Tag: Alessandra Amoroso

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Forse lui non parla di nessuno. Ma di certo, nessuno parla di lui.

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

Sì, si parla anche di Pinfloi, ma poco poco. Va bene, d’accordo, non è vero.

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

PREMESSA PER CHI NON È ABITUATO. Vorrei potervi dire che le charts annuali che sto per sottoporvi hanno un significato reale. Ma non è così. Come possiamo comparare la performance di un album uscito a gennaio e quella di uno che è uscito a novembre? Anzi, a controllare le date di uscita dei più venduti tra gli album, viene da dire che a dominare il 2020 è stato il 2019. Del resto, per fare l’esempio più ovvio, l’album di Marracash (disponibile dal novembre 2019) ha avuto tutto il 2020 per colonizzarci, laddove evidentemente Sferoso Famoso, uscito nel novembre 2020, non ha vinto quest’anno ma ce lo ritroveremo tutto trionfoso nell’Analisona del 2021 (intanto, colgo l’occasione per rendere omaggio alla madrina di questo appuntamento: Annalisona) (…non che il suo 2020 sia stato da incorniciare, purtroppo).
Ma dicevamo: ha senso pontificare su classifiche come quelle della FIMI, le principali e più rappresentative in circolazione in Italia, anche se mescolano dati di natura opposta, dai cd – e nemmeno tutti (per esempio non quelli delle edicole) agli ascolti ossessivi e condizionati dalle playlist – e nemmeno tutte (per esempio, non conteggiano YouTube)?
RISPOSTA. No!
RISPOSTA ARTICOLATA. No, non ha senso, però magari se ne possono trarre due indicazioni. Forse persino tre. Se in qualcosa di quello che state per leggere riuscirete a trovare qualche spumeggiante aspetto musicalsociologicoestetico utile a chiarirvi il lato lagnososchiamazzante questo impareggiabile Paese, forse non tutto questo sarà andato sprecato.
Ma se vi ritroverete a concludere che è solo una sarabanda di nomi e penose manfrine necessarie a tener su una qualche illusione di panorama musicale, io non ho niente da obiettare. Alla fine è solo un’occasione per fare un po’ di conversazione, oppure di prendere atto che siamo passati dall’inizio del decennio alla sua fine.
Comunque, per gentilezza, per avere la migliore approssimazione possibile del SUCCESSO, cercherò di mettervi a disposizione classifiche di varia natura, e non solo quelle della FIMI (che saluto) (ciao, FIMI!) (viva la FIMI) e non solo quelle italiane, e non solo quelle delle “vendite”. Ehi, non lo fa nessun altro! Cioè, sì, ok, lo fanno separatamente, ma così non si capisce niente. Io invece, mmmh, vi manderò di nuovo a scuola, io vi darò ogni centimetro delle charts, oh!, vi darò whole lotta classifiche. A cominciare da quella dei concerti più visti nel 2020.
Ehi, complimenti ai Dream Theater – e pure a Gazzelle, davanti a Renatone… Come? Cosa? Sento qualcuno che da là in fondo mi dice che le classifiche vanno contestualizzate, che da sole non significano niente eccetera. Oh, ma devo dirvelo io? Dove siamo, in una telecronaca Rai, che avete bisogno di qualcuno che vi aiuti a capire cosa vedete? Va beh, facciamo un’altra premessa.
PREMESSA SUL FATTO CHE IL 2020, DI QUA E DI LÀ. Può darsi – lo dicono tutti – che sia stato un anno particolare. Sapete, stop ai concerti, niente Olimpiadi, niente Fuorisalone, niente Sangue di San Gennaro. In compenso ci sono stati i talent e ovviamente Sanremo (niente può fermare Sanremo). Tuttavia, l’unica cosa che distingue realmente questa Analisona da quella del 2019 è che manca la classifica dei concerti più visti. Per il resto, quello che avevamo visto succedere nel 2018 e 2019, si è confermato nell’anno testé concluso. Il Riassunto per chi non ha tempo non è troppo diverso da quello di dodici mesi fa.
RIASSUNTO PER CHI NON HA TEMPO
1) solo gli ITALIANI fanno musica che piace agli ITALIANI – gli stranieri producono cose che non ci sfiorano- a meno che non vengano trasmesse su Netflix. Quest’anno, soprattutto grazie ai singoli, sono andati un pochino (ma pochino) meglio dell’anno scorso – ma per questo dato, il sospetto è che Covid ci covi;
2) le donne, se proprio vogliono aprir bocca, devono ritornellare graziosamente attorno all’Uomo Forte, idea fissa della nazione dagli antichi Romani in poi (and counting). L’anno scorso la classifica era espressione della straripante virilità ITALIANA – ma quest’anno abbiamo fatto persino di meglio e le abbiamo quasi rimandate in cucina, ovviamente a fare le pizze fatte in casa;
3) non formate una band, MAI, a meno che non riusciate a ottenere lo slot della Simpatia Sanremese (da Lo Stato Sociale ai Pinguini Tattici Nucleari). In caso contrario, non si vende niente e oltretutto ci si ammala;
4) casomai, come fanno tutti, fate un FAD, Featuring A Distanza – la DAD, Didattica A Distanza, ne è una derivazione, basandosi sulla stessa idea di mandarsi dei temini a distanza;
5) partecipare a un talent non basta: dovete farne almeno DUE oppure andare a Sanremo (che poi è il talent più vecchio) e poi, come con Elodie e Gaia, dopo più tentativi il pubblico sfinito prenderà atto che non mollate: si arrenderà e vi tributerà il successo che meritate;
6) su Spotify va forte il rap italiano, su YouTube vanno fortissimo Sanremo e le sue lagne di qualità, ma soprattutto YouTube consacra le hit estive ITALIANE brutte e banali (non aggiungo “cretine e dozzinali” perché ho un grande rispetto per i nostri PRODUCERS, che col loro tocco da Re Mida riescono a produrre paccottiglia cafonazza e tirarsela. Qualche mio collega li gratifica scrivendo che sanno il fatto loro. A me verrebbe semplicemente da chiedergli l’iban e organizzare una colletta, ponendo fine alla loro miseria infinita. Ma è una mia debolezza buonista;
7) in Italia quelle che potremmo chiamare Star Globali riscuotono una quantità assai esigua di trippa per gatti. Del resto non appaiono al GF Vip né all’Isola dei Famosi, quanto possono realmente valere? E tuttavia, tra i campioni del 2020 che sto per nominare, nessuno riesce completamente a imporsi come asso pigliatutto in nessuna parte del mondo, in genere c’è qualche campione locale che impone la legge del quartiere. Stefani Joanne Angelina Germanotta (Lady Gaga), Abel Makkonen Tesfaye (The Weeknd), i 방탄소년단?, 防彈少年團 (Bangtan Sonyeondan, per gli amici, BTS) e Dua Lipa (…l’unica col vero nome. E nella mia umile opinione è più bello dei nomi d’arte degli altri tre) si sono fatti rispettare in classifica con album di alto livello nei rispettivi generi, e Bad Bunny è l’uomo più streamato dal genere umano secondo Spotifone. Ma credo siano coinvolti nella Grande Perdita di Importanza della Musica (in cui rientra quella dell’album, ovviamente). Forse tra qualche mese l’IFPI, federazione della discografia mondiale (tipo la federazione dei pianeti di Star Trek) dichiarerà Taylor Swift artista dell’anno anche per il 2020. Ma non sta lasciando granché il segno, vero? Se vi è simpatica, spero che questa Umile Opinione non vi offenda. Anzi, faccio ammenda pubblicando un comunicato stampa che, come tutti i comunicati stampa su chiunque, ne comunica il SUCCESSO. Ma che Swift sia da anni la superstar della musica sul pianeta, e ciononostante il 99% del pianeta non saprebbe cantare una sua strofa nemmeno sotto minaccia di una trasmissione di Mario Giordano, è un argomento a favore della Rétromania.
8) questo riassunto è lungo, lo so. E non so nemmeno se riassume. Ma a proposito:
9) confrontando le canzoni che arrivano in top 10 di Spotify e Apple Music, le azzeccatissime hit italiane hanno una durata sensibilmente minore di quelle straniere, siamo vicini al minuto; quasi tutte le irresistibili creazioni dei nostri producers durano meno di 180 secondi, a riprova che il pubblico ITALIANO non si stancherebbe mai di ascoltare cretinate concise – ed è ora di riconoscere che Giorgia Meloni lo ha capito prima di tutti.
INFINE, SEMPRE PER CHI NON HA TEMPO: UN MINUTO DI SADISMO (aka: i FLOP). Chiariamo una cosa: tutti gli artisti che vi piacciono sono straordinari e l’arte non si misura con le classifiche, perché non è che nel 1875 qualcuno valutava se Degas aveva venduto più di Renoir e se Cèzanne non aveva ottenuto il quadro di platino. Cioè, in realtà qualcuno che lo faceva, c’era (mercanti! Fuori i mercanti dal tempio! Eccetera!) ma il SUCCESSO non significa niente, è un valore così anni 80 e 90 e 00 e 10. Ciò non toglie che, sulla base degli ottusi dati di vendita, qualcuno nel 2020 NON è andato così bene. Ora: volete realmente sapere di chi si tratta?
Lo volete, voi???
Siete persone orribili. E purtroppo siete nel posto giusto.
Ovviamente bisogna mettere nell’equazione anche le aspettative, o il livello cui l’artista era abituato. Per cui limitiamoci a citare alcuni album di artisti importanti i cui album del 2020 non hanno ottenuto certificazioni nel 2020 – e quindi dovrebbero essere rimasti sotto le 25mila copie: Piero Pelù, Samuele Bersani, Annalisa, Ghemon, Max Pezzali, Francesco Bianconi, Negramaro, Francesca Michielin, FSK Satellite con Padre, figlio e spirito, Achille Lauro con il disco – pardon, il progetto del 2020, Fiorella Mannoia, Carl Brave con Coraggio. Ma per l’appunto, ci è voluto coraggio per pubblicare dei dischi nel 2020, e plaudiamo a chi ha rinunciato alla prudenza mercantile per dare qualcosa al suo pubblico. Che poi, sono in ottima compagnia: quest’anno, dischi che si sono fatti valere in tutto il mondo come quelli di BTS, Drake, Taylor Swift, Bob Dylan, Eminem, Ariana Grande e Juice WRLD hanno avuto gli stessi problemi col nostro pubblico dal palato fine. Per ora.
E ADESSO, PER CHI HA UN SACCO DI TEMPO: CLASSIFICHE!
ALBUM PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
In sintesi. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. E i primi 6 posti sono a posto.
Poi, pop italiano, indie-rock italiano (più o meno), canzoni per bambini italiani – e infine, per non esagerare con la varietà, rap italiano.
Rispetto alle elezioni del 2019, il rap italiano aumenta la sua percentuale. Agli ascoltatori italiani, in sintesi, piacciono molto gli italiani che parlano moltissimo. Più che in passato. Poi c’è da discutere su quante di queste parole resteranno.
Il numero uno. Premetto che è La Mia Umile Opinione, ma non credo di dire una cosa aberrante se dico che Persona di Marracash è il migliore tra i dischi che negli ultimi dieci anni hanno occupato la primissima posizione in queste classifiche annuali (per concedervi di argomentare, giacché questo non sia un monologo e vi sentiate liberi di commentare mentre scrivo, vado a elencarli) (Vivere o niente, L’amore è una cosa semplice, Mondovisione, Sono innocente, Lorenzo 2015cc, Le migliori, Segnetto di Ed Sheeran, Rockstar, Colpa delle favole). (se il titolare dei titoli non vi viene nemmeno in mente, forse ho implicitamente ragione) (e non dite che sono mezzucci. Anche se so benissimo che lo sono: adoro i mezzucci). Persona è un disco che alza il livello dello scontro, e mi pare di poter dire che l’album di ThaSupreme fa la stessa cosa in un’altra direzione. Non mi sento di dire la stessa cosa del n.2 di Sferoso Famoso, però come hanno detto critici e addetti ai lavori, era giusto che Sferone facesse un disco fastidioso e insulso, per sfondare all’estero. Dati alla mano non ci è riuscito, ma i comunicati stampa ripetono di sì (e noi giornalisti musicali obbediamo, in modo che forse un giorno Spotify o una major facciano di noi delle persone oneste). Mr.Fini di Gué Pequeno non ha accontentato tutti ma è un disco ambizioso da parte di uno che giocava a fare quello che le ambizioni se l’era fatte togliere da un dottore di Detroit (cit.); allo stesso modo forse gli album di Ghali ed Ernia non saranno ricordati come pietre miliari, ma mi sembra abbastanza chiaro che entrambi hanno alzato il mirino. Poi, parecchio rap italiano nuovo e non nuovo ha invece cercato di vivacchiare allo stesso modo, con gli stratagemmi facili. Ma non gli ha detto benissimo. Vi sto annoiando? Siete anagraficamente indifferenti al rap italiano?
Ecco, torniamo a un problema importante. Il rap italiano abbonda, e nel biennio 2019/20 sono usciti alcuni dei migliori dischi di rap italiano di sempre. Ma come il pesce persico del Nilo nel Lago Vittoria, il genere sta alterando l’ecosistema e non per colpa sua (beh, insomma. Lui ci sguazza. Questo fanno i pesci, no? Rari son quelli che volano). Il rap italiano, per DNA sta contribuendo all’implosione di quel che resta della musica tricolore, anche se va a suo merito aver reinserito nella società una generazione di discografici completamente privi di udito. Personalmente non ho nulla in contrario al totalitarismo rappuso, posso farmi una ragione delle infinite banalità da quartiere nei testi, e della piattezza sonora di cui la maggior parte degli ascoltatori 13enni si pasce deliziata: il rap mi garba comunque più dell’indie e caso vuole che professionalmente mi porti più soldi degli altri generi. Però non posso nascondere la sensazione che le classifiche ufficiali ne esagerino il peso e l’impatto rispetto a quello che viene realmente ascoltato in Italia. Ora come ora, lo scenario sembra sbilanciato a favore di un mezzo (il telefonetto, le piattaforme), di una fascia anagrafica e di un tipo di fruizione, mentre la verità è che in Italia si ascolta anche tanta altra roba. Spesso brutta (…molto spesso). Che attualmente risulta messa ai margini. Basterebbe, per argomentare, il confronto con la classifica dei…
SINGOLI PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
Qui il livello di vita mojita e Mariadefilippismo si fa vorticoso: le hit estive continuano a imporre la loro spietata legge, che è poi la legge della ripetizione, felicemente mutuata dalla propaganda nazista: il massimo risultato è ottenibile ripetendo la canzone dell’anno prima – se non un identico featuring (Sandrina Amoroso, Ana Mena). C’è anche, immancabile un presobenismo ebete che come olio di palma lubrifica la produzione seriale delle azzeccatissime hit da spiaggia. E forse è per disperata autodifesa immunitaria che in top 10 si fa strada un 30% di brani stranieri, tutti caratterizzati da un clima vintage che è quasi un rifugio dal cinismo con cui sono state assemblati gli zombie sonori che si trovano sul podio – e beninteso, Superclassico di Ernia (n.4) non è da meno: nessuno mi toglie dalla testa che il famoso “Dio, che fastidio” sia rivolto alla propria stessa canzonuccia, e al Coez che Coeziste con la parte nobile di ogni giovane artista disposto a immergersi volontariamente nella fanghiglia indieurban.
Trivia: tra gli album le tre major si spartiscono quasi tutto, col Leviatano Universal che incamera il 44% della distribuzione dei titoli in top 100 (Sony 24 titoli, Warner 22) (l’italiana Artist First segue a distanza con 5). Tra i singoli, però, Universal è meno universale e piazza tra le prime cento 37 delle sue azzeccatissime hit, contro 29 per Sony e 27 per Warner. Nella top 30 dei singoli, la performance Sony è addirittura migliore: 11 indimenticabili motivetti contro i 9 straordinari tormentoni della rivale (7 per Warner).
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PERÒ SPOTIFY, PERÒ YOUTUBE.
1) Spotifone. La app svedese col bollino verde dice che questi sono gli album e i singoli più ascoltati in Italia. Pur tifando smaccatamente per i rapper, emettendo per finissime ragioni strategiche i suoi verdetti a fine novembre non fa un gran favore al suo pupillo Sferoso Famoso, il cui album quindi è come se non fosse uscito nel 2020. Lo stesso vale per MiticoLiga e San Claudio Baglioni, che però non sono il tipo di mondo felicemente rappuso, rigorosamente maschio e amabilmente patriottico che Spotifone caldeggia. Per quanto riguarda i singoli, però, si sbilancia a favore di Irama con Mediterranea (69 milioni di ascolti a fine anno) davanti a Good times di Ghali (67 milioni) e M’manc (Shablo feat. Geolier e Sfera Ebbasta). Difficile capire il peso in classifica delle inseguitrici di Spotifone (Amazon, TimMusic, Tidal, Deezer). Però vale la pena considerare la situazione del n.2 mondiale:
2) AppleMusic. La mela ha detto che quest’anno i suoi ascoltatori hanno continuato ad ascoltare con piacere Dance monkey di Tones And I, che era al n.1 in Italia già nell’ottobre 2019.
Non fate quella faccia. Anche all’estero ha comunque retto per tutto il 2020.
Stando al comunicato ufficiale, il resto della top 5 è occupato da Blun7 a Swishland (ThaSupreme), Karaoke (Boomdabash e Sandrina Amoroso), Mediterranea (Irama), Ti volevo dedicare (Rocco Hunt, con J-Ax e Boomdabash). Tutto questo, ammettiamolo, ci dice che rispetto agli utenti di Spotify, quelli di AppleMusic sono un pochino più lenti e probabilmente un pochino più adulti. In Applelandia, il rap si appoggia visibilmente al pop, e al n.1 c’è addirittura una STRANIERA – e sorvoliamo sul fatto ancora più strano: è una femmina. Poi ci sarebbe
3) YouTube. Che però non conta per la classifica, almeno per ora, anche se è il principale strumento di ascolto di musica degli italiani. E qui risultano al primissimo posto Boomdabash e Alessandra Amoroso, con quasi 100 milioni di visualizzazioni; il secondo posto viene assegnato a Francesco Gabbani, ignoratissimo dal Paese Ideale ma non dal Paese Reale, e il terzo a Rocco Hunt e Ana Mena con A un passo dalla luna. A dire il vero, mentre scriviamo, quest’ultima totalizza ben 6 milioni di visualizzazioni in più del brano portato da Gabbani a Sanremo, ma questo è quel che accade quando si sparano i verdetti un mese prima della fine dell’anno. Poco male, di sicuro Rocco non se la Mena (ahaha. Scusate).
In generale, si sa che YouTube è la fonte di musica per un segmento di ascoltatori più adulto e nazionalpopolare (…avrete notato la comparsa della parola “Sanremo”), che non manda Tha Supreme ed Ernia in top 10, privilegiando Baby K, Chiara Ferragni (meglio del marito, quest’anno) ed Elettra Lamborghini, queen e idole eccetera. Qui di femmine, per qualche motivo, ce n’è a pacchi.
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TALENT
1) da XFactor 2019 non era uscito nessuno in grado di farsi notare in classifica. E la recente edizione del 2020 non promette meglio;
2) da Amici 2020 è venuta fuori Gaia, che ha ottenuto un disco d’oro con l’album Nuova genesi e un platino col singolo Chega, premiato anche da YouTube. Non siamo dalle parti di Irama, ma col singolo è andata meglio di Alberto Urso (e ci mancherebbe).
3) Diodato, vincitore di Sanremo 2020, ha ottenuto un disco d’oro con l’album Che vita meravigliosa e un doppio platino con Fai rumore. Chiude l’annata entrando nella top 50 degli album, al n.46. Ok, Gabbani e Mahmood erano andati molto meglio, ma facevano un altro genere, via. Quest’anno da Sanremo sono usciti bene Elodie, che forse è finalmente uscita dalla angusta categoria delle ancelle del cantante macho (leggi alla voce: Francesca Michielin), ma soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, con doppio platino per il singolo Ringo Starr e platino per l’album Fuori dall’hype: il paragone con Lo Stato Sociale del 2018 sarebbe banale, e infatti eccolo: a conti fatti i Pinguini hanno avuto meno visibilità, ma più ascolti.
Trivia: l’album di Levante, quando è uscito nel 2019, non era entrato in classifica; ora ce lo troviamo grazie alla partecipazione a Sanremo 2020.
METOO. Per fortuna le feminazi non hanno contagiato il nostro maschio popolo, e gli ITALIANI ne hanno accettate soltanto 9 tra i cento album più venduti. Elodie è l’unica nei primi 30. Tre sono straniere. Tanto vale citarle tutte: Elodie, Billie Eilish, Dua Lipa, Lady Gaga, Levante, Elettra Lamborghini, Elisa. Solo tre di loro hanno un cognome. Al confronto, il 2019 con addirittura 13 femmine in top 100 era stato un anno tutto rosa nel quale la fragorosa virilità ITALIANA era stata messa a repentaglio. Precisazione: non sto contando Sofì dei MeControTe, Mina con Fossati, Lady Gaga con Bradley Cooper (comunque l’ho già citata come solista).
STRANIERI IN TERRA STRANIERA.
(…che carini a distinguere tra “venduti” ed “equivalenti”, no?) (possono ancora permetterselo)
Si nota quella cosa che dicevo prima? Nessuno stravince universalmente. Per i Britanni, addirittura, il sig. Capaldi è il n.1 per due anni successivi. Comunque hanno addirittura due album rap in top ten, per loro è quasi inaudito. La Francia è sovranista quasi quanto noi, nella top 100 hanno la nostra stessa percentuale “local” dell’80% circa, dichiara la Snep. La Francia è anche il posto in cui il podio è completamente occupato dal rap “interno”, come l’Italia. I todeschi hanno un eclettismo encomiabile: hard-rock, rap, Schlager, cantautorismo. E un filo di nazionalismo in meno. Non molto, ma ammetterete che da parte loro, eccetera. Ovviamente inutile sperare che i Britanni ascoltino qualcuno che non canta nella loro lingua. Ma qui mi fermo, perché non è che mi pagate per insultare i Britanni (però che sogno sarebbe).

Principale differenza: anche negli USA, YouTube raddoppia le presenze femminili. Attenzione però: Taylor Swift non compare. Se è per questo, nemmeno Harry Styles o BTS o Fleetwood Mac. L’hit single, per lo streaming, rimane una faccenda urbanissima. Nessuna star del country – mentre tra gli album, avrete notato che anche tra gli equivalenti c’era al n.10 Luke Combs, che al cappello da cowboy preferisce i cappellini tipo baseball, sua concessione semi-Swiftiana alla modernità.

Vedete bene, lì in fondo? Direi che come singolo, Blinding lights compete con i boss del quartiere portando a casa un podio ovunque, tranne ovviamente in Italia, volete mettere con la magia del sound becerone che ci vibra ignorante nel petto? (… non trovate bello che “Ignorante” sia stato l’aggettivo più esaltante del nostro decennio?) Eccoci allora a parlare di
STRANIERI IN TERRA ITALIANA
Tra i presunti album sono 22 in tutto su 100; nessuno in top 10, solo tre in top 30. Volendo fare i pignoli, sono anche meno di quel che sembrano. Nel senso che i Pink Floyd hanno in top 100 due album, i BTS pure, Ed Sheeran e Lady Gaga anche. Però non voglio piegare i sacrosanti dati alle mie convinzioni: in fondo siamo passati da 8 a 10 nomi stranieri in top 50 e pertanto abbiamo un +4% perentorio e senza se, e senza ma: anzi, di questo passo torneremo ai pericolosi livelli del 2005, quando gli stranieri in classifica erano 45 su 100: volete davvero che la brutta musica nostrana sia sostituita da brutta musica straniera? Lo volete voi??? “Nooooo!” Nei sedicenti singoli poi abbiamo tre stranieri in top 10 (nessuno tra i primi cinque), e 17 in top 40, insomma diciamo che nel mordi e fuggi senza impegno delle hit è più facile ottenere tre minuti di attenzione ITALIANA. I cosiddetti album richiedono oggettivamente troppa attenzione, e non siamo mica a scuola. Non prendiamo lezioni da nessuno.
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ALTRI ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE
RADIO GAGA. Rispetto alla parte iniziale del decennio la programmazione, Nella Mia Umile Opinione, sembrerebbe all’insegna della spericolata arte di compiacere contemporaneamente a) i discografici insistenti b) un pubblico non freschissimo ma forse più incline a ritmo e musicalità di quello dello streaming, e se proprio non se ne può fare a meno, c) divertirsi anche un po’.
Le classifiche di EarOne tratteggiano una programmazione che dà un colpo al cerchio, uno alla botte piena, e uno alla moglie ubriaca, mantenendo peraltro le percentuali geografiche in una parità secondo me accettabile. Tra l’altro da 3 anni la top 100 è sostanzialmente divisa a metà tra musica ITALIANA e internazionale, con impercettibile aumento delle eccellenze del territorio. Fornisco le cifre per chi dubita della mia parola, peste lo colga: 52 italiane in top 100 nel 2020, 51 nel 2019, 50 su 100 nel 2018.
Trivia: sempre affascinante la popolarità ermalmetiana di LP, distribuita dalla piccola X Energy, non altrettanto rilevante in altre classifiche.
VINILI. Non riesco a dare importanza a questa classifica, mi dispiace, credo valga quanto quella dei libri di musica o delle t-shirt (…quella, sarebbe interessante). Però sono un glaciale professionista e pertanto ve le allego. Per il quarto anno di fila, The Dark Side Of The Moon eccetera. Perde una posizione la raccolta dei Queen (dal n.3 del 2019 al n.4 del 2020), ne guadagna due Nevermind, tre posizioni in più per Legend di Bob Marley, rientra in top 10 Abbey Road, mentre Sgt.Pepper non è in top 20 perché non ha una bella copertina. The Wall arretra di tre posti, mentre lo Springsteen di quest’anno va meglio (n.5) di quello dell’anno scorso (n.7).
Rimarchevole il secondo posto dell’unico a intrufolarsi (sostanzialmente, in un mese) nell’acquario classic rock: SferosoFamoso, che probabilmente è andato bene come regalo di Natale (la copia autografata a 85 euro, esclusiva Amazon); ci sono due album italiani in top 10, e sono degli unici due artisti nati dopo il 1970. Sono una discontinuità rispetto agli anni scorsi e ci spostano verso il più grande tra i due imperi dalla cui luce abbagliante veniamo illuminati.
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Perché in America, al primo e secondo posto ci sono due dischi e cantanti nuovi (e il primo è un inglese), nel Regno Unito invece trionfa il vintage, e non dipende dal famoso video che impazza su TikTok, col tipo che canticchia Dreams. Vi rivelerò un segreto: molto prima che il tipo canticchiasse Dreams sul suo skateboard i Fleetwood Mac avevano due album tra i 30 più venduti di tutto l’anno nel Regno Unito, nel 2019: la raccolta 50 years (n.13) e Rumours (n.30). Di fatto i Fleetwood Mac, i cui membri meno vistosi sono britanni, sono stati il secondo classic act più popolare in una nazione che è più ancorata agli anni 70 rispetto a noi e agli yankee.
MIGLIOR VITA. Ormai nelle theclassifiche settimanali non menziono più gli artisti che hanno abbandonato queste nostre zone rosse e arancioni e gialle per andare nella Grande Zona Nera, e del resto in quella annuale entrano solo Pop Smoke (n.50) e i Nirvana di Kurt Cobain, quello che si è fucilato, mitico!. Sì, sono solo due: gli italiani non hanno versato uno stream per Juice Wrld, Ennio Morricone o Eddie Van Halen, e sono del tutto spariti i Queen (4 album in top 100 e uno in top 10 nel 2019). Come D’Annunzio, stiamo andando verso la vita.
PINFLOI. Non è stata una buona annata. The wall scende dal n.63 al 77, e The dark side of the moon pur rimanendo il vinile più venduto come nel 2017 e 2018 e 2019, lascia il n.49 e va a occupare proprio quel n.63 come un saprofita. Per prevenire un ulteriore calo Roger Waters dovrebbe prendere in considerazione l’idea di dare le sue canzoni più angosciose a qualcuna delle sedicimila serie tv sulla monarchia britannica, gli ITALIANI le guardano tutte avidamente. D’altra parte è consolante sapere che c’è un popolo che da secoli, per legge eroga miliardi alla stessa famiglia di incommensurabili citrulli e non è il nostro.
Si potrebbero dire ancora tante cose. Ma non ce n’è motivo. Grazie per aver letto fin qui, siete stati molto gentili. Andiamo a darci sotto col 2021, ora.
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PS: …un momento! Come dite, bambini? Ah, ma certo, boomer che non sono altro, dimenticavo TikTok. Qui circolano un po’ di classifiche diverse, non so di chi fidarmi, è un po’ tutto un balletto. Ma per l’appunto: eccone una semi-attendibile sui balletti più telefonosi del 2020:
E con questo, ho fatto il mio dovere: è stato un piacere.
Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

No, non è vero, è un titolo scemo per incuriosirvi. Però dopo Vaffanculo, un’altra sua vecchia hit torna d’attualità.

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Un discorso politicamente sconsolato attorno a canzoni brutte, streaming e radio.

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

A luglio sono stato ospite del televisore. L’idea era provare a creare in diretta il Tormentone In Laboratorio. Ho fatto preparare agli autori del programma delle urne con nomi di cantanti ITALIANI maschi, di cantantesse ITALIANE femmine, di producers ITALIANI (gli autentici ReMida del nostro pop) da abbinare a caso per interpretare un’azzeccatissima hit dell’estate ITALIANA. C’erano anche un mappamondo per scegliere la località esotica, un vocabolario di spagnolo dal quale prendere parole a caso, un libro con ricette di cocktail, un elenco di fenomeni meteorologici da inserire e uno di attività da compiere con il proprio telefonetto. Così io e il noto giornalista Alessio Viola abbiamo consegnato al Maestro Rocco Tanica gli ingredienti per scrivere un’azzeccatissima hit estiva: all’istante il bravo tastiere ha composto una canzone ambientata a Cancùn, contenente rime su justìcia e zapatos e importanti allusioni a gin tonic, instagram e a una bomba d’acqua (pronta ovviamente a diventare bomba d’amore). Interpreti sorteggiati: Fedez e Raffaella Carrà, prodotti da Boomdabash.
Io ridevo come uno stupidone. Ma non avrei dovuto. In primo luogo perché non avevo ancora perso gli otto chili messi su durante il lockdown (…che imbarazzo) e rivedermi registrato è stato doloroso. In secondo luogo, perché funziona esattamente così.
 
Covid & Co. Come per tante altre cose, è difficile dire se il virus, mandando a gambe all’aria tournée, firmacopie, cumparsite televisive e promozione, sia la causa del fenomeno o abbia solo dato una spallata verso una direzione già inevitabile. Ma ora come ora l’azzeccatissima hit estiva è l’unico genere musicale rimasto in piedi in Italia oltre al rap ITALIANO. Il pop è sparito, l’indie-pop è sparito, i cantautori sono spariti. Dopo i sanremesi, gli unici non rappusi a pubblicare degli album sono stati sostanzialmente Francesca Michielin, Ghemon e Cristiano Godano. E i  discografici ancora raccontano di questi album riuniti attorno al fuoco nelle notti senza luna, insieme alla storia dell’uncino o a quella dell’autostoppista fantasma. Questa è la musica ITALIANA nel 2020: verbosi contro chiringuiti. In questo momento nove album su dieci in top ten sono di rap ITALIANO; ma per fortuna il virus non ha bloccato l’estate e la nostra sacrosanta voglia di essere Portorico, la nostra autentica vocazione a dimenarci nel barrio e affermare una volta per tutte che esigiamo di bailar sulla playa tutta la noche. E questa viene fotografata – e messa su insta – dalla classifica dei singoli.
Non è il caso di essere snob. Gli italiani hanno diritto a canzoni brutte e cretine, e anche quest’estate il mercato gliene ha offerto una quantità immensa, perché non possiamo permetterci di vivere senza quella carica despacita che tutto il mondo ci riconosce. Mica siamo portoghesi o svizzeri. Siamo tenuti a essere ferocemente, istericamente sollazzati.
 
Pontificando. Con tutti i problemi che ci sono stati quest’anno, vogliamo negare al POPOLO la sua overdose di musica ebete? Ovvio che no. Ma l’anno scorso senza quarantena era la stessa sbobba e l’anno prossimo sarà la stessa cosa. La verità (che mi pare nessun opinionista musicale dica con la mia inimitabile serenità) è che la canzonetta estiva schifosa e senza dignità è un’eccellenza ITALIANA, Tormentonia un comparto che dà da mangiare a centinaia di addetti ai lavori il cui presunto talento si fa da parte di gran carriera quando c’è da mendicare gli ascolti del pubblicone. Quello che succede fuori è indifferente a chi canta e a chi ascolta. Solo due canzoni hanno incluso abbastanza esplicitamente il lockdown nella loro narrazione, e sono Una voglia assurda di J-Ax (n.38 in classifica) e Un’altra estate di Diodato (non in classifica). E direi che le loro performance possono essere un buon punto di partenza. Ma già che siamo alla casella del Via!, registriamo i
 
Non iscritti. Quest’anno non si sono presentati a Tormentonia Alvaro Soler, Benji & Fede, Rovazzi, Thegiornalisti/Tommaso Paradigma. Anche se quest’ultimo è stato grande protagonista del film purulento di Netflix Sotto il sole di Riccione, costruito sulla sua azzeccatissima hit estiva del 2017. A riprova della redditività del filone. Perché come diceva Faber, dal letame nascono i diamanti. Ok, non diceva così, però lo stiamo vedendo succedere. Forse Netflix sta già lavorando a film su Roma-Bangkok o Ostia Lido. Spero di sì. Tanto, non sono abbonato.
 
Fuori dal coro. Eccettuato lo strano Irama, peraltro ex numero uno, nove brani su dieci della top ten sono realizzati grazie a preziose collaborazioni tra artisti, straordinarie convergenze tra musicisti decisi a unire le forze per darci musica irripetibile. Pur nell’essere uguale a quella dell’anno scorso. Ma una legge della hit estiva è che più è uguale a qualcosa di già sentito, più è uguale a tutto il resto, meglio è. Insomma smettetela di chiedere troppo agli italiani, hanno pure diritto a svagarsi con roba brutta e noiosa.
 
Sequel e remake. In realtà in giro c’è una forte tendenza al neoclassico: nelle hit estive che piacciono al di fuori dei nostri confini, Break my heart di Dua Lipa è in forte odore di Need you tonight degli Inxs; Kings & queens di Ava Max somiglia in modo sospetto a You give love a bad name di Bon Jovi, Some say di Nea è ugualina a I’m blue degli Eiffel 65. Quindi abbiamo trovato un altro alibi che permette a Fedez di rifare Children di Robert Miles (nolente, perché purtroppo impossibilitato a esser volente). Non ha esattamente spaccato, ma è in top 10 sostanzialmente da quando è uscito. Del resto come sempre ha un messaggio importante, con sottile sottotesto politico: “Ma che bella l’Italia, ma che ne sa la Germania”. Wow. Beh, quando uno ha delle cose da dire. Invece, il n.1 dell’anno scorso Fred De Palma ha girato il seguito di Una volta ancora con Anitta al posto di Ana Mena. La canzone si chiama Paloma, è al n.6. Benino, ma non benissimo e per un motivo preciso: il gossip non può decollare, non li si può shippare perché ok, nel video c’è tanto barrio e balle varie, ma Anitta e Fredo non appaiono mai insieme. Il brano ha qualcosa di Mena rispetto all’anno scorso. La verità è che Ana è annàta a tubare con Rocco Hunt nel video di A un passo dalla luna – numero uno in classifica da due settimane, cosa che mette la signorina Mena da Estepona, Costa del Sol, sul nostro Trono di Racchettoni; in vetta nel Ferragosto 2019, e nel Ferragosto 2020. Ruocc’ per il video l’ha raggiunta a Ibiza, dove lei si diMena in canotta tra manzi in canotta, ma lui trova parole che non sa trovare nessun altro: “Facciamo finta che l’estate è solo nostra. Anche il mare ci guarda, sembra lo faccia apposta”. Ehi, convincerebbe chiunque, e analogamente (ok, basta), convince Ana. E come vedete nell’immagine, se ne bulla con Fred. Quanto a Karaoke dei Bumdabàsci, è evidentemente il sequel sciapo di Mambo salentino del 2019: stesso gruppo, stesso featuring, stesso Salento; cambia solo lo sponsor alcolico, mostrato alle telecamere con la solita discrezione (…avete mai visto impugnare così una bottiglia?). L’anno scorso era Birra Peroni, quest’anno un’eccellenza birrosa del territorio. A proposito di benefattori:
 
Dolce & Gabbana. Sono tra gli elementi portanti dei video di: Rocco Hunt e Ana Mena, Boomdabash e Alessandra Amoroso, Giusy Ferreri e Elettra Lamborghini, Takagi & Ketra + Elodie, Mariah ft. Gipsy Kings, Fred De Palma e Anitta. Fa pensare, che un solo brand riesca a coprire tutto il fabbisogno di giovane e originale eleganza pop, tutta la voglia di essere se stessi e distinguersi che è tipica degli ITALIANI – ma soprattutto di questi artisti che da sempre hanno qualcosa di unico da dire. A proposito di posizione dominante,
 
Borotalco TV. Dovete sapere che è una casa produttrice dal nome sapientemente carloverdoniano nata quasi quattro anni fa, eppure già leader nei video delle azzeccatissime hit estive ITALIANE. Quest’estate ha realizzato gli spot di Baby K e Chiara Ferragni, Diodato, Vieri & i Due Scarponi, Ernia (Superclassico), Shade, Boomdabash & Amoroso, J-Ax, Gué Pequeno, Fred De Palma (e Anitta, non dimenticate Anitta), Mahmood e Sfera Ebbasta. Sanno cosa volete guardare.
 
Inserti pubblicitari. Non ci sono in tutti i video. Per esempio Irama non ne ha messi di nessun tipo, né ha fatto un video turistico per la pro loco (mi pare). Però quando ci sono, sono sempre dichiarati. E del resto, sono quasi sempre buttati addosso allo spettatore con l’eleganza ippopotama che vedete in questi esempi. Ma non bisogna pensare che lo spettatore si indigni. Lo spettatore rispetta lo sponsor, ne viene rassicurato. Anzi, a volte se il brand non sostiene spontaneamente l’arte, lo si inserisce con le cattive perché bisogna precisare che il cantante è persona di successo, tipo il video di Anna Tatangelo nel quale Geolier ha scritto Louis Vuitton pure sulla tiroide, mentre una Ferrari gira spensierata per Scampia.
 
Spotify vs YouTube. La classifica FIMI ruota attorno allo streaming a pagamento, cioè Spotify, Apple Music, Deezer, Whatever. Viceversa YouTube è il Grande Reprobo: in Italia è per ora escluso dai conteggi perché non paga volentieri i cantanti e le loro case discografiche, pensa che non se lo meritino. Così abbiamo classifiche che fanno somigliare tutti gli ascoltatori di musica italiani agli utenti di Spotify. Cioè, soprattutto teenager, soprattutto maschi, soprattutto ascoltatori di rap ITALIANO. Dal punto di vista di Spotify – e delle classifiche FIMI – J-Ax e Giusy Ferreri & Elléttraellllétttra e Vieri & I Suoi Due Amici Brocchi stanno avendo un’estate grigissima. YouTube, grazie alla sua utenza più adulta e imbruttita, salva alcuni di questi artisti da un greve flop. Al di là del sorpasso di Boomdabash e Santrina Amoroso ai danni di Rocco e Ana, il confronto tra charts permette di notare come le generazioni tardone spingano per la resurrezione di Elléttraellléttttra & LaGiusy dal n.22 al n.6 (e già quel n.22 era il picco della loro estate rispetto al n.40 di luglio), di TZN Ferro e GrandissimoJova, di Anna Tatangelo che balza a un meritatissimo n.18 (mentre secondo la FIMI ovvero secondo lo streaming non è nei primi 100). Per strapparvi un “oh!” di stupore vi sottopongo qui le due top 20: la bianca è la FIMI, la nera è YouTube.
Jerusalema. Ecco, questa è l’anomalia forte di questa estate, ma anche un segnale che la bomba TikTok sta per esplodere. Brano di provenienza sudafricana uscito nel 2019, per ora sconosciuto in USA e nell’Europa anglosassone, è una hit in Francia e Italia; i commenti su YouTube a questo pezzo di Master KG feat. Nomcebo sono interessanti. Questi sono quelli in cima alla lista in questo momento:
Elisabetta Amedei: “This song is a love message for the entire humanity…”
Nazirah Nubee: “That is fire the whole world just love the songs…conglatulation for your success u being able to spread love around the world during this pendemic and other national problems”
Anthony Abel: “No nude girl no false money no gold chain no fancy cars no drugs clean music with a nice beat. Who agree with me hit the like button”. (22.813 like)
Flo cri: “Ciao Mondo… Un saluto dall’Italia Uniti ce la faremo in questo 2020 da dimenticare… ❤️🇮🇹
Bohngo Nkumanda: “Jerusalem, my home, guard me, walk with me, don’t leave me here, my place is not here”
Chillness: “The positive vibe coming from this song is what the world need. Much love, much light!”
Kind Omen: “this song is a remedy for 2020”.
 
Insomma, non so se si è colto, ma a quanto pare qualcuno ce l’ha fatta a scrivere la canzone consolatoria per il mondo pandemiato. E c’è riuscito da due aree in cui nessuno era lì a sottilizzare sull’operazione: 1) il Sudafrica 2) il 2019. A proposito di stranieri comunque, credo che intitolerò il prossimo paragrafino
 
Stranieri. Coerentemente con la propensione estetico-politica dell’adulto ITALIANO, passando da Spotify a YouTube ecco che persino un pezzo mondialpopolare come Savage sparisce dalla top 20 ITALIANA che si ritrova così un solo pezzo straniero oltre a Jerusalema – ed è il più imbarazzante e cretino in assoluto: Mamacita que bonita dei Black Eyed Peas, perfetto per un popolo cui le orecchie servono per tener su gli occhiali di Dolce & Gabbana. E veniamo perciò ai testi e a due degli ingredienti principali della azzeccatissima hit estiva.
 
Alcolismo. Quest’anno è un po’ sottorappresentato, ma qualcosa si trova sempre. Elodie non si tira mai indietro: “Dimmi cosa vuoi da questi attimi eterni, vincere un Oscar o un Grammy? Cosa succederà? Lasciamo la città, tequila e guaranà”. Più classica Emma Muscat: “E adesso balla un po’ con me, la musica ci porterà con sé, la tua mano nella mia. Ma come per magia, mi baci e poi vai via, col sole che tramonta in un bicchiere di sangria”. Shade cerca “il mare in autostop, dai tuoi occhi a un altro shot”. LaGiusy ed Elllétttraellllllllllllléttttttra rispondono con “Ay papi non mi paghi l’affitto, vogliamo fuggire e aprire un bar solo mojito”. Ma non può battere il generatore di testi lobotomizzati di Baby K che quest’anno ha partorito una strofa che contiene anche l’indispensabile riferimento smartphonico: “Se la felicità è un bicchiere a metà, stasera mi ci tuffo mentre cerchi nelle app; non vado sotto vado on top, prima è vai e poi è stop. Dolce amaro curaçao già mi avevi al primo ciao”.
 
Se telefonando. Ciclone inizia con il proclama: “Scriverò di amarti sulle note di un iPhone”. Shade afferma amletico: “Voglio stare ancora un po’ e ti manderò un vocale che poi cancellerò, uoh oh oh oh”. Esprime la stessa esitazione epocale il pezzo de LaGiusy e della twerkona ricca: “Bella atmosfera, si sta da Dio, ti ho scritto tutto in un messaggio e non lo invio”. Nella composizione di Coconuda Tatangelo, Geolier regala: “A casa tengo tutt”e cose, ma l’unica cosa ca nun tengo è ‘o Wi-Fi, pecché se sape ca ‘e cose cchiù belle ca putimmo fa’ se fanno offline; je sto vulanno ncopp”a ‘na Yamaha, tu staje luanno ‘n atu Yamamay”. Non fate quella faccia, il Pasolini che è in voi sa bene che questa è poesia popolare (nel caso di Rocco Hunt, #poesiaurbana).
 
Ok, non è che si possano avere pretese. Chi è che vuole sentire in una hit estiva, che so, che passammo l’estate su una spiaggia solitaria e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto, mentre lontano un minatore bruno tornava. Oppure che son finito qui sul molo a parlare all’infinito, le ragazze che sghignazzano e mi fan sentire solo – sì ma cosa son venuto a fare, ho già un sonno da morire. Oppure ancora, che io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te – ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va, e lei sembra un angelo caduto dal cielo tra fanatici in pelle che la scrutano senza poesia. No, è ovvio che nessuno potrebbe mai aver successo, d’estate, in Italia, con testi così pretenziosi: agli italiani queste cose non sono mai piaciute, ed è per questo che i nostri artisti di talento e i nostri discografici sono costretti a darci canzoni miserabili, ripetitive e cretine. Fosse per loro – ah, sapeste.
TheClassifica 33 – Bollettino d’agosto (…non vi piacerà)

TheClassifica 33 – Bollettino d’agosto (…non vi piacerà)

Le autorità non lo dicono, ma la #musicaITALIANA e l’#album sono tra le vittime del Coso.

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Contrordine: il denaro NON darebbe la felicità. Comunque, sul tema gli immunologi sono divisi.

Non c’è solo il rap italiano, c’è anche il rap italiano – TheClassifica 26/2020

Non c’è solo il rap italiano, c’è anche il rap italiano – TheClassifica 26/2020

Prefisso. Da aprile a oggi, sono stati al n.1 della classifica dei presunti album:
 
a) Marracash
b) Ghali
c) Dark Polo Gang
d) Drefgold
e) (Lady Gaga)
f) Tedua
g) Ernia
h) Gué Pequeno.
 
Nell’ordine:
a) rap italiano magistrale
b) rap italiano pop confetto
c) rap italiano LOL ahò
d) rap italiano teen
e) (Lady Gaga) (non è rap ma un pochino è italiana, via)
f) rap italiano altezzoso
g) rap italiano cantautorale
h) rap italiano mainstream.
 
Se questo non è un dominio, io non ho mai visto dominare. Come spesso succede in politica, la fazione più compatta e aggressiva, ancorché non maggioritaria, ha preso il controllo del campo. Perché poi, le altre classifiche dicono altro. Quella dei sedicenti singoli torna a dar ragione a Irama, quella delle radio dà ragione a Elodie, quella dei video su YouTube dà ragione a Boomdabash & Alessandra Amoroso con Karaoke, il sequel di Mambo Salentino (spoiler: alla fine non muoiono). La classifica dei concerti dà ragione a – oops. No, niente.
Ma a dispetto della permanenza nell’aere di altri stili ed esigenze, la classifica dei sedicenti album è monopolizzata dal rap italiano. Naturalmente, se il genere vi piace è una bellissima notizia, perché le major ne produrranno sempre di più e molleranno il resto. Oppure NON lo è, perché la verità è che l’80% del Paese ha ancora fame di pop e canzoni e trash, basta guardare come va in brodo di giuggiole per Sanremo e i talent e i balli di gruppo – perciò forse, al contrario, il futuro sarà di quei rapper o trapper che dopo essersi imposti raccontando i bro e i fra e la dro e le tro, si riposizioneranno come #durimapucciosi.
Oppure NO, continuerà così per sempre, con cicli triennali di giovanissimi rapper dai quali farci scandalizzare per un po’, finché non ne arriveranno altri che i 13enni troveranno molto più minacciosamente eccitanti.
Oppure NO, NO, NO: che ne so io del futuro, ma veramente. Ora io do per scontato che stasera Gué Pequeno dia il cambio a Ernia, e invece magari a furia di recensioni entusiaste, la gente si precipita su Amazon e manda Bob Dylan al
 
Numero uno. So che il grosso dei miei lettori abituali – Dio vi riempia di regali – fatica a distinguere Ernia da Tedua, da Lazza, da Plaza, da Sfera, da Jaffa. da ‘Nduja, da Pimpa e da SantaMaria.
(ok, da Jaffa in poi, non sono rapper) (ma anche su alcuni di quelli che precedono Jaffa, alcuni di noi old school avrebbero da discutere)
Quindi la faccio più breve che posso: Gemelli di Ernia è costituito da 12 canzoni che fanno un passo in 12 direzioni diverse. Superclassico è una canzone supergiovane, col testo e la progressione di accordi da superpop piagnucolino in puro stile Amici di Maria. Puro Sinaloa va dalla parte opposta: una compiaciutissima autocelebrazione della generazione trap, con l’amico del cuore Tedua e Lazza e Rkomi (la trap è molto bisillabica, avete notato?). Morto dentro va da un’altra parte ancora: è la manifestazione di insofferenza per il rap game. Però U2 è esattamente il rap game, con tutti i meme più ovvi (“Annuncio il disco, tu ti fai cupo: resti solo un Morgan che non trova il Bugo”). Cigni è una canzone di strazietto quasi in area Ultimo; Fuori luogo è un credibile lamento sull’incapacità di capire cosa diavolo si è realmente – e a questo punto io sono confuso quanto lui, ma devo riconoscere ad Ernia che anche quando inizia ad annoiarmi, in due minuti ha già cambiato canale. E non solo: musicalmente, c’è più varietà nel suo disco che nel 90% della SCENA. Quindi, dalla giuria della Comasina è un 6 pieno, il che lo rende uno dei migliori numeri uno del primo semestre.
(e nessuno dica che 6 è poco) (avete mai avuto un 6 in matematica voi?) (io per averne uno sarei stato anche disposto a guardare un film con Ambra Angiolini) (no, non è vero. Fuck the system! “La matematica non sarà mai il mio meh-stiereee”) (ma passiamo ai)
 
Sedicenti singoli. Visto che ve li ho già spoilerati prima, eccoli prima del loro consueto slot. Mediterranea di Irama si riprende il n.1. La bella canzona tradizionala M’Manc’, degli antichi chiagnazzari Sciàbblo, Geoliè e Shferebbàsht’ scende al n.3, sopravanzata anche dall’esecrabile Karaoke da spiaggia di Boomdabash e Alessandra Amoroso. Parlando di intrugli estivi, entra al n.50 Bam bam twist di Achille Lauro, piazzamento di prestigio rispetto all’irresistibile duetto TizianoFerro/Jovanotti, la cui Balla per me entra al n.71. E con questo torniamo agli album e al
 
Resto della top 10. Il doppio mixtape di Tedua scala al n.2 della classifica dei presunti album, mentre la contesa per il terzo posto è quanto meno affascinante: tra l’ultimo album di Bob Dylan e la grevissima compilation Musica da Giostra vol.7, è quest’ultima a spuntarla, comunque tutte e due insieme riescono a spostare Ghali e Marracash al numero 5 e 6. Random al n.7 e Drefgold al n.9 portano la quota rappusa al 60% della top ten; non rientrano in tale quota le altre due nuove entrate in top ten, i Black Eyed Peas ormai convertiti al cafonismo latino al n.8 e Neil Young al n.10.
 
Altri argomenti di conversazione. Escono dalla prima diecina Gaia, Lady Gaga, Tha Supreme (dopo 32 settimane!), Gli Psicologi (entrati al n.5, ora subito al n.22), e i Pinguini Tattici Nucleari, maggiori beneficiari del Festival di Sanremo 2020. Chissà se risulterà anche uno dei cinque presunti album più ascoltati del primo semestre – nei prossimi giorni dovrebbero uscire i dati per la tradizionale ANALISINA di metà anno. Per i primi tre posti, direi che Marracash, ThaSupreme e Ghali non dovrebbero fare troppa fatica. Per i primi tre posti dei singoli, è una lotta un po’ più incerta, ma Ghali e ThaSupreme li vedo bene anche lì. Comunque dalla prossima settimana, per forza di cose, questa rubrica inizierà a monitorare le hit estive – nella speranza che naufraghino tutte. Veniamo agli ultimi due segmenti della rubrica, cioè i
 
Lungodegenti. Al club degli album in classifica da almeno due anni si aggiunge Potere di Luché. Ne è vicepresidente il segnetto ÷ di Ed Sheeran, entrato 173 settimane fa; ne sono soci Rockstar di Sfera Ebbasta da 127 settimane, Peter Pan (124) e Pianeti (121) di Ultimo, 20 di Capo Plaza (pubblicato 114 settimane or sono). Ma sulla vetta ci sono sempre i
 
Pinfloi. The dark side of the moon è in classifica da 190 settimane consecutive, e si trova al n.55 (era al 54. Direi piuttosto stabile), mentre The wall sale dal 71 al 67. Insomma, si stanno ricollocando nelle posizioni pre-lockdown, perché stiamo tornando quelli di prima, ed è una bellissima notizia.
CLASSIFICA PARADISO – Addio Tormentonia, bentornati rappusi

CLASSIFICA PARADISO – Addio Tormentonia, bentornati rappusi

“Summer, summer, summer / It’s like a merry go round”

The great tormenton swindle

The great tormenton swindle

Tempo di mettere ordine sull’italico bagnasciuga.

Ed Sheeran rompe il giocattolo – ClassificaGeneration, stagione III, ep. 22

Ed Sheeran rompe il giocattolo – ClassificaGeneration, stagione III, ep. 22

In realtà, oggettivamente, questo non è il peggiore dei periodi in cui vivere. Per il momento.

Certo, il concetto di “Rinascimento” è un po’ lontano – e da tempo non leggo nemmeno più la parola fermenti, che ha tenuto vive un paio di generazioni di fiduciosi. È un’epoca in cui stiamo smontando i giocattoli con cui siamo cresciuti. Tutti i giocattoli, dalla musica al calcio, dalla scrittura al dibattito politico (e sono certo che poche cose siano state smontate come la #comunicazione). Quello con cui ti ritrovi quando hai finito non è piacevole, come anche il più tonto dei bambini finisce per capire – dopo che ha pazientemente distrutto tutto quanto per demistificare l’inganno in cui si era cullato. Forse è una fase della crescita, chi lo sa. In ogni caso, ora come ora quasi tutti quelli che conosciamo trovano la loro nicchia in cui rimirarsi compiaciuti. Il problema di quelli come me, e temo anche di quelli come voi, è che non siamo fatti per le nicchie. Sarà una forma di claustrofobia. Sarà la forma, così simile a una bara. Ma stare all’aperto, sfortunatamente, è la nostra unica opzione. Così ci ritroviamo a pontificare per farci una ragione di quel che succede. Persino nel momento in cui Ed Sheeran, smontato il suo giocattolo, NON va al n.1.

Sì amici, oggi, eccezionalmente, parliamo del n.3. E vi dirò: nulla mi toglie dalla testa che ci sia un legame tra i capelli di Ed Sheeran, quelli di Donald Trump e quelli di Boris Johnson. Penso che i capelli rossi pieni di estro e gli occhialoni giganteschi siano una componente essenziale del suo apprezzamento globale.

L’altra componente è la impareggiabile fuffosità delle sue canzoni, innocue e prevedibili, vagamente riconducibili alle minestrine della nonna o le merendine di quando eravamo bambini: un deliberato senso di ritorno a qualcosa che era bello e che manca tanto. Lui non riesce a dare ai suoi pezzi quel sapore, non può e non vuole nemmeno. Non ha l’audacia né le capacità dei grandi britanni dei quali è un lontanissimo parente, e al suo confronto i Coldplay sono audaci e sperimentali.

Ritenevo però che Ed Sheeran sarebbe andato al n.1 dappertutto, col suo No.6 Collaborations Project, con le ospitate accuratamente calcolate di Cardi B, Camila Cabello, Justin Bieber, Travis Scott, Bruno Mars, Eminem (il più anziano), Young Thug, 50 Cent, Khalid, Skrillex. Stormzy, Chance The Rapper. Tutti nomi per i quali la banca di Spotify paga, a vista al portatore, centinaia di milioni di clic. Normalmente.

Intendiamoci, il Progetto in questione è andato tutt’altro che male. Subito al n.1 in USA, nella sua Brexit, in Spagna, Canada, Svezia, Olanda, Ungheria. In effetti non è andato al n.1 solo in quattro Paesi.
Che però sono un tantino rappresentativi.
Germania, Francia, Giappone e Italia.

In Germania lo hanno stoppato prima il rapper Shindy, poi i Sabaton, veterani metalloni svedesi. En passant, vi segnalo Giovanni Zarrella, di genitori italiani, che va in Germania da immigrato a portare via il lavoro non solo alle popstar tedesche, ma soprattutto alle popstar ITALIANE. Ah, quanta fine ironia si potrebbe fare (non qui).
In Francia, non c’è stato verso di tirare giù il rapper Nekfeu, col suo Les Étoiles vagabondes.
In Giappone, se ho capito bene, non aveva grandi speranze – ma se vi interessa, al n.1 c’è la rockband Bump Of Chicken col suo ultimo Aurora Arc. Da noi, il Machete Mixtape di Salmo, Nitro, Dani Faiv etc. non si è fatto impressionare.

Tendenzialmente, tutti prodotti locali. Il buon vecchio #legamecolterritorio.

Ora. Se c’è una star globalona e del tutto determinata a esserlo, questa è il Gattyno rosso di Halifax. Il quale non ha motivo di preoccuparsi per il suo fondo pensione e può spensieratamente contare i soldi tirati su nel suo tour – a San Siro, solo per vederlo grande come un fiammifero dall’alto del terzo anello, si pagavano più di 50 euro.

Però. Apparentemente il pubblico di Ed Sheeran, che mantiene in classifica da due anni il suo Divide, non è interessato a sentirlo cantare con altre celebrities tendenzialmente imprevedibili. Preferisce le sue amabili rimasticature di melodie rassicuranti, che nelle prime due note già contengono le altre quattro usate nella canzone. E per quanto risulti surreale portare, come prova dell’affermazione che sto per fare, il fatto che tre sue canzoni superino il miliardo di ascolti su Spotify, e tutte le altre siano a rispettosa, centomilionaria distanza, Sheeran NON è una macchina da hit. Non credo che un sondaggio nella via dove abitate metterebbe in evidenza qualcosa più delle tre canzoni in questione (e sono ottimista) ovvero i due singoli pubblicati al picco delle aspettative, cioè Shape of you e Castle on the hill, e l’altra miliardaria, Photograph.
Ma non sono nemmeno del tutto certo che queste tre siano entrate nell’immaginario del POPOLO più delle hit di Drake o Imagine Dragons o Calvin Harris o Maroon 5, figuriamoci di Coldplay o Lady Gaga.

La popolarità di Sheeran si deve più di quanto siamo disposti ad ammettere al suo sorriso, agli occhiali abnormi, ai capelli sconclusionati, e forse solo in seconda battuta alle canzoni facili da cantare in coro, cosa notata da tutti gli scettici presenti ai suoi concerti: le ascolti, le sai già dopo un minuto come all’oratorio, ti lasciano un senso di blando, temporaneo conforto, e null’altro. E questo spinge ad ascoltarle ancora: il dosaggio di bellezza è ridotto al minimo e come con le bevande gassate, la sensazione di sete da placare bevendo di nuovo non finisce mai.

Solo che alla fine, se non resisti e smonti il giocattolo, se per acquisire personalità ti appoggi ai featuring dimostrando – a maggior ragione – di non averne mai avuta una, quelli che hanno davvero due cose da dire risulteranno – a maggior ragione – più interessanti di te e ti porteranno via il n.1. Nessun problema, i soldi e i clic non mancheranno mai. E magari ti sarà utile per crescere. L’unico piccolo eventuale dispiacere possibile può venire se davvero con questa roba volevi fare quella roba che alcuni chiamano arte. Ma è un concetto così superato.

Resto della top ten. Per la terza settimana consecutiva Salmo, Nitro, Slait, Hell Raton, Dani Faiv e tutto il loro parterre de roi troneggiano al n.1 con la MacheteMixtape4; EdSheeran con tutto il suo parterre de roi indietreggia al n.3, cedendo il n.2 a Colpa delle favole. Beato Ultimo, perché tutti i suoi dischi sono tra i primi: Peter Pan è al n.5 e Pianeti al n.8. Sale dal n.20 al n.4 Atlantico di Marco Mengoni, e completano la prima diecina Salmo (n.6), Bruce Springsteen (n.7), Jovanotti (n.9) e Billie Eilish (n.10).

Altri argomenti di conversazione. L’unico a uscire dalla top ten, spinto da Mengoni, è Luché. Ri-entra al n.15 Anima di Thom Yorke, un gradino sotto Elettra Lamborghini (questo sì, sarebbe un featuring interessante). Entra al n.29 la quarantenne Era del cinghiale bianco di CapireBattiato, tre posizioni al di sotto di Order in decline dei Sum 41. Entra invece al n.39 la colonna sonora di The lion king: the gift di Beyoncé – pensate, in due canzoni c’è addirittura Beyoncé. Va beh, inutile che ce la meniamo, giusto? Se l’avessero catalogata come colonna sonora o compilation non ci saremmo mai accorti del suo ingresso in classifica.

Escono di classifica 10 di Alessandra Amoroso (dopo 41 settimane), Most hated deluxe edition di Jamil, che esce dalla top 100 dopo tre settimane – una delle quali passata in top ten (ma è meglio bruciare in una fiammata eccetera eccetera, no?) e l’album di Daniele Silvestri dopo dieci (poche) (già mi pare di averlo sentenziato tempo addietro: per i 40-50enni il futuro nella musica è un tantino precario) (e nel medio periodo non vedo benissimo i 35enni) (la verità è che i 12enni hanno in mano il mercato, e la discografia si adegua). Il club degli album con oltre 100 settimane di permanenza ha sempre cinque membri: Hellvisback di don Salmo (181), The dark side of the moon (142), ÷ di Ed Sheeran (125), Evolve degli Imagine Dragons (109), Polaroid 2.0 di Carl Brave e Franco 126 (108). Ma espletate le formalità, è giunto il momento di parlare di singoli, anzi degli

Irresistibili tormentoni. Uno smacco per tutta la filiera: le eccellenze ITALIANE cedono la leadership a SEÑORITA di Shawn Mendes e Camila Cabello; al n.2 c’è la bachata dei due outsider Benji & Fede e sul podio c’è sempre un colpo di Machete grazie a Tha Supreme, Dani Faiv e Fabri Fibra con il brano Yoshi. Ma tra le megaproduzioni estive, ora come ora se la cava con un quarto posto solo Jambo de LaGiusy, Takagi & Ketra, davanti a Una volta ancora dei perennemente flirtosi Fred De Palma e Ana Mena. Ma è un momento critico per il comparto. Il settore delle hit balneari avrebbe bisogno di sgravi fiscali. Temo però che ai nostri statisti importerebbe meno di zero se quest’industria che dà lavoro a tanti ITALIANI dovesse passare a

Miglior vita. Sette album di artisti o gruppi guidati da artisti il cui leader ha lasciato questa valle di ReteQuattro. Di nuovo, tra questi non c’è Nevermind. Forse è il momento di una ristampa per l’anniversario del ventennale dell’onomastico, nella quale vengano tolte quelle fastidiose chitarre – un po’ come ha fatto Armin Van Bureen per Jump dei Van Halen. Forse un giorno bisognerà pensarci anche per i

Pinfloi. Wish you were here ha fatto un breve soggiorno di una settimana in classifica, giusto il tempo di mandare una cartolina – i due big restano saldi ma perdono posizioni: The dark side of the moon scende al n.58, e scende anche The wall al n.76, a dimostrazione che anche la malinconia è malinconicamente in crisi, maledetti governi precedenti.