. Quest’anno, soprattutto grazie ai singoli, sono andati un pochino (ma pochino) meglio dell’anno scorso – ma per questo dato, il sospetto è che Covid ci covi;
2) le donne, se proprio vogliono aprir bocca, devono ritornellare graziosamente attorno all’Uomo Forte, idea fissa della nazione dagli antichi Romani in poi (and counting). L’anno scorso la classifica era espressione della straripante virilità ITALIANA – ma quest’anno abbiamo fatto persino di meglio e le abbiamo quasi rimandate in cucina, ovviamente a fare le pizze fatte in casa;
3) non formate una band, MAI, a meno che non riusciate a ottenere lo slot della Simpatia Sanremese (da Lo Stato Sociale ai Pinguini Tattici Nucleari). In caso contrario, non si vende niente e oltretutto ci si ammala;
4) casomai, come fanno tutti, fate un FAD, Featuring A Distanza – la DAD, Didattica A Distanza, ne è una derivazione, basandosi sulla stessa idea di mandarsi dei temini a distanza;
5) partecipare a un talent non basta: dovete farne almeno DUE oppure andare a Sanremo (che poi è il talent più vecchio) e poi, come con Elodie e Gaia, dopo più tentativi il pubblico sfinito prenderà atto che non mollate: si arrenderà e vi tributerà il successo che meritate;
6) su Spotify va forte il rap italiano, su YouTube vanno fortissimo Sanremo e le sue lagne di qualità, ma soprattutto YouTube consacra le hit estive ITALIANE brutte e banali (non aggiungo “cretine e dozzinali” perché ho un grande rispetto per i nostri PRODUCERS, che col loro tocco da Re Mida riescono a produrre paccottiglia cafonazza e tirarsela. Qualche mio collega li gratifica scrivendo che sanno il fatto loro. A me verrebbe semplicemente da chiedergli l’iban e organizzare una colletta, ponendo fine alla loro miseria infinita. Ma è una mia debolezza buonista;
7) in Italia quelle che potremmo chiamare Star Globali riscuotono una quantità assai esigua di trippa per gatti. Del resto non appaiono al GF Vip né all’Isola dei Famosi, quanto possono realmente valere? E tuttavia, tra i campioni del 2020 che sto per nominare, nessuno riesce completamente a imporsi come asso pigliatutto in nessuna parte del mondo, in genere c’è qualche campione locale che impone la legge del quartiere. Stefani Joanne Angelina Germanotta (Lady Gaga), Abel Makkonen Tesfaye (The Weeknd), i 방탄소년단?, 防彈少年團 (Bangtan Sonyeondan, per gli amici, BTS) e Dua Lipa (…l’unica col vero nome. E nella mia umile opinione è più bello dei nomi d’arte degli altri tre) si sono fatti rispettare in classifica con album di alto livello nei rispettivi generi, e Bad Bunny è l’uomo più streamato dal genere umano secondo Spotifone. Ma credo siano coinvolti nella Grande Perdita di Importanza della Musica (in cui rientra quella dell’album, ovviamente). Forse tra qualche mese l’IFPI, federazione della discografia mondiale (tipo la federazione dei pianeti di Star Trek) dichiarerà Taylor Swift artista dell’anno anche per il 2020. Ma non sta lasciando granché il segno, vero? Se vi è simpatica, spero che questa Umile Opinione non vi offenda. Anzi, faccio ammenda pubblicando un comunicato stampa che, come tutti i comunicati stampa su chiunque, ne comunica il SUCCESSO. Ma che Swift sia da anni la superstar della musica sul pianeta, e ciononostante il 99% del pianeta non saprebbe cantare una sua strofa nemmeno sotto minaccia di una trasmissione di Mario Giordano, è un argomento a favore della Rétromania.
8) questo riassunto è lungo, lo so. E non so nemmeno se riassume. Ma a proposito:
9) confrontando le canzoni che arrivano in top 10 di Spotify e Apple Music, le azzeccatissime hit italiane hanno una durata sensibilmente minore di quelle straniere, siamo vicini al minuto; quasi tutte le irresistibili creazioni dei nostri producers durano meno di 180 secondi, a riprova che il pubblico ITALIANO non si stancherebbe mai di ascoltare cretinate concise – ed è ora di riconoscere che Giorgia Meloni lo ha capito prima di tutti.
INFINE, SEMPRE PER CHI NON HA TEMPO: UN MINUTO DI SADISMO (aka: i FLOP). Chiariamo una cosa: tutti gli artisti che vi piacciono sono straordinari e l’arte non si misura con le classifiche, perché non è che nel 1875 qualcuno valutava se Degas aveva venduto più di Renoir e se Cèzanne non aveva ottenuto il quadro di platino. Cioè, in realtà qualcuno che lo faceva, c’era (mercanti! Fuori i mercanti dal tempio! Eccetera!) ma il SUCCESSO non significa niente, è un valore così anni 80 e 90 e 00 e 10. Ciò non toglie che, sulla base degli ottusi dati di vendita, qualcuno nel 2020 NON è andato così bene. Ora: volete realmente sapere di chi si tratta?
Lo volete, voi???
Siete persone orribili. E purtroppo siete nel posto giusto.
Ovviamente bisogna mettere nell’equazione anche le aspettative, o il livello cui l’artista era abituato. Per cui limitiamoci a citare alcuni album di artisti importanti i cui album del 2020 non hanno ottenuto certificazioni nel 2020 – e quindi dovrebbero essere rimasti sotto le 25mila copie: Piero Pelù, Samuele Bersani, Annalisa, Ghemon, Max Pezzali, Francesco Bianconi, Negramaro, Francesca Michielin, FSK Satellite con Padre, figlio e spirito, Achille Lauro con il disco – pardon, il progetto del 2020, Fiorella Mannoia, Carl Brave con Coraggio. Ma per l’appunto, ci è voluto coraggio per pubblicare dei dischi nel 2020, e plaudiamo a chi ha rinunciato alla prudenza mercantile per dare qualcosa al suo pubblico. Che poi, sono in ottima compagnia: quest’anno, dischi che si sono fatti valere in tutto il mondo come quelli di BTS, Drake, Taylor Swift, Bob Dylan, Eminem, Ariana Grande e Juice WRLD hanno avuto gli stessi problemi col nostro pubblico dal palato fine. Per ora.
E ADESSO, PER CHI HA UN SACCO DI TEMPO: CLASSIFICHE!
ALBUM PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
In sintesi. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. E i primi 6 posti sono a posto.
Poi, pop italiano, indie-rock italiano (più o meno), canzoni per bambini italiani – e infine, per non esagerare con la varietà, rap italiano.
Rispetto alle elezioni del 2019, il rap italiano aumenta la sua percentuale. Agli ascoltatori italiani, in sintesi, piacciono molto gli italiani che parlano moltissimo. Più che in passato. Poi c’è da discutere su quante di queste parole resteranno.
Il numero uno. Premetto che è La Mia Umile Opinione, ma non credo di dire una cosa aberrante se dico che Persona di Marracash è il migliore tra i dischi che negli ultimi dieci anni hanno occupato la primissima posizione in queste classifiche annuali (per concedervi di argomentare, giacché questo non sia un monologo e vi sentiate liberi di commentare mentre scrivo, vado a elencarli) (Vivere o niente, L’amore è una cosa semplice, Mondovisione, Sono innocente, Lorenzo 2015cc, Le migliori, Segnetto di Ed Sheeran, Rockstar, Colpa delle favole). (se il titolare dei titoli non vi viene nemmeno in mente, forse ho implicitamente ragione) (e non dite che sono mezzucci. Anche se so benissimo che lo sono: adoro i mezzucci). Persona è un disco che alza il livello dello scontro, e mi pare di poter dire che l’album di ThaSupreme fa la stessa cosa in un’altra direzione. Non mi sento di dire la stessa cosa del n.2 di Sferoso Famoso, però come hanno detto critici e addetti ai lavori, era giusto che Sferone facesse un disco fastidioso e insulso, per sfondare all’estero. Dati alla mano non ci è riuscito, ma i comunicati stampa ripetono di sì (e noi giornalisti musicali obbediamo, in modo che forse un giorno Spotify o una major facciano di noi delle persone oneste). Mr.Fini di Gué Pequeno non ha accontentato tutti ma è un disco ambizioso da parte di uno che giocava a fare quello che le ambizioni se l’era fatte togliere da un dottore di Detroit (cit.); allo stesso modo forse gli album di Ghali ed Ernia non saranno ricordati come pietre miliari, ma mi sembra abbastanza chiaro che entrambi hanno alzato il mirino. Poi, parecchio rap italiano nuovo e non nuovo ha invece cercato di vivacchiare allo stesso modo, con gli stratagemmi facili. Ma non gli ha detto benissimo. Vi sto annoiando? Siete anagraficamente indifferenti al rap italiano?
Ecco, torniamo a un problema importante. Il rap italiano abbonda, e nel biennio 2019/20 sono usciti alcuni dei migliori dischi di rap italiano di sempre. Ma come il pesce persico del Nilo nel Lago Vittoria, il genere sta alterando l’ecosistema e non per colpa sua (beh, insomma. Lui ci sguazza. Questo fanno i pesci, no? Rari son quelli che volano). Il rap italiano, per DNA sta contribuendo all’implosione di quel che resta della musica tricolore, anche se va a suo merito aver reinserito nella società una generazione di discografici completamente privi di udito. Personalmente non ho nulla in contrario al totalitarismo rappuso, posso farmi una ragione delle infinite banalità da quartiere nei testi, e della piattezza sonora di cui la maggior parte degli ascoltatori 13enni si pasce deliziata: il rap mi garba comunque più dell’indie e caso vuole che professionalmente mi porti più soldi degli altri generi. Però non posso nascondere la sensazione che le classifiche ufficiali ne esagerino il peso e l’impatto rispetto a quello che viene realmente ascoltato in Italia. Ora come ora, lo scenario sembra sbilanciato a favore di un mezzo (il telefonetto, le piattaforme), di una fascia anagrafica e di un tipo di fruizione, mentre la verità è che in Italia si ascolta anche tanta altra roba. Spesso brutta (…molto spesso). Che attualmente risulta messa ai margini. Basterebbe, per argomentare, il confronto con la classifica dei…
SINGOLI PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
Qui il livello di vita mojita e Mariadefilippismo si fa vorticoso: le hit estive continuano a imporre la loro spietata legge, che è poi la legge della ripetizione, felicemente mutuata dalla propaganda nazista: il massimo risultato è ottenibile ripetendo la canzone dell’anno prima – se non un identico featuring (Sandrina Amoroso, Ana Mena). C’è anche, immancabile un presobenismo ebete che come olio di palma lubrifica la produzione seriale delle azzeccatissime hit da spiaggia. E forse è per disperata autodifesa immunitaria che in top 10 si fa strada un 30% di brani stranieri, tutti caratterizzati da un clima vintage che è quasi un rifugio dal cinismo con cui sono state assemblati gli zombie sonori che si trovano sul podio – e beninteso, Superclassico di Ernia (n.4) non è da meno: nessuno mi toglie dalla testa che il famoso “Dio, che fastidio” sia rivolto alla propria stessa canzonuccia, e al Coez che Coeziste con la parte nobile di ogni giovane artista disposto a immergersi volontariamente nella fanghiglia indieurban.
Trivia: tra gli album le tre major si spartiscono quasi tutto, col Leviatano Universal che incamera il 44% della distribuzione dei titoli in top 100 (Sony 24 titoli, Warner 22) (l’italiana Artist First segue a distanza con 5). Tra i singoli, però, Universal è meno universale e piazza tra le prime cento 37 delle sue azzeccatissime hit, contro 29 per Sony e 27 per Warner. Nella top 30 dei singoli, la performance Sony è addirittura migliore: 11 indimenticabili motivetti contro i 9 straordinari tormentoni della rivale (7 per Warner).
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PERÒ SPOTIFY, PERÒ YOUTUBE.
1) Spotifone. La app svedese col bollino verde dice che questi sono gli album e i singoli più ascoltati in Italia. Pur tifando smaccatamente per i rapper, emettendo per finissime ragioni strategiche i suoi verdetti a fine novembre non fa un gran favore al suo pupillo Sferoso Famoso, il cui album quindi è come se non fosse uscito nel 2020. Lo stesso vale per MiticoLiga e San Claudio Baglioni, che però non sono il tipo di mondo felicemente rappuso, rigorosamente maschio e amabilmente patriottico che Spotifone caldeggia. Per quanto riguarda i singoli, però, si sbilancia a favore di Irama con Mediterranea (69 milioni di ascolti a fine anno) davanti a Good times di Ghali (67 milioni) e M’manc (Shablo feat. Geolier e Sfera Ebbasta). Difficile capire il peso in classifica delle inseguitrici di Spotifone (Amazon, TimMusic, Tidal, Deezer). Però vale la pena considerare la situazione del n.2 mondiale:
2) AppleMusic. La mela ha detto che quest’anno i suoi ascoltatori hanno continuato ad ascoltare con piacere Dance monkey di Tones And I, che era al n.1 in Italia già nell’ottobre 2019.
Non fate quella faccia. Anche all’estero ha comunque retto per tutto il 2020.
Stando al comunicato ufficiale, il resto della top 5 è occupato da Blun7 a Swishland (ThaSupreme), Karaoke (Boomdabash e Sandrina Amoroso), Mediterranea (Irama), Ti volevo dedicare (Rocco Hunt, con J-Ax e Boomdabash). Tutto questo, ammettiamolo, ci dice che rispetto agli utenti di Spotify, quelli di AppleMusic sono un pochino più lenti e probabilmente un pochino più adulti. In Applelandia, il rap si appoggia visibilmente al pop, e al n.1 c’è addirittura una STRANIERA – e sorvoliamo sul fatto ancora più strano: è una femmina. Poi ci sarebbe
3) YouTube. Che però non conta per la classifica, almeno per ora, anche se è il principale strumento di ascolto di musica degli italiani. E qui risultano al primissimo posto Boomdabash e Alessandra Amoroso, con quasi 100 milioni di visualizzazioni; il secondo posto viene assegnato a Francesco Gabbani, ignoratissimo dal Paese Ideale ma non dal Paese Reale, e il terzo a Rocco Hunt e Ana Mena con A un passo dalla luna. A dire il vero, mentre scriviamo, quest’ultima totalizza ben 6 milioni di visualizzazioni in più del brano portato da Gabbani a Sanremo, ma questo è quel che accade quando si sparano i verdetti un mese prima della fine dell’anno. Poco male, di sicuro Rocco non se la Mena (ahaha. Scusate).
In generale, si sa che YouTube è la fonte di musica per un segmento di ascoltatori più adulto e nazionalpopolare (…avrete notato la comparsa della parola “Sanremo”), che non manda Tha Supreme ed Ernia in top 10, privilegiando Baby K, Chiara Ferragni (meglio del marito, quest’anno) ed Elettra Lamborghini, queen e idole eccetera. Qui di femmine, per qualche motivo, ce n’è a pacchi.
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TALENT
1) da XFactor 2019 non era uscito nessuno in grado di farsi notare in classifica. E la recente edizione del 2020 non promette meglio;
2) da Amici 2020 è venuta fuori Gaia, che ha ottenuto un disco d’oro con l’album Nuova genesi e un platino col singolo Chega, premiato anche da YouTube. Non siamo dalle parti di Irama, ma col singolo è andata meglio di Alberto Urso (e ci mancherebbe).
3) Diodato, vincitore di Sanremo 2020, ha ottenuto un disco d’oro con l’album Che vita meravigliosa e un doppio platino con Fai rumore. Chiude l’annata entrando nella top 50 degli album, al n.46. Ok, Gabbani e Mahmood erano andati molto meglio, ma facevano un altro genere, via. Quest’anno da Sanremo sono usciti bene Elodie, che forse è finalmente uscita dalla angusta categoria delle ancelle del cantante macho (leggi alla voce: Francesca Michielin), ma soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, con doppio platino per il singolo Ringo Starr e platino per l’album Fuori dall’hype: il paragone con Lo Stato Sociale del 2018 sarebbe banale, e infatti eccolo: a conti fatti i Pinguini hanno avuto meno visibilità, ma più ascolti.
Trivia: l’album di Levante, quando è uscito nel 2019, non era entrato in classifica; ora ce lo troviamo grazie alla partecipazione a Sanremo 2020.
METOO. Per fortuna le feminazi non hanno contagiato il nostro maschio popolo, e gli ITALIANI ne hanno accettate soltanto 9 tra i cento album più venduti. Elodie è l’unica nei primi 30. Tre sono straniere. Tanto vale citarle tutte: Elodie, Billie Eilish, Dua Lipa, Lady Gaga, Levante, Elettra Lamborghini, Elisa. Solo tre di loro hanno un cognome. Al confronto, il 2019 con addirittura 13 femmine in top 100 era stato un anno tutto rosa nel quale la fragorosa virilità ITALIANA era stata messa a repentaglio. Precisazione: non sto contando Sofì dei MeControTe, Mina con Fossati, Lady Gaga con Bradley Cooper (comunque l’ho già citata come solista).
STRANIERI IN TERRA STRANIERA.
(…che carini a distinguere tra “venduti” ed “equivalenti”, no?) (possono ancora permetterselo)
Si nota quella cosa che dicevo prima? Nessuno stravince universalmente. Per i Britanni, addirittura, il sig. Capaldi è il n.1 per due anni successivi. Comunque hanno addirittura due album rap in top ten, per loro è quasi inaudito. La Francia è sovranista quasi quanto noi, nella top 100 hanno la nostra stessa percentuale “local” dell’80% circa, dichiara la Snep. La Francia è anche il posto in cui il podio è completamente occupato dal rap “interno”, come l’Italia. I todeschi hanno un eclettismo encomiabile: hard-rock, rap, Schlager, cantautorismo. E un filo di nazionalismo in meno. Non molto, ma ammetterete che da parte loro, eccetera. Ovviamente inutile sperare che i Britanni ascoltino qualcuno che non canta nella loro lingua. Ma qui mi fermo, perché non è che mi pagate per insultare i Britanni (però che sogno sarebbe).

Principale differenza: anche negli USA, YouTube raddoppia le presenze femminili. Attenzione però: Taylor Swift non compare. Se è per questo, nemmeno Harry Styles o BTS o Fleetwood Mac. L’hit single, per lo streaming, rimane una faccenda urbanissima. Nessuna star del country – mentre tra gli album, avrete notato che anche tra gli equivalenti c’era al n.10 Luke Combs, che al cappello da cowboy preferisce i cappellini tipo baseball, sua concessione semi-Swiftiana alla modernità.

Vedete bene, lì in fondo? Direi che come singolo, Blinding lights compete con i boss del quartiere portando a casa un podio ovunque, tranne ovviamente in Italia, volete mettere con la magia del sound becerone che ci vibra ignorante nel petto? (… non trovate bello che “Ignorante” sia stato l’aggettivo più esaltante del nostro decennio?) Eccoci allora a parlare di
STRANIERI IN TERRA ITALIANA
Tra i presunti album sono 22 in tutto su 100; nessuno in top 10, solo tre in top 30. Volendo fare i pignoli, sono anche meno di quel che sembrano. Nel senso che i Pink Floyd hanno in top 100 due album, i BTS pure, Ed Sheeran e Lady Gaga anche. Però non voglio piegare i sacrosanti dati alle mie convinzioni: in fondo siamo passati da 8 a 10 nomi stranieri in top 50 e pertanto abbiamo un +4% perentorio e senza se, e senza ma: anzi, di questo passo torneremo ai pericolosi livelli del 2005, quando gli stranieri in classifica erano 45 su 100: volete davvero che la brutta musica nostrana sia sostituita da brutta musica straniera? Lo volete voi??? “Nooooo!” Nei sedicenti singoli poi abbiamo tre stranieri in top 10 (nessuno tra i primi cinque), e 17 in top 40, insomma diciamo che nel mordi e fuggi senza impegno delle hit è più facile ottenere tre minuti di attenzione ITALIANA. I cosiddetti album richiedono oggettivamente troppa attenzione, e non siamo mica a scuola. Non prendiamo lezioni da nessuno.
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ALTRI ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE
RADIO GAGA. Rispetto alla parte iniziale del decennio la programmazione, Nella Mia Umile Opinione, sembrerebbe all’insegna della spericolata arte di compiacere contemporaneamente a) i discografici insistenti b) un pubblico non freschissimo ma forse più incline a ritmo e musicalità di quello dello streaming, e se proprio non se ne può fare a meno, c) divertirsi anche un po’.
Le classifiche di EarOne tratteggiano una programmazione che dà un colpo al cerchio, uno alla botte piena, e uno alla moglie ubriaca, mantenendo peraltro le percentuali geografiche in una parità secondo me accettabile. Tra l’altro da 3 anni la top 100 è sostanzialmente divisa a metà tra musica ITALIANA e internazionale, con impercettibile aumento delle eccellenze del territorio. Fornisco le cifre per chi dubita della mia parola, peste lo colga: 52 italiane in top 100 nel 2020, 51 nel 2019, 50 su 100 nel 2018.
Trivia: sempre affascinante la popolarità ermalmetiana di LP, distribuita dalla piccola X Energy, non altrettanto rilevante in altre classifiche.
VINILI. Non riesco a dare importanza a questa classifica, mi dispiace, credo valga quanto quella dei libri di musica o delle t-shirt (…quella, sarebbe interessante). Però sono un glaciale professionista e pertanto ve le allego. Per il quarto anno di fila, The Dark Side Of The Moon eccetera. Perde una posizione la raccolta dei Queen (dal n.3 del 2019 al n.4 del 2020), ne guadagna due Nevermind, tre posizioni in più per Legend di Bob Marley, rientra in top 10 Abbey Road, mentre Sgt.Pepper non è in top 20 perché non ha una bella copertina. The Wall arretra di tre posti, mentre lo Springsteen di quest’anno va meglio (n.5) di quello dell’anno scorso (n.7).
Rimarchevole il secondo posto dell’unico a intrufolarsi (sostanzialmente, in un mese) nell’acquario classic rock: SferosoFamoso, che probabilmente è andato bene come regalo di Natale (la copia autografata a 85 euro, esclusiva Amazon); ci sono due album italiani in top 10, e sono degli unici due artisti nati dopo il 1970. Sono una discontinuità rispetto agli anni scorsi e ci spostano verso il più grande tra i due imperi dalla cui luce abbagliante veniamo illuminati.
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Perché in America, al primo e secondo posto ci sono due dischi e cantanti nuovi (e il primo è un inglese), nel Regno Unito invece trionfa il vintage, e non dipende dal famoso video che impazza su TikTok, col tipo che canticchia Dreams. Vi rivelerò un segreto: molto prima che il tipo canticchiasse Dreams sul suo skateboard i Fleetwood Mac avevano due album tra i 30 più venduti di tutto l’anno nel Regno Unito, nel 2019: la raccolta 50 years (n.13) e Rumours (n.30). Di fatto i Fleetwood Mac, i cui membri meno vistosi sono britanni, sono stati il secondo classic act più popolare in una nazione che è più ancorata agli anni 70 rispetto a noi e agli yankee.
MIGLIOR VITA. Ormai nelle theclassifiche settimanali non menziono più gli artisti che hanno abbandonato queste nostre zone rosse e arancioni e gialle per andare nella Grande Zona Nera, e del resto in quella annuale entrano solo Pop Smoke (n.50) e i Nirvana di Kurt Cobain, quello che si è fucilato, mitico!. Sì, sono solo due: gli italiani non hanno versato uno stream per Juice Wrld, Ennio Morricone o Eddie Van Halen, e sono del tutto spariti i Queen (4 album in top 100 e uno in top 10 nel 2019). Come D’Annunzio, stiamo andando verso la vita.
PINFLOI. Non è stata una buona annata. The wall scende dal n.63 al 77, e The dark side of the moon pur rimanendo il vinile più venduto come nel 2017 e 2018 e 2019, lascia il n.49 e va a occupare proprio quel n.63 come un saprofita. Per prevenire un ulteriore calo Roger Waters dovrebbe prendere in considerazione l’idea di dare le sue canzoni più angosciose a qualcuna delle sedicimila serie tv sulla monarchia britannica, gli ITALIANI le guardano tutte avidamente. D’altra parte è consolante sapere che c’è un popolo che da secoli, per legge eroga miliardi alla stessa famiglia di incommensurabili citrulli e non è il nostro.
Si potrebbero dire ancora tante cose. Ma non ce n’è motivo. Grazie per aver letto fin qui, siete stati molto gentili. Andiamo a darci sotto col 2021, ora.
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PS: …un momento! Come dite, bambini? Ah, ma certo, boomer che non sono altro, dimenticavo TikTok. Qui circolano un po’ di classifiche diverse, non so di chi fidarmi, è un po’ tutto un balletto. Ma per l’appunto: eccone una semi-attendibile sui balletti più telefonosi del 2020:
E con questo, ho fatto il mio dovere: è stato un piacere.
Si sono sciolti i PopTopoi

Si sono sciolti i PopTopoi

“Non gioco più. Me ne vado”

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

Classifica Paradiso – Le 10 canzoni di Battisti che non piacciono a nessuno

Dodici album di Lucio Battisti entrano nella classifica dei presunti album. Due in top ten. Sette brani intanto entrano in quella dei sedicenti singoli. E quindi. Dodici album. Posson bastare. Va bene: parliamone – ma partendo dalle singole canzoni.

Ill brano più ascoltato di Lucio Battisti nella settimana del debutto nel mondo stremante dello streaming è Il mio canto libero.

D’altra parte, è anche putacaso la canzone che Spotify ha scelto come apripista della sua playlist di successi battistiani, che migliaia di persone hanno avviato sul loro device del cuore 1) per abitudine alle playlist o 2) perché banalmente, in principio riuscivano a visualizzare solo quella. E così, il canto sarà stato libero, ma l’ascolto un po’ meno. Sei delle sette canzoni che a furia di ascolti in streaming hanno finito anche per entrare nella classifica FIMI dei presunti singoli sono guardacaso nei primi sette posti della playlist This is Lucio Battisti; manca solo Acqua azzurra, acqua chiara – non ha sfondato, ed è sostituita da I giardini di marzo, che incidentalmente da qualche anno è l’inno dei tifosi d’aaa Lazzie (oh, no: rieccoci a parlar di Battisti e fascisti). Ma a tutti gli effetti, Spotify può bullarsi di mandare in classifica le canzoni che vuole. Okay, non mi aspettavo che Il salame o Il leone e la gallina fossero ai primi posti della playlist. Però il ragionamento sulle preferite dal pubblico diventa difficile. Intanto, comunque, ve le sottopongo:

n.50 Il mio canto libero
n.65 Mi ritorni in mente
n.70 La canzone del sole
n.80 I giardini di marzo
n.81 29 settembre
n.92 Un’avventura
n.95 Con il nastro rosa

Un’avventura è la più vecchia (31 gennaio 1969, nonché Sanremo ’69), ma anche Mi ritorni in mente e 29 settembre uscirono nel 1969. La più recente tra quelle più apprezzate risulta Con il nastro rosa, del 1980. Mancano brani che io personalmente ritenevo estremamente popolari, anche più di qualcuna che vedete quassù. Perché erano un po’ più sotto nella playlist. Parlo per esempio di Sì, viaggiare (13ma), Amarsi un po’ (14ma), Ancora tu (20ma), Una donna per amico (21ma). Ma accetto che chi ha fatto la playlist abbia pensato a giocarsi più avanti qualche colpo sicuro per prolungare l’ascolto. Inoltre, cinque giorni dopo il primo rush, la situazione sta cambiando: mentre scrivo, 29 settembre ha più ascolti de Il mio canto libero, ed Emozioni ha più ascolti de La canzone del sole. Ma a questo punto il discorso interessante diventa un altro.

Cos’è che quasi NESSUNO è andato ad ascoltare? Le dieci più “popolari” superano i 300mila ascolti (con le prime due sopra i 700mila). Il veliero e La compagnia, che si trovano nella fatidica playlist, superano i 100mila. In compenso i brani che li seguono e precedono sull’album (La batteria, il contrabbasso eccetera) hanno quasi tutti uno zero in meno. E battono canzoni che, di nuovo, ritengo un po’ più amate: Ho un anno di più, 12mila ascolti; Nessun dolore 26mila. Nella mia umile opinione, qualunque battistiano anche non professionista li metterebbe nel pantheon. Ma di fatto, più si scende con il cursore, più si incontrano lande desolate. E sono qui per farvele conoscere, tipo guida Lonely Planet. Eccovi le MENO ascoltate. Nota bene: escludo le versioni inglesi di Images. E non metto i numeri perché mi annoio a trascriverli (scusate). Potete fidarvi, o verificare, come preferite.

Si parte dagli 8000 ascolti della prima, fino ai tremila di quella laggiù in fondo (che uscì come singolo) ed è la meno ascoltata di tutte, almeno fino a ieri sera:

Umanamente uomo: il sogno
Separazione naturale
Insieme a te sto bene
Supermarket
Una
Il fuoco
Seduto sotto un platano
Se la mia pelle vuoi
Le tre verità
Luisa Rossi

Se siete veri Battistiani di Battistero, qualche titolo vi avrà basiti. Ma ci sono tre verità: la prima è che a questo mondo, la VISIBILITA’ è tutto, e queste canzoni non solo non sono nella stracitata playlist, ma sono pure in fondo al megaelenco (che come forse sapete, va a ritroso nel tempo. Come molte cose in quest’epoca). La seconda verità è che tra algoritmi e playlist, scegliamo sempre meno. Chissà: forse era auspicabile. La terza verità è che vi ho parlato di Battisti perché non è successo molto altro nelle classifiche. Dico davvero, guardate.

Sempre Gemitaiz & Madman n.1 tra i presunti album. Scatola nera dei due rappusi continua a precedere Mattoni di Night Skinny coi suoi 15 rappusi. Anche se alle spalle di tutto questo rap soffia un vento vintage: non solo con Battisti (la raccolta Masters vol. 2 entra al n.7 ed Emozioni, a colpi di streaming, entra al n.9). Ma addirittura i The Beatles entrano al n.3 grazie all’edizione speciale per il 50mo compleanno di Abbey Road. Comunque non temete: il resto della classifica è adeguatamente urbano e contemporaneo: al n.4 Machete Mixtape coi suoi 26 rappusi, al n.5 Ultimo, al n.6 entra il rapper preggiudicato Massimo Pericolo, al n.8 c’è Rocco Hunt e al n.10 Post Malone.

Tra i singoli invece è sempre estate. Una volta ancora di Fred De Palma & Ana Mena continua a far sognare gli italiani sotto gli ombrelloni e nega il n.1 a Non avere paura di Tommaso Paradiso, che qualcuno forse ricorderà al fianco di Marco Primavera e Marco Antonio Musella nel loro gruppo, Thegiornalisti. Al n.3 Pookie, prodotto per adolescenti non meritevoli di udito di Aya Nakamura con la complicità di Capo Plaza per la versione che delizia specificamente i teenager italiani.

Altri argomenti di conversazione. Escono subito dalla top ten Liam Gallagher (dal n.5 al 17) e soprattutto i Verdena (entrato al n.9 la scorsa settimana, ora è n.73). Escono invece dalla classifica tutta Gionny Scandal (dopo tre settimane, una delle quali in top ten), Maluma (19 settimane di permanenza), Ozuna (57 settimane) (non sapete chi sono Ozuna e Maluma, eh?) (non preoccupatevi. Anche se 57 settimane, ammettiamolo, sono tante). Ariana Grande dopo 23 settimane, Noyz Narcos dopo 39, Irama dopo 49, XXXTentacion dopo 80. Bivaccano in classifica da più di cento settimane invece The wall (101 settimane), Carl Brave x Franco 126 (con un album uscito 118 settimane fa), Evolve degli Imagine Dragons (119), ÷ di Ed Sheeran (135 settimane), The dark side of the moon (152) e, unico presente da più di tre anni, Hellvisback di Salmo che però scende al n.98 e rischia di non arrivare alla 192ma settimana di fila in classifica. Ma a proposito di XXXTentacion, passiamo a

Miglior vita. Con dodici dischi di Battisti in classifica, non potevano che aumentare gli album realizzati da artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di dazi alle importazioni. Ma non raggiungono un numero record: si fermano a 15 perché con tutti questi nuovi ingressi, a pagare per tutti sono alcuni deceduti illustri come Amy Winehouse, Avicii, XXXTentacion e Nirvana. Non è curioso che questi martiri di quattro generi diversi si prendano una settimana di limbo tutti insieme? Per me è la cosa più affascinante di questa classifica e se ho aperto con Battisti invece che con questa notizia è solo per agganciarmi pusillanime alla tendenza. Cosa dite? Le vostre labbra si muovono, ma non riesco a sentire cosa state dicendo. Ah!, mi state chiedendo dei

Pinfloi. The wall scende dal n.76 al 78, The dark side of the moon dal n.65 al 75. Non una buona settimana, no – però con tanta gente che racconta di aver visto Joker ed Euphoria, con quei titoli così scanzonati, è comprensibile che diminuisca quel bisogno di buonumore e baldoria che contraddistingue i due album in questione. Grazie per aver letto fin qui, a presto.

Gli Ultimi e i Primi e i Soldi – ClassificaGeneration, Stagione III, episodio 6

Gli Ultimi e i Primi e i Soldi – ClassificaGeneration, Stagione III, episodio 6

La mia missione è sempre stata scrivere per i quattordicesimi. A loro nessuno pensa mai. Solo alle tredicesime.

Mentre noi parliamo d’altro, Irama – Classifica Generation, stagione III, ep. 5

Mentre noi parliamo d’altro, Irama – Classifica Generation, stagione III, ep. 5

Sanremo: bene (come l’anno scorso) i singoli, male (peggio dell’anno scorso) gli album. Per qualcuno, male sia il singolo che l’album.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

Buongiorno e benvenuti – scusate se il posto è piccolo, grazie per aver portato le sedie da casa. Cercherò di essere conciso ma se posso darvi un suggerimento, non siete tenuti ad ascoltare tutto. Magari potete fare un giro e tornare dopo. Io in compenso mi sento tenuto a mettere giù tutto: in fondo un rapporto è un rapporto, no? E quando il rapporto sarà finito, potremo convenire che non siete voi: sono io. 

Indice. Sto per parlarvi dei presunti album e sedicenti singoli più (per così dire) venduti, dei concerti più visti, delle canzoni più ascoltate per radio, dei vinili, delle case discografiche più presenti in classifica, di Sanremo, dei talent, e forse dei flop.

Prontivia. TOP TEN ALBUM.
– Tutti maschi tranne Laura Pausini (l’anno scorso, nessuna donna).
– Tutti italiani tranne Ed Sheeran (come l’anno scorso. E lo straniero era sempre lui).
– Tutti sotto contratto con una major tranne Ultimo (come l’anno scorso. L’infiltrato era Ghali).
– Tutti sotto i 35 anni tranne Laura Pausini (l’anno scorso, sei over 35). Le tre multinazionali che sostengono FIMI volevano dimostrare la loro dinamica supergioventù, e hanno applicato il CAMBIAMENTO al sistema di rilevamento premiando lo streaming. Poi non sarò io a dirvi se la Universal darà a Gemitaiz (n.9) e ad Eros Ramazzotti (n.22) la stessa mancia di fine anno. Io sono qui semplicemente a commentare la classifica, fingendo che questi siano dischi veri, e si vendano. Se lo fa la FIMI, e se a Gemitaiz va bene, chi sono io per cavillare.

E a proposito di Gemitaiz: è sicuramente il re del featuring. Il suo album Davide contiene 15 brani (e che siano tanti, fa bene alla classifica, perché gonfia le cifre dell’album) e tanti ospiti che portano i loro fan come a una bella festa – occhio che non vi rubino i giacconi, gli adolescenti ricchi lo fanno spesso alle feste perché sono gangsta, ahaha, ben vi sta, bufus. Ospiti di Davide: Gue Pequeno, Achille Lauro, Fabri Fibra, Coez, Madman. Con 51 e 21 milioni di ascolti, i featuring di Coez e Achille Lauro sono i suoi brani più sentiti su Spotify. Anche se il featuring dell’anno è Tesla, che grazie a Sfera Ebbasta e Drefgold porta 64 milioni di ascolti a Capo Plaza.
E a proposito di rappusi: in top 10 ce ne sono 5. L’anno scorso erano 3 (Ghali, Gué Pequeno, Fabri Fibra) più rappusi parzialmente scremati (Jovanotti, J-Ax&Fedez) che volendo riportano la percentuale in parità. Verò è che anche l’età dei rapper scende rispetto al 2017. L’età delle donne no, anche perché alla fine sono sempre quelle: in top 30 ci sono Pausini, Emma, Sandrina Amoroso, Giorgia. Scendiamo pure, tanto ve le posso anche elencare tutte, ci si mette un attimo: c’è Mina al n.38, Annalisa al n.39, Francesca Michielin al n.62, Cristina D’Avena n.69 (inserire umorismo qui). E con Carmen al n.99 abbiamo chiuso. Aggiungendo le straniere, fanno 12 donne in classifica su 100 posizioni. Sì, amici, la classifica del CAMBIAMENTO che piace ai giovani è maschia e italica. Ma magari la spiegazione è semplice: le donne in Italia non hanno nulla da dire. Skrrrt, skrrrt.
Quota Talent Pop: 2 (includo Benji&Fede anche se non vengono da un talent, viceversa escludo Maneskin anche se vengono da un talent, perché qualunque cosa facciano, non so se sia pop). Buona annata per entrambi anche se pare di poter dire che in questi due-tre anni il successo vero si concentra su un nome solo per ciascuno. L’anno scorso non c’era nessuno per X Factor, mentre per la DeFilippi & Associati c’era Riki invece di Irama.
E a proposito di Irama. Il secondo presunto album più venduto dell’anno, Plume, in realtà è un EP, sette canzoni, trainate dalla megahit Nera (49 milioni di ascolti). Irama in autunno ha pubblicato un altro album (Giovani, n.28) quando avrebbe forse potuto fare la gherminella di ripubblicare Plume in una Fero Edition, e forse superare Sfera Ebbasta. Perché tra gli album più venduti, alcuni sono usciti due volte se non tre, e uno di questi è proprio quello dell’impellicciato di Ciny. Sfera Ebbasta nel 2018 ha pubblicato Rockstar anche nella Popstar version (in autunno) e nella International version; Lady Pausa per contro ha ripubblicato Fatti sentire col titolo Fatti sentire ancora e ha aggiunto una versione Deluxe. Tutti i brani aggiunti o reinseriti nelle nuove versioni, naturalmente, vanno a gonfiare i numeri del presunto “album” che la FIMI conteggia come unico. Se non vi sembra sportivo parlatene con un discografico, cercateli su Linkedin – cercate la posizione Masnadieri.

E a proposito di Sfera Ebbasta. La prima versione di Rockstar è uscita a gennaio, che vuol dire dodici mesi di tempo per accumulare ascolti. Irama è uscito a maggio, Salmo è uscito a novembre, i Maneskin a settembre, Ultimo a febbraio. Questo per dirvi che volendo, potreste tenerne conto. Ma anche per dirvi che la faccenda di risultare il più venduto dell’anno a qualcuno importa parecchio. E se col vecchio sistema essere l’artista più venduto a Natale poteva significare essere il più venduto dell’anno, ora che ci è stato regalato il CAMBIAMENTO non lo è più – cosa che credo risulti particolarmente chiara a Marco Mengoni (n.12). Comunque, putacaso, a metà gennaio uscirà l’album di Fedez. Ma ora,

Beninomanonbenissimo. Quanto appena detto spiega perché alcuni grossi nomi sono rimasti fuori dalla top 10 e si adattano a stare tra il n.11 e il n.20. C’è un bel parterre de roi: Jovanotti, Mengoni, Sandrina Amoroso, Emma (malgrado gli affanni iniziali. Anche per lei, comunque, un reboot dello stesso album ha aiutato), Cesare Cremonini, Ermal Meta, e persino Thegiornalisti al n.20. Sotto di loro, mi sentirei di aprire la categoria

Nonbenissimo. Eros Ramazzotti n.22, Negramaro n.23, Giorgia n.25, Gué Pequeno n.27 (Gentleman era stato n.10 nel 2017). Però anche sotto il n.30 c’è gente importante.

Non. Al n.34, malgrado la buona accoglienza per Se piovesse il tuo nome, c’è l’album di Elisa, casualmente solo due posizioni sopra Evergreen di Calcutta. Per lui è un buon risultato, diciamo che è la sua dimensione, anche se per diversi colleghi è il Paul McCartney italiano. Eppure questo forse non basta per vendere anche i dischi (lo dico senza cattiveria, so che non lo crederete ma per me il disco di Elisa è buono) (il discorso è più ampio, e riguarda i gusti del POPOLO e l’influenza dei device sulla roba che si ascolta, è una questione tecnica e non ho tempo per dilungarmi ancora sull’argomento). Non credo che per Elisa sia un problema, anche se mi figuro che la nuova casa discografica si impegnerà per farle fare cose più lucrative. Fabrizio Moro, co-vincitore di Sanremo, è n.44, anche se con una raccolta (Sanremo, incidentalmente, è stato un bagno di sangue per tutti, eccetto Ultimo). Emis Killa si piazza al n.46 pur avendo debuttato al n.1, come del resto la Dark Polo Gang che chiude al n.51 – e con tutto lo sbattimento di firmacopie che hanno fatto, non parrebbe un gran risultato, però ciànno gli orològgi, ciànno gli occhialetti, ciànno le bitches, ciànno la robba nella tasca, sfilano per i brands, non sarò io a discutere. Lo Stato Sociale al n.88 (la raccolta contenente il motivetto di Sanremo), Subsonica n.89, Max Gazzé n.91, Achille Lauro n. 98 (…deve aver fatto fatica, Baglioni, a convincere la Sony a farlo partecipare a Sanremo). E l’album 68 di Ernia che era entrato al n.1 la settimana dell’uscita, non è riuscito a entrare nella top 100. Dove è entrato di gran peggio. Ma non Baby K. Né Lorenzo Licitra, vincitore di X Factor 2017. E nemmeno Cosmo, Le Vibrazioni, Nigiotti, Decibel, Tiromancino, Noemi, Riccardo Sinigaglia e Luca Carboni (uuh). E nemmeno Motta, malgrado Vivere e morire abbia ricevuto la Targa Tenco 2018 nella categoria “Miglior disco in assoluto”. E lo è certamente. Mm-hmm.

Sanremo 2018. Un bagno di sangue. Ah, ve lo avevo già detto, vero? Si sono salvati solo Ultimo ed Ermal Meta (n.19). Comunque quello nella foto non è Ermal Meta, è Motta.

Sovranismo. Visto che ÷ (Divide) di Ed Sheeran è uscito nel 2017, nessun album straniero del 2018 è entrato tra i primi 30. Lo ripeto in maiuscolo? NESSUN. ALBUM. STRANIERO – ok, può bastare. Posto che l’italiano schifa gli stranieri bianchi neri e gialli, perché quando loro erano ancora nelle palafitte lui già eleggeva dei crapuloni, da noi i fenomeni mondiali tirano su a malapena il minimo sindacale. Il miglior piazzamento è di Evolve degli Imagine Dragons, al n.32. Lo incalza, da defunto, XXXTentacion, al n.37. Drake, anche quest’anno pascià imperiale delle vendite mondiali, da noi piazza Scorpion soltanto al n.55 (ah, ne soffrirà indicibilmente). Ariana Grande ed Eminem (concerto più visto dell’anno, a Milano) sono persino andati al n.1 in classifica, ma perché usciti in settimane di sottoaffollamento, tant’è che alla fine eccoli lì vicini al n. 64 e 65 – che bella coppia. Tra l’altro Ariana è stata la prima donna straniera ad andare al n.1 in Italia dai tempi di Adele. Poi abbiamo i Muse al n.72. Bruce Springsteen al n.87 (sotto Einar di Amici, sigh). E poi sostanzialmente la pacchia è finita. I titoli internazionali sono 25 su 100, ma dobbiamo includere Queen, Pink Floyd, Guns’n’Roses: i titoli usciti negli ultimi 2 anni sono meno della metà.Travis Scott, malgrado il debutto al n.1 (ad agosto, beninteso), rimane escluso dalla top 100 annuale. Cosa che lo accomuna a un sacco di gente, dagli Arctic Monkeys a David Byrne a chiunque sia piaciuto a quelli che se ne intendono. Non guardate me. Skrrt, skrrt.

Intermezzo del buonumore. La canzone più diffusa per radio è stata Non ti dico no di Boomdabash & Loredana Bertè (dati EarOne). Al n.2 Who you are di Mihail, al n.3 Una grande festa di Luca Carboni. Nessuna delle tre è tra i primi trenta singoli dell’anno, la n.2 e la n.3 non sono nemmeno tra i primi cento. Ok, radio: all’anno prossimo.

Le Megaditte. Tra gli album, Universal si prende il n.1 e un n.9 grazie al suo roster di rappusi, ma è Warner che ha avuto un’annata che non ricordava da un bel po’, con cinque nomi in top 10 e con una certa varietà, bisogna dire: il pop (Irama, Laura Pausini, Benji&Fede), il rap (Capo Plaza), per far contenta la sede inglese, su nel centro dell’Impero. Come l’anno scorso, un indipendente (Ultimo, per Honiro – Believe) nelle alte sfere. Alla fine:
Universal – 41 titoli
Sony – 27 titoli
Warner – 20 titoli
Distribuzione indipendente: Artist First 7, Believe 3, Self 2.
Tra i singoli invece Sony porta a casa il n.1 e in questo caso si gioca la top 10 con Warner, con quattro titoli a testa, contro due di Universal. E a proposito:

Sedicenti singoli. Nel 2017 c’erano stati tre singoli italiani in top 10 ed era stato un trionfo rispetto agli anni precedenti, quest’anno a essere tre sono gli stranieri, finalmente li stiamo ricacciando da dove sono venuti. Con il n.1 di Amore e capoeira ottenuto con Takagi&Ketra, LaGiusy è la n.1 dell’anno proprio come nel 2015 quando cantava Roma-Bangkok con Baby K. A proposito di joint-venture, ce ne sono cinque nella prima diecina, tutto sommato un numero contenuto. Trap non ancora debordante in hit-parade (tre singoli), mentre almeno metà dei pezzi sono quelli che amabilmente definiamo “tormentoni estivi” e che ormai sono megaproduzioni con budget che basterebbero a mantenere per diversi anni un piccolo Comune del Centro Italia, e che certamente permette a qualcuno di lasciar perdere quella vecchia faccenda degli album. Naturalmente, in qualche caso abbiamo a che fare con singoli veri, in qualche altro con i brani di punta degli album. Né io né voi abbiamo margine di discussione su questo, perciò prendiamo in considerazione chi avrebbe voluto essere in questa top 10. E invece.

Einveceno. I due pezzi oréndi dei Thegiornalisti si fermano al n.16 e 17, Pappappà rappappà de Lo Stato Sociale è n.30, la molto celebrata Non ti dico no di Loredana Berté e Boomdabash è n.38, Faccio quello che voglio di Rovazzi n.49, la vincitrice di Sanremo Non mi avete fatto niente di Ermal Meta & Fabrizio Moro è n.50 (Occidentali’s karma di Gabbani aveva chiuso al n.6 l’anno precedente). In alcuni casi vale il calendario, vedi La fine del mondo di Anastasio che è n.94. Certo, è uscita più o meno in concomitanza con i singoli di Vasco, Fedez, J-Ax. Voi li vedete in classifica? Io proprio no.

Autarchia, zii. Il brano n.1 nel Regno Unito, One kiss di Calvin Harris & Dua Lipa, se la cava con un buon n.19. Il brano n.1 in USA, God’s plan di Drake, è n.26, un gradino sotto Pem pem di Elettra Lamborghini, che col suo n.25 precede anche Il ballo delle incertezze di Ultimo, vincitore di Sanremo Giovani nonché una delle (tante) (sì, un po’ tante) rivelazioni dell’anno. Che dire, per me non è un problema se gli italiani preferiscono Pem pem a – che so, No roots di Alice Merton (n.35), anche se naturalmente questo indurrà i producers ad aumentare in modo esponenziale la musica oggettivamente lercia e nauseabonda e castigare ghignando quei musicisti snob che insistono a mettere cinque note in fila, ignorando i veri bisogni del POPOLO. D’altra parte Pem pem piace ai nuovi protagonisti del mercato, i bambini delle elementari, che purtroppo invece di limitarsi a guardare YouPorn sui telefonini ricevuti per la Prima Comunione, li usano per ascoltare, crapine sante, la monnezza più spietata. E per fortuna YouTube non conta per la classifica – unico aspetto positivo del fatto che YouTube usi le canzoni praticamente a sfroso (con gran dispetto delle case discografiche e della maggior parte degli artisti).

Fisime. Questo è il momento in cui mi faccio assalire dalle mie insicurezze giovanili e mi figuro che qualcuno che non mi legge mai mi venga a insegnare che sì, i presunti album e i sedicenti singoli, ma i concerti sono un’altra cosa. (ehi, grazie). Concerto più visto del 2018: Eminem a Milano, 80mila persone, davanti a J-Ax & Fedez a Milano, 78mila persone. Non proprio concerti rock. Però dal terzo posto in giù il rochenroll salva la faccia amici:  Guns’n’Roses a Firenze (66mila), seguiti a breve distanza da Foo Fighters, Vasco Rossi, Imagine Dragons e Pearl Jam.
Altre fisime. Questo per contro è il momento in cui le mie insicurezze dell’età matura mi portano a pensare: ma è meglio un singolo megaconcerto, o una tournée trionfale di venti date nei forum? O una da cento date nei teatri? E dove sono i dati su questo? Non li ha nessuno. Perciò insicurezze, tornatevene da dove siete venute, merito una vita migliore.

Miglior vita. Nella top 100, solo cinque album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di emendamenti. Li guida XXXTentacion al n.37, e ne fanno parte Fabrizio De André, Nirvana (Nevermind chiude al n.78, sette posizioni meglio del 2017) e ovviamente i Queen, con Platinum collection (n.45) meglio della colonna sonora di Bohemian rhapsody (n.59).

Vinili. The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti all’album solista di Roger Waters e a Wish you were here. Non è vero, vi ho letto la classifica dell’anno scorso. Nel 2018 The dark side of the moon è il 33 giri più venduto davanti a Nevermind e a Enemy di Noyz Narcos, per motivi che secondo me sfuggono persino a Noyz Narcos. Nel 2016 invece l’album più venduto era The dark side of the moon. E a proposito di

Pinfloi (e con questo sapete che ho quasi finito) The dark side of the moon si piazza al n.47 tra gli album più venduti del 2018 (cd + streaming + vinili), lasciandosi dietro Lady Gaga e Dark Polo Gang, mentre The wall si guadagna il n.67, davanti a Frah Quintale e Muse (faccio questi nomi solo per darvi una prospettiva, nessun secondo fine). Entrambi migliorano di diverse posizioni rispetto al 2017, quando erano al n.55 e 78. Come l’anno scorso, Wish you were here non è entrato nella top 100, e direi che questo comunque è un buon risultato per il governo del POPOLO.

Sì va bene ma alla fine, quanta musica è stata venduta? Più o meno dell’anno scorso? Se non ve lo dico è perché non è un’informazione che circola. Al momento. O forse non circolerà mai. Ma davvero, tra tutta questa arte e questa coolness e questo CAMBIAMENTO, ritenete che i grezzi numeri abbiano una qualche importanza?

Grazie per essere arrivati fin qui. So che non c’è proprio TUTTO, onestamente non si poteva, a meno di fare una maratona su Netflix. Se pensate che manchi qualcosa, chiedete pure. Buon anno. Skrrt, skrrt.

Classifica Generation. RIASSUNTO ESTATE 2018.

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Il Paese sta svoltando. Che è quello che fa sempre, non appena c’è un rettilineo.

Polemistan 3 – Le migliori polemiche del luglio 2017

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Cos’hanno in comune Rovazzi, Morgan, Mariah Carey, MiticoVasco, Morrissey, Salmo e Povia? Che son qui dentro.

TheClassifica 90. Ariana, Maria, i fottuti giovani e il dannato popolo

TheClassifica 90. Ariana, Maria, i fottuti giovani e il dannato popolo

(LOL, Pannella in copertina) (una volta per dargli la copertina aspettavano che il morto morisse) (va beh, immagino sia giusto portarsi avanti – è un’epoca epocale, e non si è mai abbastanza primi a piombare sulla salma) (…e dite, voi come state?) (bene?) (sicuri?) (no, perché casomai mando lì un famoso fotografo)

Vista l’apertura, andiamo subito alla stuzzicante rubrica
Miglior vita. In classifica solo 7 album su 100 riconducibili ad artisti defunti o band il cui personaggio chiave ha abbandonato questa valle di risate. Scendono sotto il n.100 (per il momento) Amy Winehouse e Bob Marley. Mancano da un po’ di tempo De André e Johnny Cash. Non mi spiego come in questa fase storica la loro mancanza sia venuta a mancare.

Mondo Teen. Al n.1, c’è Ariana Grande con Dangerous woman. Al n.2 e 3, i due finalisti di Amici, Sergio “Big Boy” Sylvestre (vincitore) ed Elodie Patrizi (premio della Critica). Al n.4 c’è Annalisa, ex finalista di Amici (e premio della Critica). Insomma i ragazzi li spendono, i soldi in dischi. E d’altronde, visti i prezzi dei concerti, come li possono spendere? 
Ariana Grande è anche al n.94 – con My everything, entrato in classifica 88 settimane fa e non più uscitone. Di Ariana i big media italiani non hanno ancora fatto una macchina da like e da gallerie, quindi ve la riassumo: 22 anni, cresciuta – come altre mille popstar americane – dalla tv per bambini (non Disney, ma Nickelodeon), poi passata, come le altre mille, ai produttori svedesi. In particolare Martin Karl Sandberg, 45 anni, detto Max Martin: l’uomo con più hit in Usa dopo George Martin. Le ha ottenute con Backstreet Boys, Katy Perry, P!nk, Maroon 5, Taylor Swift, e di recente con The Weeknd e Justin Timberlake. Martin ha studiato musica in patria grazie a un programma finanziato con denaro pubblico. Ha firmato (mai da solo) Baby one more time, I kissed a girl, California gurlz, We Are Never Ever Getting Back Together, Can’t feel my face. Non è stato al n.1 con Dare di Shakira e Love me like you do di Ellie Goulding. In compenso, per qualche motivo aberrante, c’è stato con Roar di Katy Perry.

Vi dirò la verità. A me Dangerous woman pare egregio, equilibrato, educato persino (in realtà è il primo aggettivo con la e che mi è venuto in mente per completare) (non è vero, il primo era “esentasse”. Però “educato” ci sta. Molto più del “pericoloso” del titolo: la mancanza di dirompenza le è molto rinfacciata dai critici delle testate più allineate d’America) (così va il mondo). Come ogni album di american pop che si rispetti schiera 11 produttori e 25 autori. Secondo me può bucare la quinta parete, quella dei 35 anni – se li avete superati, fate una prova. Ovvio che, lavorando con il Produttore Che Lavora Con Tutte Le Altre, la personalità di Ariana non paia così Grande. Però, in quella regione che va da Katy a Taylor, lei prova a rivendicare un suo territorio con un album che duri anch’esso cento settimane; risultato che ottieni quando non sbrachi, quando non vai per la hit sguaiata. Per dire, il brano Dangerous woman è un blues. Dico davvero. Un blues coi cori a cerchio tipo Adele. Il massimo di kitsch è in Be alright in cui pare la Mariah Carey di Butterfly, con tutti gli oohoohoh, seguiti da più meditativi aahahahah. che sfociano finalmente in degli uuhuhuuh dei quali un giorno gli intellettuali dovranno pur prendere atto. Pochi featuring: ci sono Lil Kim e Nicki Minaj, e – un po’ a sorpresa per me – Macy Gray. Poi va beh, il testo dice che “All girls wanna be like that, bad girls underneath, like that”. Ma non ci va giù greve come Miley Cyrus, spiega che “una donna pericolosa è chi non ha paura di prendere posizione, essere se stessa, essere sincera”. Mmh.

Barbie girls. Sapete, pochi giorni fa ho sentito al Wiredfest il boss della Mattel spiegare quanto Barbie sia empowering per le ragazze. E boh, può darsi che sia vero, che ne so io, vi sembro una ragazza? So solo che da Madonna a oggi, le femministe e le postfemministe non hanno realmente raggiunto un accordo su cosa sia empowering. Ma una persona al mondo lo sa. Maria.

(mettetevi comodi)

“La tv degli anni 60 voleva insegnare come si sta al mondo, dal maestro Manzi fino alla religione, era una tivù che voleva educare. Noi invece non vogliamo insegnare niente a nessuno, non abbiamo presunzione, non giudichiamo. Berlusconi ha portato l’audience e l’americanismo in Italia, che significa non avere la puzza sotto il naso, significa non aver schifo del popolo, dei suoi sentimenti e delle sue passioni. Ed è questa la ragione per cui poi il Cavaliere sfondò anche in politica. Ecco, Maria De Filippi, oggi, è la sublimazione massima, di maggior talento, della nostra televisione”.
(Fedele Confalonieri)

A me i programmi di Maria De Filippi fanno un cospicuo schifo. Mi spiace, so che perderò degli Amici (ahaha). Ho la puzza sotto il naso? Se lo è, dev’essere puzza di Confalonieri, e della sua rancida pretesa di difendere i sentimenti del popolo. Però lo ammetto, ogni tanto qualcosa mi fa schifo. E lo dico sapendo che l’espressione “mi fa schifo” è diventata, di per sé, indice di snobismo. L’unico modo di non essere snob è dire, forte e chiaro: “Mi piace tutto”. O meglio: “Mi piace quello che piace al popolo”.
Io e il popolo, devo dire, siamo in discreti rapporti. Ci frequentiamo da anni. Siamo andati a scuola insieme, e pure in vacanza, e allo stadio, e abbiamo pure fatto il militare in Artiglieria. Quindi boh, forse bisogna passare all’altro macroargomento: mi fa schifo perché sono anzyano? Sentite, a me i programmi di Maria avrebbero fatto schifo anche a 15 anni – e mi faranno schifo a 85. E se siete capitati su questa pagina per caso, ribadisco (…tocca farlo, che ho avuto degli incidenti) che non ho gusti sofisticati, sono cresciuto pascendomi di quel pop che oggi tutti amano sfoggiare. E Amici mi fa schifo.
Sia chiaro, la Maria è bravissima eccetera: lo dicono tutti, dev’essere vero. Sicuramente funziona. Vende. E – veniamo al dunque – piace ai giovani. Cosa che ne fa il santino di ogni contrordine di sinistra, il palcoscenico fenomenologico per ogni Umbertoeco in fieri. Mentre Barbara D’Urso, Giletti e Fazio vengono dileggiati ed esecrati, lei piace agli stramaledetti GIOVANI. 

(sapete, io sono a tanto così dallo sbottare sullo stucchevole e fintissimo tifo per i giovani che già Pippo Baudo simulava decenni fa. I giovani fanno idiozie, dicono idiozie, pensano, comprano, twittano, ascoltano idiozie. Non so se sia un loro diritto. Perché è vero che vengono da noi, quelle idiozie. Ma c’è un limite a tutto, e quando eravate giovani, lo sapevate. Almeno, credo)

Ma ora fatemi tirare le fila, dai. Se mi trovo in questo discorso, è perché di fatto, del n.2 e n.3 in classifica ho meno da dire che di Maria che ce li ha messi. Perché quello che ho ascoltato dell’enorme Sergio Sylvestre che sembra Hozier ma anche Adele, o di Elodie prodotta da Emma Marrone e scritta da Federica Camba e Fabrizio Moro (e sì, insomma, i soliti) mi risulta parimenti sconsolante. No, al n.2 e 3 e 4 in classifica in realtà c’è Maria. E di lei vi parlerò. La cosa più interessante che ho letto di recente è un dissing sul Corriere in cui Big Shot Aldo Grasso bacchettava Alcide Pierantozzi, che ha scritto un saggio sulla Maria.
Dice Big Grasso: «Ho avuto attimi di smarrimento, una sorta di dissociazione: ma quello che vedevo sullo schermo era la stessa cosa che descriveva Pierantozzi? “La realtà è che come in un romanzo di Murakami, l’indie e il mainstream non sono più scindibili, è inutile tentare di prendere una direzione rispetto a un’altra. Se esiste una nuova idea di qualità, è il condensato di ambedue le culture. Possibile che nessuno in Italia se ne sia accorto? Se n’è accorta e in tempi non sospetti Maria De Filippi”. E ancora: “Film come La grande bellezza e Lo chiamavano Jeeg Robot sono figli legittimi del modo id fare tv della De Filippi e del suo tentativo costante, forse naif, di riportare a galla le vecchie nicchie di mercato. Di standardizzare le qualità”. Oddio, cosa mi sono perso? Amici è un complesso e costosissimo carrozzone con una sua estetica arcobaleno molto coerente. La DeFilippi ha un’oratoria controllata e ipersemplificata che parla agli istinti ed è imbattibile nel fiutare l’aria del tempo, ma il suo invidiabile armamentario di pubbliche relazioni, la sua propensione al politicamente corretto (i balletti sui migranti!) dovrebbero essere buoni motivi per frenare l’invasamento di chi si vuole scrittore. Fanno a gara i nostri giovani intellettuali, a voler capire più di quel che c’è da capire».

Sarei fin d’accordo con la velenosa chiusa del profe. Perché ve ne sarete accorti anche voi, tanti intellettuali radicalz ADORANO l’establishment, ciccini che sono. Ma curiosamente, proprio Grasso anni fa in un suo libro elogiava Pierantozzi per la sua visione mariana, premettendo: «Maria non è solo dominatrice di talenti in erba, ma vera e propria Flaubert di una moderna educazione sentimentale. Con Amici non solo ha insegnato agli adolescenti a fare piroette e vocalizzi, ma anche a esprimere i proprio sentimenti fornendo loro un nuovo vocabolario e una nuova sintassi comportamentale. Gli ha dato il gusto per le tonalità emotive alte e urlate, e ha rinchiuso tutto questo all’interno delle sue creature più riuscite, come Emma Marrone. Che uno scrittore interessato all’adolescenza di oggi si lasci guidare da Maria De Filippi non è solo naturale, ma persino doveroso: Ivan il terribile di Alcide Pierantozzi è un libro in presa diretta su quel mondo». (segue riassunto della intricata trama del libro che, badate bene, non è il saggio dell’articolo, ma un altro, precedente atto d’amore) 

In un articolo di Salvatore Merlo sul Foglio, scopro viceversa un altro saggio (…quanta saggezza, attorno a Maria De Filippi): è di Massimiliano Panarari, professore della Luiss, autore nel 2010 per Einaudi di un libro dal titolo L’egemonia sottoculturale: «Sostenere che Maria De Filippi sia un genio creativo è socialmente accettato, anche a sinistra: è una specie di luogo comune salottiero. Barbara d’Urso, che pure non è più volgare della De Filippi, invece per questi stessi ambienti è rivoltante, non è socialmente accettata. L’una è trash, l’altra è pop. Chissà perché».

…Io lo so! Io lo so!!! Colpa dei GIOVANI. 

Dal n.5 al n.10, musica per ADULTI. Zucchero, Francesco Renga, Vinicio Capossela, J-Ax (n.8, nuova entrata), Renato Zero. La raccolta di J-Ax, va detto, non è un’operazione avallata da lui, per la sua etichetta, quindi ho la sensazione che non la stia promuovendo; del resto ha la canzone del gelato a cui pensare. Al n.10 chiude un po’ il cerchio Alessio Bernabei (ex finalista di Amici) (e premio della Critica).

Escono dalla top 10. Max Pezzali versione refurbished (dopo sole due settimane), Izi (dal n.3 al n.16), Marco Mengoni, Beyoncé, Elisa, Radiohead (dal n.10 al n.33).

Altre nuove entrate. Eric Clapton n.12, Bob Dylan n.14, Richard Ashcroft n.34, Katatonia n.60.

Adiòs. Escono dalla classifica Elio & le Storie Tese (dopo 14 settimane), Anohni (2 settimane), 99 Posse (4 settimane) ed Eros Ramazzotti (dopo 53 settimane).

Pinfloi. Niente 🙁 The wall, che era n.89, non tiene, e sprofonda pure lui fuori dalla classifica. Ma non siate tristi, tra poco arrivano le ri-ri-ristampe dei vinili. Ah, avete letto? I giovani stanno riscoprendo il vinile. Dehehihohu.