La faccenda della musica (Ultimo discorso registrato)

Adesso siete qui dentro, e non mi scappate.
(CLANG!) (la porta dietro di voi si è chiusa) (le luci si abbassano) (nel silenzio inizia a parlare un tipo con voce vagamente impostata e più o meno priva di inflessioni, ma con una erre inspiegabile ai più) (costui è me)

Il 2013. Vediamo. L’ho iniziato mugugnando con Bianconi dei Baustelle.

Poi via via sono andato mugugnandomi con altra gente. Che so, MiticoLiga e Jake La Furia e Max Pezzali – vedete anche voi che mirabile versatilità dell’immusonimento, che nutro.
Non ho visto i concerti-adunata, Jovanotti e Depeche Mode e ovviamente Springsteen. Ma ho visto per la prima volta Bob Dylan e i Litfiba quelli veri, che è stato come andare a fare un giro a Montmartre. Sì, certo che c’è ancora e ha il suo che – ma ad andarci oggi ti prendi un po’ in giro, no? Ho anche visto il rap vecchio (J-Ax, Piotta, anche Fabri, toh) e nuovo, molto nuovo. Non so perché c’è questo strano feeling tra me e l’hip-hop, non capisco bene. I cantautori in compenso mi schifano tutti o quasi – LOL.
Nel 2013 ho intervistato Gianni Morandi e Rita Pavone. E mi sentivo come stessi intervistando delle guglie del Duomo. Detto in senso buono: non è mica da tutti, diventare guglie del Duomo, o gargolle. Magari.
Ho intervistato anche Nile Rodgers e Luchino Carboni, che da giovane sragionavo per entrambi. E Sara Tommasi, che sragiona – ed è tutto un po’ spiacevole, ciò che Sara Tommasi presuppone. Ivi incluso il fatto che io l’abbia intervistata.
Poi ho parlato con parecchia altra gente molto interessante. Non li cito tutti. Però è stato un buon anno. Da Roberto Cacciapaglia a Marracash, da Tegan & Sara al Maestro Luigi Panzeri, organista in Almenno San Salvatore (Bergamo). E ci ho parlato davvero, non li ho intervistati. Sono sempre meno interviste e sempre più discussioni, ormai. Sarà l’età, veh.
Intendo dire che ho visto un po’ tutto il mappamondo della musica. Anche se Katy Perry mi ha dato buca.

(lo so perché vi state guardando intorno. Ma è inutile cercare un’uscita) (non perché non ci sia) (ma perché avrete intuito che tutto questo ridondante vaniloquio potrà esservi utile, come il dolore) (laonde, col vostro permesso continuo)

E naturalmente nel 2013 ho scritto la mia parte di liricissimi coccodrilli. Quello più lacerante non è stato Jannacci né Lou Reed, ma James Gandolfini. So che fa ridere. Il fatto è che Tony Soprano era un individuo spregevole che ascoltava muffosa musica mainstream. In lui (e per la spregevolezza, e per la musica muffosa) mi sono identificato più che in qualsiasi rockstar, ever. Solo un mese prima che Gandolfini morisse nella più sconsolante delle modalità autodistruttive, avevo visto la traumatica puntata finale dei Sopranos. Sicché, sono rimasto traumatizzato due volte. M’agghiado a raccontarlo, ma è stato il momento psichicamente più squassante del mio 2013. Il resto, ci ha orbitato intorno con cupa leggiadrìa.

Ad ogni buon conto il 2013 è finito, e io so un bel po’ di cose in più rispetto all’anno scorso, e a tutti gli altri anni.
Ci sono un po’ di cose che sto mettendo a fuoco.
In primo luogo, che ho qualche problema con il giornale Rollinstòn. Poi magari ve ne parlo, ché sono abbastanza fesso da farlo. Oh, lo sapete, zii: io farei tutto pur di strapparvi un sorriso. Perché in fondo è il tipo di cosa che risulta ghignosa persino per questi tempi autoreferendi – insomma non si vede spesso uno che spalma gnagnere sul giornale con cui è identificato. Che poi, più la gente mi ci identifica (a ME, che ci scrivo pochissimo per di più), più ci ho problemi. Funny, that.

In secondo luogo, e più importante, ho la flippante sensazione di essere arrivato a una serie di rivelazioni sulla musica come mai mi era capitato in 15 anni e passa da menatorrone professionista.
E alla buon’ora!, direte voi. Cionondimeno, ciò è fastidioso e preoccupante.
Perché è come quando nel film The Cube c’è il tipo che capisce cosa sta succedendo, ma non è che la cosa salverà lui o gli altri, haha! Moriranno consapevoli, che è peggio che morire tontamente.
Perché è come quando la HBO ti fa capire che la serie non avrà un’altra stagione, quindi tu chiudi tutte le storie di riffa o di raffa e non rimane più margine per congetturare.
Perché è come quando alla fine della partita a Risiko tutti vedono gli obiettivi e si scopre che non era ostilità pregressa o incompatibilità tra stirpi: le armate viola semplicemente DOVEVANO mettersi dove stai tu, glielo imponeva il Destino (che suole assegnare alla gente anche l’Oceania e un terzo continente a scelta. Però so di gente che nella vita si pone obiettivi più insensati). Ma era così più divertente pensare che fosse tutto un misto di gioco e di chimica, no? Che ci fosse qualcosa di personale.

A rischio di ricordare queste parole con imbarazzo, ve lo dico: ho la strana sensazione di vedere un po’ meglio dove stiamo andando tutti a parare con questa faccenda, che per comodità chiamerei: la faccenda della musica
Che è evidentemente sempre più caricata di significati (a qualunque livello, dall’onanista di Pitchfork al lobotomizzato che chiama Vasco Rossi “Kom”) e sempre meno una roba da sentire colle dannate orecchie. WTF, ho letto pamphlet minestrosi e DEFINITIVI sul disco di Beyoncé solo poche ore dopo l’uscita, per un massimo di due ascolti. E’ ridicolo. Ma emblematico.
(…o forse è un problema mio: sono uno che non ha ancora deciso se l’album bianco dei Beatles gli piace o no) (c’è bisogno di tempo, no?) (e guardate, l’ho sempre avuto in casa: lo comprò mio padre forse proprio quando uscì)

Ogni tanto provo ad infilare nei miei scritti queste terzine salvifiche, queste epifanie di cui mi vo spiacevolmente e malaccortamente convincendo. Ma lo ammetto: non ci riesco realmente. E’ troppa roba. Sicuramente troppa per degli articoli o dei post. Forse dovrei scrivere un libro DEFINITIVO sulla musica, e su come girerà nel 2014, e soprattutto nel 2015. Ma non sono Simon Reynolds, nessuno lo comprerebbe – posto che libri sulla musica in Italia, ne vendono pochi pure Magister Bertoncelli o Castaldo. E non si capisce perché. Dopo tutto, si legge di musica più di quanto se ne ascolti.

Premetto: non me le sono accese da solo, queste luminarie nel cervello. Io da solo non arrivo da nessuna parte. Devo ringraziare i confronti che ho avuto con musicisti. Con gente curiosa come voi. Con critici (sì, tu e tu) o nonprecisamente (tu, e tu, e tu) che sono anche loro dentro a questo girotondo sbarazzino ma, sin duda, lo danzano più seriamente di me – forse però il fatto che io ci metta la clowneria (che è un futile tentativo di distacco) permette a me di vedere quello che loro non riescono a vedere – o forse no!, forse lo vedono, by golly – ma non ne sono turbati quanto me, che mi turbo in continuazione e a furia di turbarmi diventerò cieco.

La più pucciosa tra le cose di cui prendo atto però ve la voglio raccontare. Sto parlando di una situazione strampalata creatasi in quest’evo in cui tutti i social sono allineati, tipo i pianeti quando decidevano di tirare legnate agli aztechi e ai toltechi. Ovvero: è in corso un campionato dei saputi della musica, e io ci sono dentro.
E’ un campionato in cui io sono peraltro uno dei più vecchi. Questo perché la generazione prima della mia (per non parlare di quella dei ragazzi fatti cor pennello degli anni 70), che petulando di musica è riuscita anche a fare qualche soldo, non ha mai avuto la nostra stessa tragicomica tensione personale, che ci spinge a interpretare l’esistente attraverso dei pupazzi strimpelloni. Chiamali scemi.
E’ un campionato molto aperto, e nonostante ciò tutti ci sentiamo tutti delle star: non potrebbe essere altrimenti, visto che abbiamo avuto il dono mefistofelico che tutti ci perderà: la VISIBILITA’.
E’ un campionato che per la prima volta è aperto alle donne, che i critici-dandies degli anni 70 e 80 usavano per lo più come groupies: oggi sono tante e sono molto più disperate e pindariche di noi maschi, perché a quel che sentono sovrappongono delle fantasie i cui ghirigori emotivi vanno molto oltre i nostri pesantissimi narcisismi virili.
E’ un campionato che intossica. Per dire, io tre anni fa mi ripartivo in parti eguali tra lo scrivere di viaggi, di costumanze maschili e femminili, e persino di calcio. Oggi questo stupidissimo scriverdimusica sta mangiando via il resto – in tempi in cui non ci si cava una lira, quanto si può esser citrulli?
E’ un campionato in cui la musica è quasi sempre un bislacco pretesto per superarci a colpi di visioni e frasi DEFINITIVE.
E’ un campionato, invero
(…e qui viene il problema)
che ha superato la musica a destra – e a sinistra, e sopra e sotto. E stiamo sempre più parlando del niente. Voglio dire: vi siete accorti che ho citato a malapena due dischi, di Beyoncé e dei Beatles, in questo pezzo sulla musica? Ed è sempre più così, la critica musicale sta spingendo le canzoni fuori dalle sue ispiratissime recensioni: al massimo ne citiamo le liriche, perché non consideriamo rilevante il fatto che certi suoni e certi controcanti non si sentano più, che in certi dischi non compaia un diesis nemmeno per isbaglio, che ci siano ragioni precise per cui ora il pop si bulla al bar, e altre ragioni per le quali non si bullerà così a lungo – sorry, girls.
E’ un campionato per il quale il giornale Rollingstòn non basta più. Non perché non mi fanno scrivere quello che vogliono o perché non mi trattano come una diva del muto, che sono i due requisiti essenziali perché io riesca a scrivere per un giornale (loro lo sanno e molto gattescamente mi accontentano, ma per pura cortesia: non è che gli faccia guadagnare lettori. Anzi). Oltre tutto, probabilmente il fatto di scriverci è quello che mi rende semiautorevole, che permette alla maggior parte di voi
(cui voglio comunque un gran bene, ché siete qui a sorbirvi questo ombelicale assolo di fine anno nonostante tutto quello che potreste fare)
di soppesare con una certa indulgenza quello che scrivo, pensando che alla fine sono pur sempre uno dei tre che stanno sul giornale Rollinstòn fin dall’inizio, e qualcosa significherà pure. Ma il giornale Rollinstòn, anche nella sua versione online (specialmente nella sua versione online) non può più tenere il passo con questa corsa furibonda verso il cuore di tenebra della musica, nessun giornale può seguire questa spedizione herzoghiana, di noi Fitzcarraldi e Aguirri 2.0 in una giungla in cui ci addentriamo vagheggiando l’Eldorado dello scritto DEFINITIVO; una cerca, un quest che coinvolge me e alcune decine di altri casi preoccupanti, per il piccolo sadico compiacimento e condivisione di una robusta nicchia di lettori. Tra i quali alcuni di voi: quelli abbastanza furbi da seguire il campionato senza entrarci.
E’ un campionato di cui non fanno parte quelli che scrivono per i quotidiani. Perché evidente che della musica non gliene fotte niente: se sono quello che sono è perché non ne sono malati come noi, tant’è che la sminuzzano a notizia (“Oh figa ma c’è la collaborazione! Figa vai, figa ci faccio il titolo!!!”) ed è ancora più evidente che se si occupassero di vestiti o di cocktail o di gossip a loro andrebbe benissimo lo stesso. I veri dannati siamo noi, che giustamente i giornali non ci vogliono perché siamo dei sofferenti sbrodoloni stupidamente soggiogati da un sogno di messaggio e di metamessaggio, di citazioni e di significanti e di rimandi sovraccarichi, così sovraccarichi da non andare realmente da nessuna parte.
E’ un campionato nel quale sarebbe quanto meno educato avvertire la gente che i dischi dell’anno di quest’anno, il capolavoro di Kanye West o il capolavoro dei Vampire Weekend, beh, non sono straordinari per nulla, per nulla, p-e-r-n-u-l-l-a, sono insulsi e goffi e sopravvalutati come Balotelli, potrebbero non esistere, non cambieranno lo spirito di una generazione e probabilmente cambieranno a malapena la vita di sei-sette loro acquirenti, ma quello che permettono A NOI di scrivere e A VOI di commentare (e viceversa), questo sì li rende cruciali, irrinunciabili, rappresentativi della loro epoca – e come definite un’opera che è cruciale, irrinunciabile, rappresentativa della sua epoca, se non capolavoro?

Preso atto di questo, il passo successivo sarebbe liberarsi degli stupidi musicisti, e inventarceli noi di sana pianta.
Ed è a questo, che potrei dedicare il 2014 se avessi sale in zucca, amici.

…Okay, ora potete uscire di qui e avviarvi verso il 2014 che meritate. Grazie di tutto. Bacini.

(se siete ancora qui: il mio disco preferito del 2013 è questo. Qui, a destra. Sumie. Chiunque sia. Lo apprezzo perché si contrappone ad alcune questioni di cui ho disseminato la tirata precedente. E’ un disco che sottrae, un disco che gira esplicitamente attorno alla persona che lo ha scritto e non a ottanta produttori. Un disco con dei limiti umani chiari e offerti con audace imbarazzo e imbarazzata audacia. Arpeggi semplici che negano il troppo che è stato il 2013 e il troppo che saranno gli anni a venire) (e ne converrete: in fatto di tropperia, so il fatto mio)

3 Comments

on “La faccenda della musica (Ultimo discorso registrato)
3 Comments on “La faccenda della musica (Ultimo discorso registrato)
  1. Pingback: Cose che ho imparato leggendo le classifiche di fine anno (ovvero il listone dei listoni del 2013) | Outtakes

  2. “… a furia di turbarmi diventerò cieco”. Cioè ti prenderei a calci nelle gengive…
    Ma parlando di cose serie… ma Sara Tommasi… no vabbe’ lasciamo perdere…

Comments are closed.