I Grammy di peso – (Il caffé del buongiorno sull’amaca)

I Grammy Awards non sono più fighi o intelligenti dei nostri premi: sono stupidi e bolsi ma irrinunciabili come per noi Sanremo. Negli ultimi anni però sono diventati occasione per osservare il vero mutamento sostanziale nel pop, ovvero la preminenza della performance, dell’esibizione spettacolarissima, rispetto alla canzone o composizione o insomma, quella roba lì che – A MARGINE – viene cantata e, in alcuni casi, anche suonata. Un giorno qualcuno (forse non Lady Gaga ma qualcuno che porterà a logici sviluppi il suo percorso artistico) canterà mentre va a fuoco, e allora per rilanciare qualcuno agli Mtv Awards concluderà la sua esibizione decapitandosi, e insomma sbaglierò, ma secondo me l’intrattenimento diventerà molto più interessante, nei prossimi vent’anni. Purtroppo pagheremo questa scoppiettante vivacità con infinite, micidiali gallerie sui migliori e peggiori OUTFIT dei cantanti, sul magico RED CARPET.
 
Ma nell’attesa, c’è comunque questa faccenda di distribuire 84 premi. E li hanno ridotti, eh. Per esempio ci sono ben 22 categorie di Christian Music che sono state fatte sparire negli ultimi dieci anni.
Bene. Ora, scusandomi goffamente per l’arroganza, vi rivelerò una cosa: non farò il nome di nessuno dei grandi favoriti usciti dopo le nominations di ieri perché non ho alcun interesse, nemmeno professionale, per chi vince (…tanto poi i nomi li trovate su migliaia di altri siti) (a partire da quelli più radical-chic e di sinistra, ovviamente – perché lo showbusiness americano, mmmmmh, Dio!!!). Voglio dire: all’inizio di quest’anno i TRIONFATORI sono stati David Bowie (eh), Chance the Rapper e Adele, costretta alla manfrina di scusarsi con la diva di casa, Beyoncé. Vogliamo vederci qualcosa, nel loro aver fatto INCETTA di premi? Io non ci vedo niente, assolutamente niente. E sono uno che vede cose in parecchie fesserie, sono praticamente un allucinato. Ma nei superpremi pop, niente. Non significano niente nemmeno come indicazione per il comparto. No, davvero.
 
Eppure devo confessare di essere affezionato a due degli innumerevoli stupidi premi-grammofoni. Il primo è il Best Traditional Pop Vocal Album. Ha di affascinante lo scontro sanguinario tra Tony Bennett (vincitore nel 1993, 95, 97, 98, 2000, 03, 04, 06, 07, 12, 15, 16) e Michael Bublé (vincitore nel 2008, 10, 11, 14). Sono tutti e due candidati, e sarei molto deluso se il 2018 fosse uno di quegli anni in cui si dà un premio a una delle superpotenze che perennemente tentano di disturbare questo deathmatch (Joni Mitchell 2001, Rod Stewart 2005, Paul McCartney 2013, Willie Nelson 2017). Persino Barbra Streisand, Carole King, Dionne Warwick, James Taylor, persino Andrea Bocelli sono stati rimandati a casa, per premiare uno di loro due. Quest’anno tra i nominati c’è Bob Dylan, che sono tre anni di fila che è candidato ma non vince (che è come dirgli: “È un premio serio, il nostro”).
 
L’altro è il premio alle Best Album Notes, che è una delle cose più desuete del mondo, specie in quest’era di streaming. Ma in fondo lo era già negli anni 70,credo. Mi pare di ricordare negli anni 80 un LP di Joe Jackson che, in omaggio agli album jazz degli anni 50, aveva tutto uno spatafione sul retro della cover. Oggi queste note, come quelle del mio favorito, il mai vincente Ted Olson (storico della musica specializzato in quella dei monti Appalachi, alla quarta speranzosa nomination grazie a Big Bend Killing: The Appalachian Ballad Tradition) consistono più che altro in corredi informativi e ricostruzioni, a volte anche griffate (Joni Mitchell ha vinto nel 2016, Robert Gordon nel 2011) per i devoti, i quali le trovano in genere in cofanetti che comprano a scatola chiusa. Il contrario di quello che tali note erano in origine, quando la loro funzione era presentare il prodotto a un pubblico non convertito ma curioso, supponendo di convincerlo a parole. “Il disco che avete in mano vi piacerà, acquistatelo con fiducia”. Per esempio, questo era il retrocopertina di Tutti per uno, che malgrado il titolo italiano è un disco dei Beatles, in quanto colonna sonora di A hard day’s night. “Si può detestarli ma non ignorarli”, spiegava un certo B.Amb. (…chissà se era una firma autorevole), “ma prima bisogna ascoltarli. (…) Un disco che è quindi anche un documento che rimane a testimoniare come quattro ragazzi di Liverpool che hanno saputo cantare e suonare in un certo modo, siano riusciti a mettere in piedi un giro vorticoso e favoloso di cose strane (…) tutto in un allegro e persino preoccupante carosello che ha avuto per scena il nostro vecchio pianeta in anni altrimenti abbastanza tranquilli”.
Era il 1964. Gli USA bombardavano in Vietnam, Breznev faceva deporre Kruscev, colpo di Stato in Brasile, Mandela messo in carcere, la Commissione Warren decretava che Lee Oswald l’anno prima aveva agito da solo, veniva fondata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Però erano anni tranquilli, spensierati.
Ehi, come oggi.

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