“Parlavo in terza persona. Non è sano”. Intervista a Dolores O’Riordan, 2007

Ci tenevo a recuperare questa intervista. Poi quando l’ho recuperata mi ha preso la menata (come sempre in questi casi) che fosse un tipico piccolo atto di sciacallaggio, una delle tante commemorazioni che poi sono semplicemente un modo di saltare sul carro (funebre) per dire “Anch’io, anch’io voglio partecipare al lutto”.
(as in “Tutti dicevano: io sono stato suo padre – purché lo spettacolo non finisca”)
Però rileggendola sono rimasto spiazzato. Perché quando l’ho intervistata, nel lontano 2007, a Rollinston non è che interessasse molto Dolores dei Cranberries. Era una degli anni 90 ma del versante uncool. E non credo nemmeno di dovervelo spiegare. A molta gente poi stava sulle palle la sua voce. A me era piaciuto il loro primo disco, quello con I still do e Linger (Dreams, molto meno), ascoltate senza sapere che faccia avesse, senza aver mai visto un loro video. All’epoca ero ancora un universitario, in pieno target. Zombie non mi piacque. Alcuni singoli successivi invece sì – certo a quel punto erano già mainstreamissimi. Invece quando nel 2007 l’ho intervistata, sapevo che il giornale le avrebbe dedicato una sola pagina. Così non avevo nemmeno notato quanto erano state semplici ma eloquenti le sue risposte. Avevo notato che non sembrava darsi una grande importanza. E che era tranquilla, gentile, stava seduta in un modo che mi sembrava scomodo, su una sedia che mi sembrava scomoda.
E ricordo ancora adesso il suo polpaccio.
Addio, Dolores. Solo gli anni 90 potevano fare di te una star.
 
Diafana e lamentosa cantantessa celtica? No, di persona Dolores non sembra dolente, ma molto alla buona. Forse persino troppo alla buona. E comunque, per quanto molti giornalisti british l’abbiano storicamente descritta come un’isterica, pare molto tranquilla e gentile. Forse perché oggi molti zombie sono alle spalle. Ok, forse non tutti, visto che è ancora imbufalita per una causa intentatale da una babysitter e seguita con passione dai tabloid. E poi, alla domanda sul disco solista di Noel Hogan, suo ex coautore nei Cranberries, risponde: “Non l’ho sentito, non ho avuto tempo”. Nota bene, il disco è uscito nel 2005. Ma Hogan non fa parte della sua famiglia, e quella viene prima di tutto.
Beh, che fai tutta sola? La band è sciolta, allora?
Al momento sì: attualmente ognuno fa ciò che crede. Ma nessuno ha detto “E’ finita per sempre”, forse torneremo a lavorare insieme. Vedremo.
Che differenza c’è tra le canzoni dei Cranberries e quelle di Dolores?
Intanto, per comporre ho usato molto ProTools: è un copiaeincolla veloce, domestico, facilita il lavoro creativo – mi faccio aiutare a usarlo, perché coi computer non ho un buon rapporto.
E i testi?
I temi delle canzoni sono più umani, familiari, quotidiani. Nel periodo più convulso dei Cranberries vedevamo la realtà dagli alberghi, come ogni band. Le popstar vivono guardando il mondo in tv, sentendo nostalgia di casa e annoiandosi. Perciò sfasciano gli hotel e si picchiano nei locali.
E tu hai fatto tutto ciò?
Io ho sentito soprattutto la nostalgia di casa…
Nei tuoi pezzi la famiglia compare spesso.
Mi ha salvato dai tranelli della fama. Una famiglia ti impegna. Soprattutto essere incinta: è lungo e faticoso. Fin da piccola ti dicono com’è gioioso! Ma non dicono che il tuo corpo parte per la tangente. Il peso, le sensazioni strane, svegliarsi per i movimenti di un tale che ti porti dentro, le vene delle gambe che si gonfiano: guarda, si vede ancora adesso (NdR: con gesto poco diafano alza il risvolto dei pantaloni e mi mostra lo stinco), non sai COS’ERANO quand’ero incinta. Ma fare figli è tra le cose esaltanti della vita.
Me l’hanno detto una volta o due…mila.
Ok, finché non ti capita suona noioso: “Che palle, questi stupidi genitori”. Ma credimi, è dura resistere alla tentazione di scriverci una canzone.
Ti farò sapere. Ma riparlami dei pericoli della celebrità. Quali hai corso?
I troppi parties.
Eri una party animal?
Non è solo attitudine a gozzovigliare. Ti dicevo della noia dei viaggi e dell’albergo: non vedi l’ora di sfogarti sul palco. E dopo vuoi tener su l’adrenalina il più possibile. La vita diventa un alternarsi isterico di stati estremi.
Eri partydipendente?
Succede più facilimente di quanto pensi, anche se non ci sei portato. I tour sono NOIOSI. E i tabloid sono pieni di star che si stanno uccidendo di mondanità più che di droga, inutile fare nomi.
Peraltro la droga nel giro non manca.
Io non usavo droghe pesanti: bevevo e fumavo, e ciò mi mandava fuori controllo a sufficienza. Da ragazzina ho provato cose strane, ma nessuna schifezza è piacevole e irresistibile quanto un buon vino.
Trovato qualcosa di buono qui in Italia? 
Decisamente… Ora so cosa vi rende così spensierati.
No, quello è congenito, pure troppo. Mentre nei Cranberries c’è stata una fase poco spensierata: la tua cosiddetta “malattia misteriosa”.
È iniziato quando abbiamo fatto boom. Tutto girava vorticosamente e io reagivo estraniandomi. Ma dire “Non sta succedendo” non serve a lungo, perché STA succedendo. Così ho detto: bene, allora che succeda a un’altra persona! C’ero io, e poi c’era questa famosa Dolores che dava interviste e viveva in modo assurdo, elogiata o demolita dai giornali… Sai, parlavo in terza persona. Non è sano.
Cosa c’era di così ingestibile?
Sono diventata famosa molto giovane, avevo 20 anni. E tutti noi abbiamo zone d’ombra con cui a un certo punto, dai 20 anni in poi, dobbiamo fare i conti. Io non ci riuscivo perché tutto era sacrificato a Dolores la star. Non dormivo né mangiavo, avevo allucinazioni. Un esaurimento nervoso in piena regola. Non sei mai preparato a condividere la tua vita con milioni di sconosciuti e coi media, non c’è un manuale. Da fuori pare uno spasso – poi vedi gente che si suicida o impazzisce, e tutti pensano: “Oh, avevano problemi”.
Finita questa fase, le canzoni sono diventate più lievi. Molti hanno storto il naso.
Pazienza. Altri no.
Ti pesa oggi cantare Zombie?
Ha avuto così successo che appartiene alla gente. Infatti la faccio cantare al pubblico, è emozionante, è tra le cose favolose di questo mestiere. È una fortuna che capita a pochi.
Un’ultima cosa: il tuo modo di cantare…
Sì, lo so. Io chiudo gli occhi e viene così. Se ci penso non lo faccio – ma così non sono me stessa. Sai, non puoi piacere a tutti: a me piace, e poi mi piace che la mia voce sia riconoscibile, quando tante cantanti si somigliano

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4 Comments on ““Parlavo in terza persona. Non è sano”. Intervista a Dolores O’Riordan, 2007
  1. [CIT] “Addio, Dolores. Solo gli anni 90 potevano fare di te una star.”

    Non ho capito, cos’è, un rimprovero?
    Gli hanni 90s sono stati l’ultima epoca che ha detto qualcosa di significativo nel rock. Poi pallide derivazioni o fenomeni da baraccone destinati a spegnersi con lo starnuto di una cimice.

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