Polemistan 3 – Le migliori polemiche del luglio 2017

Il luglio 2017 non ci ha portato le polemiche che avrebbe potuto. Chissà per quale motivo. Forse il caldo ha sfinito i migliori tra noi, quelli che con la schiena dritta e la voce fuori dal coro scaraventano il loro sasso nello stagno per scuotere noi pecoroni del gregge, regalandoci vibranti faide su cantanti che non esistono. E dire che tutto era partito così bene, col #ModenaPark e Paolo Bonolis messo lì su una rete che non è nemmeno la sua a fare da social punching-ball (attività per la quale un giorno verranno rilasciati regolari certificati). Tutti sapevamo che l’accordo era di annacquare l’evento, se non altro per rispetto di chi aveva pagato per vederlo in diretta nei cinema – però Bonolis ha sempre questo delirio di onnipotenza per il quale pensa di essere così simpatico da poter andare su una rete non sua con una camicia di Formigoni a intervistare Materazzi – se non altro si è fermato di fronte al limite che avrebbe innescato la vera polemica al napalm, ovvero invitare l’amico Povia, che pure quest’estate avrebbe un prodotto da pubblicizzare, e ovviamente va per il massimo dell’attenzione. La verità è che quella di Povia non è “la trollata di quell’ineffabile furbastro”: è solo un altro sfigato che diffonde fake news – perché Povia non ha un lavoro né lo vuole, quindi non si capisce quale immigrato glielo possa portare via – a lui, o a un fantomatico imbecille che lo ascolta guardando il lampadario. Fake news anche per il concerto del Kom: diverse testate hanno rilanciato il presunto raccolto delle aziende incaricate di pulire il #ModenaPark, con l’inventario che partiva con le voci plausibili (“111 smartphone, 3 tablet, 1.200 mazzi di chiavi, 670 paia di occhiali; 120 confezioni di preservativi”) e poi arrivava sapientemente alle parti inserite per il LOL: “51 carte di credito; 170 scarpe, 1 pigiama da uomo, 2 stampelle, 1 confezione da 12 pannoloni per adulti incontinenti, 1 statuetta in legno di Padre Pio, 28 sex toys. E poi un numero enorme di cappellini, bandana e polsiere”. Vedete anche voi dove sono le polpette. Io più che altro mi chiedo in quale situazione al mondo si possano perdere 51 carte di credito – quello sì sarebbe andato nel Guinness dei Primati.

Una polemica per pochi intenditori è stata: Marcella Bella che rivela di non aver vinto un Festival di Sanremo per colpa dei comunisti. Sempre i soliti schifosi – Iddio li stermini.

Poi, sulla polemica di Siae contro Soundreef e contro Fedez che ne fa da testimonial (come sempre senza dichiararlo), direi che possiamo prenderci una vacanza. Occupiamoci di problemi istituzionali che riguardano realmente la musica: Mariah Carey è grassa. Fermi lì, il punto è di non ritorno. Perché il mese scorso era grassa Rihanna, e d’accordo, ora lo è Mariah – ma ironici del web, posso sapere dove eravate negli ultimi dieci anni se vi accorgete ORA che Mariah è grassa? Posso concedere che cinque anni fa ci volevano tre ballerini per sollevarla e ora ce ne vogliono cinque (non sto inventando, i fan lo sanno), ma il concetto di swag non l’ho mica introdotto io. Ebbene, essere tanta è lo swag di Mariah nei confronti delle altre sfigate che devono pesare 48 chili per avere gli ingaggi e i RT e le gallerie GUARDALEFOTO: lei può mangiarsi tutte le focaccine che vuole, bitches. E qui, veniamo a…

Quella sulla canzone Le focaccine dell’Esselunga è una polemica che fa male alle polemiche. Saranno 70 anni che escono, e hanno successo, canzoni scemotte, i Pulcinipii della loro epoca, le Faccedapirla della loro generazione, le Sugli sugli bane bane che impediscono alle masse di leggere il Bakunin. Billy Wilder nel dopoguerra ha piazzato in almeno un paio di film le sue ironie su un brano intitolato Yes! We have no bananas, usandola in un caso per torturare un nemico. E il bello è che la canzone scemotta in questione ha REALMENTE avuto una funzione rivoluzionaria, perché negli anni Trenta in Irlanda del Nord era uno dei brani conosciuti sia dai cattolici che dai protestanti, che la usarono per cantare qualcosa insieme durante dimostrazioni a Belfast. In ogni caso, sempre più spesso è qualunque pretesto è buono per decretare la Fine Della Musica. C’è soprattutto una testatina nata per sparare titolazzi cretini ad alto tasso di condivisione (ha pura una sua inspiegabile credibilità) ed è stata in prima linea in questo senso. Ci scrive gente che dovrebbe sputare davanti allo specchio ogni 5 minuti – ma temo che non abbiano abbastanza saliva, ne fanno altro uso.

E ora veniamo a: Morrissey. Premetto che non sono l’individuo adatto per parlarne, sono trent’anni che la mia generazione va in brodo per il suo accorato piagnisteo (e tuttora mi stupisco che Johnny Marr gli abbia lasciato devastare il riff di What difference does it make? con quel falsettuccio abominevole alla fine). Però sapendo che in definitiva è il Morgan di Manchester, non mi meraviglio affatto che abbia messo in piedi questa burattinata tristissima, che almeno in una cosa è del tutto sincera: è un inglese, e in quanto tale gli viene naturalissimo dire che “L’Italia è come la Siria”. Beninteso, se avesse detto una cosa del genere Elton John avrebbe avuto addosso persino Assante e Castaldo – ma ovviamente no, il mitico Mozzer miticone, e quanti piantolini insieme quando s’era giovani, e gnè una gnuce che gnon si gnègne mai (…chiedo scusa, ma mi viene fuori l’axlrose) (non dovevo giocarmi così i fan di Morrissey – pure loro) (ma sono di rozzo conio e senza maestà d’amore) Sta di fatto che Il Fatto – che è il Fattoquotidiano, gente. E sta cosa è successa nella città della Raggi – titola “Facciamo finta di non aver letto e mettiamo un disco degli Smiths?”. Certo. Certo. Certo. Certo. Certo. Certo. Certo. Certo.

Ma veniamo a uno che porto in salmo di mano. Perché io sarò un energumeno ma di quelli vecchio stampo alla John Wayne, ci tengo alla buona educazione e per questo penso che Levante potrebbe alzare il suo sguardo invece che tenerlo fisso sulla pupù (da “Che vita di mme” a “Sei un pezzo di mme” in soli tre anni) – a meno che non la consideri una specie di cura omeopatica prima di fare il giudice a X Factor. Laonde, sono analogamente costretto a stigmatizzare anche Salmo per il titolo corrivo del suo singolo (in tempi lontani si sarebbe evocato Cambronne, oggi nessuno sa chi sia perché non serve, è una fase felice in cui si dice pane al pane). Va beh, poi il pezzo in sé è irresistibile. D’altro canto la polemica non sta nel titolo, ma nella strofa che segue:

“Sto concerto è una bomba – Dicono “Allah è grande” ma noi che ne sappiamo? Chiedilo a Ariana, che facciamo? – Vabbé balliamo”

Ora: se l’attentato fosse stato, invece che a un concerto di Ariana Grande, a un live di

(no, non stavo per dire Morrissey)

di Lorde, o di PJ Harvey, non ci sarebbe stato problema, si sarebbe capito subito che il concetto non è “Ariana dice di continuare a ballare – essendo Ariana” (…mi avvedo solo ora che sia il nome che il cognome di Ariana Grande sono una miniera di potenziali calembour di quart’ordine) bensì “Hai visto che è successo a lei – e tutti ci hanno detto che la cosa da fare era continuare a ballare, solo che ce lo dicono SEMPRE”. I fan di Ariana Grande, però, sentendosi additati come i tipici bimbiminkia tipicamente sbertucciati da un rapper, si sono risentiti, stanti anche i caduti. Non ci fosse questa tradizione sbarazzina dell’hip-hop di dissare il pop, forse il messaggio sarebbe arrivato ancora più forte e ancora più chiaro.

Polemica triste: Chester Bennington dei Linkin Park si suicida, piccola esultanza degli haterz (gonna hate). Per coerenza devo chiedermi: se si suicidasse Povia, farei ironie? Però no, non funziona così, la Storia non si fa coi “se” e le polemiche neppure.

Assante e Castaldo polemizzano contro internet, a causa del quale gli artisti non si incontrano più al Folkstudio e tutto è così freddo. Questo nell’era dei featuring e di e di tour congiunti e di concerti che sono tavolate tra amici con tutti gli ospiti che si presentano con bottiglia e canzoncina. La verità è che Castaldo e Assante come Noisey e Linkiesta devono un po’ trollare noi commentatori, altrimenti si sa che ci adagiamo sulle foto di gattyni invece che manifestare quella vivacità intellettuale che ah, una volta sì.

Tante polemiche sul reggaeton. Come ogni cosa di cui si abusa, diventa palloso. A voi capita mai di sentire un pezzo country – ma di quelli stolidi del Kentucky, proprio – e di rimanere un po’ incantati? A me capita da un po’ di tempo e sono terrorizzato.

Ma per finire! Rovazzi in concerto ad Asti l’8 luglio si esibisce per 18 minuti per 4.500 persone che hanno pagato 12 euro (10 euro i bambini). Il direttore artistico di AstiMusica Massimo Cotto commenta: “Io non discuto l’esibizione, ma la totale mancanza di empatia col pubblico: è salito sul palco in clamoroso ritardo e, anche se formalmente ha rispettato i termini del contratto, ha dato l’impressione che non gli fregasse nulla”. Eppure 4.500 persone presenti in piazza l’hanno atteso a lungo e adesso c’è anche chi pensa di chiedere il rimborso del biglietto”. Beh, ma è ovvio che Rovazzi intendeva mostrare a tutti “il ca… che gliene frega”.

6 Comments

on “Polemistan 3 – Le migliori polemiche del luglio 2017
6 Comments on “Polemistan 3 – Le migliori polemiche del luglio 2017
  1. Ad Assante e Castaldo sono caduto per terra dal ridere, i peggiori…
    Grazie per essere fuori dal coro, e cantare sempre in tono.

  2. Massimo Cotto, ricordiamolo, colonna portante di Virgin radio nonchè biografo ufficiale di Pelù, I Nomadi e Irene Grandi .

  3. …che poi diciamocelo: il buon Massimo Cotto prende i soldi di Astimusica per fare il Direttore Artistico, chiama Rovazzi (tre canzoni in repertorio) e con questo ci fa i titoli dei giornali, vende 4500 biglietti (con cui si potrà gonfiare il petto nel comunicato stampa finale) e poi fa il moralista addossando a Rovazzi tutti i mali del mondo. Non male eh? 🙂

    • Una volta avrei commentato anch’io con le tue stesse parole. Poi gradualmente mi hanno buttato fuori da tutti i giornali e questo in qualche modo mi ha fatto maturare e capire in modo molto molto sottile e con le buone che non si dicono cose antipatiche delle persone che operano disinteressatamente nel mondo della musica specie se sono certamente più brave e capaci di me, e i fatti li cosano.

  4. Devo riconoscere che essere dietro un nickname è molto più facile che metterci la faccia, specie se fai o vorresti fare del giornalismo musicale il tuo mestiere (e dire che pure io c’avevo provato 😉 ).
    Però hai la mia (e nostra) stima, vuoi mettere? 🙂

  5. daje Paolo! Sono contento che inizi ad apprezzare della veramusica country/bluegrass invece di queste cacatine pop di cui devi scrivere.

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