TheClassifica 67 – Questo impagabile balletto

There’s nothing more deadly
Than slow growing fear
The shallower it grows
The shallower it grows
The fainter we go

Che strano, una delle più grandi hit dance di quest’anno, e nessuno che abbia fatto notare che la gente sta ballando su un testo che pare scritto da Edgar Allan Poe. 

But the shadow it grows
And takes the depth away
Leaving broken down pieces
To this priceless ballet
The clock is ticking its last couple of tocks
And there won’t be a party with the weathering frocks

…O da un cervello in fuga.

We’re sliding without noticing
Our own decline
Heading deeper down
We’re hanging onto
Sweet nothings left behind

Ma non vi preoccupate. Il mio cervello, non va da nessuna parte.

Al n.1, Il Volo. E non solo al n.1, sono anche al n.13 con la Platinum collection e al n.50 e 51 con altri due dischi di quando erano con la Universal. Il disco in testa alla classifica (Sony) è SANREMO GRANDE AMORE. Si tratta di un EP, costa 9 euro e 59 (perlomeno alla Feltrinelli) (chissà perché 59) e contiene sette pezzi, sei dei quali sono evergreen della KERMESSE: tra questi, emblematicamente, L’immensità di Don Backy.
Mi sarebbe piaciuto tantissimo se anche loro ci avessero infilato una intro parlata per spiegare “No, questah è una canzone che, noi Don Bachi l’abbiamo conosciuto da piccolinih, quando siamo andatih a Lihornoh a un suo honscerhoh” proprio come fa la MiticaGianna (n.7). Ma disgraziatamente, no.
Però quel che è conta è che i tenorini – e il baritonino – ce l’abbiano fatta. Finalmente nei comunicati stampa non si leggerà più soltanto che sono stati i primi italiani nella storia a sottoscrivere un contratto con la major americana Geffen (questo perché Benedetto XVI nonostante tutto non è cittadino italiano), gli unici italiani invitati da Quincy Jones a “We Are The World for Haiti” , l’entrata nella Top10 di “Billboard 200”, e le due nomination ai Latin Grammy Awards come “Best new artist” e “Best pop album by a duo or group with vocal” (hanno delle belle categorie del cavolo, i Grammy, sembrano istituite da un ministero Forlani) e numerose collaborazioni con star internazionali (tra cui Barbara Streisand, “di cui sono stati Special Guests duettando in 12 date del suo tour nel 2012”). 

Che ammettiamolo, sono tutte robe un po’ poco cicciose.

Ma ora, ora hanno vinto SANREMO e sono al NUMERO UNO. Perlomeno fino alla prossima classifica, quando saranno spodestati da JOVANOTTI.

(immagini in bianco e nero, ora)

Una volta TheClassifica era tutta campagna. Il lupo era amico dell’agnello, e io paragonavo il n.1 al Presidente del Consiglio (che era sempre Berlusconi, anche quando non lo era).
Tra una settimana, il cambio della guardia tra Jovanotti e Il Volo sarà accolto con toni entusiasti dalla maggior parte degli esponenti dell’ambientino musicale, che di fronte a Il Volo manifestano un imbarazzo palpabile, come se non fossero il trionfo della Sanremità, di una continuità rassicurante ben vista all’estero e buona per l’EXPO. Laddove Lorenzo
(come lo chiamano gli amici)
laddove Jovanotti, dicevo, è il perenne progressismo, la fiducia in un pop cantautorante che continuamente sperimenta e rimescola, e a suo modo anche lui rassicura.

(torniamo a colori adesso)

Pure, se io guardo Il Volo, e poi guardo Matteo Renzi, e poi guardo Jovanotti, e poi riguardo Matteo Renzi, non trovo una discontinuità così forte. Non lo dico per spocchia o stroncatura preventiva, ho sentito poco del disco, lo farò quando entrerà in classifica, e aggiungo che Sabatosabato è un pezzo grandioso, tra i dieci migliori che abbia mai scritto. Mi riferisco a tutt’altro: a come il Paese si percepisce, alla sua propensione a vendersi di volta in volta come il nuovissimo che spregiudicatamente sperimenta e come il vecchissimo che spregiudicatamente pragmatizza. I risultati sono comunque inoppugnabili. È il migliore dei tempi, è il peggiore dei tempi. 

Ricade al n.2 TZN, con i Dear Jack al n.3. La top ten è  tutta piuttosto giovane, va detto, e tutta italiana eccezion fatta per gli Imagine Dragons al n.6. Ne fanno parte oltre ai già citati, anche J-Ax, Annalisa, Malika Ayane, Nesli.

Escono dalla prima diecina. Marco Masini (n.11) e la raccolta dei Modà, quanteverIddio (n.14). Devo dare atto di una lieve impennata a Chiara Galiazzo (dal n.34 al n.16) e una ancora più lieve per Tatanna Tatangelo (dal n.26 al 19); entra bassissimo il povero Moreno (n.18). Molto altro da dire non c’è. Toh, volendo, c’è Giovanni Caccamo che sale dal n.55 al 29.

Migliorvita. Tredici dischi su cento appartengono ad artisti che suonano nella Grande Orchestra nel Cielo; undici sono di Pino Daniele, che ha okkupato il nostro camposanto a scapito dei cari estinti di routine (Pinone ha cannibalizzato il nostro lutto musicale, estromettendo dalla classifica Lucio Dalla o Fabrizio De André) (a ‘sto giro manca persino Johnny Cash, la cui data di nascita italiana è il 12 settembre 2003) (mi chiedo in quale altro Paese al mondo venda così tanto) 

(“Sai che mi manca un po’ il momento Lana Del Rey?” “Lo so, anche a me” “Non è stato sostituito da un altro disco che conduce un’esistenza assolutamente inspiegabile? Come era stato anche per My life in the bush of the ghost di David Byrne e Braianìno?” “Nulla di simile. Seguo con simpatia Tempo reale di Francesco Renga, che tra due settimane farà un anno esatto in classifica” “Beh, non è la stessa cosa” “E sta pure per uscire di classifica Stromae, dopo 54 settimane” “Chi è la nonna della top 100?” “Signor Brainwash di Fedez, 103 settimane” “Fischia” “Però non avremo più niente come le gesta di Lana Del Rey”. “Va beh, dammi almeno i Pink Floyd” “Ci mancherebbe”)

Pinfloi. The endless river scorre dolcemente verso il basso ma rimane ancora clamorosamente in alto (n.25, uscito 18 settimane fa); è difficile avere performance simili per dischi sostanzialmente strumentali – lo stesso Giovanni Allevi, scende al n.22 (e spiace, eh). L’anticipo di primavera della settimana scorsa spinge in alto The dark side of the moon, dal n.99 al n.64, ma anche The wall sale dal n.84 al n.77. A quanto pare, complessivamente è un buon momento sia per una quieta disperazione, sia per diventare piacevolmente insensibili.