Trattasi di Jannacci

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Ho sentito poche volte Enzo Jannacci cantare dal vivo. Una volta di sicuro fu in piazza Duomo a un Carnevale. L’ultima, presentava il disco Come gli aeroplani (2001). Con lui sul palco c’erano, per l’occasione, Cochi e Renato. Tra una chiacchiera e l’altra, lui suonò alcuni dei pezzi nuovi. A un certo punto, quando l’applauso per uno di questi terminò, Renato Pozzetto con un senso dei tempi comici impeccabile ma anche con tantissimo affetto, disse: “Bella. Magari adesso ci fai un pezzo di cui ti ricordi le parole?”
Tutto sommato sono più le volte che ci ho parlato: l’ultima volta, gli ho telefonato poco più di un anno fa, gli ho proposto un’intervista, lui si è scusato, ha chiesto di rimandare di un mese perché non stava bene, non mi sono più sentito di disturbarlo. E poi non è che mancassero sue interviste, non c’era niente che non gli avessero già chiesto perché – credo che chiunque lo possa confermare – era molto gentile con tutti i giornalisti, di qualunque giornale. In una delle volte che gli parlai, tirò fuori una delle sue battute classiche. “Chiedo scusa se mi mangio le parole…”. Volevo quasi concludere io: “E’ per fame atavica”.

Queste che trascrivo invece non le conoscevo. Non sono tutte battute. Sono cose che diceva. Che in questi due giorni da che è morto, ho trovato sfogliando due libri: Aspettando al semaforo di Paolo Jannacci, e Ci vuole orecchio di Guido Michelone.

“Alla sei giorni della musica di Vigevano venimmo aggrediti dagli spettatori che gridavano: Tenete almeno il tempo! Dissi a Gaber: meglio tagliar la corda. Lui rispose: un Gaberscik non fugge mai”.

“Una volta ho telefonato a Dario Fo e mi ha risposto Franca Rame. E si è messa a chiamare: Dario, Dario, corri! C’è l’Enzo che si capisce tutto quello che dice!”

“Il tram è la magnificenza del creato”.

“Quando io e Beppe Viola eravamo piccoli e non sapevamo leggere né scrivere, lui fingeva di leggere la Gazzetta dello Sport. La teneva storta e io gli chiedevo cosa c’era scritto. E lui diceva: c’è scritto che bisogna andare a vedere il Milan”.

“Gaber mi voleva bene. A un certo punto dopo anni che ci conoscevamo, un giorno si è avvicinato e mi ha detto: poi ho capito che tu sei una brava persona”.

“Il futuro è una mano che ti si porge ma non te la danno mai. Te la danno e non te la danno. Cioè te la danno però si capisce che fanno fatica. E allora vale la pena di dire va bè, lasciate stare”.

“Per il film L’udienza dovevo baciare Claudia Cardinale. Ma ero molto imbarazzato. Andai lì già teso e lei mi disse: l’ultimo che ho baciato è Henry Fonda”.

“Io e Gaber facevamo Aspettando Godot. Dopo un po’ di giorni di prove io dissi: ma qua non si ride mai?”

“Berlusconi l’ho conosciuto quando mi voleva vendere una casa a Milano 2. Penso che abbia una faccia da Milan. Sì, perché è uno da Strapaese, va da Bush e fa il cowboy, va da Putin e mette il colbacco. Però faccia il milanista e lasci stare la politica”.

“I nuovi comici sembrano tutti animatori di villaggi turistici. A me Zelig non fa ridere per niente. Non c’è nessuno che abbia qualcosa da dire”.

“Ho perso così tanti amici. Gaber, De André, Ciampi, Tenco… Speriamo che il prossimo sia Boldi”.

“Io non sono un cantante. Canto malissimo. Quando feci il provino alla Rai mi bocciarono e avevano ragione”.

“Andavo in tv di rado, sempre sul secondo canale, sempre dopo le 10 di sera e sempre quando sul primo canale c’era la partita Brasile-Ungheria. Tu abbassi l’indice di gradimento, mi dicevano. Quando Dario Fo mi portò in tv, uno scrisse una cosa divertente: non è un cantautore, è un cane autore. Un altro scrisse: abbiamo visto questo Jannacci. Speriamo di non rivederlo più”.

“Nel ’68 mettevo l’eskimo. Anche Gaber metteva l’eskimo, ma con il dolcevita blu e le Clark’s e aveva l’eleganza trasandata. Lui”.

“I valori del mio Alzheimer sono misurabili soltanto coi contatori Geiger”.

“Il comico è tragico, altrimenti non sarebbe comico”.

“Andai a una trasmissione che si chiamava Partitissima e sentii dire: oddio Jannacci, un’altra canzone sui morti di fame. Mica lo faccio apposta. Sono cresciuto in un quartiere popolare, a due passi dall’Ortica. Mica potevo fare canzoni sui ricchi”.

“Un giorno dissi a Gaber: portiamo questa canzone a Sanremo, diventeremo ricchi. E lui: ma io sono già ricco”.

“La pura e semplice tragicità della vita non piace a nessuno. Nemmeno a me”.

“Uno non può andare su e fare solo ridere, perché la gente poi dice: questo qui è un pirla. Ma non può neanche andare su e far solo piangere, perché allora la gente dice: questo qui è ancora più pirla”.

“Io ho avuto un bravissimo professore di filosofia al liceo grazie al quale sono maturato. Sono cresciuto, sono aumentato anche di peso, solo i piedi sono rimasti uguali”.

“Scrivere una canzone è più difficile che scrivere un libro. In un libro scrivi mille parole, in una canzone devi scriverne quaranta e devono tutte pesare un quintale e devono arrivare come spine irritative pesanti e devono avere tutte un significato – se vuoi che ce l’abbiamo, un significato; se no, fatti loro”.

“Il mare fa baccano, non ti dà le pause. Io parlo volentieri col fiume, col lago, con l’Idroscalo, col Naviglio. Il mare è troppo grande, parla lui, vuole sempre aver ragione”.

“Io non ho mai capito tre cose. La prima è: cos’è un leasing?”

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