AMARGINE

Il bacio della morte delle radio italiane

In questi giorni le radio della furibonda eppur spensierata nazione sono tutte schierate al Festival della Canzone Italiana, con immenso dispiego di forze – ma sempre con l’abituale scanzonata leggerezza. Perciò, mi sembra il momento ideale per commentare lo scanzonato contributo delle radio alla musica italiana. E scanzonato mi sembra l’aggettivo più adatto.

Dovete sapere che nella graduatoria delle canzoni italiane più trasmesse dalle radio nel 2017 (dati EarOne) svetta, e non credo l’avreste mai detto, Partiti adesso di Giusy Ferreri.
Che però, putacaso, non è tra i primi 100 singoli più (venduti?) (ascoltati a pagamento?) (gettonati?) del 2017 nella classifica finale diffusa dalla FIMI.
Nel 2016, per contro, la canzone italiana più trasmessa – sempre secondo l’autorevole EarOne, non ve lo ripeterò più – era stata, e non credo l’avreste mai detto, Ti sembra normale, di Max Gazzé.
Che nella top 100 invece ci era entrata! Con un autorevole numero 98. Aveva fatto peggio, in quell’annata, di Volevo te di Giusy Ferreri, n.94 – e 18mo brano italiano più diffuso quell’anno. In pratica, venendo trasmessa un po’ meno, LaGiusy ha avuto qualche chance in più.

Concediamoci ora un minuto per le prime sottili ironie.

(se non ve ne sovvengono, niente di male) (però non sarò io a suggerirle) (me ne starò qui serio come un inappuntabile funzionario)

Tra le granite e le granate di Gabbani, trasmessa persino più di Occidentali’s karma, vincitrice di Sanremo 2017, ha ottenuto un n.67 nella classifica annuale dei singoli. Beh, poteva andare peggio, diciamo; dopo tutto ha staccato la terza più trasmessa, Come nelle favole di MiticoVasco, n.88 – però dai, che gli frega a Vasco dei singoli, no? In realtà è la radio, che sta usando Vasco Rossi per darsi un tono, giusto? Appena giù dal podio le cose iniziano a migliorare sensibilmente: al n.4 c’è Pamplona di Fabri Fibra featuring quello che tiene aa’ Lazzzie, n.11 tra i singoli, e al n.5 la fatidica Senza pagare dei due pentastellati col Rolex. Ma al n.6 c’è Tiziano Ferro, il cui componimento Lento/Veloce, usato come escort dal Cornetto Algida, boccheggia al n.86 a differenza de Il conforto, duetto con Carmen Consoli, che si giova di una minore attenzione da parte delle radio (14ma più trasmessa) ottenendo un n.45 per la FIMI.

A questo punto è lecito iniziare a chiedersi se, al di là degli spiccioli di Siae che arrivano per la diffusione in pubblico di una canzone, a chi sta in una casa discografica (a partire dalle tre tirannosaure che occupano 27 delle prime 30 posizioni) convenga o no che un brano sia – amichevolmente, beninteso – spinto presso un network radiofonico. Viene il dubbio che sì, che gli spiccioli provenienti dallo streaming siano anche inferiori a quelli che vengono diritto dai diritti.
E a questo è altrettanto lecito affiancare l’ipotesi che un pezzo che le radio martellano, non susciti negli ascoltatori un arrembante desiderio di cercare quel brano anche su Spotify, Applemusic, Deezer e quella cosa della Tim. C’è un apparente effetto di saturazione.
Ancora più lecito inferire – lo stavate già facendo, ed è lecito! – che chi ascolta la radio non faccia uso dei mezzi succitati, perché la radio è un device vecchio, buh, potere ai giovani! E in parte c’è del vero. Cionondimeno le radio continuano a usare la musica – e questo perché? Soltanto perché agevola la loro missione di fare da sottofondo nei negozi, nelle palestre e dalle parrucchiere? Si sa che nelle ore di punta, alla gente che sta in macchina si danno programmi vuoti di musica e pieni di parole – e se possibile, parole foriere di ghignate pazzissime: show scanzonati, e non solo perché senza canzoni.

Però non è solo così, la musica è un accessorio per le radio ma guai a sbagliarlo: la gente, farabutta, è capace di cambiare stazione. Ed è per questo che a me affascina calare il terzo asso della mia ampia manica, ovvero la canzone più trasmessa nel 2015 secondo EarOne: Share the love di Cesare Cremonini (anche lui uno a cui putacaso ci piace il Cornetto Algida) n.24 nella classifica di vendite di quell’anno – bella Zésare, finora sei il migliore. Ma il punto non è il risultato.

Il punto sono LaGiusi, Gazzé e Cremonini.
Il quale, colpo di scena, è stato l’italiano più trasmesso anche nel 2013!!! Con Logico #1.

Questi nomi mi inducono ad avanzare l’ardita teoria che segue.
Le radio cercano di trasmettere qualcuno che non dia troppo sui nervi. Che non abbia molti amici, ma anche molti nemici. Intendo dire, senza nulla togliere a Zésare, che i big shot italiani sono altri: MiticoVasco, TZN, la Pausona, Jova, MiticoLiga, Fedez. Solo che, se non ve ne siete accorti, hanno anche un cospicuo numero di detrattori. E i loro singoli sono spesso delle encicliche, non vanno via lisci (tranne nel caso di J-Ax & Quellaltro quando vanno apertamente per il tormentone regghetòne). Così, meglio dosarli, e mandare avanti altri: alle radio convengono cantanti meno ingombranti, che non polarizzino in fazioni politiche, e conviene soprattutto quel tipo di canzone un po’ casual che non impegna.

Visto che ho aperto con Sanremo, mi sento di constatare che in anni fortunati, di queste canzoni Sanremo ne ha tirate fuori una, al massimo due – in generale sono brani dance dal testo un po’ più ambizioso degli altri (Silvestri, Max Gazzé, Gabbani, a ‘sto giro LoStatoSociale).
Ma forse anche in questa fattispecie, chi porta una canzone gradita alle radio fa bene a preoccuparsi.

2 Risposte a “Il bacio della morte delle radio italiane”

  1. Ciao, mi piace sempre leggere quello che scrivi e mi è piaciuto anche questa volta, però non sono molto d’accordo con la tua teoria.

    Da insider posso dirti che dalle mie parti la questione “divide il pubblico”, “è scomodo” è assolutamente non esistente. Esistono simpatie, antipatie, scazzi, motivazioni altre del tutto personali o professionali (due ambiti che formano spesso una strana intersezione). Piuttosto gli artisti che citi sono talmente “intoccabili” che, anche se le canzoni fanno cagare (o comunque non sono granché) un giro di giostra o due (o anche cento) glielo si fa fare, per non scontentare, le tre vecchie culone e l’ego degli artisti che poi tengono il broncio e – certamente- anche il pubblico. Esce il nuovo di Vascoligazuccherojovasalcazzo: vuoi non metterlo?

    [ Questo criterio NON si applica necessariamente per gli stranieri: tanto l’inglese chiccazzolocapisce, non abitano qui, alle tre culone cambia poco avere o no in radio il nuovo degli Stones o di Kylie Minogue (per dire) che poi a fine anno i conti alla casa madre si fanno sul local e non sull’internescional.]

    Infine:
    – le tre vecchie culone mandano i loro venditori di tappeti a implorare passaggi radio per l’antico motivo: cercare di vendere (strimmare? daunlodare?) più dischi (canzoni? pezzi? colonne sonore di pubblicità?) ma anche per l’indotto ciccioso, per es. vendere più biglietti per i tour, di cui credo proprio abbiano una fetta.
    I diritti sui passaggi credo che siano poca cosa in confronto (come dici anche tu)

    – il collegamento “martellamento radiofonico” = meno brani venduti/strimmati/scaricati ci sta eccome (anche perché come sanno tutti gli ascoltatori di radio, le suddette hit sfranticano i maroni in breve tempo)

    – Sanremo è un po’ come quella cosa della cacca sul muro: se va bene, qualcosa resta attaccato

  2. Intanto, preferisco la versione in cui sul muro vengono tirati gli spaghetti. 🙂

    Poi, avevo premesso trattarsi di un’ardita teoria. In secondo luogo, è evidente che il nuovo Ligabue o il nuovo Jovanotti vengono passati – però il dato c’è, e va spiegato in qualche modo. Così, anche memore degli insulti grevissimi che mi beccai da molti fan di Elisa che avevano trovato una mia foto *ironica* con Laura Pausini, o della bizzarra acrimonia tra fan di MiticoVasco e di MiticoLiga, e magari pure dell’ostilità *politica* che riscuote Jovanotti, ho provato a spiegare la loro minore diffusione radiofonica con scelte più democristiane da parte dei programmatori. Chi cambierebbe canale stizzito per Max Gazzé?

    Poi, ribadisco, è una teoria. Non ne ho di migliori.

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