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AMARGINE

Marginalità. Stagione 1, episodio 2. La verità su 105, su Spotify, su Google.

Dan: “I’m older and much less friendly to change.”
Swearengen: “Change ain’t looking for friends. Change calls the tune we dance to”.
(da Deadwood)

 

PREVIOUSLY, ON MARGINALITÀ 

Malik lascia gli One Direction. Oppure viene COSTRETTO a lasciarli? Cosa ha SCOPERTO Zayn? Oppure cosa stava per FARE? Inquadratura sul padre paki di ZAYN, che è MUSULMANO – e, sorpresa, lo è anche ZAYN – il quale pochi mesi fa ha twittato “Palestina libera”. Ve le dice queste cose, il Fatto Quotidiano? Ve le dice, Repubblica? Possibile che debba dirvele questa serie? 

Fil rouge. Vado a pranzo con XYZ (*). Mi dice: “Per dire: tu sai quanto dà Spotify, al mese, a ZYX (**)?” “No, quanto?” “Più o meno trecento euro”.
Prima che lo faccia, so già che chiuderà l’argomento con un’espressione in voga.
“Ma di cosa stiamo parlando?”

(*) persona a stretto contatto con alcuni artisti italiani.
(**) artista italiano affermato, pubblico giovane, da 10 anni regolarmente in top ten di album e singoli.

La rivincita dei nerd. Ultimamente discorro un casino, raga.
E qualche sera fa me ne discorrevo con due amici di un amico, impiegati lui per Google e lei per Telecom (o era il contrario?). Nessuno dei due fa un lavoro con un nome italiano: uno è nel team di policy implementation, l’altra è operating area supervisor. E io ci mettevo la mia calda buona volontà di capire gli scenari della modernità – ma mentre quelli parlavano, d’improvviso ho sentito l’Albertosordi interiore che prendeva il comando di me. Perché ogni cosa veniva cantata, o Musa, in termini di scontro di titani, di ballo dei potenti tipo il Congresso di Vienna, di De Bello Gallico ma con meno epos. E questo tipo di ammirazione che va oltre il brave new world, è quasi tifo, proiezione eroica, la sento in giro spesso – anche da gente che di lavoro fa tutt’altro. Mi pare quasi la rivincita di coloro cui non è mai fregato niente del calcio o della Formula 1: hanno plasmato una mitologia cangiante in cui il drago Facebook mangia l’elfo Whatsapp per lanciare un monito al mago Twitter e lanciare la sfida al gigante Microsoft che pentitosi di aver sposato la vergine Skype si finge amico di re Google che a sua volta irride l’imperatore Amazon, sotto gli occhi del dio Apple (che come Zeus ci disprezza tutti senza distinzioni, ma è universalmente affabile come Frank Underwood).

Nessuno dieci, quindici anni fa avrebbe fatto discorsi così omerici – non senza ottenere risate omeriche – per le multinazionali bieche e grigie del secolo scorso (…non fanno più le multinazionali di una volta). Il capitalismo è diventato fantasticheria, è diventato figo e creativo, è diventato lo slancio supereroico della Marvel Comics.
Pensate che una volta c’era gente che lavorava alla Montedison.
Ma cosa dico!
Alla SIP.

Gino Bramieri rules. “Pronto, è la Sip?” “Nop”.
(…giuro, era su uno dei suoi libri di barzellette)

Sole che batte. Quanto segue non poteva metterci molto ad arrivare. Dal Sole 24 Ore:
Periscopare oggi fa tendenza, non solo tra gli utenti vip”.
(e il bello è che mi rendo conto che a irritarmi di più non è nemmeno “Periscopare”)
(e nemmeno “fa tendenza”)
(è “utenti vip”) 

In tutto questo. Il 31 marzo Lorenzo Fragola pubblica il suo primo album. Ancora prima che lo facesse, Sperling & Kupfer aveva già pubblicato la sua prima biografia. Sapete, con tutto quello che hanno fatto per noi, è anche brutto che tutti noi si ghigni alle spalle di discografia e editoria. Anzi: magari lo facessimo alle loro spalle: gli si ghigna in faccia. E a ghignare sono soprattutto quelli come me che lavorano con entrambe. Vedete anche voi che esplosivo misto di autostima e autodisprezzo vigeva in quel decennio, i concitati anni 10.

Fil rouge (2). Gli articoli su Spotify sono spesso molto belli. Stanno diventando un genere a sé. Forse è vero, è inevitabile sostituire gli star brand alle star. È più divertente leggere di Spotify che – mah, non so, faccio il primo nome che mi viene in mente – Nicky Minaj. So che è difficile da credere. Magari voi non avete Spotify e la sola idea vi annoia così come io mi annoio a leggere di qualsiasi Appleria: vado in catalessi appena vedo marchingegni bianchi che occhieggiano dalle homepage. Però c’è un recente articolo su The Kernel che sottolinea che grazie a dei bonus crescenti, il sistema dei pagamenti di Spotify sia sbilanciato a favore di chi fa i numeri enormi. Che diventano ancora più enormi grazie alle playlist dei più ascoltati, che garantiscono ai più ascoltati di essere ancora più ascoltati. Alla fine volendo l’esito è molto neocapitalista: tantissimi soldi ai pesci grossi, e tanta simpatia a tutti gli altri.

TT. I musicisti trend topics in Italia nel mese di marzo sono Elton John, Noel Gallagher, Madonna. Di nessuno di loro si è parlato per motivi musicali.

And I wonder. In uscita il nuovo disco di Carly Rae Jepsen. Vi ricordate, Call me maybe? 170 milioni di ascolti su Spotify. Il secondo singolo tratto dal suo album, Tonight I’m getting over you, ne ha fatti giusto un diciassettesimo. Oggi una one hit wonder può sistemarsi per la vita, amici: molto più dei Patrick Hernandez, Len o Lumidee di un tempo. A patto che la hit sia globale – e questo è molto più facile di un tempo, se fai il botto. Perché oggi una canzone pop anche non strettamente epocale può arrivare in posti in cui Hotel California o Billie Jean non arrivavano. Carly Rae Jepsen, tre anni fa, ha sbancato con Call me maybe. In questi tre anni, è stata la cantante di Call me maybe. Nessun particolare bisogno di fare altro.

“A colazioneeeeeeeeeeeeeeee!!!”
(Fortunato tormentone della trasmissione Tutto Esaurito, citato come tale dal sito dell’emittente) (il numero di “e” e di punti esclamativi è dovuto a semplice copiaeincolla)

Fil rouge (3). Un altro pezzo fantastico su Spotify è stato pubblicato dal Guardian. La cosa mi deprime molto. Perché io soffro moltissimo la preponderanza del giornalismo anglosassone su quello di noialtri pezzenti ai margini dell’impero. Odio la sudditanza dei media italiani – da quelli obnubilati a quelli illuminati – nei loro confronti: come se nessuno, necessariamente, potesse scrivere articoli rilevanti in spagnolo o francese (o italiano). E fosse solo nei confronti di quelli bravi: si estende anche ai media mediocri. Tra le mie interviste a Noel Gallagher, quella di Fabio Fazio su RaiTre, quella di CHIUNQUE in Italia lo abbia intervistato e quella del Cantaloop Gazette, sarà sempre quest’ultima a fare testo, qualunque cosa dica il vecchio Noel, amico dei giorni più lieti.
(farmene una ragione?) (MAI) (ah, non cercate il Cantaloop Gazette: non esiste) (e nonostante ciò, fa testo più di chiunque qui ai margini)
Però l’articolo in questione ha di fantastico che, accanto alla notizia, mette il LOL.
La notizia è che la band americana Vulfpeck ha pubblicato Sleepify, raccolta di dieci brani di assoluto silenzio. Invitano i fan a suonarli ripetutamente di notte, in modo da tirare su due spicci. I pezzi durano 31 secondi e si chiamano Z, Zz, Zzz, Zzzz – fino a Zzzzzzzzzz. L’uomo del Guardian, Tim Jonze, fa quello che voi e io su un blog (o quantomeno su facebook) faremmo subito, ma che sui giornali italiani, nessuno escluso, non puoi fare: rilancia, recensendo i brani. “Il brano di apertura Z è un sottile, intrigante lavoro – seguito da Zz e Zzz che rimangono fedeli all’estetica minimalista abbracciata esplicitamente dalla band. Ma presto appare chiaro che i Vulfpeck cercano di imitare biecamente la formula dei Ramones replicando più che possono un brano efficace”.
Persino Spotify dice la sua. “Ci sembra che stiano copiando John Cage”.
Potrei spendere il primo “Muoro” della mia vita.

Questa serie agita anche me. Marginalità è arrivata alla seconda puntata: è già tempo di bilanci. Tipo: non riesco a tenerla a cadenza settimanale. Forse sarà bisex. Inoltre: io amerei mandarla in onda la domenica mattina. Questa puntata va in onda di lunedì causa ora legale. 

Rituale invettiva finale. Non so se si possa pretendere troppo da questo Paese. Secondo i dati di RadioMonitor, ottenuti con interviste telefoniche (70% a possessori di linea fissa) il programma più ascoltato è Tutto esaurito, ovvero Marco Galli e compari, su 105. Il secondo è lo Zoo di 105, Marco Mazzoli e i suoi. Al terzo c’è Rtl 102.5 con La famiglia giù al nord, cioè Fernando Proce, Jennifer Pressman, Carletto.
(quanti di questi nomi conoscete?) 
I boss di 105, RTL, RDS e Radio Italia hanno tutti tracotato soddisfazione. Linus, buggerato dai dati, ha sclerato sul suo blog, scrivendo che il sistema gli sembra quanto meno farlocco.
Radio Monitor è emanazione di GFK Eurisko, che sul suo sito vanta un team di 13mila esperti. Nonché un panel di consumatori con oltre 26.000 iscritti. Un esperto ogni due consumatori, mica male: gli stanno addosso, oh.
Detto questo, io credo che sia vero che Galli, Mazzoli, Proce, tutto questo loro modo di fare radio che è sempre lo stesso da prima di Marconi, funzioni. Tra quarant’anni la radio italiana sarà sempre a base di musica miserabile, buonumore falso come Giuda e commenti idioti alle NOTIZIE CURIOSE prese da Corriere.it. Ma una cosa interessante c’è.
Ed è proprio che completando la top 5 con Password (Rtl) e il Gr1, nessuno dei protagonisti dei programmi più popolari ha anche una popolarità televisiva, e non credo sia molta la gente che li riconosce per strada. Lo stesso Linus, sesto, non è mai riuscito ad affermarsi come tv star.
La mancanza di popolarità fuori dal mondo radiofonico non è in sé un male. Ma contribuisce a dare la sensazione che la radio sia uno stagno in cui la gente e il linguaggio sono giustappunto quelli di 40 anni fa. Voglio dire: Virgin. RINGACCIO. “Ciao, ragazzacci, Ringaccio vi saluta!”.
Ed ogni tanto, nel corso del tempo, vengono magnificati come radioiconoclasti Pierluigi Diaco o Cruciani.
Ma di che cosa stiamo parlando?

Una risposta a “Marginalità. Stagione 1, episodio 2. La verità su 105, su Spotify, su Google.”

  1. Appoggio la tua opinione su Diaco, ma in confronto a 105,102 e Ringaccio
    Cruciani sembra davvero un radioiconoclasta.
    Almeno non finge buonumore

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