Marginalità, cap. V – Teoria del litio e della vergine

Ho una teoria.

(ehi, bentornati! Come state? Woops, scusate: quello che è tornato sono io. Mi spiace avervi fatto aspettare così tanto. Spero abbiate trovato qualcosa da fare nel frattempo)

E tra poco questa teoria ve la servo – anzi, ve la impiatto. Sarà la portata centrale di questo menu, anche se non era quello di cui pensavo di scrivere per il ritorno delle Marginalità in tutta la loro blaterante grandeur.

Sapete, non è nemmeno così facile scegliere l’argomento, specie se uno manca da un po’ e si sente in dovere di tornare col botto. Perché col botto? Perché comunque la si voglia mettere, questi numerini quassù nei rettangoli colorati, che pure non mi cambiano in nulla la vita dal punto di vista economico, dopo un po’ diventano un ricatto. Tipo “Ho fatto 20 like meno dell’altra volta – dovevo postare di sabato mattina, che la gente sta più su internet. Dovevo trovare un tema più figo. Dovevo andare addosso ai Negramaro. Dovevo andare addosso agli Iron Maiden, a J-Ax, a Mika. Dovevo andare addosso al Corriere della Sera”.

(“Ehi, guarda! Lo sta per fare di nuovo!” “Tienti pronta a segnalarlo ai capi. Stavolta, stavolta non la passa liscia”)

La nostra vita si muove pur sempre lungo direttrici di approvazione. Anche quando si va fuori dal coro – in fondo, è quasi sempre per fondarne un altro. Per quanto uno possa essere narcisisticamente convinto di poter intrattenere chiunque anche col più insipido e decotto degli argomenti, la nostra vita si muove pur sempre lungo direttrici di approvazione.
Cionondimeno credo che i social network stiano per creare loro stessi un bizzarro rimedio omeopoatico per un male che hanno creato: la saturazione da argomento. Perché per dire, io ce l’avrei, un opinione su Giovanni Lindo Ferretti. Come avrei un opinione sul disco dei New Order e una su Inside and out e una su Netflix e una sui Pooh e una su Sara che molla X Factor.
Ma non è vero che se arrivi dopo, oh, ma basta scrivere l’opinione più interessante. 

La verità è che coi social siamo diventati come i Minions in quella gag in cui si spostano tutti insieme come uno sciame scemo: c’è una fase iniziale in cui tutti seguono un argomento. Poi, tempo quattro, cinque ore, parte il “No, ma dite la vostra su…” L’ironia, l’insofferenza, il naturale rigetto sono come i Langolieri di Stephen King: arrivano e mangiano ogni cosa senza ritegno.
Di fatto, sui social come su tutti i media vige la legge dell’utilità marginale. Ovvero, il primo biscotto è buono, il secondo ehi, buono davvero, il terzo mmh, mica male, il quarto ah, ora sto bene, il quinto dai, mangiamo anche questo, il sesto oh, forse sto esagerando, il settimo sì, però è l’ultimo, l’ottavo AAAARGH! – e non è mica facile non farsi influenzare dal fatto che la gente solo leggendo il titolo griderà AAAARGH! Così l’ottavo articolo del giorno sui vent’anni di What’s the story degli Oasis potrebbe anche essere bello come quello di Francesco Farabegoli su Bastonate, ma se lui non ha avuto la fortuna e l’accortezza di essere il primo della scatola, io lo lascio lì a irrancidire.

Il che cosa comporta?

Intanto, che sono già a metà del pezzo e ancora non vi ho sottoposto la TEORIA. Ma questo è voluto! Negli ultimi mesi ho scritto una quantità per me intollerabile di pezzi a piramide, mettendo la notizia nella prima frase come voleva il mothafuckin Corriere
(“Ha scritto mothafuckin, corriamo a segnalarlo ai capi” “Aspetta, cosa vuol dire?” “Che importa?” “Metti che me lo chiedono” “Uno che va a letto con la madre tipo Edipo” “Tipo chi?” “Un re” “Una celebrity? Allora è un complimento” “Hai ragione. Maledizione. Facciamo una gallery di gente a letto con la propria madre, presto” “Prima che la faccia Repubblica”)
Ma io, vi dicevo, ho questa bizzarra convinzione che se siete qui, da ME non volete notizie. Anzi, le notizie vi stomacano. Siete saturi. Così come delle opinioni su argomenti già langoliati, come delle foto degli arcobaleni alle nove di sera (“No, ma mettetela, una foto di arcobaleno”).
Quindi, c’è spazio per il tipo sagace che scrive di una roba che non c’entra niente – e ci mette venti minuti per arrivarci.

(con questo però prometto che le prossime marginalità saranno più frequenti e brevi) (ma sempre marginali)

E ora, eccoci. La teoria.

(anzi, no)

Premessa alla teoria.

A dire la verità non capisco perché ci sono arrivato solo adesso. Voi magari ci eravate arrivati già nel 2003. Però non mi avete avvertito! E d’altra parte, non c’erano né i blog né i social. Forse a quell’epoca nessuno aveva teorie.
Dicevo: mi sono reso conto che al centro della mia cronologia continuano ad esserci i Beatles. Io non li ho vissuti se non come eredità, mio padre comprava i loro dischi. Ma anche crescendo negli anni 80, per il giovane aspirante critico musicale o comunque per quello cui la musica piaceva TANTO, il big bang erano loro. Mi piacevano più i Rolling Stones? Fa niente. Non è che tifando per i vichinghi, potevi ignorare che prima c’era stato Gesùcristo e che si contavano gli anni da lui. Se poi scoprivo che c’erano stati Elvis o Chuck Berry, era ancora più semplice: la si chiamava preistoria (oltre tutto era in bianco e nero e nessuno sapeva nemmeno bene se erano vivi o no) e la si apprezzava come tale.

Di colpo mi sono reso conto di questo fattore che almeno in parte spiega la piega etica-estetica che sta prendendo una generazione nemmeno tanto giovane per la quale i Beatles sono la preistoria. Per non parlare di quella subito dopo: a 15 anni, sono preistoria anche Blur e Oasis e White Stripes. Quanto a U2 e Guns’n’Roses e Bruce Springsteen e Michael Jackson, li vedono come io vedevo i film di Hitchcock. Me lo presentavano come il re del brivido, e io potevo anche apprezzare la storia – un po’ lenta, eh, e che dialoghi rigidini – ma fondamentalmente mi chiedevo il brivido dove stava.

In ogni caso non credo di avere in bacino di utenza troppi 15enni (e se ce li ho, bene: che tengano il passo di quello che sto dicendo, magari gli è utile). La premessa è che la generazione che si accinge a ridipingere le pareti dell’immaginario nella fase attuale (quella tra i 25 e i 35 anni, diciamo) ha un altro big bang.

La teoria.
Il big bang dei circatrentenni di oggi sono Nirvana e Madonna. E questo crea un gap che noi ragazzoni tardivi non vediamo. Ma che rende difficilissimo parlare di musica con loro. Perché stanno parlando di altro. 

Specifico, perché è importante, che nel caso di Madonna, non sto parlando della ragazzetta da strada stonata tipo Cercasi Susan. No, la Madonna definitiva è quella che già guarda sprezzante tutte le altre, che bitcha di qua e di là e fa la corsa su quelle più giovani ma sempre rivendicando di aver fatto tutto prima lei (anche quando non è vero). La Madonna iconica.
I Nirvana per contro sono diventati più icone di quanto io stesso avrei pensato. So di dare un dolore a molta gente, ma quando uscì In utero, la maggior parte di noi non pensò: “Che meraviglia totale che mi lacera tutto e che solo io e altre persone dolorosamente stupende possiamo comprendere”.

No, la maggior parte di noi scemi pensò: “Bah”.

Poi arrivò il live su Mtv, ed era esattamente questo: un live su Mtv.

Quindi il tipo si sparò, e okay, questo ebbe la nostra attenzione. Chissà cosa pensò Madonna.
(io dico che pensò a Courtney Love) (o alla bambina) (perché sì, Madonna pensa sempre alle bambine, perché è madre, perché ha inventato la consapevolezza femminile) (prima non c’era, dicono) (e tutte queste altre cose che rendono uno stupido manifesto ogni cosa che fa)
Madonna è l’esatto opposto dei Nirvana in termini di adesione iconica. Ma lo sono entrambi, e sono icone proiezionali in un modo completamente diverso da quello che era venuto prima

(con la possibile eccezione dello scemo dei Joy Division, che non a caso diventa icona per le generazioni successive alla sua più di quanto lo sia stato per la propria)

Madonna e i Nirvana, a differenza dei Beatles (ma anche a differenza di Elvis, per quanto possa sembrare incredibile) mettono sempre l’io, io, IO al centro di tutto. Le canzoni dei Beatles, a metterle insieme tutte, sono più un “Noi”, o “Lei” o “Quel tipo on the hill” o “Quello di cui tu hai bisogno”; al massimo I’d love to turn YOU on. Persino Mick Jagger (che è Mick Jagger) non parla a nome di un io (Keith Richards lo fa decisamente più di lui, ma tanto non scriveva quasi mai i testi) e nemmeno i Led Zeppelin o i Pink Floyd o i Clash o i Duran Duran o gli U2.

Springsteen già ci va vicino, volendo. Però non del tutto volontariamente.

Ma è Madonna a ricalibrare ogni riferimento attorno alla persona che canta, costringendo l’ascoltatore ad aderire completamente. Buffamente, i Nirvana prendono una costola (storta) di questa attitudine, così come la prendono i rapper di seconda generazione, e da allora le canzoni sono sempre meno di tutti quanti: sono “il vestito che è stato reso leggendario da”, come scriverebbe il Corriere.

(“Eccoci, eccoci!” “Ma sei ancora lì? Io mi sono stancata di leggere, è troppo lungo, lascialo perdere e dammi una mano a copiare questa gallery di body painting a una sfilata di Magdeburgo” “Wow! Importantissimo! Subito! Colonnone centrale!” “Prima che lo faccia Repubblica”)

Solo che mentre per Madonna l’evoluzione è istericamente assertiva, i Nirvana si flagellano di disprezzo di sé e ironia. I Nirvana si discutono di continuo, perché è la loro inclinazione e la loro carta vincente: “Ah, io non mi sopporto, e non vi sopporto – perché non mi sopporto, però mi dispiace, però aaargh, però sto male, però va bene, aaargh”.

E anche se non ce ne siamo accorti subito, è stato tra questi due poli, nei quali poi si è comodamente inserito il rap (nella sua versione di prodotto urban style su scala industriale, quindi insospettabilmente riconducibile a Madonna) che l’autoreferenzialità ha fatto il suo golpe, e che nessuno scriverà più una canzone per noi.

(la boutade su MiticoVasco la fate voi o la faccio io?) (fatela voi)

Conclusione.

Basta, nient’altro da aggiungere, sono arrivato. Madonna e Nirvana alla base dell’onnipresenza insopportabile dell’ego in ogni cosa contemporanea. Detto questo, in ogni caso, i Pooh sono più importanti di Giovanni Lindo Ferretti. Sempre stati. Non hanno influito come lui sulle vostre vite di sbarbi? Lo dite voi: ogni giorno in cui vi svegliavate Yuri pronti a sparare, vi bastava uscire di casa per imbattervi nel Dio delle città.

12 Comments

on “Marginalità, cap. V – Teoria del litio e della vergine
12 Comments on “Marginalità, cap. V – Teoria del litio e della vergine
  1. (Premessa: scrivo durante un pre-partita domenicale che mi innervosisce moltissimo, dunque probabilmente verrà fuori una roba distratta e piena di errori di battitura. Ma tanto tra i tuoi lettori non dovrebbero esserci molti maniaci della correzione che, come noto, hanno tutti meno di 18 anni – dai 19 in italia siamo tutti analfabeti di ritorno).
    (Che poi, perchè IL pre-partita e LA partita? Ho sempre saputo che i preliminari fossero più donna e l’atto in sè uomo. Le donne curano le sfumature, gli uomini il risultato, questo è uno dei principali messaggi tra le righe dell’educazione sessuale – sessuale? sessista! – in italia negli ottanta-novanta).

    Ancora prima che nel 2003, quando i blog forse c’erano già perfino in italia, nell’anno del signore 1998 il Maestro Bertoncelli pubblicava la raccolta Paesaggi Immaginari. Una sezione corposa (ma non ricordo quanto) del libro riguardava l’odio del Maestro per David Bowie. Quale la ragione di questo odio? Ma che Bowie, il buon duca, aveva spostato l’obiettivo di 180 gradi. L’argomento non era più la libertà, l’amore, la fuga, la società come negli 50-60 di Elvis e Dylan e Beatles (per restare ad anni di POP e non andare più indietro, ai bluesmen del Delta o ai jazzisti newyorkesi). Con Bowie si parla di sè. Della propria immagine riflessa che deperisce.
    Le canzoni di Bowie sono vestiti che l’artista indossa e rende leggendari.

    Ecco. Questa la mia obiezione. Scritta entro il calcio di inizio.

  2. Se mi citi il Magister, mi metti in difficoltà!, io sto a lui come Adso stava a Sean Connery da Baskerville nel Nome della Rosa, e lui da quando mi conosce mi guarda con lo stesso cipiglio.

    E tuttavia, ci sono due argomenti sui quali io vado in eresia rispetto all’insegnamento del Magister; uno sono gli anni 80 – che lui mette all’Indice praticamente in toto, chiamando al rogo per primi i Depeche Mode. L’altro è David Bowie, “Il grande antipatico”, se ricordo bene il titolo del pamphlet in questione. E lì io tolgo il saio e rinnego i voti da Bertoncelliano: penso che si sbagli tantissimo su Bowie, e che in questo sia uomo della sua generazione: tutta la critica italiana (che per il 90% era di sinistra) lo demolì in quanto lo vedeva decadente, estetizzante e pure femminiello (quest’ultima cosa, in particolare, ai compagni del PCI faceva orrore, come ebbe a raccontarmi Ivan Cattaneo sulla sua vita non precisamente facile nell’Italia libera e alternativa degli anni 70).

    Nel dettaglio, non capisco bene in che modo Bowie sia colpevole di questa cosa più di – che so – Bob Dylan. Penso che Space Oddity, Life on Mars?, Heroes (e aggiungo Let’s dance per arrivare a quelli che credo siano i 4 pezzi di maggiore successo globale di Bowie) non siano canzoni su di sé. Penso che il 1984 di Diamond Dogs non sia affatto su se stesso, penso che anche in anni di presunto declino (sto pensando ad Outside o Jump they say) abbia sempre avuto l’ambizione di dire qualcosa all’ascoltatore sul mondo che lo circondava. Poi va bene, Ziggy Stardust forse è lui (o forse è una riflessione sulla rockstar in genere) e Ashes to ashes (ma anche Buddha of suburbia) cita se stesso. Ma mi sovviene un gruppo caro al Magister, una cui canzone inizia con “I told you ‘bout strawberry hills, you know the place where nothing is real – eccetera”. So then.

  3. E’ noto che dentro i Beatles c’è già tutto (fenomeno, epifenomeno, metafenomeno, ante pre e post).
    Sia chiaro: io adoro Bowie e, per dire, credo che il citato Outside sia uno dei dischi più significativi degli anni 90.
    (E adoro gli 80 per forza di cose, motivi anagrafici anzitutto).
    Però la riflessione di Bertoncelli sul duca secondo me è fondata.
    In compenso hai ragione su Dylan: una fetta consistente della sua opera è legata a sè. Probabilmente tutta, ma non ce ne rendiamo ancora conto.

  4. “i Nirvana si flagellano di disprezzo di sé e ironia.”
    Ah, quindi alla fine il caro NME aveva ben ragione nel definirli un gruppo indie con copertine indie assolutamente imprescindibili!

    Scherzi a parte, un dubbio: trovandomi in quella fascia d’età compresa tra il post-ventenne e il pre-venticinquenne (non proprio sul confine di questo discorso, in ogni caso) e vivendo la vita più o meno quotidiana, non mi pare di riscontrare un “effetto Madonna” nell’ambiente sociale, più o meno coetaneo, che mi circonda: non parlo del livello degli “addetti ai lavori”/”produzione”, ma ho l’impressione che per quanto riguarda quello degli ascoltatori questa consapevolezza non sia assolutamente presente (pure io mi ci metto dentro, sia chiaro). Mentre, per dire, coi Nirvana sono convinto che riscuoterebbero molto più consenso nel loro ruolo di big bang generazionale, anche andando a chiedere a chi non ha la loro t-shirt.

    • Mettiamola così: i Nirvana ti convincono di più perché sei maschio ed eterosessuale.
      (non per farmi gli affari tuoi, ma lo sei?) (no, è che dopo che ho sentenziato con così tanta sicumera, sai)

  5. Allora:
    1) adesso faccio un abbonamento di like ai tuoi post così ti rincuori <3
    2) verissima la storia della saturazione argomentativa da social, ma fai come le beauty blogger al lancio dell'ennesima matita per le sopracciglia: lascia frollare la notizia per un po' e poi esci il post di "recensione ragionata" un mese dopo, che fai pure la figura di quello che si è preso il tempo per pensare alle cose – frollatura is the new sul pezzo
    3) Britney Spears. O le Spice. Non Madonna. Vai in un locale fighetto frequentato da trentenni e prova a gridare "I wanna", vedi se non ti risponde un coro da ultrà di "a' uonna EH a' uonna Eh a' uonna Eh a' uonna EH AUONNASIGASIGASIGASIGASIGASIG-AAAAAH!". Prova con Ray of light: non funzionerà. A Madonna ci siamo affezionati più tardi.

    • 1) Grazie 😀
      2) Può essere un’idea, in effetti.
      3) Ma non è tutto inquinato dal LOL? Dieci anni fa accadeva con Pappalardo: se uno gridava “Ellasciamiggridàaare” otteneva lo stesso effetto. Non è esattamente un attestato.

      • 3) Dire che ti piacevano le Spice è sempre un po’ una cosa da stigma sociale, ergo il LOL. Tuttavia, superati i venticinque, uno diventa più indulgente con il sé stesso adolescente, e ho amiche che dichiarano senza vergogna che la loro Spice preferita era Sporty Spice. Che siano piaciute o meno, le Spice fanno comunque parte dell’immaginario collettivo, mentre Madonna la conoscevamo perché c’era ‘sto video che si chiamava Frozen che passava su MTV con il dottore rumeno fico di ER.
        E comunque, a meno di non essere dei Madonnari (non quelli con i gessetti, gli altri), non facciamo tanta distinzione tra Madonna e Lady Gaga.
        Lo so, lo so.

  6. io ringrazio dio ogni giorno per aver conosciuto la M U S I C A negli anni ’70 e quindi (grazie a dio) ho conosciuto madonna, michael jackson, nirvana perché piacevano ai miei figli e quindi mi sono risparmiato un sacco di puttanate
    e comunque mi sa che la tua teoria è giusta: tutta questa esposizione di ego mi disgusta un po’, è come se superstar e gente comune andassero in giro coi calzoni calati… non è un bel vedere, ecco, per lo più!

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