Moriremo Sanremesi

“Quanti articoli su Sanremo deve scrivere un giornalista musicale, prima di essere chiamato opinionista? E quante battute e arguzie e analisi sociolinguistiche deve fare, prima che qualcuno gli dica: Ciccio, può bastare? E quante rievocazioni commosse di un vissuto italiano con immagini in biancoenero e ricordi di quella volta che Cavallo Pazzo e Patsy Kensit e Benigni e Springsteen e la Gialappa dovrà fare prima di essere riconosciuto come italiano vero? E quante letture contemporanee e duepuntozero sull’Evento condiviso dovrà offrire, prima che qualcuno gli dica: non mi interessa? La risposta, amici, è che Sanremo e Sanremo. La risposta, nel VANTO, è che Sanremo è Sanremo”.

(dal pezzo su Sanremo di due anni fa) (o tre?) (o uno?) (o dieci?) (o l’anno prossimo?)

I giovani. I CAMPIONI. Il premio della critica. Il premio della sala stampa.
Gabriel Garko.
(“Io icona gay? Se mi desidera un uomo va bene, ma sono un sex symbol e faccio sognare”)
“Tutto su Madalina Ghenea, la nuova valletta del Festival di Sanremo 2016: gli ex fidanzati famosi e il video con Cristiano Ronaldo”.

Gli occhi puntati su Elton John.
Gli occhi puntati sui SUPER OSPITI.
Laura Pausini. Eros Ramazzotti. Renatone Nostro. Elisa. I Pooh, che festeggiano i 50 anni di carriera con la reunion storica con Riccardo Fogli.
Nel senso di: le eccellenze italiane.
Nicole Kidman.
Nel senso di: ogni anno l’Impero, lontano e meraviglioso, ci manda ambasciatori.

Una roba in cui i big sono Dear Jack (senza Alessio Bernabei), Alessio Bernabei (senza Dear Jack), Dolcenera, Annalisa, Irene Fornaciari, Zero Assoluto, Valerio Scanu.
E la comicità. L’impagabile comicità. Enrico Brignano, Nino Frassica. Ma anche Virginia Raffaele.
(“ma anche”)
E Cristina D’Avena. Il momento trashtag.

Le radio. Le televisioni. Gli inviati puntigliosi, professionali. Gli inviati disturbatori, IRRIVERENTI.

MILLETRECENTOTRENTACINQUE giornalisti accreditati.

1335.

E tra loro i colleghi polemici. I colleghi che si eccitano. I colleghi che “è lavoro”. I colleghi che “è parte della nostra cultura”. I colleghi che l’importante è li si veda, li si veda, li si veda. I colleghi che “Ma perché tu sei snob”. I colleghi che minimizzano, che dicono divertìmose, stacce, e dddaaàààaaajjjje, i colleghi che “e anche sticazzi, no?”
(ora, io ho storicamente problemi di reattività collerica, lo ammetto, ma voglio dirvi che internet ha questo di orribile: che qualcuno che ha superato la seconda media possa argomentare con “e anche sticazzi, no?” , e io non possa replicare facendogli zampillare la faccia come una fontana) (“…sticazzami questo, idiota”)

E io non ce la faccio nemmeno più, a cercare di parlarne dicendo che non dovremmo parlarne
(…bell’imbecille anch’io, converrete)

Però penso una cosa.
Da piccolo, ero convinto che il muro di Berlino ci sarebbe sempre stato.
E mi ero anche convinto che avesse un suo senso, una sua legittimità.
(“Stacce”)
E poi, a suo modo, ispirava dei capolavori. Era così simbolico. Rendeva manifesta, con la sua sovietica brutalità, tante cose che le élite cercavano di dissimulare con maggiore finezza.
Ma alla fine, toh: il muro è venuto giù.

E per questo, anche di fronte al ritorno furibondo del circo sanguinario di Sanremo, io un po’ ci faccio conto: sono convinto che Sanremo ci sarà sempre, per l’eternità. E a volte penso che abbia un suo senso, una sua legittimità.
Ma alla fine, toh.

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