La classifica della morte

La classifica della morte

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(Rolling Stone Italia ha preferito non pubblicarlo, affinché Rolling Stone Usa non ci invadesse – salvando forse la nazione. E sicuramente, me)

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Sono stato aziendalista: ho aspettato che il numero di Rolling Stone che prometteva “I 500 migliori album di sempre” non fosse più in edicola. E adesso posso dirlo: era la classifica della morte.

Premessa: ogni classifica, e non solo musicale, fa incazzare. Ne sappiamo qualcosa noi, per la classifica dei 100 dischi italiani. Fanno incazzare i risultati, e le premesse (“Cosa ci fa quest’incompetente in giuria?”, e via dicendo).
Ma non si fanno solo, come pensano in tanti, “per far discutere”. Si fanno anche e soprattutto per fare il punto, per offrire una panoramica, per portare i lettori a valutare cose che non conoscono.
Ciò detto, la classifica della nostra testata madre può far incazzare per le premesse metodologiche (ad esempio, che valgano le raccolte. Ne parleremo in seguito). Ma i risultati, più che far incazzare, diffondono putrefazione: l’intera classifica è un compiaciuto certificato di decesso per la musica rock, travestito da pomposo omaggio. E’ un’orgogliona e sbavante dichiarazione d’amore per l’americanità, e non solo per la musica americana e americaneggiante. Ed è una diagnosi di morte (per avvelenamento. Da critica musicale) non solo per la musica contemporanea, ma anche per l’album, quella cosa che voleva celebrare.
Il primo impatto è eloquente: sette dischi degli anni 60 tra i migliori 10, e il più recente è del 1980.
La più fresca novità nei primi 50 è un disco di 21 anni fa. Sì, del 1991. E indovinate di cosa si tratta. Avanti, siamo qui, intratteneteci.

La statistica che il giornale (che noi amiamo) ci sottopone dice che gli anni dal 1980 al 2012 valgono quanto gli anni 70 – ed è falso comunque, perché un cofanetto di Elvis realizzato nel 1999 vale come disco degli anni 90 – ma allora andate a*f*n****, come fa a essere rappresentativo, in una classifica di migliori album di sempre, e al n.11, un cofanetto di Elvis del 1999?
(ecco, è partito il primo **********) (ne seguiranno altri) (ma prima, una pausa di riflessione, ancora sulla metodologia)

Mesi fa RS Italia, nel chiedere di indicare i migliori dischi italiani ai suoi giurati, ha preso alcune decisioni che allargassero il campo, e permettessero di includere più nomi e più album. La prima è stata: un disco per artista. Scelta che forse ha penalizzato qualcuno disperdendone parecchio i voti – l’esempio più facile: di Battisti, qual è l’album migliore? Però così facendo abbiamo evitato classifiche tifose costituite da dieci Battisti o dieci Battiati o dieci De André. Non siete d’accordo? Se ne può discutere, ma l’idea era di ampliare il panorama (oltre che far incazzare). Ma ancora più importante, l’altra richiesta: niente raccolte di successi. Perché allora son buoni tutti. E poi, se Fred Buscaglione non ha realmente inciso degli album (come del resto Robert Johnson, qui n.22 e per di più ascritto agli anni 90, ma **********) (…e comunque, se c’è lui e c’è Miles Davis, dov’è Duke Ellington, babbei???), beh, spiace ma non è colpa nostra. Io personalmente stravedo per Buscaglione, ma l’idea era parlare di album, non di “Artisti Fondamentali”. Laddove RS USA, smaccatamente, la butta in popolarità – e vecchi ricordi. Vuoi lasciar fuori Linda Ronstadt, si sono chiesti? Io avrei risposto sì, in un secondo netto. Loro no, pazienza: le loro giurie rock sono attendibili quanto le loro agenzie di rating. Ma quando la raccolta di Linda Ronstadt risulta più importante di Live at Leeds degli Who, il secondo ********** ti arriva planando, proprio.

Poi, per il resto, uno non può avercela col giornale. Non è colpa sua se anni di intellettualismo critico, snobismo purista, autoerotismo quadrumane alla Pitchfork e soprattutto la fissa per “le radici” e “le influenze” hanno portato a ripetere come un mantra che i dischi migliori non sono quelli che sembrano belli – troppo comoda, eh: voi semplicioni guardate l’albero coperto di frutti ma l’uomo che NE SA, ah: lui guarda le radici.
Così quello che tutti noi scemi abbiamo sempre considerato IL disco dei Led Zeppelin (quello con Black Dog Stairway to Heaven Rock’n’Roll When the Levee Breaks Going to California) sta al n.69, dietro Led Zeppelin I, rauco, ‘gnorante e bluuues, che sta al n.29 – ma vaf*******.
Exile on Main Street dei Rolling Stones, che c’ha dentro il country americano e il soul americano e insomma le radici bluuuues americane, al n.7, pazienza se a strizzarlo ne tiri fuori, di grandi pezzi, un paio (con tutto che è doppio) mentre Let it Bleed, che contiene la miseria di Gimme Shelter, Midnight Rambler, Love in Vain e You Can’t Always Get What You Want, è dietro, al n.32. 
Quello stesso fighettismo rocksnob per il quale saremmo banali a dire che Ok Computer (n.162) è meglio di Kid A (n.67), che Imagine (n.80) è meglio di Plastic Ono Band (n.23), ma persino, scendendo parecchio, che Synchronicity (n.448) è meglio di Ghost in the Machine (n.323).

Insomma non c’è pagina che non si tiri dietro un vaffanculo, ma sui Beach Boys al n.2 posso lasciar perdere le parole e passare alle mani – e io ADORO i Beach Boys, ne avrei anche fatto parte volentieri, ma il n.2 di Pet Sounds è la prova lampante dell’intenzione di rimettere a posto 1) il resto del mondo e soprattutto gli stramaledetti inglesi, chiarendo che sì, i Beatles, vabbè, ma anche l’America aveva la sua grande band storica e 2) tutte le generazioni successive, affermando l’imperitura gloria dei baby boomers rispetto a tutti noi miserelli venuti dopo. E in questo senso, sono espliciti tutti i dischi non tanto di Dylan, quanto i DUE dischi della Band nella top 50, uno dei quali davanti a The Dark Side of the Moon, che è preceduto anche da Forever Changes dei Love – “You cannot be serious”, come diceva John McEnroe al giudice di linea.

…E a proposito di Pink Floyd.

Lo yankeeismo a vele spiegate si vede anche nella deliberata guerra a quel genere che (oh, ironia) nell’album ci ha creduto più di tutti, il prog. A flagellarsi forse dell’aver mandato a suo tempo al n.1 nella propria classifica gente come i Jethro Tull o i tardi Genesis, così imperdonabilmente inglesi (e con radici inglesi). L’intero genere sembra quasi cancellato. Ma è vero anche che in generale quando il gioco si fa nebbioso, il critico-giurato americano va giù con l’accetta: niente Prodigy, niente Stone Roses, un solo disco dei Massive Attack (quello più commestibile, Blue Lines), uno degli Oasis (al n.378, duecento posti dopo gli inutili newyorchesi Strokes) (credetemi) (e tallonati dalle TLC) (!).
Anche sul fronte interno, meglio i lineari Creedence (n.59) che Frank Zappa (n.246), meglio le radicione country di Willie Nelson (n.183 e n.260) di Grace di Jeff Buckley (n.304, credetemi), meglio le canzonucce pop dei Cars (n.284) di Tom Waits (n.339).

…Fermo restando che per quanto io possa aver litigato con Bjork (n.376), non potrei mai infliggerle di stare dietro a Dolly Parton (n.301). A quel punto, sembra naturalissima anche Janet Jackson cento posti sopra PJ Harvey. Basta, mi fermo qui, perché ne avrei ancora per molto – e penso anche molti di voi.

Ma allora, se è così, perché l’abbiamo pubblicata?
Un po’ per lanciare il grido d’allarme: qualcuno ha deciso che non usciranno mai più buoni album (anzi, che non stanno più uscendo da decenni).
Un po’ per constatare che se la musica americana oggi non sta meglio di quella italiana – anzi, sta maluccio e le classifiche lo gridano – forse ci sono dei motivi.
Un po’ per verificare che la guerra dei vecchi contro i giovani prosegue indefessa.
E poi ovviamente, per il motivo per cui si pubblicano le classifiche. Per far incazzare.
Guardate me, ora che ho sparato sull’azienda, mi sento tutto contento. E rock’n’roll, ovviamente.