Marginalità – Pensiero unico stupendo

«This is the next century
Where the universal’s free
You can find it anywhere
Yes, the future has been sold»

(Blur, The Universal, 1995)

Ovviamente, se un libro su due fosse pubblicato da Mondadori, se un film su due fosse della Disney, se metà degli scaffali del supermercato fossero di Nestlé, farebbe più effetto. Mentre il fatto che un disco su due in classifica sia gentilmente offerto da Universal, ne fa un po’ meno. E poi, non è neanche vero, è sensazionalismo a buon mercato: sono solo 49 album su 100. Però in questo momento, secondo FIMI, Universal è anche al n.1 nei vinili (grazie a L’imboscata di Franco Battiato) e nelle compilation (grazie a Kiss Kiss Play Summer). I singoli no, le sfuggono a causa di Sony che gode dei trionfi delle due tormentoniste Giusy Ferreri e Baby K. E solamente 45 singoli di Universal sono tra i primi 100. Non so voi, ma io farei saltare un po’ di teste.

Peraltro la presa di Universal sul mercato italiano supera di parecchio anche le proporzioni della analoga supremazia in Usa, che non è scarsa: nel 2017, il 37% della total album consumption, nella prima metà del 2018 i cinque artisti di maggiore successo secondo i dati Nielsen (Post Malone, Drake, Migos, XXXTentacion, J.Cole), e otto dei primi dieci. Ma in Italia, in questo momento, nemmeno mettendo assieme le altre due major Sony (22 album) e Warner (15) e aggiungendo gli indipendenti distribuiti da Artist First (5), si arriva a una opposizione credibile (…pardon) (adesso vi ho già dato il sottotesto, vero?) (lo so, dovevo tenermelo per il colpo di scena finale).

Pur appartenendo alla francese Vivendi (ricordate? Bolloré, Telecom, eccetera), la divisione musicale della holding ha poco di parigino: i quartier generali di Universal Music sono a Santa Monica, New York e Londra, e i boss universali sono Sir Lucian Grainge e Boyd Muir, rigorosamente provenienti da Londra, capitale europea del grande e coolissimo megaimpero.
Universal Music è un mosaico pazientemente composto negli anni: complice la grande crisi post-mp3 del decennio scorso, ha gradualmente assorbito tantissime case discografiche delle quali forse notavate i loghi sui vostri dischi: Polydor, Emi, Decca, Virgin, Island, Geffen, Def Jam, persino Deutsche Grammophon, Verve, e insomma tantetante. E ha mantenuto quelle etichette in vita, proprio come Fiat, la famosa società olandese con sede fiscale a Londra annovera divisioni che chiamiamo Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Jeep, con una loro presunta identità in modo che il cliente sdegnosamente si distingua, esca dal coro, fugga dal gregge, sia se stesso.

Ora come ora le etichette che le danno più soddisfazione a Vivendi nella classifica italiana sono Virgin (Imagine Dragons, Cesare Cremonini, MiticoVasco, Tiziano Ferro, Vegas Jones), Polydor (Emma Marrone, Caparezza, U2, 5 Seconds of Summer), ma soprattutto la Island Records.
La Island, fondata da Chris Blackwell (nella foto, quello con la maglia rossa), era l’etichetta di Cat Stevens e Roxy Music e U2, ma soprattutto era era l’etichetta del reggae, tanto da esser nata fisicamente in Giamaica (che, un po’ esplicitamente, è un’isola). Oggi l’etichetta del reggae è l’etichetta del rap. Anche de Lo Stato Sociale e Shawn Mendes, perché è sempre bene differenziare – però Drake, Rkomi, Marracash, Luché, Gué Pequeno, Post Malone, Sfera Ebbasta e Fabri Fibra fanno tutti capo alla Island. E in questo momento è proprio dall’hip-hop che arriva lo strapotere della multinazionale, nella cui sede italiana (come racconta la manager Paola Zukar nel suo libro Rap – Una storia italiana) nel 2005 alla fine di una riunione un dirigente francese domandò esterrefatto: “Ma voi non avete artisti rap?”

Ora, torniamo all’inizio di questo racconto marginale. Metà degli album più venduti in Italia vengono dallo stesso posto, dagli stessi uffici, con la stessa proprietà, la stessa gente, gli stessi – per così dire – talent scout, che seguono gli stessi input che vengono dagli stessi capi. E la sede centrale spinge l’hip-hop, malgrado l’idiosincrasia degli inglesi per il rap (un duro colpo per il business musicale londinese, che si regge su cantautori globaloni e coccolini come Ed Sheeran e Adele, e ha in Stormzy una rapstar che negli USA vale meno di Jovanotti).

Il punto è: se le cose vanno così, e un + 6.8% negli introiti rispetto al primo semestre del 2017 porta 2,6 miliardi di euro in più a Vivendi, quanto è realistico aspettarsi che la musica dei prossimi anni e soprattutto le prossime star siano così diverse da quelle che in questo preciso momento il POPOLO, sempre sia lodato, sta apprezzando? Sia chiaro, nulla da dire se siete entusiasti teenager rappusi (…ma date retta: sopra i 22 anni, a meno che non collaboriate con Rollinston non è plausibile che ascoltiate Drefgold. Per mostrarvi supergiovani fate più bella figura a millantare di intendervi di birra o di moto). E beninteso, tanti complimenti a chi lavora in Universal e ha investito nel rap italiano e in tutto il rap del mondo, hanno fatto il loro mestiere e lo hanno fatto benissimo. Però la ricetta funziona così bene che interessarsi di qualcos’altro non ha senso, e il ricambio tra i generi è finito: stanno morendo tutti (tranne il reggaeton, e non è una buona notizia) mentre il rap non tramonta mai, sta per compiere 40 anni e con tutta probabilità vivrà più a lungo del rock’n’roll. Economicamente sta una favola, eppure, malgrado tutta la trap e gli sciroppi che fanno diventare geniali, il grosso della produzione – che a sua volta è grossa – non è mai stato così prevedibile come oggi. E d’altro canto, i ragazzi mica sono scemi: dieci anni fa magari no, ma oggi se fai come dicono puoi fare più soldi che a fare il barista. E francamente, chi scrive non ha alcuna passione particolare per l’ambito indie. Però resta il fatto che metà degli album e dei singoli in classifica sono della stessa multinazionale, che li vende come gli album più disagiosi e ribelli e irriverenti di tutti. Con questa premessa vengono venduti e con questa premessa il POPOLO li compra.

(questa cosa dell’incoraggiamento dall’alto di uno spirito anticonformista e anarchico a Orwell non gli era venuta in mente. Questo perché era inglese prima che fosse cool)

Naturalmente, l’obiezione nuovista è che sicuramente dal basso arriverà qualcosa, è sempre arrivato!; che in circuiti sotterranei invisibili ma rigogliosi scorre linfa vivificante che sboccerà spontanea. In passato è sempre stato così, leggo ripetutamente.

Ma il passato è famoso per una cosa: è passato – e se la vostra speranza nel futuro è che il passato si ripeta, questo articolo è più ottimista di voi.