10 motivi per cui gli U2 non interessano più a nessuno

(questo mese la rivista Rollingstòn ha deciso che non ho niente di interessante da dire. Ma perché, prima???) (uno degli articoli che gli ho mandato invano riguarda un complessino marginale) (non lo hanno pubblicato, confermando di fatto che siano marginali) (e siccome qui siamo A Margine, questo è il posto giusto)

Vent’anni fa, nel luglio 1993, gli U2 portavano lo Zoo Tv Tour negli stadi italiani (Verona, Roma, Napoli, Torino e Bologna). Vent’anni fa non c’era dubbio su quale fosse la più rilevante rockband del mondo. Oggi, non solo sembra non esserci più nessuna “più rilevante rockband del mondo”. Ma la sensazione è che comunque, gli U2 siano improponibili per il titolo. Per quanto restino un nome in grado di mobilitare enormi masse di persone, sono diventati stranamente marginali, in un modo che nel luglio 1993 sarebbe stato impensabile. A quell’epoca stavano ridefinendo il rockshow (chi vide quei concerti non se li è dimenticati) e alcune regole del business: ad esempio, in spregio al commercio, pubblicarono un nuovo album, Zooropa, in pieno tour di Achtung Baby. Erano tanto enormi che come band di supporto avevano Pearl Jam, o i Ramones. Erano tanto ambiziosi che a curare lo spettacolo come fosse la più fantasmagorica delle sue installazioni, c’era Brian Eno. Erano talmente avanti che dopo la new wave britannica e la prima mutazione verso un rock essenziale e americanissimo, avevano fatto un balzo in avanti globale che faceva sembrare conservatore il sound grunge, zeppeliniano di Seattle che aveva tra i propugnatori proprio i Pearl Jam. Erano talmente “arty”, che sembrava che Wim Wenders si ispirasse alle loro canzoni, e non il contrario.

Chi compie 20 anni in questi giorni difficilmente indicherebbe i quattro dubliners come massimo nome del rock. Forse attribuirebbe la qualifica a nomi ancora più vetusti. Ma nella sua esperienza personale gli U2, non ancora entrati nel pantheon dei “leggendari”, sono un gruppo che si fa vivo di rado e fa parlare parecchio. E Vertigo, City of Blinding Lights, Magnificent, Walk On, Beautiful Day sono pezzi carucci che non hanno cambiato la vita a molta gente. Intanto, l’influenza degli U2 viene rinvenuta in pochissimi gruppi contemporanei, che sono più bastonati che riveriti dalla critica (Coldplay, Killers).

Perciò, visto che qualche tempo fa si era parlato di 10 Reasons to Exist come possibile titolo del prossimo album, cerchiamo al contrario di capire le 10 ragioni per una sparizione.

  1. 1. Troppe linee dell’orizzonte. Di recente abbiamo saputo che il titolo del nuovo album potrebbe essere Manhattan. Molto significativo. Perché vent’anni fa, la seconda reinvenzione degli U2 fu un movimento in senso contrario, dall’America di Joshua Tree e Rattle & Hum al cuore dell’Europa di Achtung Baby e Zooropa – fino alla fatidica Miss Sarajevo, nel tentativo di capire cosa succedeva nel mondo, di portarlo tutto quanto nella propria musica senza mollare la propria posizione centrale nel rock. Impresa ambiziosa. Troppo, probabilmente. Certe ambizioni non vengono perdonate facilmente.
  2. 2. La sindrome di Gesù. Maledizione, è questo che rende pesanti gli U2: sentono di essere strumenti di Elevation. Che è una cosa che può succedere, certo. Ma può essere un effetto del rock, e non la base. Che non va mai persa di vista, e che è impeccabilmente contenuta nella ponderata affermazione di Little Richard: A-wop-bom-a-loo-mop-a-lomp-bom-bom (Tutti Frutti, 1955). Che il rock sia una delle forze evolutive dell’umanità è un’idea sconclusionata e (toh!) molto cattolica. Persino Joe Strummer ci andava molto cauto. Certo, a furia di rivolgerti ogni sera a 100mila persone adoranti in uno stadio, beh, il successivo, naturale step ti sembra quello di cambiare i destini del mondo. Ma è un po’ più difficile di quel che sembra. Lennon e Dylan hanno sempre negato di volerlo fare. Che è l’atteggiamento più sano: prova a farlo. Ma non dichiararlo.
  3. 3. San Bono. Sta sulle palle a parecchia gente e non può, non vuole o non sa ancora spolverare il carisma del vecchio leone (anche perché è sempre più acciaccato). Finita la fase in cui schivava il problema della beatificazione trasformandosi comicamente in un gaglioffo (l’alter ego MacPhisto), di colpo ci siamo trovati di fronte a uno di quei personaggi dai quali tutti temono il predicozzo, anche quando non arriva. I più sono persuasi che sia falso come Simona Ventura (cit.). Certo non ha il sorriso più spontaneo del mondo. Specie quando da un lato tenta di salvare il pianeta, dall’altro cerca di gabbare il fisco.
  4. 4. D’altra parte, forse non vogliamo più essere salvati. Oppure sì – ma certamente non vogliamo più essere sensibilizzati. Di fatto, dal modello Live Aid, si è passati al modello Live 8: Twitter e Facebook ci danno la possibilità di dimostrare con un “like” che siamo persone con una coscienza, oppure che siamo ironicamente privi di una coscienza, oppure che siamo, in coscienza, desiderosi di un cupio dissolvi, una distruzione di questo mondo un po’ babbione. Non è molto importante. You miss too much these days if you stop to think (Until the End of the World, 1991).
  5. 5. Sono uncool. Non c’è hipster o indie che non tema di perdere la barba se riconosce che gli piace anche solo un loro pezzo. Pitchfork li massacra puntualmente. E’ tipo un esercizio di stile, quello di infierire su di loro, denunciarne le contraddizioni, il tradimento, il gigantismo, la zelo, la hýbris (scusate), la mancanza di ispirazione. Ehi, un momento. Che lo sia anche l’articolo che state leggendo? Boh. Vedete voi.
  6. 6. Sono durati pure troppo. Non nel senso anagrafico, è ovvio: i Rolling Stones provano che si può durare tutta la vita e anche oltre. Ma per gli artisti rock la lunghezza del periodo aureo è limitata. Pochi sono in grado di indicare la strada agli altri per più di una decina d’anni. Viene il momento in cui a furia di evolverti arrivi a un punto di non ritorno. I più accorti lo capiscono, mettono il pilota automatico e procedono a velocità di crociera lungo il proprio cammino per il resto dei propri Glory Days (tanto per alludere a un personaggio a caso): tocca alle nuove leve fare le rivoluzioni (musicali e no). Onore agli U2 se per almeno 15 anni hanno fatto i dischi che tutti DOVEVANO ascoltare. I Beatles, tirati sempre in ballo in questi casi, hanno retto metà tempo.
  7. 7. Hanno finito le reinvenzioni. Rimanendo sulla questione della durata del fuoco creativo, potremmo osservare che solo i professionisti del mutamento sono riusciti a rimanere in cima alla ruota per una quindicina d’anni: David Bowie, Madonna. Poi, appena incappati in epoche più difficili da interpretare, anche loro hanno cominciato ad avere battute a vuoto, alternate a recuperi forse anche fortunosi: a mescolare continuamente le carte, prima o poi ti entra la mano giusta. Gli U2, dalla bandiera e i chiarori infuocati di Under a Blood Red Sky al megalimone del PopMart Tour, hanno fatto tutti i salti mortali che potevano. Poi, come dopo una sbronza, si sono fermati a fare mente locale. Ritrovandosi con un certo sgomento a occupare un posto cadetto nel cuore di Brian Eno, che mette molto più impegno nei Coldplay. Con così tanti conigli tirati fuori dal cappello, l’identità degli U2 è andata disperdendosi. Hanno scritto diverse buone canzoni negli ultimi 20 anni. Ma il loro suono è così poco interessante. E poi, detto inter nos, il chitarrino di The Edge è spesso ridondante come il vezzo dei rapper di iniziare ripetendo “Aha, aha”, come a dire: “Sono un rapper, sapete? Sto per farvi un rap”. Ma dai, veramente? “Sono The Edge, sapete? Negli U2, c’è una chitarra. E’ inconfondibile. E la suono io!”. Oh, you don’t saaay.
  8. 8. How long to sing this song. Il caso degli U2 quindi è soprattutto un problema di suono, perché mentre il pop (mancando di critici spaccamaroni) ha capito che può permettersi tutto senza imbarazzi, il rock ha una difficoltà ormai incontestabile per qualunque gruppo o artista di produrre un suono che vada bene a più generazioni. E soprattutto a più latitudini (i giapponesi comprano i dischi, gli italiani no. Quindi, chi vogliamo accontentare?). A meno che il suono rock non sia sempre quello, cristallizzato e “classic”. E così il concerto si chiuderà con Satisfaction, o con la Marcia di Radetzky come il Capodanno di Vienna, con l’auditorio che batte le mani soddisfatto: il biglietto costava un rene, ma ora potrai raccontarlo. Beninteso, nel momento in cui i coolissimi Daft Punk vincono su tutta la linea rispolverando Nile Rodgers e Giorgio Moroder, è dura accusare il rock di essere “vecchio”. Poco furbo, casomai. Mah, probabilmente è colpa di quella romantica fissa del fuoco indimenticabile.
  9. 9. iTunes e lo strapotere dei singoli. Il declino dell’album a favore dei singoli e del pezzo da scaricare per conto suo ha indotto gli U2 a concentrarsi su canzoni a presa rapida come mai avevano fatto in carriera. Sapete, tra le orecchie degli ascoltatori di ieri e quelle di oggi c’è la differenza che passa tra i pollici di chi usava un Amiga e quelli snodabili di chi usa un iPhone: è intervenuta una mutazione, e i pezzi che in altre epoche hanno fatto la fortuna – anche radiofonica, eh – della band (One, With or Without You, Stay) sono agli antipodi di canzoni come Vertigo, Magnificent, Beautiful Day, per le quali comunque i Franz Ferdinand o i Kaiser Chiefs pagherebbero oro (e forse pure i Green Day, ora come ora). Ciononostante, quella era l’arte in cui gli U2 erano magistri sommi. Ora, non è che abbiano dato un taglio alle ballatone, è ovvio. Ma il loro tentativo di poppizzarle (vedi I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight, Sometimes You Can’t Make It on Your Own, in parte anche Electrical Storm) produce generosi sbadigli.
  10. 10. Più niente da dire? Ma caspita, hanno già detto un bel po’ di cose. Lo Zoo TV Tour è citato più volte in questo articolo. C’è dell’intenzione. In quel preciso momento, in un’epoca sostanzialmente pre-internet e pre-telefonini, gli U2 (e Eno) misero al centro dell’attenzione l’alluvione stordente di messaggi di ogni tipo cui l’umanità sarebbe stata sottoposta. Mentre le Trabant si muovevano impazzite, i televisori sul palco sparavano velocissimi sentenze colme di senso e nonsenso come avrebbe fatto una Jenny Holzer. Immaginate un bombardamento di BELIEVE EVERYTHING – YOU ARE A VICTIM OF YOUR PARENTS – ENJOY THE SURFACE – YOU’LL NEVER WALK ALONE – EVOLUTION IS OVER – DO NOT ACCEPT WHAT YOU CANNOT CHANGE – LET ME HEAR YOU SAY YEAH – DIE! – RELIGION IS A CLUB – DIE IST EINE UTOPIE ZUNKRUFT – WATCH MORE TV – PANIC IS ATTITUDE – IS THIS ALL WE GET? – WIFE RAPE FOOD SEXY WAR BLOODY KIDS TRASH MOM JAPAN COLOUR FRENZY FISH NIGGER ULTIMATELY WHORE

…Non vi ricorda niente? Andiamo, sembra un po’ il successivo, laconico computer dei Radiohead, no? E a proposito dei Radiohead, è interessante notare come poco dopo quell’orgia di messaggi, un altro paio di intuizioni degli U2 furono portate alle estreme conseguenze: da un lato Kurt Cobain, rockstar-redentore, morì per i peccati del mondo (o giù di lì). Dall’altro, l’elettronica dilagò, la dance esplose come rito collettivo che esce dai club e fa il pubblico delle arene (Prodigy, Chemical Brothers, per non parlare della Ibiza nation). Al rock non rimase che ingranare la retromania. E gli SMS degli U2 finirono. Come se avessero esaurito il credito.

 

 

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